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Sedici anni di condanna a Antonello Lovato per la morte di Satnam Singh. Ma la sentenza non ferma i padroni

La Corte d’Assise di Latina riconosce l’omicidio volontario con dolo eventuale, ma nel corso del processo emergono tutti i limiti della legge contro il caporalato. Per chi denuncia le protezioni non sono sufficienti, e mancano ancora controlli e interventi tempestivi nelle aziende

09.07.26

Francesca Cicculli

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La Corte d’Assise di Latina ha condannato Antonello Lovato a 16 anni di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale per la morte di Satnam Singh, il bracciante indiano di 31 anni a cui un macchinario agricolo senza protezioni aveva amputato un braccio il 17 giugno 2024, e che Lovato aveva lasciato agonizzante in un cortile invece di chiamare un’ambulanza. La procura di Latina aveva chiesto 22 anni, ma il giudice La Rosa insieme ai giudici popolari hanno deciso di riconoscere le attenuanti generiche.

In breve

  • La Corte d’Assise di Latina ha condannato in primo grado Antonello Lovato a 16 anni di reclusione per la morte del bracciante indiano, riconoscendo l’omicidio con dolo eventuale e le attenuanti generiche
  • Ma la vicenda giudiziaria per i Lovato continua: sono infatti imputati in un altro processo per sfruttamento del lavoro. La loro azienda era già sotto indagine dal 2019, ma il fascicolo è rimasto fermo per anni, mentre ricevevano oltre 131mila euro di fondi europei
  • Questo secondo processo sarà anche un ennesimo banco di prova per la legge contro il caporalato. La legge infatti, per quanto abbia dato il via a molti procedimenti giudiziari, non protegge ancora abbastanza i braccianti che devono denunciare, esponendoli al rischio di perdere il lavoro, l’alloggio e, se irregolari, di venire persino espulsi dal Paese
  • Un’altro limite della legge contro il caporalato resta ancora la sua dimensione preventiva: mancano infatti gli ispettori (solo 22 a Latina per 7.000 aziende) e il coordinamento tra gli enti di controllo

Dentro e fuori dalle aule di Latina ci si aspettava una pena esemplare come questa, capace di affermare la forza del diritto contro gli imprenditori padroni e lanciare un messaggio chiaro: chi sfrutta la manodopera fino a ucciderla viene punito.

Ma pensare che il caporalato sia stato sconfitto con questa sentenza sarebbe un errore: il sistema è vivo anche fuori dall’Agro Pontino, come dimostra la strage di Amendolara, in Calabria, dove il 1° giugno 2026 quattro braccianti — tre afghani e un pakistano, impiegati nella raccolta delle fragole tra Sibaritide e Metapontino — sono stati bruciati vivi in un’auto a cui i loro caporali avevano dato fuoco dopo che avevano chiesto lo stipendio arretrato. 

La vicenda giudiziaria di Antonello Lovato non si chiude qui. Insieme al padre Renzo è infatti imputato in un secondo processo per sfruttamento del lavoro, nato dalle denunce dei colleghi di Satnam Singh e reso possibile dalla legge 199 del 2016, che punisce il reato di sfruttamento del lavoro, l’ultimo intervento legislativo prima che la politica abbandonasse il tema. 

Ed è proprio a questo secondo processo, ancora in corso, che bisogna guardare per capire se la 199 sta funzionando per contrastare il caporalato e se il sistema normativo e giudiziario italiano sia in grado di evitare che quanto accaduto a Satnam si ripeta. 

L’incidente mortale sul lavoro di Satnam Singh: la ricostruzione processuale

Il processo aperto il 1° aprile 2025 ha ricostruito nel dettaglio non solo l’incidente, ma tutto ciò che è accaduto dopo. Satnam Singh era arrivato in Italia nel 2021 e da due anni lavorava in nero per l’azienda di Antonello e Renzo Lovato a Borgo Santa Maria.

Il 17 giugno 2024, mentre riavvolgeva i teli di plastica delle coltivazioni con un macchinario artigianale privo di ogni protezione, resta impigliato nel meccanismo, che gli amputa un braccio e gli procura numerose altre gravi lesioni. Invece di chiamare i soccorsi, Lovato lo carica agonizzante sul furgone con il braccio reciso riposto in una cassetta per ortaggi; lo trasporta a casa sua e lo abbandona nel cortile con la moglie Soni Soni. I soccorsi arrivano solo un’ora dopo l’incidente, chiamati dai vicini. Satnam muore due giorni dopo al San Camillo di Roma. Lovato viene arrestato il 1° luglio 2024, inizialmente per lesioni colpose e omissione di soccorso, poi per omicidio volontario con dolo eventuale.

