• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login

Come Israele strumentalizza l’antisemitismo

L’organizzazione IHRA nel 2016 ha dato una nuova definizione del concetto, in uso fin da fine ‘800. Negli anni, il governo di Israele l’ha utilizzata per difendere le proprie politiche in Palestina. Non gli ebrei, secondo diversi esperti

#TerraPromessa

29.11.24

Christian Elia

Argomenti correlati

Israele
Palestina
Politica
Ultradestra

«La decisione antisemita della Corte penale internazionale (Cpi) è un moderno processo Dreyfus e finirà nello stesso modo». Reagisce così il premier israeliano Benjamin Netanyahu alla comunicazione del mandato di arresto emesso nei suoi confronti – e di quelli dell’ex ministro della Difesa d’Israele Yoav Gallant e del comandante militare di Hamas, Mohammed Deif.

Come è noto, le accuse sono quelle di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dall’esercito israeliano contro la popolazione civile della Striscia di Gaza nell’operazione militare seguita agli attacchi di Hamas del 7 ottobre del 2023. 

In breve

  • Benjamin Netanyahu, dopo aver ricevuto il mandato d’arresto per crimini contro l’umanità, ha accusato la Corte penale internazionale di antisemitismo. Ha utilizzato un parallelismo con il caso Dreyfus da molti giudicato strumentale
  • T., una fonte che ha lavorato a un programma coordinato dall’ufficio del primo ministro di Israele dal 2003, spiega che da tempo il governo israeliano ha cercato di strumentalizzare la definizione di antisemitismo per difendere le proprie politiche
  • L’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) nel 2016 ha realizzato una nuova definizione di antisemitismo, sotto forte condizionamento di Israele. Molti esperti, specialmente nel mondo intellettuale ebreo, hanno criticato la definizione anche per la sua incapacità di occuparsi degli ebrei vittime di antisemitismo ma di difendere solo Israele da ogni critica
  • La definizione di antisemitismo dell’IHRA è sempre più usata, soprattutto da dopo il 7 ottobre del 2023. I casi di chi è accusato sono esplosi e organizzazioni come lo European legal support center (Elsc) si occupano di difendere gli attivisti pro-Palestina che vengono strumentalmente accusati

Per molti osservatori non è stato subito chiaro il riferimento al processo del 1895 contro l’ufficiale dell’esercito francese Alfred Dreyfus, accusato di alto tradimento dopo il fallimento militare francese nella guerra contro la Prussia. 

Lo scrittore francese Emile Zola, nel suo celebre pamphlet J’accuse, denunciò come l’accusato fosse il capro espiatorio perfetto per nascondere le colpe dell’esercito francese. Il caso Dreyfus si chiuse con la piena riabilitazione dell’imputato ma solo dopo una sentenza della Cassazione emessa dopo vent’anni e una serie di condanne ai più bassi gradi di giudizio.

E Netanyahu prevede che accadrà lo stesso con il suo caso.

Il premier israeliano ha voluto creare un parallelismo: come Dreyfus, si sente vittima di un sempre crescente antisemitismo; come Dreyfus, si sente tradito da una comunità internazionale e da una corte che dovrebbe amministrare la giustizia internazionale e invece lo accusa, senza riconoscere il ruolo d’Israele nel combattere una guerra che non riguarda solo il suo paese, ma un’idea stessa di Occidente. 

Scopri MyIrpi

Sostienici e partecipa a MyIrpi

La lettura della storia scelta dal primo ministro è però ritenuta da molti strumentale. Non solo: Netanyahu ha negato di aver ordinato di colpire deliberatamente i civili e ha accusato la Corte di parzialità, indicando il procuratore capo Karim Ahmad Khan come corrotto. 

Il concetto per cui è l’antisemitismo la ragione per cui si muovono critiche alle istituzioni israeliane e alle loro azioni in Palestina arriva da molto lontano.

Come funziona la Corte penale internazionale?

La sede della Corte penale internazionale a L’Aja (Paesi Bassi) © Laurens Van Putten/Getty

La sede della Corte Penale Internazionale (Cpi) è all’Aja nei Paesi Bassi, dove si trova anche la Corte internazionale di giustizia (Cig), altra giurisdizione internazionale da non confondere però con questa. La Corte internazionale di giustizia ha la propria base giuridica nella Carta delle Nazioni Unite e il compito di risolvere le controversie tra gli Stati membri dell’Onu, che attualmente sono 193.

La Corte penale internazionale, invece, si occupa dei crimini internazionali commessi dagli individui e non dagli Stati, ed ha la propria base giuridica nello Statuto di Roma, di cui fanno parte 123 Paesi. Israele ha firmato il trattato istitutivo, ma non ha ratificato la Convenzione di Roma che istituì la Corte. Secondo la Convenzione, lo Stato che diviene parte accetta la competenza sui crimini di guerra, contro l’umanità, di aggressione e di genocidio.

