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Una nuova legge per salvare i figli e le vedove bianche della mafia

“Liberi di Scegliere”, nato nel 2012 a Reggio Calabria, è ora una proposta di legge nazionale: tutela donne e figli di mafiosi con protezione e reinserimento, ma apre il dibattito sul potere dello Stato di decidere il destino dei minori

20.05.26

Giulia Penta

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Siglato nel 2012 a Reggio Calabria, il protocollo Liberi di Scegliere ha posto le basi per la tutela delle donne dei boss e dei minori coinvolti in processi per criminalità organizzata o figli di soggetti indagati per reati di mafia attraverso percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, dai laboratori di educazione civica ai corsi di formazione, fino alle attività sportive e culturali.

Il cuore del programma risiede però nell’adozione di provvedimenti de responsabilitate, ossia la possibilità da parte della giustizia minorile di allontanare i figli dalle “famiglie maltrattanti” facendo decadere o limitando la genitorialità, attraverso l’affidamento del minore ai servizi sociali o comunità protette in altre regioni rispetto a quella di nascita. Alle donne che vogliano lasciare un contesto di criminalità senza per questo diventare collaboratrici di giustizia, verrebbero invece garantite sicurezza e assistenza economica durante la fase del trasferimento.

Brusca, Provenzano, Riina in Sicilia, De Stefano, Piromalli, Molé in Calabria e Giugliano in Campania sono stati ragazzi in un contesto che li ha condotti all’ascesa criminale. Un destino che nelle ‘ndrine si tramanda di padre in figlio, a cui è difficile sfuggire.

Fino al 2024 il protocollo era in vigore solo nella provincia di Reggio Calabria, poi esteso su scala nazionale coinvolgendo altri uffici giudiziari: Catania, Napoli e Palermo, tra i territori a più alta densità mafiosa.

Oggi è diventato una proposta di legge nazionale bipartisan. Presentata a gennaio alla Camera da Chiara Colosimo (FdI), presidente della Commissione parlamentare antimafia, e dalla senatrice Enza Rando (Pd), secondo il calendario dei lavori dell’Assemblea dovrebbe essere discussa martedì 26 maggio per il passaggio al primo ramo parlamentare. La legge, in dodici articoli, introdurrebbe l’obbligatorietà di alcune misure, finora rimaste facoltative o accordate ai soli collaboratori di giustizia, dalla sospensione o decadenza della responsabilità genitoriale «quando la genitorialità sia tradita», al collocamento in una situazione protetta o in affidamento, all’assistenza economica anche dopo il trasferimento, al supporto pedagogico e psicologico, al reinserimento scolastico, fino all’utilizzo di documenti di copertura e dal cambiamento di generalità.

Ne abbiamo parlato con Roberto Di Bella, il giudice messinese che immaginò per primo Liberi di Scegliere da presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ora alla guida degli uffici di Catania dove tra il 2020 e il 2021 ha firmato 12 provvedimenti di decadenza dalla responsabilità genitoriale per minori provenienti da famiglie di Cosa Nostra.

Una sottocultura di sangue che scrive il futuro

La ‘ndrangheta non si sceglie, si eredita. Nascere in seno alla mafia significa aderire sin dalla nascita a un sistema di valori e rigidi codici comportamentali. Per la ‘ndrangheta in particolare, è il familismo a essere fondativo, nella convinzione che il vincolo di sangue sia sacro. Gli interessi del nucleo familiare riducono così a mero ostacolo il senso civico, le istituzioni, il riguardo per la vita altrui. Scrive Roberto Di Bella nel suo libro Liberi di Scegliere: «La ‘ndrangheta era riuscita a costruire una subcultura di violenza, sopraffazione, collusione che si propagava per contagio e riproduceva i suoi codici come gli unici possibili nelle relazioni tra le persone».

Giudice minorile dal 1993, Di Bella ha conosciuto l’impotenza dello Stato dopo dolorosi processi, incarcerazioni e altrettante morti violente. Mogli e figli sono le prime vittime endemiche della mafia, poiché permettono alla subcultura di prosperare, e le sono utili: le donne sono spesso incensurate, per cui intestare loro un bene è un ottimo espediente per evitare che venga sequestrato, mentre i minori di 14 anni non sono perseguibili penalmente.

