Da 20 anni Maria, testimone di giustizia per essersi ribellata alla ‘ndrangheta, non tornava nella sua terra di origine. Un viaggio nella memoria, tra le gioie dell’infanzia e i dolori da moglie di un boss.
Il documentario si avvale di una struttura narrativa originale e innovativa per raccontare come pesano in particolare sulle donne le regole spietate delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Lo stratagemma è un meccanismo immersivo – la tecnologia VR (realtà virtuale) – che permette alla protagonista di tornare virtualmente nei luoghi dove si era svolta la sua prima vita, quella sotto il controllo della mafia. Un’esperienza capace di sollevare emozioni profonde tanto nella protagonista quanto nello spettatore.
In Se potessi tornare Maria Stefanelli, testimone di giustizia, è infatti la protagonista di un viaggio nella memoria, in un rinnovato rapporto tra giornalista e soggetto, che le consente di tornare nei luoghi della sua infanzia, e di riprendere almeno in questo documentario il controllo della sua storia. Seguendo le sue indicazioni, infatti, la troupe si reca fisicamente nei luoghi d’origine con la telecamera 360° per girare video da mostrare a Maria.
Sarà proprio lei, guardando i video con il visore VR, a raccontare la sua storia rivivendo virtualmente i luoghi della sua memoria. E per un attimo, essere di nuovo lì, a osservare la propria casa, camminare per le stanze della prima notte di nozze, rivivere gioie dell’infanzia e dolori da donna di mafia.
Con la regia di Manolo Luppichini, Se potessi tornare è realizzato da Irpi insieme ad AlteraWide grazie al sostegno di Tavola Valdese e di Fondazione Peppino Vismara. Il progetto Libere dalle mafie è presentato agli studenti degli istituti secondari superiori nelle città di Torino, Milano, Riccione e Reggio Calabria.
Maria Stefanelli ha raccontato la sua storia nel libro Loro mi cercano ancora (Mondadori 2014) scritto con la giornalista Manuela Mareso.