La procedibilità (su iniziativa di uno Stato parte o su iniziativa del procuratore della Corte) è consentita solo quando almeno uno degli Stati coinvolti è parte della Convenzione o ha accettato la competenza della Convenzione. La Palestina rientra in questa seconda categoria dal 2015.

Il procuratore capo della Cpi – Karim Ahmad Khan, scozzese, in carica dal 2021 –  del 9 novembre del 2024 è al centro di un’inchiesta interna della Corte per presunti abusi sessuali verso una sua collaboratrice, riporta l’agenzia di stampa Reuters. La notizia ha creato un certo clamore: organizzazioni internazionali come l’International Federation of Human Rights (Fidh) e la Women’s Initiatives for Gender Justice hanno chiesto le dimissioni di Khan.

È un momento particolarmente complesso per la Corte, impegnata nel più delicato caso della sua storia e sottoposta a una pressione senza precedenti. A maggio 2024, The Guardian, +972 e Local Calls hanno rivelato in una serie di inchieste come Israele abbia utilizzato la sua intelligence «per sorvegliare, hackerare, fare pressione, delegittimare e fare presunte minacce nei confronti di membri senior della Cpi nello sforzo di depistare le indagini della corte».

Khan è stato un tassello importante ma non decisivo del procedimento che ha portato a spiccare un mandato d’arresto per Netanyahu e i suoi collaboratori: ha imbastito l’istruttoria che poi però è stata convalidata dalla Camera preliminare della Corte, composta da tre giudici internazionali). È stata quest’ultima a respingere le obiezioni di competenza dello Stato israeliano. 

Per approfondire l’origine del caso contro Netanyahu: L’urgenza della Giustizia. Palestina e Israele sotto le lenti del diritto internazionale

Come funziona la Corte penale internazionale?

La sede della Corte penale internazionale a L’Aja (Paesi Bassi) © Laurens Van Putten/Getty

La sede della Corte Penale Internazionale (Cpi) è all’Aja nei Paesi Bassi, dove si trova anche la Corte internazionale di giustizia (Cig), altra giurisdizione internazionale da non confondere però con questa. La Corte internazionale di giustizia ha la propria base giuridica nella Carta delle Nazioni Unite e il compito di risolvere le controversie tra gli Stati membri dell’Onu, che attualmente sono 193.

La Corte penale internazionale, invece, si occupa dei crimini internazionali commessi dagli individui e non dagli Stati, ed ha la propria base giuridica nello Statuto di Roma, di cui fanno parte 123 Paesi. Israele ha firmato il trattato istitutivo, ma non ha ratificato la Convenzione di Roma che istituì la Corte. Secondo la Convenzione, lo Stato che diviene parte accetta la competenza sui crimini di guerra, contro l’umanità, di aggressione e di genocidio.

La procedibilità (su iniziativa di uno Stato parte o su iniziativa del procuratore della Corte) è consentita solo quando almeno uno degli Stati coinvolti è parte della Convenzione o ha accettato la competenza della Convenzione. La Palestina rientra in questa seconda categoria dal 2015.

Il procuratore capo della Cpi – Karim Ahmad Khan, scozzese, in carica dal 2021 –  del 9 novembre del 2024 è al centro di un’inchiesta interna della Corte per presunti abusi sessuali verso una sua collaboratrice, riporta l’agenzia di stampa Reuters. La notizia ha creato un certo clamore: organizzazioni internazionali come l’International Federation of Human Rights (Fidh) e la Women’s Initiatives for Gender Justice hanno chiesto le dimissioni di Khan.

È un momento particolarmente complesso per la Corte, impegnata nel più delicato caso della sua storia e sottoposta a una pressione senza precedenti. A maggio 2024, The Guardian, +972 e Local Calls hanno rivelato in una serie di inchieste come Israele abbia utilizzato la sua intelligence «per sorvegliare, hackerare, fare pressione, delegittimare e fare presunte minacce nei confronti di membri senior della Cpi nello sforzo di depistare le indagini della corte».

Khan è stato un tassello importante ma non decisivo del procedimento che ha portato a spiccare un mandato d’arresto per Netanyahu e i suoi collaboratori: ha imbastito l’istruttoria che poi però è stata convalidata dalla Camera preliminare della Corte, composta da tre giudici internazionali). È stata quest’ultima a respingere le obiezioni di competenza dello Stato israeliano. 

Per approfondire l’origine del caso contro Netanyahu: L’urgenza della Giustizia. Palestina e Israele sotto le lenti del diritto internazionale

Da un programma politico ventennale attraverso cui il governo di Israele ha utilizzato la definizione di “odio contro gli ebrei” per proteggersi da ogni critica alle proprie azioni in Palestina. 