L’amore materno: ricatto e libertà

Dal 2012, tra Reggio Calabria e Catania, più di 200 minori sono entrati nel percorso di tutela di Liberi di Scegliere, insieme a loro anche 34 donne, di cui 7 diventate collaboratrici di giustizia. «Il disegno di legge arriva dopo quasi 14 anni dall’inizio del progetto. Inizialmente abbiamo ricevuto molte critiche – racconta Di Bella – ci accusavano di fare confische di figli, deportazioni di minori».

Se le prime lettere che dal 41 bis raggiungevano il magistrato chiedevano «Chi tutela mio figlio da chi vuole tutelarlo?» o «Non permetta, signor presidente, che i miei figli vengano sradicati dal luogo in cui vivono e debbano analizzare – ancora in tenera età – le fragilità del padre e tutte le problematiche che lo tengano lontano da loro!», ci sono però stati anche casi diametralmente opposti, e già tre importanti boss hanno chiesto di inserire i propri figli in questo programma, per dar loro la possibilità di un futuro diverso, pur dovendo accettare che sia lo Stato a decidere del futuro dei loro figli e nipoti.

Il 24 novembre 2009, moriva a Milano Lea Garofalo, testimone di giustizia, uccisa dal suo ex compagno, Carlo Cosco, boss ‘ndranghetista di Petilia Policastro. Lea aveva deciso di recidere i legami con i codici della ‘ndrangheta e da Milano era stata trasferita a Campobasso, all’interno del programma di protezione per i collaboratori di giustizia. Cosco però convince Lea a tornare a Milano facendo leva sull’amore per la figlia. Cosco invece la uccide e ne affida il corpo ad altre mani che in un campo vicino a Monza gli daranno fuoco per cancellare le tracce di una donna che aveva tradito la ‘ndrina. Di Bella scriverà nelle pagine della sua testimonianza: «Se entri in un percorso di legalità perdi tutto. Non hai al fianco nessuna delle persone che ti hanno visto crescere, anzi devi convivere con il senso di colpa per averle fatte finire in galera. Li odi e ti mancano».

Usare i figli come merce di scambio per far riavvicinare le donne alle famiglie è una costante, ma come racconta il magistrato «ancora una volta, è stato l’amore materno ad aprire la strada al protocollo»: quello di Antonia, originaria di una delle famiglie criminali della Piana di Gioia Tauro, e quello di Teresa legata al clan Bellocco, uccisa con un litro di acido muriatico. Come tante altre, Teresa doveva obbedire, sopportare un marito violento, non poteva uscire da sola, né avere amicizie. La storia della sua famiglia, raccontata dal giudice, segnò la prima volta che il tribunale per i minorenni di Reggio Calabria poté ascoltare le intercettazioni ambientali e telefoniche che raccontavano la quotidianità dei figli di Teresa.

Un risultato ottenuto attraverso la comunicazione diretta tra la procura ordinaria e la procura per i minorenni durante le indagini preliminari, passaggio che nel disegno di legge diventerebbe lo strumento principe attraverso il quale stabilire la decadenza, o meno, della potestà genitoriale.

Sostegni economici e nuove identità

L’estensione della possibilità di cambiare identità – oggi prevista solo per i collaboratori di giustizia – alle donne e ai minori che decidono di allontanarsi dal contesto mafioso di provenienza è tra le misure più attese. Per chi sceglie di collaborare con lo Stato, infatti, il rischio di ritorsioni è concreto: «Il rischio è soprattutto per le donne calabresi – precisa il magistrato – che scappano dalla loro terra con il rischio che i mariti riescano a risalire a loro, che le riprendano, che le uccidano, come purtroppo è già accaduto. Per i bambini che vanno a scuola è un passo importante: quando un cognome viene inserito in una banca dati, è facile dall’esterno risalire alla località, alla scuola».

La mafia prospera in contesti di povertà e disuguaglianze, ma è una holding che accumula decine di miliardi all’anno grazie alle giurisdizioni opache di importanti istituti offshore e complesse strutture societarie fantasma. Per i figli dei grandi boss, questo può garantire grandi possibilità e vantaggi. Tuttavia, per i soggetti distanti dai vertici, l’eredità di un cognome mafioso porta con sé, soprattutto per le donne, anche dipendenza economica e abbandono scolastico, due elementi che la nuova proposta di legge promette di compensare.