A ricostruire i momenti immediatamente successivi all’incidente è stato soprattutto Ilario Pepe, il vicino che ospitava Satnam e Soni: racconta di aver visto Lovato arrivare con il bracciante in braccio, sentendolo dire «si è tagliato» e «non ce l’ho in regola». I carabinieri trovano l’attrezzo dell’amputazione gettato nella vegetazione, lontano dal luogo, e il furgone ripulito dal sangue.. La difesa ha sostenuto che Satnam sarebbe morto comunque per i politraumi, ma i medici sentiti in aula, dal 118 agli anestesisti del San Camillo, hanno concordato che si sarebbe probabilmente salvato con un soccorso tempestivo.

Nella requisitoria del 23 giugno 2026 l’accusa ha sottolineato come Satnam sia stato trattato «non come una persona da salvare, ma come un problema di cui liberarsi», chiedendo 22 anni di reclusione senza attenuanti: una richiesta che la Corte d’Assise ha accolto parzialmente, riconoscendo le attenuanti e condannando Lovato a 16 anni di reclusione.

Fino all’ultima udienza, l’imputato ha sostenuto di non aver mai voluto provocare la morte di Satnam Singh e ha respinto l’accusa di omicidio doloso.

La difesa di Lovato ha dichiarato che farà appello alla Corte d’Assise di Roma.

Una buona legge contro i padroni 

La storia della legge 199 inizia dagli scioperi di Nardò del 2011, quando 400 braccianti africani incrociarono le braccia contro paghe di tre euro e mezzo: dopo quella protesta venne introdotto il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (603-bis), senza però che venissero analizzate le responsabilità degli imprenditori nel sistema di sfruttamento.

Poi, nel 2015, la morte di Paola Clemente apre un dibattito importante nel Paese, non solo istituzionale, ma anche sociale e sindacale. «Probabilmente perché era morta un’italiana, una donna, una di noi, e non una di loro», commenta provocatoriamente a IrpiMedia Marco Omizzolo, sociologo Eurispes e promotore di uno sciopero a Latina che fece da spartiacque: il 18 aprile 2016, cinquemila persone scesero in piazza; alcuni occuparono le aziende o bloccarono i furgoni della grande distribuzione, l’esposizione mediatica arrivò fino ai programmi nazionali e sette mesi dopo, a novembre 2016, la legge 199 entrò in vigore.

«La legge per la prima volta ha previsto, in materia di sfruttamento del lavoro, un sistema preventivo e un complesso sistema repressivo», spiega a IrpiMedia il magistrato Bruno Giordano. Sul piano repressivo, la legge, pur non aggravando le pene del 603-bis, sposta la responsabilità penale dal solo caporale anche al datore di lavoro. Introduce la confisca obbligatoria dell’azienda in caso di condanna o patteggiamento e, già nel corso del procedimento, in alternativa al sequestro previsto già dal codice penale, il controllo giudiziario dell’impresa. Sul piano preventivo, la legge istituisce la Rete del lavoro agricolo di qualità, un elenco a cui le aziende possono iscriversi volontariamente per certificare il rispetto dei contratti e delle norme di sicurezza. 

A chiedere la responsabilità penale del datore, non solo del caporale, sono stati gli stessi braccianti, ricorda Omizzolo: «Il caporale è spesso un connazionale, a volte dentro una rete parentale. Per loro il problema non era lui, che era più un mediatore, ma il datore di lavoro». È l’imprenditore italiano, infatti, a dare gli ordini ai caporali, ed è sempre il padrone ad arricchirsi sfruttando la manodopera straniera.

Un sistema repressivo che funziona, uno preventivo che non decolla

Dopo dieci anni dall’entrata in vigore della legge, è possibile fare un bilancio sulla sua efficacia. ⁠⁠«Il sistema repressivo sta funzionando: in tutta Italia ci sono centinaia di processi per il 603-bis», uno strumento che ha fatto emergere lo sfruttamento non solo nei campi ma, nota ancora Giordano, «dai laboratori della filiera della moda sino ai cantieri edili, nella logistica, nell’edilizia, nel turismo, nei servizi alla persona».