Difendere l’immagine pubblica di Israele

«Mi sono dimesso quando ho capito che quello che stavamo facendo non era orientato a combattere il reale antisemitismo, sempre più preoccupante, ma a proteggere l’immagine pubblica d’Israele e a tacitare movimenti pro-Palestina nel mondo».

A parlare è T., per anni parte dell’entourage dell’ex ministro degli Interni d’Israele Natan Sharansky. Come ministro senza portafoglio (con delega a Gerusalemme e alla diaspora ebraica) dell’esecutivo guidato da Ariel Sharon, nel 2003 Sharansky è stato incaricato di monitorare l’antisemitismo nel mondo.

Per farlo ha sviluppato quello che chiama il test delle “tre D”, per distinguere le critiche legittime a Israele dall’antisemitismo nei media, nei profili politici e nelle attività dei gruppi pro-Palestina.

Il test invita a riconoscere elementi di antisemitismo nella «demonizzazione delle istituzioni israeliane», nel «doppio-standard» verso altri governi che agiscono in modo simile a Israele, ma non vengono criticati e nella «delegittimazione», che si esprime con la negazione del diritto di Israele a esistere.

Ma per T., fonte che ha chiesto la garanzia dell’anonimato, pur partendo da considerazioni ragionevoli, «i toni delle riunioni di staff e le agende operative non lasciavano spazio a dubbi rispetto all’obiettivo di neutralizzare le accuse al governo israeliano con l’accusa di antisemitismo. E chi protestava, per senso di realtà o perché temeva come me che a lungo andare questo processo non avrebbe aiutato a proteggere gli ebrei nel mondo, compresi quelli che non avevano voluto la cittadinanza israeliana, veniva zittito. Allora mi sono dimesso».

La prassi di accusare di antisemitismo chi critica i governi israeliani, iniziata nel 2003 in Israele, arriva qualche tempo dopo negli Stati Uniti. «Negli Usa alcuni gruppi pro-Israele fanno emergere la teoria che esista una nuova fase dell’antisemitismo, legata all’odio verso Israele, e non verso gli ebrei come è sempre stato definito e considerato l’antisemitismo», spiega a IrpiMedia Nicola Perugini, antropologo, docente di relazioni internazionali all’università di Edimburgo e membro dell’Institute for Advanced Study di Princeton, che da anni studia il tema.

Tra i più attivi c’è l’American Jewish Committee, dal 2004, «quando sempre più si radica un certo tipo di discorso politico seguito ai fatti dell’11 settembre del 2001», sottolinea l’antropologo. 

Aggiunge che a partire da quel momento i gruppi pro-Israele statunitensi hanno cominciato a elaborare documenti secondo i quali «l’antisionismo sostanzialmente è antisemitismo», facendo perdere la differenza tra i due concetti.

«La questione palestinese, nella guerra al terrore post-11 settembre, perde il suo senso originario di lotta contro l’occupazione israeliana, diventa un capitolo del “radicalismo islamico”, senza alcun riscontro nelle analisi dei gruppi islamisti e delle loro agende e in più le rivendicazioni palestinesi diventano casi di antisemitismo, come le proteste contro le politiche dello Stato d’Israele». 

Per approfondire

#TerraPromessa
Serie

Terra promessa

Aggiornata il: 04 Luglio 2025

Questo approccio fa proseliti, anche in Italia. Ricorda Perugini che già nel 2007 l’allora presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, in un discorso durante la celebrazione della Giornata della memoria, ha detto che si deve riconoscere l’antisemtismo «anche quando esso si travesta da antisionismo», definito dall’allora capo dello Stato «negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico».

Chi è Natan Sharansky

Natan Sharansky durante una manifestazione a Washington DC a novembre 2023 © Noam Galai/Getty

Nato a Donetsk, nell’allora Unione Sovietica, Natan Sharansky è un matematico che nel 1986 si è trasferito in Israele prendendone la cittadinanza come è consentito a persone di religione ebraica. È stato assistente del dissidente russo Andrej Sacharov, l’uomo che prima ha contribuito a progettare la bomba all’idrogeno sovietica e che poi si è impegnato per il disarmo nucleare in aperto contrasto al regime sovietico.

Sharansky fu tra i fondatori del Helsinki Watch Group di Mosca e per questo sospettato di essere una spia. Di conseguenza, fino a tutti gli anni Settanta le autorità sovietiche gli negarono i visti per l’espatrio e lo condannarono a tredici anni di detenzione nel gulag Perm-36 in Siberia.

Grazie alle pressioni internazionali – in particolare di Israele e degli Usa – dopo dieci anni di detenzione venne estradato in Germania Ovest in cambio della liberazione di due spie sovietiche: Karl Koecher e sua moglie Ana. Lo scambio avvenne attraverso il Glienicke, passato alla storia come “il ponte delle spie”.

