«Ogni estate devo fare le valigie e riportare a casa tutto», racconta Teresa (il nome è di fantasia), studentessa di 21 anni dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Dato il suo rendimento, ha potuto ottenere un alloggio in convenzione con l’Ente per il diritto allo studio universitario (Esu) del Veneto, uno dei 37 che in Italia garantiscono un posto dove vivere per gli universitari meno abbienti attraverso borse di studio e convenzioni. Come Teresa, tutti coloro che hanno ottenuto il posto in convenzione con Esu in estate devono lasciare la loro stanza – le date cambiano a seconda dell’ateneo. Chi ha necessità di rimanere può fare domanda, sempre attraverso Esu, per ottenere uno dei pochissimi posti in residenze pubbliche per studenti. Meno del 5% dei fuori sede di tutta Italia, infatti, riesce ad accaparrarsi un letto in strutture così durante l’anno. «A fine agosto – prosegue – ci sono sempre esami da sostenere e avere la mia stanza sarebbe utile, invece sono costretta a pagare una camera d’albergo oppure dormire sul divano di amici».
L’inchiesta in breve
- Il Pnrr mette quasi un miliardo di euro per aumentare gli alloggi per studenti. Teresa, nome di fantasia, abita in uno studentato privato di Venezia che ha ampliato la sua offerta grazie ai fondi pubblici. Sostiene però di essere costretta a lasciare la sua stanza in certe stagioni
- Dare un alloggio a un turista dentro uno studentato privato non è vietato. Non è però chiaro come salvaguardare gli studenti, che dovrebbero essere i beneficiari dei finanziamenti del Pnrr. Il ministero dell’Università non risponde alle richieste di chiarimento e solo gli attori privati forniscono delle interpretazioni: i controlli, dicono, ci sono
- La categoria di residenti che usufruisce di queste strutture “ibride” è quella che l’assessore alla Casa del Comune di Milano Pierfrancesco Maran chiama «popolazione transitante». La loro presenza ha cambiato, a suo dire, alcune città che sono diventate particolarmente attrattive, come Milano
- Secondo i dati raccolti dal sindacato degli studenti universitari Udu, gli alloggi negli studentati al momento sono a prezzi anche più alti del mercato libero. Il Pnrr dovrebbe intervenire contenendo la spesa per gli studenti, invece sta solo permettendo ad alcuni privati di aumentare i loro posti letto
Teresa abita a Santa Marta, studentato gestito da Camplus, l’operatore privato che ha ricevuto più soldi dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per aumentare l’offerta di alloggi per gli universitari. Nell’anno accademico 2022/2023, i posti letto erano 44.733 ma entro il 2026 dovranno diventare 105.500 grazie a un finanziamento di 960 milioni di euro. Camplus Santa Marta ha ricevuto 10 milioni e mezzo di euro del Pnrr per mettere a disposizione 330 nuovi posti letto per gli studenti, di cui 101 in convenzione con l’Esu per studenti come Teresa.
Il Pnrr si pone l’obiettivo di risolvere una volta per tutte il problema delle residenze per studenti. Per raggiungerlo, il Piano ha già erogato due bandi da 287 milioni di euro di cui solo 77 milioni sono stati assegnati alle università che gestiscono le residenze pubbliche insieme agli enti per il diritto allo studio, e il resto (210 milioni di euro) agli enti gestori privati. Per questi ultimi, considerati più capaci del pubblico di portare a termine gli interventi entro le scadenze, il Pnrr ha messo sul piatto altri 660 milioni del Fondo Housing Universitario, che sta per venire stanziato. «Dobbiamo fare squadra per vincere il campionato del 2026», ha dichiarato la ministra dell’università e della ricerca Anna Maria Bernini alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2022/2023 all’università di Verona, facendo riferimento alla necessità del pubblico di lavorare col privato.
«È più facile che il privato, coinvolgendo i fondi di investimento, riesca a costruire rapidamente assicurando una riserva di posti al pubblico», le ha fatto eco su MilanoToday Maurizio Carvelli, amministratore delegato di Camplus. «Il pubblico – ha aggiunto – raggiunge i suoi obiettivi molto più così che attraverso bandi o altro. Altrimenti quanto tempo ci mettono? Vent’anni?».
Le strutture realizzate dagli operatori privati, però, non sono solo per studenti: possono accogliere, come prevede il Pnrr, anche i turisti. Il settore dell’ospitalità ibrida – quella destinata ai turisti, ai nomadi digitali e a chi vive solo qualche mese all’estero – è quello che attira più investimenti in questi ultimi anni. Il problema è capire quanto siano chiare le regole con le quali i posti letto negli studentati privati finanziati dal Pnrr – in città a forte attrazione turistica – sono distribuiti tra chi studia e chi è in visita.