Il fronte preventivo, invece, «non ha funzionato, perché non si sono applicati i controlli nei luoghi di lavoro», spiega il magistrato. Pesa la mancanza di risorse umane — a Latina, per esempio, per 7000 aziende ci sono solo 22 ispettori del lavoro — ma anche la frammentazione dei controlli, affidati in primo luogo all’Ispettorato nazionale del lavoro, ma anche a carabinieri, Inps, Inail, Asl, guardia di finanza e autorità giudiziaria, ognuno con una sua competenza e che raramente si coordinano per azioni comuni. 

Anche la Rete del lavoro agricolo di qualità non è mai decollata. Un’azienda si iscrive solo se le conviene, ed è un’iscrizione facilmente aggirabile distribuendo la produzione su più partite Iva della stessa famiglia, in modo che l’eventuale esclusione di una non tocchi le altre.

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Sequestri, confische e amministrazione giudiziaria non si applicano sempre, né in modo tempestivo: nel caso Lovato, il controllo giudiziario dell’impresa è iniziato solo sette mesi dopo la morte di Satnam, attivato dal secondo filone d’indagine nato dalle denunce dei colleghi del bracciante, che ha poi dato origine al processo per sfruttamento del lavoro. Ma quel filone non era il primo: Renzo Lovato risultava già indagato per caporalato dal 2019, insieme ad altre quindici persone, in un fascicolo che nel giugno 2024 non era ancora arrivato davanti a un giudice. Nel frattempo l’azienda ha continuato a operare e Lovato, secondo fonti giornalistiche, avrebbe incassato oltre 131mila euro di fondi europei negli ultimi otto anni. La prima udienza del processo per sfruttamento è fissata per il prossimo ottobre.

Inoltre, la 199 agisce a valle e finora non si è dimostrata un vero deterrente per i datori di lavoro né una garanzia di protezione per chi viene sfruttato. Denunciare resta difficile, nonostante dal 2024 esista un permesso di soggiorno speciale per qualsiasi vittima di sfruttamento che denunci il datore di lavoro o collabori con le indagini. Ma non è detto che i braccianti conoscano questa possibilità. E anche chi la conosce si scontra con un paradosso: il permesso di soggiorno speciale non è un diritto collettivo che si estende a tutti i lavoratori sfruttati. Se un bracciante irregolare denuncia e fa partire un’inchiesta che rivela altri lavoratori irregolari e sfruttati, questi non ottengono automaticamente la protezione, ma devono a loro volta denunciare o fornire un contributo utile alle indagini. Chi non lo fa resta esposto alle regole della Bossi-Fini e del Testo Unico sull’immigrazione che prevedono l’espulsione. Come segnalano la Flai Cgil e l’Osservatorio Placido Rizzotto, è inoltre prassi diffusa che la segnalazione per soggiorno irregolare non venga sospesa in attesa del permesso di soggiorno speciale, facendo scattare invece le pratiche di espulsione. 

Prevenire è meglio che curare: perché il processo non basta

Il caporalato è una realtà stratificata, fatta di rapporti di potere, barriere linguistiche, paure e fragilità che rendono difficile per i braccianti affrontare un’aula di tribunale e le sue regole rigide, indispensabili per accertare le responsabilità penali, ma incapaci di fotografare fino in fondo lo sfruttamento, a volte segnando l’esito dei processi. 

La condanna di Lovato arriva alla fine di un dibattimento dove accusa e difesa sono state impegnate a definire se l’omicidio di Satnam sia stato colposo o doloso: categorie che riguardano l’intenzione di Lovato rispetto alla morte del lavoratore, un punto cruciale nella definizione del crimine commesso, ma che non danno pienamente conto della gravità dello sfruttamento subito da Satnam.

Subito dopo l’incidente, Lovato ha completamente disumanizzato la persona che lavorava per lui, l’ha trattata da padrone fino in fondo, del suo corpo oltre che del suo lavoro, tanto da decidere di scaricarla davanti a casa come un rifiuto di cui liberarsi. Un testimone in aula ha raccontato che, alle richieste di portare Satnam in ospedale, Lovato avrebbe risposto: «È morto, è morto, dove lo butto?»

«Sarebbe morto comunque, anche se fosse stato soccorso prima, perché aveva lesioni multiorgano», hanno sostenuto gli avvocati dell’imputato: un argomento tecnico, sul piano del nesso causale, che nella sostanza ha ridotto Satnam a un corpo già condannato, disumanizzandolo una seconda volta.