Dopo aver presieduto un’organizzazione di ebrei ex prigionieri politici in Urss, fondò il partito Yisrael BaAliyah, vicino al leader politico israeliano Ariel Sharon. Nel governo ha ricoperto – prima di ritirarsi dalla vita politica – le cariche di vice primo ministro di Sharon, con il quale ruppe politicamente in disaccordo con la decisione di questi di ordinare il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, nel 2005, dei coloni israeliani. I suoi interventi pubblici e i suoi libri sono ritenuti una delle basi della linea dura contro i palestinesi.

Chi è Natan Sharansky?

Natan Sharansky durante una manifestazione a Washington DC a novembre 2023 © Noam Galai/Getty

Nato a Donetsk, nell’allora Unione Sovietica, Natan Sharansky è un matematico che nel 1986 si è trasferito in Israele prendendone la cittadinanza come è consentito a persone di religione ebraica. È stato assistente del dissidente russo Andrej Sacharov, l’uomo che prima ha contribuito a progettare la bomba all’idrogeno sovietica e che poi si è impegnato per il disarmo nucleare in aperto contrasto al regime sovietico.

Sharansky fu tra i fondatori del Helsinki Watch Group di Mosca e per questo sospettato di essere una spia. Di conseguenza, fino a tutti gli anni Settanta le autorità sovietiche gli negarono i visti per l’espatrio e lo condannarono a tredici anni di detenzione nel gulag Perm-36 in Siberia.

Grazie alle pressioni internazionali – in particolare di Israele e degli Usa – dopo dieci anni di detenzione venne estradato in Germania Ovest in cambio della liberazione di due spie sovietiche: Karl Koecher e sua moglie Ana. Lo scambio avvenne attraverso il Glienicke, passato alla storia come “il ponte delle spie”.

Dopo aver presieduto un’organizzazione di ebrei ex prigionieri politici in Urss, fondò il partito Yisrael BaAliyah, vicino al leader politico israeliano Ariel Sharon. Nel governo ha ricoperto – prima di ritirarsi dalla vita politica – le cariche di vice primo ministro di Sharon, con il quale ruppe politicamente in disaccordo con la decisione di questi di ordinare il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, nel 2005, dei coloni israeliani. I suoi interventi pubblici e i suoi libri sono ritenuti una delle basi della linea dura contro i palestinesi.

Secondo Nicola Perugini quello di Napolitano è stato «un approccio revisionista rispetto alla questione in Israele e Palestina. Non è il solo – aggiunge –, a destra e a sinistra, si finisce per paragonare nel discorso pubblico il progetto coloniale sionista di Herzl a Mazzini e all’Unità d’Italia e così via».

Un’arma contro il dissenso

L’utilizzo dell’accusa di antisemitismo contro persone o enti che criticano le politiche d’Israele è diventato negli anni un meccanismo sempre più diffuso, ma è dal 2016 che la critica ai governi israeliani viene ritenuta antisemita.

Quest’interpretazione nasce da un documento: la «definizione operativa di antisemitismo» elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), un’organizzazione intergovernativa con 35 Paesi membri e nove Paesi osservatori, fondata nel 1998 dall’ex primo ministro svedese Göran Persson (IrpiMedia ha parlato per la prima volta della definizione di antisemitismo in questo pezzo della serie #TerraPromessa). 

In origine, l’organizzazione – come si legge sul sito istituzionale – si occupa di questioni legate all’Olocausto e al genocidio dei Rom: «Unisce governi ed esperti per rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione, la ricerca e la memoria a proposito dell’Olocausto». Lo scopo era darsi strumenti di monitoraggio per tenere viva l’attenzione una volta che gli ultimi sopravvissuti fossero morti.  

«Le pressioni sull’IHRA erano costanti: serviva un ente terzo che legittimasse un’operazione di questo genere e che producesse un documento credibile pronto per essere adottato senza discussioni da governi e realtà private e pubbliche», spiega ancora T. Così, nel 2016, dopo anni di lavoro senza particolari momenti di visibilità, l’IHRA rende noto la «definizione operativa di antisemitismo» che da subito suscita perplessità e critiche.

L’antropologo Nicola Perugini studia da anni i documenti dei suoi lavori preparatori: «In molti casi emerge con chiarezza la partecipazione di esponenti del governo israeliano (in particolare il ministero degli Affari strategici d’Israele, che risponde direttamente al primo ministro, ndr) per orientare il dibattito – spiega –. Al punto che, alla fine, nel 2016, sette punti su undici del documento fanno diretto riferimento alle politiche istituzionali d’Israele».