«I turisti – dice Teresa – non ci sono solo d’estate: anche durante l’anno le stanze che sono libere vengono messe a disposizione dei viaggiatori oppure di amici e parenti in visita agli studenti».
Gli universitari competono per lo stesso spazio abitativo dei visitatori occasionali, spiega il sociologo Mattia Fiore, che sta realizzando un dottorato di ricerca sullo student housing, espressione inglese che descrive il settore delle residenza per studenti. «In molte città l’affitto breve si è rivelato per i proprietari di gran lunga più vantaggioso rispetto all’affitto tradizionale, non solo in termini di rendita, ma anche di controllo della proprietà, assenza di morosità, minore usura dell’alloggio, e soprattutto possibilità di alzare il prezzo di locazione e adattarlo rapidamente alle variazioni del mercato», sostiene Fiore. «Quando si parla di crisi abitativa per gli studenti – prosegue – bisogna distinguere tra gli studenti che hanno la disponibilità economica per potersi comunque permettere soluzioni abitative a prezzi più alti, e quelli che invece non sono in grado di far fronte a questi aumenti. La crisi abitativa rischia così di tradursi in una crescente disuguaglianza all’interno dell’università stessa, il che colpisce, in ultima istanza, il diritto allo studio. La casa gioca un ruolo fondamentale in queste dinamiche».
Milano, l’apripista che ha copiato Londra
A Milano, a giugno 2023, alcuni studenti hanno occupato il piazzale antistante il Politecnico, la Casa dello Studente abbandonata di viale Romagna e, in seguito, l’ex cinema Splendor in zona Città Studi. Da lì è nato il movimento Tende in Piazza, l’ultima versione della lotta per il diritto alla casa. Trovare un alloggio è proibitivo, denunciano, e il diritto allo studio universitario è in pericolo.
Secondo l’assessore alla Casa del Comune di Milano Pierfrancesco Maran, il problema degli affitti a Milano è dovuto a «un eccesso di successo». A leggere i dati, in 15 anni sono arrivati in città circa 700 mila nuovi abitanti e dal 2015 i prezzi sono aumentati del 40%, sia per l’affitto sia per l’acquisto di un’abitazione. Il capoluogo lombardo è diventato un polo d’attrazione talmente forte da trasformare le abitazioni da bene rifugio, un investimento che permette di parcheggiare al sicuro i propri capitali in tempi di crisi, a un bene di consumo, un prodotto che si scambia frequentemente sul mercato. Milano non è un’eccezione, ma rientra in un gruppo di città con problemi analoghi, secondo l’assessore: «Sono dinamiche che a livello internazionale sono abbastanza simili».
L’altra faccia del successo è l’esclusione, che coinvolge sia i redditi più poveri sia «le famiglie “giovani”, quella fascia 40-55 anni che oggi rischia maggiormente», dice Maran. Se Milano è cambiata, per l’assessore il motivo è «la popolazione transitante, sempre più ampia, fatta di giovani, di turisti, di studenti». Dieci anni fa gli universitari fuori sede che sceglievano di studiare a Milano erano il 25% oggi sono uno su tre.
«#Milano come Londra, questa è la città che vogliamo e per cui lavoriamo ogni giorno», twittava il sindaco Giuseppe Sala l’anno della sua prima elezione, il 2016. Sotto, un link portava a un pezzo del Financial Times dal titolo Milano, la città più orientata agli affari d’Italia, guarda alla rivale Londra. All’epoca, a Milano, il sindaco stava cercando di costruire una zona economica speciale sul sito di Expo, una legislazione speciale favoriva da tre anni la nascita di start-up e, soprattutto, costruire in città costava relativamente poco. Gli oneri di urbanizzazione, che sono gli importi da versare ai Comuni per interventi di trasformazione edilizia o urbanistica o, in altre parole meno precise, le tasse da pagare per costruire, sono rimasti invariati per 15 anni (per poi crescere del 38% nel solo 2023) a Milano. A ispirare queste politiche, che hanno plasmato il capoluogo lombardo come lo vediamo oggi, è stata Londra, che ha intrapreso un percorso simile all’inizio degli anni Duemila.
Non tutte le città universitarie italiane sono come Milano. Tutte quelle che hanno anche una vocazione turistica – e sono la maggior parte – condividono però l’esigenza di mostrarsi attrattive. È anche per questo che nelle città turistiche e universitarie italiane gli operatori privati degli studentati propongono il modello di alloggio ibrido che ha fatto la fortuna della «popolazione transitante» milanese.
