09.10.26
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PescaDa circa dieci anni, sulle testate locali del delta del Po, è possibile leggere titoli allarmanti come: Predoni ancora in azione nell’oasi, Con bombe e reti sui fiumi. Ecco il racket della pesca, Arrivano dalla Romania i predatori dei fiumi. Titoli che richiamano a immagini violente in cui pescatori spregiudicati provenienti dalla Romania fanno incetta, con metodi illeciti, di grandi quantitativi di pesce per venderlo poi ai mercati dell’est Europa, dove pare essere considerato una prelibatezza.
Ma per quale ragione una comunità di pescatori provenienti dal delta del Danubio sia arrivata a stanziarsi nell’ultimo decennio tra il Veneto e l’Emilia-Romagna e che tipo di conflitto si sia innescato poi nella regione, sono domande che in pochi si sono fatti.
Viaggiando così tra le geometrie dei canali che disegnano il paesaggio del delta del Po, quel che emerge è una storia ben più complessa, dove gli interessi dei pescatori sportivi italiani si scontrano con le precarie forme di sostentamento di quelli professionisti delle acque interne, sullo sfondo di economie fragili, di criminalità e di xenofobia. A pagarne il conto è soprattutto un ecosistema in crisi, dove a soffrire è principalmente la salute del delta, delle sue acque e della sua fauna.
Inchiesta in breve
- Nel delta del Po, negli ultimi dieci anni, sono aumentate enormemente le segnalazioni di bracconaggio ittico e pesca illegale. Le accuse sono tutte rivolte verso una piccola comunità di pescatori rumeni provenienti dal delta del Danubio
- La presenza di siluri e carpe, pesci senza mercato in Italia, ma molto ricercati sui mercati dell’est Europa, ha dato vita a una nuova filiera commerciale per il pesce d’acqua dolce. Purtroppo però, non sempre si pesca in modo legale
- Per il direttore del Parco del delta del Po, siluri e carpe sono specie invasive, la cui pesca andrebbe addirittura incentivata, pur combattendo il bracconaggio e i metodi altamente impattanti a cui si ricorre, come gli elettrostorditori
- Lo scontro fra pescatori professionisti rumeni e sportivi italiani invece si fa sempre più aperto, e si tinge di toni apertamente razzisti
- Tra difficoltà economiche, mercati in crisi e crescenti tensioni sociali, molti pescatori professionisti stranieri stanno valutando di fare ritorno nei luoghi d’origine
Sino al 2014, il bracconaggio ittico non è stato un fenomeno così rilevante se non in piccoli casi isolati. Ma a fronte dell’aumento dei sequestri di grandi quantitativi di pescato e delle sempre più numerose segnalazioni di bracconieri colti in flagrante, la percezione del fenomeno si è ampliata. Ogni segnalazione presenta un elemento costante: che la maggior parte dei bracconieri colti sul fatto provenga dall’est Europa e in particolare dalla Romania.
Comacchio (Ferrara), Italia. Alcuni pesci vengono recuperati da un canale che presto verrà prosciugato. Questa attività fa parte del lavoro dei pescatori volontari dell’Associazione Eurocarp, che, durante la stagione autunnale — quando i canali di irrigazione del Delta vengono gradualmente prosciugati — recuperano i pesci dai canali © Daniela Sala
«Io li chiamavo i “vampiri”, perché uscivano di notte, predavano nei canali e di giorno erano già a casa», racconta Claudio Castagnoli, ex comandante della polizia provinciale di Ferrara. «Eravamo stimolati dalle richieste dei pescatori sportivi che ci chiedevano “comandante, non troviamo più pesce: ci aiuti?”».
I pescatori sportivi correlavano già a quel tempo la presenza dei bracconieri e dei loro metodi brutali di pesca — l’utilizzo di reti illecite e di elettrostorditori — con una diminuzione importante del pesce nei canali di pesca.
L’Università di Ferrara però aveva già suggerito a Castagnoli — sotto sua richiesta — di usare cautela nel correlare i due fenomeni, in quanto «ad oggi risulta difficile provare scientificamente una relazione di causa ed effetto tra lo stato dei popolamenti ittici della provincia di Ferrara e la pressione di pesca di frodo».
Con l’aumento delle segnalazioni sul bracconaggio e dei ritrovamenti di reti illecite lungo i corsi d’acqua del ferrarese, Castagnoli ha dunque promosso la collaborazione con i volontari già attivi nella vigilanza del territorio per supportare le indagini.