Una delle anime del processo che portò alla creazione della definizione di antisemitismo dell’IHRA, Kenneth Stern, direttore del Bard Center for the Study of Hate, in un suo intervento su The Guardian del dicembre 2019, metteva in guardia da un uso strumentale della definizione: «A partire dal 2010, i gruppi ebraici di destra hanno preso la definizione operativa, che conteneva alcuni esempi su Israele (come ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni di Israele e negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione), e hanno deciso di trasformarla in un’arma contro il legittimo dissenso».

Cosa intendiamo quando parliamo di:

Antisemitismo

La parola viene usata per la prima volta nel 1879, a Berlino, nel pamphlet La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo, da una prospettiva aconfessionale dall’autore nazionalista Whilelm Marr.

È da intendersi come “odio degli ebrei” fino al 2016, quando con la nuova definizione operativa dell’IHRA perde la sua definizione originale e diventa sovrapponibile al concetto di “antisionismo”.

Antisionismo

Definisce coloro che si oppongono al “sionismo”, inteso come movimento politico e culturale nato alla fine dell’800 in Europa nelle comunità ebraiche sempre più preoccupate da pogrom antisemiti e dalla dissoluzione degli Imperi che avevano garantito in qualche modo la tutela delle minoranze.

Il teorico più famoso del sionismo (anche se ne esistono diversi) viene considerato il giornalista Theodor Herzl. Gli antisionisti accusano Israele e il movimento sionista di essere un progetto coloniale.

Revisionismo

In Italia, esiste una corrente che analizza la storia di Israele come se fosse un capitolo del Risorgimento italiano.

È un approccio sconfessato da gran parte degli storici indipendenti perché giustifica l’approccio di un progetto coloniale spacciandolo per un processo di liberazione.

Comitato nazionale palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni  (Bds)

È la più grande coalizione della società civile palestinese, leader di un movimento globale e decentralizzato nato nel 2005. Con azioni non violente e con campagne mediatiche e politiche invita a non investire e a boicottare le aziende israeliane e internazionali che operano nei Territori occupati palestinesi nel 1967 e chiede sanzioni contro il governo israeliano sul modello della campagna di sanzioni contro il Sudafrica degli anni Ottanta in poi.

Cosa intendiamo quando parliamo di:

Antisemitismo

La parola viene usata per la prima volta nel 1879, a Berlino, nel pamphlet La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo, da una prospettiva aconfessionale dall’autore nazionalista Whilelm Marr. È da intendersi come “odio degli ebrei” fino al 2016, quando con la nuova definizione operativa dell’IHRA perde la sua definizione originale e diventa sovrapponibile al concetto di “antisionismo”.

Antisionismo

Definisce coloro che si oppongono al “sionismo”, inteso come movimento politico e culturale nato alla fine dell’800 in Europa nelle comunità ebraiche sempre più preoccupate da pogrom antisemiti e dalla dissoluzione degli Imperi che avevano garantito in qualche modo la tutela delle minoranze. Il teorico più famoso del sionismo (anche se ne esistono diversi) viene considerato il giornalista Theodor Herzl. Gli antisionisti accusano Israele e il movimento sionista di essere un progetto coloniale.

Revisionismo

In Italia, esiste una corrente che analizza la storia di Israele come se fosse un capitolo del Risorgimento italiano. È un approccio sconfessato da gran parte degli storici indipendenti perché giustifica l’approccio di un progetto coloniale spacciandolo per un processo di liberazione.

Comitato nazionale palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni  (Bds)

È la più grande coalizione della società civile palestinese, leader di un movimento globale e decentralizzato nato nel 2005. Con azioni non violente e con campagne mediatiche e politiche invita a non investire e a boicottare le aziende israeliane e internazionali che operano nei Territori occupati palestinesi nel 1967 e chiede sanzioni contro il governo israeliano sul modello della campagna di sanzioni contro il Sudafrica degli anni Ottanta in poi.

Chi contesta la definizione

«Le conseguenze di questa ridefinizione sono state allarmanti, in quanto hanno impedito la libertà di parola su Palestina/Israele, legittimato le forze islamofobiche di destra e politicizzato l’opposizione di principio all’antisemitismo», sostiene Antony Lerman, senior fellow presso il Bruno Kreisky Forum for international dialogue, di Vienna, e massimo esperto in materia di antisemitismo in Europa. 

Anche il professor Marc Lamont Hill, docente a New York, nel suo Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics, scritto a quattro mani con l’ex presidente di B’Tselem, Mitchell Plitnick, sostiene che «la questione di Israele non è la sua esistenza, che è assiomatica, ma la natura dello Stato. È una questione dei diritti che nega alle persone che vivono sotto il suo controllo, i palestinesi, della sua storia di espropriazione e delle sue politiche e leggi, non c’entra nulla l’antisemitismo».