Fuori sede, fuori casa
Gli studenti fuori sede in Italia sono 824 mila. Per trovare un alloggio hanno quattro strade. La prima è la residenza universitaria pubblica, assegnata dagli enti per il diritto allo studio con borsa annuale secondo requisiti di reddito e di merito spesso molto stringenti, perché di posti ce ne sono pochi e a costi molto bassi. Alla Statale di Milano, per esempio, si parla di 2.750 euro annui per un alloggio.
Vi è poi la residenza convenzionata a cui si accede sempre tramite i bandi degli enti per il diritto allo studio e che mette in palio sempre delle borse. Questa volta però per residenze private a prezzi calmierati che variano molto da regione a regione, ma che partono da cifre intorno ai 200 euro mensili, che siano sia per una doppia all’Università Ca’ Foscari di Venezia oppure per un monolocale a Bologna. I prezzi dei posti letto nelle residenze convenzionate sono simili a quelli nelle residenze pubbliche.
La terza strada sono le residenze private, favorite dal Pnrr per la fretta di raggiungere gli obiettivi, che al momento sono però insostenibili ai più. L’accoglienza “ibrida” non risolve il problema, ma intreccia invece i destini degli studenti con quelli dei turisti e della diffusione degli affitti brevi. Secondo l’analisi dell’Udu Diritto al profitto, infatti, i prezzi di questi studentati privati sono spesso di gran lunga superiori alla media del mercato degli affitti: una singola può arrivare anche a 1.700 euro al mese, una doppia a 790 euro.
Infine, vi è il normale mercato privato degli affitti, con o senza borsa di studio. Ad oggi, queste ultime due strade sono le più diffuse: per trovare una casa il 96% dei fuori sede – dice la ricerca di Cgil, Sunia e Udu Casa: un’emergenza irrisolta di luglio 2023 – si rivolge ai privati, cercando da soli una stanza in affitto. È anche questo che ha spinto i prezzi degli affitti nelle città universitarie verso l’alto.
Per rispondere ai bisogni degli universitari, il Pnrr ha scelto di intervenire aumentando l’offerta di residenze per studenti, attivando nuovi posti letto in strutture già esistenti – ma che non necessariamente prima erano studentati. Non è chiaro però se, per stabilire il ribasso, saranno presi in considerazione i canoni di locazione di tutto il mercato cittadino, o solo quelli degli studentati privati, che di solito sono più alti. «Il contributo viene dato al gestore per calmierare – ha spiegato il consigliere del Ministero dell’Università e della ricerca Stefano Paleari, durante il convegno Il Pnrr e l’investimento nello student housing il 13 aprile 2023 -. Cosa questo significhi va valutato caso per caso».
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Secondo la nota di analisi dei finanziamenti europei per il Pnrr di novembre 2023, realizzata dal Comitato economia e finanza della Commissione europea, sono 82 i progetti aggiudicatari per la creazione di nuovi posti letto e 72 gli operatori che hanno firmato già la convenzione necessaria con il Mur. Avevamo già scritto che gli obiettivi intermedi non erano ritenuti rispettati lo scorso luglio dalla Commissione. A quel punto si era aperta una lunga discussione tra il governo e Bruxelles conclusasi con la ridefinizione degli obiettivi intermedi, ma anche con la conferma di quelli finali, al 2026. Alla fine, la nota di valutazione della Commissione di novembre ritiene la valutazione preliminare «soddisfacente». Quel giorno è stato anche approvato il pagamento di 16,5 miliardi di euro per la quarta tranche del Pnrr.
Per incentivare gli investimenti, fin dai primi decreti attuativi (come il disegno di legge Aiuti ter del settembre 2022, ndr), si legge che «la destinazione d’uso prevalente degli immobili [è] ad alloggio o residenza per studenti, con possibilità di destinazione ad altra finalità». In altre parole, come già detto, si riconosce legalmente agli operatori la possibilità di lasciare parte dei propri alloggi ai turisti, sia quando l’università è chiusa sia quando ci sono posti liberi.