Questi volontari sono principalmente pescatori, membri di associazioni sportive, oggi organizzati come Guardie giudiziarie ittiche volontarie. Collaborano con le forze dell’ordine pattugliando quotidianamente la fitta rete di canali del delta.
In Italia, il bracconaggio ittico nelle acque interne è disciplinato dall’articolo 40 della legge n. 154 del 2016, recentemente modificato dalla legge n. 16 del 2026. L’utilizzo di corrente elettrica, sostanze tossiche o esplosivi per catturare il pescato costituiscono reato e sono punite con l’arresto da due mesi a due anni o con un’ammenda che va dai 2,000 ai 12,000 euro.
Altre violazioni restano invece soggette a sanzioni amministrative che possono arrivare a 6,000 euro. La legge prevede il sequestro e la confisca del pescato, delle attrezzature di pesca e dei mezzi di trasporto.
Porto Viro (Rovigo), Italia. Un pescatore all’asta del mercato di Donada sta vendendo il siluro che ha pescato durante la notte insieme al suo collega © Daniela Sala
Secondo M., membro dell’associazione Eurocarp e dal 2021 guardia ittica volontaria, le sanzioni sono troppo lievi: «La normativa non basta, ha dei buchi», commenta, «perché i bracconieri trovano le loro vie d’uscita, gettando gli elettrostorditori o le reti, ma riescono comunque a portare via dieci quintali di pesce in auto».
Un nuovo mercato
L’arrivo dei pescatori nel delta del Danubio, dalla Romania, non ha portato però solo bracconaggio, anzi. Specialmente le specie più invasive che vivono nel Po infatti, non hanno altri predatori naturali e sono considerati un problema per la biodiversità del fiume.
Sono proprio queste le specie più ricercate che vanno a rifornire i mercati dell’est Europa, e anche per gli italiani che lavorano nei mercati del pesce di zona, si è aperto un nuovo canale di esportazione.
A soffrire della presenza dei bracconieri sono quindi soprattutto i pescatori professionisti (rumeni o meno) che operano nella legalità. Denunciano infatti non solo condizioni di lavoro molto precarie, ma anche una crescente xenofobia nei loro riguardi, sospinta soprattutto dai media.
«Quando sentono che sei rumeno, gli italiani impazziscono. Ci chiamano i “vampiri”» , racconta C., pescatore rumeno di cinquant’anni. È arrivato in Italia nel 2004 e prima di allora ha pescato per quasi vent’anni nel delta del Danubio, in Tulcea — un’area tra le più colpite dal degrado ambientale e dalla crisi della pesca.
«Sono venuto in Italia perché in Romania non puoi sopravvivere come pescatore. I politici hanno distrutto il delta del Danubio dopo la caduta del regime comunista», racconta a IrpiMedia. «Se vedessi come era allora… Oggi, gli amici dei politici hanno il controllo di tutto. Hanno ottenuto le concessioni e senza di loro non puoi fare nulla, devi pagarli per sopravvivere. Siamo troppo piccoli per affrontarli».
C. racconta inoltre di essere stato bersaglio di alcune guardie volontarie: «Sono stato inseguito da molte guardie volontarie e ho iniziato ad avere problemi già nel 2018, dopo che alcuni articoli della stampa mi accusavano di essere un bracconiere. Ma io ho tutti i documenti. Le guardie volontarie mi inseguivano quando tornavo dai canali».
Lo scontro continuo fra pescatori sportivi e professionisti è uno degli elementi che contribuisce a spingere molti a pescare dove non potrebbero, utilizzando metodi illeciti. C. si lamenta che gli «fa male vedere pesci uccisi dagli elettrostorditori, così perdiamo tutti».
Al centro di questa crisi c’è ovviamente la contesa del pesce, risorsa fondamentale sia per i pescatori di professione che per il comparto della pesca sportiva. Siluri, carpe e lucioperca non hanno mercato in Italia ma con l’arrivo dei pescatori rumeni, i commercianti e i mercati locali hanno colto un’opportunità di business, aprendo una nuova filiera con i mercati dell’est Europa.
In assenza di statistiche ufficiali, la produzione di pesce d’acqua dolce viene stimata dal più recente Osservatorio della Pesca della Regione Veneto sulla base dei volumi sbarcati nei mercati ittici locali. Il trend è in costante crescita, sostenuto anche dalla domanda proveniente dai paesi dell’est Europa.