«Le debolezze della “definizione operativa” sono la porta di accesso alla sua strumentalizzazione politica – spiega Peter Ullrich, sociologo della Rosa Luxemburg Foundation a Berlino, in un parere di esperti del 2019 sull’argomento –. Può essere utilizzata per limitare i diritti fondamentali, in particolare la libertà di parola rispetto a posizioni sfavorevoli su Israele».

Eppure, aggiunge il sociologo, «non si sta verificando alcun ulteriore sviluppo della definizione per rettificare queste debolezze».

Stephen H. Miller, professore emerito di Ricerche sociali della City University di Londra, nel 2024 ha pubblicato i risultato di uno studio commissionato dallo European Middle East Project (EuMEP), una ong con base a Bruxelles che si occupa della correttezza delle informazioni che circolano nel dibattito pubblico sul conflitto israelo-palestinese.

Gli undici punti della «definizione operativa» di antisemitismo (2016)

1.

Invitare, aiutare o giustificare l’uccisione o il danneggiamento di ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione estremista della religione.

2.

Fare affermazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate sugli ebrei in quanto tali o sul potere degli ebrei come collettività – come, in particolare ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione ebraica mondiale o del controllo da parte degli ebrei dei media, dell’economia, del governo o di altre istituzioni sociali.

3.

Accusare gli ebrei come popolo di essere responsabili di illeciti reali o immaginari commessi da una singola persona o gruppo ebraico, o anche di atti commessi da non ebrei.

4.

Negare il fatto, la portata, i meccanismi (ad esempio le camere a gas) o l’intenzionalità del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania nazionalsocialista e dei suoi sostenitori e complici durante la Seconda guerra mondiale (l’Olocausto).

5.

Accusare gli ebrei come popolo o Israele come Stato di aver inventato o esagerato l’Olocausto.

6.

Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele, o alle presunte priorità degli ebrei di tutto il mondo, che agli interessi delle loro nazioni.

7.

Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’impresa razzista.

8.

Applicando due pesi e due misure, richiedendo al popolo ebraico un comportamento che non ci si aspetta o si pretende da nessun’altra nazione democratica.

9.

Utilizzando i simboli e le immagini associate all’antisemitismo classico (ad esempio, le affermazioni secondo cui gli ebrei avrebbero ucciso Gesù o il libello di sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.

10.

Paragonare la politica israeliana contemporanea a quella dei nazisti.

11.

Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

Gli undici punti della «definizione operativa» di antisemitismo (2016)

1.

Invitare, aiutare o giustificare l’uccisione o il danneggiamento di ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione estremista della religione.

2.

Fare affermazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate sugli ebrei in quanto tali o sul potere degli ebrei come collettività – come, in particolare ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione ebraica mondiale o del controllo da parte degli ebrei dei media, dell’economia, del governo o di altre istituzioni sociali.

3.

Accusare gli ebrei come popolo di essere responsabili di illeciti reali o immaginari commessi da una singola persona o gruppo ebraico, o anche di atti commessi da non ebrei.

4.

Negare il fatto, la portata, i meccanismi (ad esempio le camere a gas) o l’intenzionalità del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania nazionalsocialista e dei suoi sostenitori e complici durante la Seconda guerra mondiale (l’Olocausto).

5.

Accusare gli ebrei come popolo o Israele come Stato di aver inventato o esagerato l’Olocausto.

6.

Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele, o alle presunte priorità degli ebrei di tutto il mondo, che agli interessi delle loro nazioni.

7.

Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’impresa razzista.

8.

Applicando due pesi e due misure, richiedendo al popolo ebraico un comportamento che non ci si aspetta o si pretende da nessun’altra nazione democratica.

9.

Utilizzando i simboli e le immagini associate all’antisemitismo classico (ad esempio, le affermazioni secondo cui gli ebrei avrebbero ucciso Gesù o il libello di sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.

10.

Paragonare la politica israeliana contemporanea a quella dei nazisti.

11.

Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

Lo scopo della ricerca era vagliare due affermazioni assunte dalla Commissione europea.

La prima: lo studio dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fra) del 2018 ritiene che gli undici punti della «definizione operativa» dell’IHRA «riflettono ciò che la vasta maggioranza [degli ebrei europei] percepisce come antisemita».

La seconda: la maggior parte dei casi di antisemitismo sono legati a Israele. «L’analisi nega l’affermazione della Commissione europea secondo cui queste due affermazioni sono corroborate dalle prove dell’indagine Fra del 2018», è la sintesi di Miller.

In particolare nel riassunto dei risultati si legge che l’indagine Fra del 2018 in merito ai sette punti della «definizione operativa» sull’antisemitismo correlato a Israele: primo, «non fornisce alcuna prova» della loro corrispondenza con la percezione di che cosa sia l’antisemitismo per gli ebrei europei; e, secondo: «non fornisce alcuna prova diretta sulla frequenza con cui gli ebrei europei sperimentano le diverse categorie di antisemitismo».