Istruzione per chi può
Degli 824.000 studenti fuori sede in Italia, solo il 5% trova posto in residenze pubbliche o convenzionate con il pubblico
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Degli 824.000 studenti fuori sede in Italia, solo il 5% trova posto in residenze pubbliche o convenzionate con il pubblico
Riportando tutto a casa
«Dopo aver finito gli esami ho dovuto impacchettare tutto e lasciare la mia stanza per fare posto ai turisti», spiega ad agosto Angelica Morresi, che studia allo Iuav di Venezia. «A inizio settembre potrò riavere una camera», cioè quando le lezioni sono ricominciate. Come dimostra anche la storia di Teresa da cui siamo partiti, mantenere una stanza per preparare gli esami dell’ultima sessione estiva è molto difficile, perché i posti disponibili in estate sono pochi.
Le promesse infrante del diritto allo studio
Il diritto allo studio universitario è riconosciuto dalla legge quadro 390 del 1991, che stabilisce le «norme per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto limitano l’uguaglianza dei cittadini nell’accesso all’istruzione superiore». La norma offre, tra le altre cose, borse di studio per chi viene da famiglie a basso reddito e altri servizi, come l’assistenza sanitaria o un alloggio (promosse a livello regionale dagli enti per il diritto allo studio). Già in questa prima normativa si parla anche di finanziamenti per la costruzione o l’ampliamento di alloggi per studenti universitari, i famosi studentati pubblici. La legge aveva istituito anche una Consulta nazionale per il diritto agli studi universitari, organo che però non ha mai visto la luce.
Sono 37 gli enti che si occupano di erogare i servizi che garantiscono il diritto allo studio, di cui la maggior parte è regionale. E non esiste alcuna cabina di regia centrale: ciascuno pubblica i propri bandi con criteri di accesso, ammontare delle borse di studio e altri servizi variabili.
Questo crea difficoltà e disomogeneità di trattamento per gli studenti, tanto che ogni anno una quota cospicua di nuovi iscritti che avrebbe i requisiti non fa neanche domanda. Nonostante questo, secondo il Rapporto sulla condizione studentesca 2022 pubblicato dal ministero dell’Università e della ricerca (Mur), solo la metà dei richiedenti ottiene un alloggio in residenze pubbliche o convenzionate.
Morresi fa parte dell’Unione degli universitari (Udu), il sindacato studentesco italiano, dove si occupa di diritto allo studio. Durante l’anno vive ai Crociferi, residenza gestita da Combo, operatore nato per accogliere viaggiatori prima che studenti. A differenza di Camplus Santa Marta, Combo Crociferi non ha ricevuto il finanziamento del Pnrr ma è uno degli attori che ha approfittato dell’esigenza di case degli studenti per muoversi su un nuovo mercato.
Grazie alla convenzione con Esu, 153 dei 255 posti letto di Combo Crociferi sono riservati agli studenti meritevoli e privi di mezzi. «Il resto delle stanze è destinato a turisti anche durante l’inverno – spiega Morresi –. Non è facile vivere con persone che entrano ed escono continuamente. In più, a noi studenti è riservato un trattamento diverso: ci guadagnano poco con noi e quindi siamo un po’ bistrattati. Dopo le dieci di sera non possiamo ospitare nessuno, non possiamo appendere nulla alle pareti, e dobbiamo mantenere il massimo ordine e pulizia. A volte il personale entra alle 8:00 del mattino in camera nostra, senza neanche bussare, per controllare che sia tutto a posto».
I nuovi attori senza i soldi del Pnrr
Combo è un srl torinese il cui motto è «more than a hostel». È uno degli archetipi del nuovo modello “ibrido” di abitare. Al suo interno ha spazi di coworking, una radio, ristoranti e sale eventi. Gli studenti che soddisfano i requisiti economici e di merito dell’ente per il diritto allo studio (Esu) possono finire in residenze pubbliche o private con posti convenzionati, come l’ex convento Crociferi, che Combo ha in gestione.
Un’altra realtà simile è DoveVivo, che offre appartamenti per studenti universitari in varie città italiane: Milano, Parma, Trieste, Siena, Bologna, Venezia, Como e Ferrara. DoveVivo è parte di Joivy, una piattaforma creata da William Maggio e Valerio Fonseca (fondatori anche di DoveVivo), che propone diverse soluzioni abitative a seconda del cliente. Dentro c’è di tutto, dal micro-living (mini-appartamenti con letto, bagno e cucina) ad appartamenti per famiglie e, appunto, studenti.
Le soluzioni di student housing proposte da Combo e DoveVivo non hanno (per ora) ricevuto il sostegno del Pnrr, ma il loro ingresso in questo mercato degli alloggi ibridi, spinto dai fondi pubblici del piano di ripresa, è la conferma della nascita di un nuovo settore attrattivo.