Ad esempio, nel 2024 la produzione ha raggiunto circa 658 tonnellate, quando nel 2015 si fermava a sole 243 tonnellate. La carpa rappresenta circa la metà del pescato complessivo: 333 tonnellate nell’ultimo anno, seguito dal siluro con 198 tonnellate. Sono aumentati dunque anche gli incassi: dai circa 692mila euro del 2015 si è passati agli attuali due milioni di euro.
La carpa e il siluro, oltre a essere le specie più redditizie, sono anche tra le più presenti nelle acque del delta del Po. Un’anomalia divenuta però tipicità. Il delta italiano è ormai casa di numerose specie invasive che ne hanno cambiato completamente l’habitat.
Porto Viro (Rovigo), Italia. Le cassette di siluro acquistate da un compratore al mercato di Donada sono pronte per essere caricate su un camion © Daniela Sala
Il siluro, ad esempio, è un pesce vorace e privo di predatori naturali, che ha contribuito a ridurre drasticamente la diversità faunistica delle acque: vive nei fondali, può raggiungere i due metri e mezzo di lunghezza, pesare anche 130 chilogrammi e vivere fino ad ottant’anni. Un pesce il cui controllo, sfruttamento o addirittura eliminazione — insieme a quello di altre specie invasive — è nel dibattito scientifico da decenni.
L’ecosistema minacciato del Delta del Po
A Comacchio, in provincia di Ferrara, si chiude la sagra dell’anguilla, evento storico che celebra il secolare legame tra l’anguilla e il territorio comacchiese. Una sagra che resiste sebbene l’Anguilla anguilla o anguilla europea, sia a rischio di estinzione.
Dal suo ufficio, Marcello Costa, direttore del Parco del delta del Po Emilia-Romagna, elenca i pesci autoctoni scomparsi o in via d’estinzione nelle acque del delta del Po. Oltre l’anguilla, la cui presenza negli ultimi trent’anni è diminuita del novanta per cento, la lista dei pesci a rischio è ampia e tra le cause della loro scomparsa è proprio la presenza massiva di specie aliene. «La lista delle specie esotiche è impressionante. Oggi, quasi il novantacinque per cento dei pesci presenti nel fiume e nei suoi bracci è alloctono, ovvero di origine esotica», spiega Marcello Costa.
Un trend confermato dal più recente European Red List of Freshwater Fishes che afferma che quasi la metà dei pesci d’acqua dolce europei è a rischio di estinzione. I fattori alla base del declino sono molteplici e spesso si sovrappongono. La modifica degli habitat, sotto forma di dighe e altre barriere fisiche rappresenta la minaccia più diffusa. L’inquinamento impatta più del 65% delle specie, mentre le specie invasive ne minacciano ben il 56%.
Diversi studi affermano che le prime segnalazioni di siluro in Italia risalgono al 1956 nel fiume Adda, un affluente di sinistra del medio corso del Po, probabilmente fuggito da stagni locali di pesca sportiva. Le temperature favorevoli dell’acqua hanno facilitato la diffusione del pesce nei tratti inferiori del Po.
Il tasso di crescita del siluro è risultato essere più elevato rispetto a quello delle popolazioni dei bacini dell’Europa orientale, dove è autoctono. Le pressioni ecologiche del grande predatore e di altre specie esotiche come la carpa comune e la brema comune, hanno omogeneizzato gli habitat delle acque del delta, impoverendolo.
«Se non fosse per il fatto che, in alcuni casi, chi pesca in acque interne utilizza dei metodi di pesca molto impattanti, come ad esempio l’elettropesca, la semplice cattura di queste specie è una cosa benemerita, nel senso che andrebbe incentivata per legge», afferma Marcello Costa.
«I siluri che vengono pescati dai pescatori dilettantistici o anche da quei pochi di mestiere che esercitano nelle acque interne non possono essere rilasciati in natura. Posso mangiarlo, posso anche buttarlo via, ma non posso rimetterlo in acqua. Purtroppo i nostri pescatori sportivi questa cosa spesso non la fanno», continua.
Marcello Costa chiarisce che «sicuramente il bracconaggio va comunque perseguito: la pesca senza le autorizzazioni necessarie e con metodi non consentiti, non deve essere permessa né può essere neanche premiata. Ma andrebbe forse rivista la norma per permettere a chi vuole fare questo tipo di pesca nel modo più sostenibile possibile di farlo».
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Uno studio del 2013 affermava già che il contenimento si sarebbe dovuto concentrare sul siluro e che «una strategia alternativa sarebbe un programma controllato di pesca commerciale» e che tale strategia «è stata recentemente rafforzata dall’aumento della domanda e del prezzo all’ingrosso del siluro nei mercati dell’Europa orientale».