Gli accusati

Lo European legal support center (Elsc) è la prima e unica organizzazione indipendente che difende legalmente attiviste e attivisti, associazioni, organizzazioni per i diritti umani, gruppi e individui che sostengono i diritti dei palestinesi nell’Europa continentale e in Gran Bretagna.

Insieme alla British Society for Middle Eastern Studies (Brismes) a giugno 2023 ha pubblicato l’analisi (qui il link) di quaranta casi registrati tra il 2017 e il 2022, in cui personale e studenti universitari erano stati accusati di antisemitismo in base alla definizione IHRA nel Regno Unito. In tutti i casi – eccetto due, ancora in corso – le accuse di antisemitismo sono state respinte dagli organismi disciplinari interni delle istituzoni coinvolte. Oggi Elsc lavora a un nuovo rapporto, che ha numeri molto più alti dopo il 7 ottobre del 2023.

«Non è importante che la definizione non abbia effetto legale o vincolante, perché quando viene adottata come policy da enti pubblici o aziende private ha effetti pratici su tutta una serie di casi di violazione della libertà d’espressione o di forti limitazioni della stessa», spiega Giovanni Fassina, co-fondatore e direttore esecutivo di Elsc a IrpiMedia.

La definizione dell’IHRA viene recepita nelle linee guida dei “codici interni” da rispettare, come carte etiche o simili. «Abbiamo iniziato a vedere quanto fosse problematica quando è stata adottata da università e accademici e studenti, magari per un post sui social media, venivano accusati di violare le linee guida contro l’antisemitismo, soprattutto in Gran Bretagna. In Germania, già da anni, manifestazioni di solidarietà alla Palestina venivano vietate dalle autorità che invocavano l’IHRA», precisa Fassina.

Proprio dal rapporto del 2023 di Elsc si traggono due storie, tra le altre, che possono aiutare a capire come abbia impatto una definizione che non ha valore legale. Nel settore pubblico, in particolare nel mondo universitario, nel 2020 e nel 2021, l’Elsc ha assistito 16 accademici e sette studenti che sono stati sottoposti a procedimenti disciplinari formali da parte delle università britanniche in risposta a denunce per presunta condotta antisemita.

Sostieni IrpiMedia

Accedi alla community di lettori MyIrpi

Tali denunce riguardavano, tra l’altro, il gradimento e la condivisione di post sui social media; la condivisione sui social media di un’infografica di Human Righst Watch sull’apartheid di Israele; la firma di una lettera a sostegno di Malia Bouattia, ex presidente dell’Unione nazionale degli studenti del Regno Unito, accusato di antisemitismo e di sostegno al terrorismo; i post sui social media che commentavano le accuse di antisemitismo all’interno del Partito laburista britannico; post sui social media riguardanti le politiche oppressive di Israele nei confronti dei palestinesi; post sui social media a commento di uno striscione che recitava “End the Palestinian Holocaust” (fine dell’Olocausto palestinese); l’estratto di un libro peer-reviewed pubblicato da un’autorevole stampa accademica; un articolo accademico sul sostegno a favore di Israele nel Regno Unito e sul modo in cui viene utilizzato per contrastare le simpatie pro-palestinesi.

I rappresentanti dell’Università hanno citato sempre la definizione dell’IHRA come riferimento per determinare se la condotta fosse antisemita.

Il settore privato non è da meno. Nell’agosto 2021, ad esempio, un’azienda ha revocato un’offerta di lavoro a un ragazzo, sostenendo che alcuni suoi post sui social media costituivano “antisemitismo” secondo l’IHRA.

In uno lo studente aveva osservato che gli individui che esprimevano intolleranza o odio razziale sui social media erano anche propensi a esprimere sostegno per il sionismo e/o per il terrorismo e le pratiche del governo israeliano. In un altro condivideva il video di un discendente ebreo di sopravvissuti all’Olocausto che parlava della sua convinzione dell’obbligo morale del popolo ebraico di denunciare i crimini di Israele.

In un terzo post metteva in relazione la strategia propagandistica del regime nazista, che ritraeva gli obiettivi della violenza come una minaccia all’ordine interno, e le strategie impiegate dagli Stati moderni, compreso Israele, per giustificare azioni repressive e discriminatorie contro le comunità minoritarie. Dopo aver ritirato l’offerta di lavoro, l’ente pubblico ha rifiutato le richieste di confronto dello studente.

Brescia, il caso del consigliere comunale Iyas Ashkar accusato di antisemitismo

«Già quattro mesi prima delle ultime elezioni comunali (maggio 2023, ndr), quando avevo annunciato la mia candidatura, il centrodestra aveva iniziato ad attaccarmi come sospetto antisemita». 