Una condanna per omicidio non basta a condannare il caporalato, né a risolverlo. Anche per questo i Lovato sono imputati in un procedimento per sfruttamento del lavoro, nato dalle denunce dei braccianti impiegati nell’azienda dove Satnam ha trovato la morte.

Ma ricostruire in aula cosa succede davvero nei campi — chi comanda, chi obbedisce, chi ha paura di chi — è comunque un’operazione lenta, incerta e condannata a restare parziale. Le testimonianze stanno ricostruendo uno sfruttamento sistematico: paghe di 5,50 euro l’ora contro i 7-10 del contratto collettivo per gli operai agricoli di Latina; turni di otto-nove ore senza riposo settimanale; nessuna formazione sulla sicurezza; assenza di servizi igienici nei campi; decurtazioni della paga come punizione per presunta lentezza. Ma i braccianti spesso faticano in tribunale a dare testimonianze efficaci secondo le categorie rigide del processo penale. 

I lavoratori indiani non conoscono l’italiano; le testimonianze sono sempre filtrate da un intermediario. «Per anni si è preso il primo indiano che parlava bene l’italiano e lo si è portato dentro a fare da mediatore. Nel 90 per cento dei casi, quella prima persona che passava era il caporale o un trafficante di uomini, che noi abbiamo professionalizzato come mediatore», racconta Marco Omizzolo. Oggi si è passati alle seconde generazioni, che parlano italiano e punjabi ma non il lessico tecnico del fenomeno — la differenza tra caporalato, sfruttamento, busta paga — producendo «una standardizzazione della traduzione, molto pericolosa».

La prevenzione invocata dalla 199 dovrebbe passare anche dall’insegnamento della lingua e dei propri diritti: senza gli strumenti per capire non solo come si rinnova un permesso di soggiorno, ma cosa sia un processo, i braccianti restano privi di una mappa in cui orientarsi e ciò genera timori tali da spingerli a cambiare versione da un giorno all’altro, come le udienze del processo Lovato hanno dimostrato: testimoni che si correggono, che sfumano, che sembrano non ricordare più ciò che avevano già riferito ai carabinieri.

Un ulteriore ostacolo è la paura. Le udienze sono pubbliche e non esiste alcun filtro all’ingresso per i familiari degli imputati o per gli appartenenti ai gruppi criminali che controllano il territorio, i quali potrebbero esercitare pressioni sui testimoni. Nell’ultima udienza a giugno, la procuratrice aggiunta Luigia Spinelli si è assicurata che nessuno seguisse il testimone fuori dal tribunale e lo minacciasse.

Ma la paura assume anche altri contorni: «Il testimone teme di essere sostituito, il giorno in cui va a deporre, da un altro bracciante e che si costruisca, con quella sostituzione, una relazione di fiducia tra il nuovo lavoratore e il caporale o il padrone», spiega Omizzolo. Il lavoratore teme che questa sostituzione possa impedirgli di rinnovare il permesso di soggiorno e compromettere l’intero progetto migratorio. A questa fragilità si somma, secondo il magistrato Bruno Giordano, la mancanza di una tutela effettiva dopo la denuncia: «Molte persone quando denunciano perdono sia il lavoro che la casa, e quindi hanno un’ulteriore paura, un ulteriore bisogno».

Il peso, oggi, è tutto spostato sui braccianti: è a loro che si chiede di ricordare con precisione, di non contraddirsi, di essere credibili davanti a un tribunale che parla una lingua e una logica che non sono le loro. Mentre il sistema giudiziario resta impreparato a raccogliere quella testimonianza, fuori dalle aule i controlli nelle aziende continuano a mancare e sulla prevenzione, di fatto, non si fa ancora nulla. «Lo Stato dovrebbe dimostrare di avere più coraggio delle persone e non chiedere a una vittima di essere più coraggiosa dello Stato», commenta Giordano.

Non ci si può cullare in un ottimismo normativo, come sosteneva il sociologo Franco Ferrarotti, né in uno giudiziario, per cui fatta la norma, o avviato il processo, il problema si considera risolto: prima di Satnam sono morte persone in modi analoghi, e dopo Satnam è andata allo stesso modo.

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Crediti

Autori

Francesca Cicculli

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

© Anadolu/Getty

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