Non a caso, nello stesso periodo, per via della crisi della pesca nel delta del Danubio, molti pescatori provenienti dalla Tulcea hanno trovato casa negli altri delta europei, compreso quello padano, dove sono presenti i pesci pescati nelle loro zone di origine. E i mercati ittici già esistenti si sono adeguati a questa nuova filiera.
Il mercato ittico di Donada, alle porte di Porto Viro, in provincia di Rovigo, fa da ponte fra l’Italia e la Romania. Gestito dalla Cooperativa Pescatori Eridania, è il più antico del delta: nato nel 1937, è il principale mercato a trattare pesce d’acqua dolce.
È qui che alle prime luci dell’alba, numerosi pescatori rumeni, italiani e cinesi, provano a vendere il loro pesce; ed è qui che le associazioni di pesca sportiva e le guardie ittiche volontarie puntano il dito, come luogo di snodo del contrabbando di pesce bracconato.
All’alba, lo spiazzo del mercato si riempie di furgoncini carichi di pesce. Un pescatore italiano scarica un bidone di plastica che contiene un enorme siluro raggomitolato su se stesso. Altri pescatori si avvicinano, incuriositi dalla stazza della preda.
«È stata una battaglia» commenta il pescatore, stanco e fiero. Arrivano altri furgoni e in breve all’ingresso del mercato si sente un parlottio in italiano e rumeno. Il pesce viene caricato su dei contenitori in polistirolo, divisi per tipo. Nelle tribune sono già seduti i commercianti. L’asta sta per cominciare.
L’asta del mercato di Donada funziona a ribasso: l’offerta parte da un prezzo stabilito in base ai valori correnti di mercato, e gli acquirenti — esportatori o grossisti — interrompono l’asta quando decidono di acquistare. Il pescato viene pesato su una bilancia a terra e poi esposto su un bancone.
L’astatore dà il via e il valore della base d’asta segnato sul tabellone digitale comincia a calare. Scende così tanto che i pescatori in attesa del loro turno cominciano a lamentarsi. T. posa le sue carpe sulla bilancia. Il prezzo continua a scendere e un acquirente offre solo 1,60 euro al chilo.
T. comincia a imprecare e rifiuta di vendere. Ha una sola opzione però: riprovare il giorno dopo e sperare in un prezzo migliore. Se il prezzo calerà ancora si ritroverà costretto ad accettare perché il pesce andrà in malora dopo un giorno. L’acquirente lo deride: «Domani sarà ancora più basso». Lui lo insulta in rumeno e se ne va.
I pescatori si lamentano spesso di essere ostaggi dei prezzi fissati dagli acquirenti. I siluri vengono solitamente acquistati a meno di 3 euro al chilogrammo, rendendo molto difficile guadagnarsi da vivere.
V. proviene da Murighiol, nel distretto di Tulcea. Posa il suo siluro sulla bilancia e il prezzo comincia a scendere. Si ferma a 2,70 euro al chilo. Inizia a supplicare l’acquirente di arrivare almeno a tre euro. L’acquirente rifiuta.
Dopo l’asta, V. si sfoga, chiedendo se i commercianti comprendano davvero quanto sia duro fare il pescatore in acque interne. Si lamenta che in Italia è molto difficile lavorare e che sarebbe molto importante che i rumeni riuscissero a unirsi e creare un sindacato.
Ostellato (Ferrara), Italia. Stivali ed esche fuori dalla tenda montata da Christian e Davide lungo il Canale Circondariale, dove stanno campeggiando per pescare © Daniela Sala
«Ma è difficile», afferma, «siamo in competizione tra noi. Ho aiutato la maggior parte dei ragazzi che sono venuti qui a ottenere i documenti e le licenze, ma no, non vogliono unirsi». Come C., anche gli altri pescatori si lamentano sul peggioramento generale delle condizioni della pesca. Si allineano però in un’accusa: «Il problema principale è la Fipsas», dicono.
Le Nuove Leggi Rivendicate Dai Pescatori Sportivi
In un’intervista del gennaio 2024, Cristian Farabotin, ex presidente della Cooperativa Pescatori Eridania commenta con sarcasmo le chiusure di alcuni tratti di acque interne per la pesca professionale: «È brutto da dire, ma quando si va alle urne i pescatori professionisti sono circa 200 mentre i pescatori sportivi sono, solo in Veneto, circa ottantamila. Hanno un peso e un’influenza completamente diversi».