A parlare con IrpiMedia è Iyas Ashkar, consigliere comunale di maggioranza a Brescia. Palestinese, da oltre vent’anni a Brescia, ristoratore e da sempre attivo nel sociale, è finito in un polverone dopo la pubblicazione di un post dove equiparava la Germania nazista a Israele. «Quel che mi è accaduto – spiega – non è dovuto solo al mio post, e ovviamente respingo con fermezza l’accusa di antisemitismo». 

Ashkar racconta che il centrodestra già nella precedente legislatura voleva adottare la Strategia nazionale di lotta contro l’antisemitismo approvata nel 2020, che si basa sulla «definizione operativa» dell’IHRA. Il risultato è stato raggiunto sotto l’attuale amministrazione di centro-sinistra con un voto bipartisan, dal quale il consigliere Ashkar si è astenuto («per non creare spaccature politiche, ma è stato solo un doloroso compromesso», spiega) nel gennaio del 2024. 

«E alla fine è stata utilizzata contro di me. Un post che ho solo condiviso, senza commentarlo. Si mettevano l’una accanto all’altra l’ideologia nazista e quella sionista». L’opposizione na ha chiesto le dimissioni e la parlamentare leghista Simona Bordonali, di Brescia, ha depositato un’interrogazione parlamentare in cui chiede al ministro dell’Interno di applicare le misure previste dal codice penale previste per i reati di odio. 

«È una strumentalizzazione, l’antisemitismo non c’entra nulla», replica Ashkar. In seguito il consigliere ha pubblicato una lettera «scusandomi in parte, ma soprattutto spiegando come questa sia una discussione pretestuosa per non parlare del genocidio in corso», conclude.

Misurare l’antisemitismo. E i suoi effetti

Solo nell’ultimo anno, riporta ELSC, le persone accusate di antisemitismo in base alle linee guida sono state più di 300. Prima, in un periodo tra il 2017 e il 2022, erano state 53. 

Dal 7 ottobre del 2023 sono però anche andate aumentando le istituzioni che le hanno adottate. 

Il 1° maggio la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un disegno di legge che potrebbe ampliare la definizione federale di antisemitismo; ora si prevede che il Senato, la camera alta del Congresso, discuterà e voterà la proposta di legge.

In Germania, a giugno del 2024, un’ampia maggioranza trasversale del Bundestag ha approvato una risoluzione per combattere l’antisemitismo, nonostante l’opposizione ad alcune parti della risoluzione da parte di esperti legali, gruppi della società civile e importanti intellettuali ebrei.

Proposta per la prima volta in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre in risposta al crescente numero di episodi definiti antisemiti dalle autorità tedesche, ha ribadito come la definizione dell’IHRA sia una guida chiave. 

Il 7 novembre del 2024 il Bundestag ha poi votato anche la risoluzione Mai più: proteggere, preservare e rafforzare la vita ebraica in Germania dove si cita la definizione dell’IHRA. Il testo afferma che c’è stato un aumento di atteggiamenti e azioni antisemite, descritti come «estremamente inquietanti».

Presentata congiuntamente dai gruppi parlamentari al governo (Spd, Verdi, Fpd e Cdu/Csu), la risoluzione ha ottenuto l’appoggio anche del partito ultra-conservatore, euroscettico e anti-immigrazione Alternative für Deutschland (AfD). Il deputato Jürgen Braun, ad esempio, ha evidenziato come «l’immigrazione di massa» sia «il problema principale che mette a repentaglio la vita ebraica in Germania». La collega di partito Beatrix von Storch, ha ringraziato i Verdi per aver adottato la posizione dell’AfD «sull’antisemitismo musulmano importato».

Eppure, solo pochi mesi prima, il principale candidato di AfD per le ultime elezioni europee, Maximilian Krah, si era dovuto dimettere dopo aver dichiarato  in un’intervista che le SS naziste «non erano tutte criminali».

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Christian Elia

Editing

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

© Ohad Zwigenberg/Getty

Condividi su

Potresti leggere anche

#TerraPromessa
Inchiesta

Due agenzie di rating Esg cambiano i criteri di valutazione a favore delle aziende coinvolte nel conflitto...

07.05.25
Angius, Elia
#TerraPromessa
Feature

Non solo Gaza. Come funziona l’occupazione della Cisgiordania

04.07.25
Siniscalco
#DisegnoNero
Inchiesta

Zemmour - Le Pen: due facce della stessa medaglia?

16.05.22
Bresson
#DisegnoNero
Inchiesta

Destre d’Italia, la sfida senza confini tra conservatori e identitari

09.05.22
Bagnoli, Riva

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube
Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}