Tra le novità introdotte dal disegno di legge figurano finanziamenti inediti destinati alle madri e ai loro figli. Fino al 2024, i fondi erano inesistenti: l’unico sostegno al progetto arrivava dalla Conferenza episcopale italiana, poi affiancato da fondi ministeriali. Tuttavia, secondo il magistrato, anche questi fondi non sarebbero sufficienti per tutelare le vittime: «Per tenere un ragazzo fuori dal suo contesto servono almeno 100 euro al giorno pro capite», racconta a IrpiMedia Roberto Di Bella. Servono fondi che coprano la scolarizzazione, la formazione professionale, l’alloggio, le spese sanitarie, l’università, l’accesso a mutui e prestiti bancari a tasso agevolato. «So che la Ragioneria generale dello Stato ha previsto una dote economica importante, ma al momento è un’informazione riservata».

La legge renderebbe inoltre obbligatori i circuiti comunicativi tra le direzioni distrettuali antimafia e gli uffici minorili: «Il tribunale per i minorenni può intervenire se abbiamo le segnalazioni da parte delle divisioni competenti. La presenza di una legge che obblighi tutte le direzioni antimafia a comunicare la presenza, all’interno delle famiglie, di comportamenti violenti nei confronti dei minori rappresenta un passo avanti fondamentale», conclude Di Bella.

Dal mito alla droga nascosta nel passeggino

La mafia si nutre anche del suo stesso mito, della promessa di welfare che veicola, in territori dove la legalità appare come una strada in salita per il proprio futuro. «A Catania – racconta Di Bella durante un’audizione tenutasi a marzo 2024 davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie – i ragazzi hanno ancora il mito di Nitto Santapaola (morto a 87 anni nel carcere di Opera a Milano a marzo di quest’anno, ndr), il “cacciatore”, nel quartiere di San Cristoforo». Spezzare questa narrazione eroica è difficile, ma quando le madri riescono ad allontanarsi dal contesto criminale portando con sé i figli, il “mito” subisce un bel colpo, e l’organizzazione mafiosa nel suo complesso perde di credibilità.

La realtà dei figli di mafia è prigioniera dei cognomi ereditati, spesso confinata in orizzonti di crescita limitati o in carcere: «Sono ragazzi che non vanno a scuola – prosegue il giudice – bambini anche di 6-7 anni che vengono già portati dai genitori durante le transazioni. Quando durante le investigazioni sento il boss mafioso che si vanta delle velleità in pectore del proprio figlio dicendo che da grande farà il killer, non solo voglio intervenire giuridicamente, ma voglio intervenire anche per affermare la presenza dello Stato per quel bambino che il killer non l’avrebbe voluto fare, se non condizionato in maniera costante, quotidiana, massiccia».

Sebbene delineata come misura da attuarsi in extrema ratio, nella bozza del disegno di legge la decadenza o sospensione della genitorialità viene presentata come il «frutto di un avanzato orientamento giurisprudenziale».

Il protocollo Liberi di Scegliere, trasformato in legge, diventerebbe un ulteriore strumento di contrasto alla criminalità organizzata di cui il nostro ordinamento si va a dotare, ma come per altre misure ritenute “estreme” (come il regime carcerario del 41-bis) esiste certamente il rischio di violazione dei diritti umani nella sua applicazione.

Lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro aveva mosso alcune critiche al protocollo: «Se dovessimo allontanare i figli ogni volta che l’ambiente familiare è criminogeno, non solo la Calabria ma molte altre regioni italiane vedrebbero migliaia di ragazzi in movimento verso luoghi ritenuti immuni dal fenomeno mafioso. Don Ciotti ci ha insegnato che occorre restare lì dove il fenomeno mafioso è endemico e contrastarlo con iniziative di risanamento dell’ambiente, che coinvolgano i giovani, alla luce del sole […]».

Con il protocollo Liberi di Scegliere lo Stato si dota di uno strumento estremamente utile per garantire protezione alle mogli e ai figli dei mafiosi, ma rischia anche di arrogare a sé stesso la libertà “di Scegliere” il destino di questi minori. Sicuramente l’appartenenza alla mafia è qualcosa che si eredita in famiglia, ma è anche frutto delle carenze socio-economiche delle regioni dove è nata, dove ha ancora le sue roccaforti e dove trova molte delle sue reclute.

Il lavoro del giudice Di Bella, oltre a offrire a centinaia di persone una concreta possibilità di uscire da un contesto di oppressione e di violenza, ha il merito di affrontare il problema dell’ambiente criminogeno in cui il fenomeno mafioso si sviluppa, ma resta un dovere incompiuto dello Stato portare non solo legalità, ma anche lavoro e sviluppo nelle regioni dove le mafie sono ancora padrone.

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Crediti

Autori

Giulia Penta

Editing

Giulio Rubino

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