Nella stessa direzione vanno le testimonianze raccolte da Udu attraverso il questionario sulla condizione abitativa degli studenti Senza casa senza futuro, diffuso nelle otto più grandi città in Italia, dove abitano 362 mila studenti fuori sede. Uno studente che frequenta l’università a Venezia racconta: «Il problema principale è che durante il periodo estivo non ci permettono di avere la stanza da giugno sino a ottobre, così da affittarla ai turisti per ricavare più guadagno. Questo essendo uno studente fuori sede mi limita un po’ per procedere a dare gli esami nella sessione estiva».
I dubbi sui controlli
In teoria i posti letto a disposizione sulle piattaforme turistiche non dovrebbero essere gli stessi destinati agli studenti e finanziati dal Pnrr. In pratica, però, è difficile capire quale sia la distinzione tra l’offerta solo per studenti e quella mista.
A Camplus Santa Marta, inviando una mail, anche un turista può prenotare una stanza per qualche notte. Sotto Natale, il prezzo di una camera doppia è di 150 euro al giorno, molto più di quanto non paghi uno studente. Per altre strutture “ibride”, invece, Camplus ha una pagina di prenotazione sul suo sito. Altri sono sulle più note piattaforme digitali. La struttura “ibrida” Belfiore, a Torino, ha anche una sua pagina su Booking (come CX Turin Belfiore Student&Explorer Place) dove si può prenotare una camera doppia per 115–140 euro a notte. A gestirla è CampusX, che dal Pnrr ha ricevuto 9,88 milioni di euro per mettere a disposizione 247 posti letto agli universitari fuori sede.
Secondo le associazioni studentesche, la presenza dei turisti negli studentati è sempre più ingombrante. «Il Pnrr può ancora essere uno strumento per calmierare i prezzi degli affitti per gli studenti, ma bisogna invertire la rotta – spiega Simone Agutoli, responsabile delle politiche abitative dell’Unione degli universitari (Udu), il sindacato studentesco –. Invece che assegnare queste risorse ai privati, lasciando loro grande libertà di azione con l’obiettivo di realizzare tanti posti in poco tempo, è necessario favorire gli enti per il diritto allo studio e le università, che tutelano in primis gli studenti: meglio realizzare meno posti letto, ma che siano realmente accessibili».
Gli operatori negano che esista un rischio per il diritto allo studio. Camplus ha spiegato a IrpiMedia che a Santa Marta «i posti letto che hanno ricevuto il finanziamento del Pnrr non possono andare ad altri tipi di utenti perché il bando ministeriale impone una destinazione d’uso esclusiva per studenti universitari». La versione dell’azienda è persino più rigida di quanto in realtà non sia scritto nel decreto Aiuti ter, secondo cui l’apertura delle residenze studentesche agli altri utenti «anche a titolo oneroso» (leggi: i turisti) dovrebbe avvenire solo «in relazione ai periodi non correlati allo svolgimento delle attività didattiche», ossia quando l’anno accademico è concluso, e solo nelle parti della struttura «eventualmente non utilizzate».
Ma chi verifica quante stanze sono effettivamente riservate agli studenti? «Il ministero ha dichiarato di esercitare i dovuti controlli ricollegando a ciascun posto letto finanziato dal Pnrr una non meglio precisata “anagrafe”, corrispondente allo studente che lo occupa», spiega Simone Agutoli dell’Udu. «Questo dovrebbe far sì che i posti letto sovvenzionati non finiscano ai turisti. Il problema è che non sappiamo come vengono effettuati questi controlli, e soprattutto ogni quanto tempo. In estate molti turisti entrano negli studentati, e il sospetto è che la verifica avvenga solo una tantum».
Dal Mur nessuna risposta alle richieste di IrpiMedia di capire in che modo interpretare la norma. Al contrario, gli operatori forniscono la loro versione: Samuele Annibali, amministratore delegato di CampusX, spiega a IrpiMedia che vengono effettuate «rendicontazioni tramite il ministero dell’Università e della ricerca e il ministero dell’Economia e delle finanze», mentre Camplus ha riferito di «controlli periodici e costanti» da parte del Mur. Ad oggi però manca un database pubblico che metta insieme tutti i posti letto finanziati, specifichi quali siano le tariffe e monitori chi sono gli assegnatari. Non solo: i controlli diventano ancora più complessi dal momento che il finanziamento del Pnrr non necessariamente riguarda la totalità dei posti letto di uno studentato, ma può essere indirizzato solo a una parte. «Quando si parla di strutture grandi, in cui solo una parte dei posti è finanziata dal Pnrr, il controllo è ancora più difficile», afferma Agutoli.