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«Con 160 mila sterline diventi banchiere», così Formations House creava gli istituti fantasma

Nelle carte di #29Leaks le connessioni con il sistema internazionale per gli scambi di denaro.

#29Leaks

11.02.20

Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini
Gianluca Paolucci

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Riciclaggio

C‘erano la Banca Popolare Italiana (Malta) e la Banca Popolare Italiana (Cipro), entrambe nate nel 2014. La Banca La Financiere Unicredito e la Banca Generali di Provenza, una delle ultime nate nell’ottobre del 2018. D’altra parte, se per diventare un banchiere bastano meno di 160 mila sterline, è un investimento che può valer la pena. Con altri 5 mila c’era anche un bel business plan già fatto, casomai a qualcuno servisse. Perché a Formation House, la società al centro del caso di #29Leaks rivelato dai centri di giornalismo d’inchiesta OCCRP e IRPI, offrivano anche questo servizio: una banca, con tanto di licenza e codice Swift.

Proprio questo numero tra gli 8 e 11 caratteri (costo: 15 mila sterline, pagabili comodamente dopo sei mesi) è un elemento cruciale di questa storia. Swift è il sistema che permette alle banche di parlare tra di loro, ed è realizzato dall’omonima società privata con sede in Belgio partecipata da circa 13 mila banche. “È una sorta di casella di posta certificata”, spiega uno degli esperti consultati da La Stampa e IRPI. La banca che lo riceve sa che dall’altra parte c’è una sua omologa. Anche se questa banca, come in questo caso, in realtà non esiste. Fiducia, la moneta fondamentale delle transazioni finanziarie. Per questo, la vicenda degli istituti di credito fantasma connessi alla rete Swift è “attenzionata” dalle banche centrali del G10, che hanno un potere di controllo sulla stessa società.

Il codice può essere di due tipi: connesso o non connesso. Solo il primo consente dei servizi della rete Swift. Qui le banche si scambiano ordini di pagamento, trasferimenti internazionali di denaro, lettere di credito e altre informazioni.

Grazie a Formation House, hanno ricevuto il codice Swift almeno 17 banche fantasma. Riportano alla memoria il fenomeno, ben noto da anni, del cosiddetto “offshore banking”: banche che di fatto sono scatole vuote, domiciliate in paesi con un regime di controlli scarso o assente. Qui però è stato fatto un passo ulteriore: le banche fantasma operano sulla rete mondiale dei pagamenti seppur esistendo solo su carta.

Le licenze, infatti, sono state dichiarate illegali dallo stesso stato che le avrebbe in teoria emesse, il Gambia. E l’indirizzo al quale erano registrate le banche, sempre lo stesso – One Enterprise way, Enterprise Zone, Banjul -, porta a un terreno desolato a due passi dall’aeroporto della capitale. Le carte – documenti, licenze bancarie, sigilli – erano tutte fabbricate tra il 29 di Harley Street a Londra, sede di Formation House, e gli uffici operativi della società a Karachi, in Pakistan.

A cosa servono queste banche è semplice: a trasferire denaro da una parte all’altra del mondo senza far scattare i controlli antiriciclaggio o antiterrorismo. Per muovere denaro senza poter risalire alla sua provenienza servono una serie di triangolazioni ed è necessario operare al di fuori dall’area ’euro e dollaro, dove i controlli sono più stringenti. Più passaggi vengono compiuti, maggiori sono i costi, maggiori i rischi. Disporre di una connessione diretta alla rete interbancaria consente di eliminare almeno una parte di questi passaggi, abbattendo rischi e oneri, spiegano le persone interpellate.

Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini
Gianluca Paolucci

Editing

Redazione Irpi

In partnership con

La Stampa

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