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Come funziona la Corte penale internazionale?

La sede della Corte Penale Internazionale (Cpi) è all’Aja nei Paesi Bassi, dove si trova anche la Corte internazionale di giustizia (Cig), altra giurisdizione internazionale da non confondere però con questa. La Corte internazionale di giustizia ha la propria base giuridica nella Carta delle Nazioni Unite e il compito di risolvere le controversie tra gli Stati membri dell’Onu, che attualmente sono 193.
La Corte penale internazionale, invece, si occupa dei crimini internazionali commessi dagli individui e non dagli Stati, ed ha la propria base giuridica nello Statuto di Roma, di cui fanno parte 123 Paesi. Israele ha firmato il trattato istitutivo, ma non ha ratificato la Convenzione di Roma che istituì la Corte. Secondo la Convenzione, lo Stato che diviene parte accetta la competenza sui crimini di guerra, contro l’umanità, di aggressione e di genocidio.
La procedibilità (su iniziativa di uno Stato parte o su iniziativa del procuratore della Corte) è consentita solo quando almeno uno degli Stati coinvolti è parte della Convenzione o ha accettato la competenza della Convenzione. La Palestina rientra in questa seconda categoria dal 2015.
Il procuratore capo della Cpi – Karim Ahmad Khan, scozzese, in carica dal 2021 – del 9 novembre del 2024 è al centro di un’inchiesta interna della Corte per presunti abusi sessuali verso una sua collaboratrice, riporta l’agenzia di stampa Reuters. La notizia ha creato un certo clamore: organizzazioni internazionali come l’International Federation of Human Rights (Fidh) e la Women’s Initiatives for Gender Justice hanno chiesto le dimissioni di Khan.
È un momento particolarmente complesso per la Corte, impegnata nel più delicato caso della sua storia e sottoposta a una pressione senza precedenti. A maggio 2024, The Guardian, +972 e Local Calls hanno rivelato in una serie di inchieste come Israele abbia utilizzato la sua intelligence «per sorvegliare, hackerare, fare pressione, delegittimare e fare presunte minacce nei confronti di membri senior della Cpi nello sforzo di depistare le indagini della corte».
Khan è stato un tassello importante ma non decisivo del procedimento che ha portato a spiccare un mandato d’arresto per Netanyahu e i suoi collaboratori: ha imbastito l’istruttoria che poi però è stata convalidata dalla Camera preliminare della Corte, composta da tre giudici internazionali). È stata quest’ultima a respingere le obiezioni di competenza dello Stato israeliano.
Per approfondire l’origine del caso contro Netanyahu: L’urgenza della Giustizia. Palestina e Israele sotto le lenti del diritto internazionale
Chi è Natan Sharansky
Nato a Donetsk, nell’allora Unione Sovietica, Natan Sharansky è un matematico che nel 1986 si è trasferito in Israele prendendone la cittadinanza come è consentito a persone di religione ebraica. È stato assistente del dissidente russo Andrej Sacharov, l’uomo che prima ha contribuito a progettare la bomba all’idrogeno sovietica e che poi si è impegnato per il disarmo nucleare in aperto contrasto al regime sovietico.
Sharansky fu tra i fondatori del Helsinki Watch Group di Mosca e per questo sospettato di essere una spia. Di conseguenza, fino a tutti gli anni Settanta le autorità sovietiche gli negarono i visti per l’espatrio e lo condannarono a tredici anni di detenzione nel gulag Perm-36 in Siberia.
Grazie alle pressioni internazionali – in particolare di Israele e degli Usa – dopo dieci anni di detenzione venne estradato in Germania Ovest in cambio della liberazione di due spie sovietiche: Karl Koecher e sua moglie Ana. Lo scambio avvenne attraverso il Glienicke, passato alla storia come “il ponte delle spie”.
Dopo aver presieduto un’organizzazione di ebrei ex prigionieri politici in Urss, fondò il partito Yisrael BaAliyah, vicino al leader politico israeliano Ariel Sharon. Nel governo ha ricoperto – prima di ritirarsi dalla vita politica – le cariche di vice primo ministro di Sharon, con il quale ruppe politicamente in disaccordo con la decisione di questi di ordinare il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, nel 2005, dei coloni israeliani. I suoi interventi pubblici e i suoi libri sono ritenuti una delle basi della linea dura contro i palestinesi.
Cosa intendiamo quando parliamo di:
Antisemitismo
La parola viene usata per la prima volta nel 1879, a Berlino, nel pamphlet La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo, da una prospettiva aconfessionale dall’autore nazionalista Whilelm Marr.
È da intendersi come “odio degli ebrei” fino al 2016, quando con la nuova definizione operativa dell’IHRA perde la sua definizione originale e diventa sovrapponibile al concetto di “antisionismo”.
Antisionismo
Definisce coloro che si oppongono al “sionismo”, inteso come movimento politico e culturale nato alla fine dell’800 in Europa nelle comunità ebraiche sempre più preoccupate da pogrom antisemiti e dalla dissoluzione degli Imperi che avevano garantito in qualche modo la tutela delle minoranze.
Il teorico più famoso del sionismo (anche se ne esistono diversi) viene considerato il giornalista Theodor Herzl. Gli antisionisti accusano Israele e il movimento sionista di essere un progetto coloniale.
Revisionismo
In Italia, esiste una corrente che analizza la storia di Israele come se fosse un capitolo del Risorgimento italiano.
È un approccio sconfessato da gran parte degli storici indipendenti perché giustifica l’approccio di un progetto coloniale spacciandolo per un processo di liberazione.
Comitato nazionale palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds)
È la più grande coalizione della società civile palestinese, leader di un movimento globale e decentralizzato nato nel 2005. Con azioni non violente e con campagne mediatiche e politiche invita a non investire e a boicottare le aziende israeliane e internazionali che operano nei Territori occupati palestinesi nel 1967 e chiede sanzioni contro il governo israeliano sul modello della campagna di sanzioni contro il Sudafrica degli anni Ottanta in poi.
Gli undici punti della «definizione operativa» di antisemitismo (2016)
1.
Invitare, aiutare o giustificare l’uccisione o il danneggiamento di ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione estremista della religione.
2.
Fare affermazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate sugli ebrei in quanto tali o sul potere degli ebrei come collettività – come, in particolare ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione ebraica mondiale o del controllo da parte degli ebrei dei media, dell’economia, del governo o di altre istituzioni sociali.
3.
Accusare gli ebrei come popolo di essere responsabili di illeciti reali o immaginari commessi da una singola persona o gruppo ebraico, o anche di atti commessi da non ebrei.
4.
Negare il fatto, la portata, i meccanismi (ad esempio le camere a gas) o l’intenzionalità del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania nazionalsocialista e dei suoi sostenitori e complici durante la Seconda guerra mondiale (l’Olocausto).
5.
Accusare gli ebrei come popolo o Israele come Stato di aver inventato o esagerato l’Olocausto.
6.
Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele, o alle presunte priorità degli ebrei di tutto il mondo, che agli interessi delle loro nazioni.
7.
Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’impresa razzista.
8.
Applicando due pesi e due misure, richiedendo al popolo ebraico un comportamento che non ci si aspetta o si pretende da nessun’altra nazione democratica.
9.
Utilizzando i simboli e le immagini associate all’antisemitismo classico (ad esempio, le affermazioni secondo cui gli ebrei avrebbero ucciso Gesù o il libello di sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.
10.
Paragonare la politica israeliana contemporanea a quella dei nazisti.
11.
Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele.
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