In realtà i numeri sono diversi, anche se la proporzione resta valida: i tesserati Fipsas in Veneto sono infatti circa 23mila. In Veneto, la Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacquee (Fipsas), «gestisce in concessione circa cento chilometri di Po», spiega Alberto Gentile, consigliere nazionale della Fipsas
La federazione negli anni si è espressa apertamente al fine di promuovere leggi più restrittive per il contrasto al bracconaggio. «Il più grande risultato che ha portato a casa la federazione è stata la prima norma di contrasto al bracconaggio ittico, che è l’articolo 40 della legge 154 del 2016».
Sebbene questa legge avesse inasprito il contrasto al bracconaggio con multe più salate e con il sequestro e la confisca dei mezzi nei casi più gravi, il fenomeno non si è interrotto, anzi si è ampliato in altre aree d’Italia, soprattutto in Toscana, Lazio e Umbria.
«Abbiamo capito allora che non basta fissare delle sanzioni molto forti per gli illeciti: si doveva semplicemente vietare la pesca in acque interne, fatta eccezione per le zone estuariali o in alcuni laghi dove la pesca di mestiere ha sempre costituito una fonte economica importante per le comunità locali», continua Alberto Gentile.
Nel febbraio 2026, viene approvata una modifica alla legge di contrasto al bracconaggio vietando di fatto l’esercizio della pesca professionale in acque interne in tutto il territorio nazionale lasciando però possibilità alle singole regioni di introdurre deroghe locali.
La Fipsas ha sostenuto l’iter della legge fin dalle sue fasi iniziali insieme all’ex senatore della Lega Simone Bossi. Un duro colpo dunque per i bracconieri ma anche per chi pesca regolarmente e con licenza. Un duro colpo anche per i mercati locali, in particolare quello di Donada.
«Chiudendo completamente la possibilità di portare il prodotto sui banchi del pesce interrompiamo la domanda. Tu in quell’acqua non potrai più andare a pesca». Una legge dunque che si propone di proteggere la fauna ittica delle acque interne ma anche le attività della Fipsas.
Infatti, «le carpe e il siluro, rappresentano una fonte di attrazione maggiore per i pescatori sportivi e di conseguenza per il mondo Fipsas», continua Alberto Gentile. «Se non ci fossero più ciprinidi e siluri i pescatori sportivi in quelle acque potrebbero pescare poco o nulla».
Il quadro però è più complesso di così. Ad esempio, la Regione Veneto non ha rimosso le norme regionali relative alle specie alloctone invasive individuate dalla Carta Ittica Regionale, precisando che gli esemplari di queste specie catturati da un pescatore professionista possono comunque essere commercializzati.
La disciplina riguarda però le specie classificate come «alloctone invasive» tra cui rientrano, ad esempio, i siluri e le carpe, ovvero i pesci più ricercati dai pescatori rumeni. La nuova legge circoscrive sempre più l’agire dei pescatori innescando un corto circuito: da un lato il professionista che pesca legittimamente ma che vive nel rischio di essere travolto da narrazioni che lo dipingono come un predone; dall’altra una minoranza che continua ad agire nell’illegalità e nel bracconaggio — spostandosi anche in altre regioni — , sullo sfondo di un mercato fragile e di una domanda di pesce che invece rimane pressante.
Il siluro e altre specie invasive continueranno dunque a minare l’ecosistema deltizio. Una piccola economia che avrebbe potuto emanciparsi da uno stato di precarietà ed illegalità nei suoi casi più estremi per poter diventare una risorsa territoriale integrata all’economia locale che sembra invece aver perso ogni possibilità di sviluppo, incentivando, paradossalmente, il bracconaggio.
Al mercato di Donada l’asta è terminata e i pescatori salgono sui furgoni. C. si attarda per fumare una sigaretta. Desidera tornare nel delta del Danubio e di non rientrare mai più in Italia. Vorrebbe comprare una barca.
«Sono andato via perché il prezzo del pesce era troppo basso, ma ora non mi importa. Abbiamo una natura fantastica lì. Anche senza soldi, non vedo l’ora di tornare, di vivere lì la mia pensione. È così triste che le nostre autorità non si prendano cura del nostro delta. Se vedessero quanto è messo male il delta del Po, il nostro verrebbe valorizzato di più». Un ultimo tiro di sigaretta e anche lui va via.
Lo spiazzo del mercato di Donada si svuota e il sole si fa più alto. La Romea si intasa di camion e di auto sino a sera, quando una nuova notte di lavoro si aprirà per le squadre di pescatori. Così è stato almeno fin quando pescare in acque interne sarà ancora possibile.
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