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La dipendenza del generale Haftar dagli aiuti della Russia

La fine del regime di Assad in Siria ha spinto i militari russi a trasferirsi nella Libia orientale. Il generale Haftar guadagna sì in appoggio militare, ma è sempre più dipendente dal Cremlino

14.02.25

Fabio Papetti

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Libia
Politica
Russia
Siria

La Russia riaprirà il suo consolato di Bengasi, in Cirenaica, regione orientale della Libia, chiuso dal 1993. L’annuncio, scrive Libya Review, «riflette il crescente impegno della Russia in Libia». O meglio, nell’est della Libia. 

Controllata dall’Esercito nazionale libico (Lna) guidato dal generale Khalifa Haftar, questa parte del Paese almeno dal 2018 è sostenuta sul piano diplomatico, economico e militare dalla Russia. La Cirenaica per il Cremlino è una base logistica chiave sia per mantenere una presenza nel Mediterraneo sia per muoversi in Africa. Un ruolo simile è stato svolto dalla Siria di Bashar al-Assad, alleato dello stesso Haftar fino alla fine del suo regime, nel dicembre del 2024. Ora che Damasco è caduta, l’attivismo dei russi si concentra a Bengasi.

In breve

  • La Libia orientale, la Cirenaica, è una regione chiave per la Russia. Permette di presidiare il Mediterraneo ed è un avamposto per muoversi in Africa. Fino al dicembre del 2024, quando è caduto il regime, un compito simile era svolto anche dalla Siria di Assad, altro alleato storico del Cremlino
  • Bashar al-Assad era un partner anche di Khalifa Haftar, il generale al potere nell’est della Libia. L’epilogo del regime degli Assad è una perdita anche per la famiglia Haftar, che negli anni aveva consolidato affari molto remunerativi tra Libia e Siria
  • La presenza russa ha cambiato di passo anche con la nuova gestione delle Africa Corps, forza nata dai mercenari del gruppo Wagner ma che risponde direttamente al governo russo 
  • I russi in Libia presidiano pozzi petroliferi, porti, basi militari. Il loro interesse spesso si allinea con quello degli Haftar, in particolare del figlio Saddam, che ha guadagnato potere dal loro arrivo. Ma non sempre 
  • La presenza russa, però, ha un lato negativo: Haftar sembra sempre più dipendente dalle volontà del Cremlino, la cui presenza a fianco di Haftar è sempre più evidente. E rischia di compromettere alcune relazioni diplomatiche costruite da Haftar

Il timore delle Nazioni Unite e degli altri Paesi che sostengono il governo di Tripoli, l’esecutivo rivale di Haftar nella Libia occidentale, è che il generale alleato della Russia possa ritrovarsi più forte nella nuova situazione geopolitica che si sta delineando. Ma il quadro libico, come sempre, è molto complesso e la situazione potrebbe essere meno lineare di quanto appare. 

Dopo la fine di Bashar al-Assad

Di certo mentre Assad fuggiva a Mosca con la famiglia a bordo di un aereo privato, la Russia ha iniziato a spostare uomini e mezzi in Libia. La Cnn ha scoperto che, a partire dalla metà dello scorso dicembre, più di un aereo al giorno proveniente dalla Siria, dalla Russia o dalla Bielorussia è atterrato all’aeroporto di al-Khadim, a 180 chilometri da Bengasi. Con questi voli, stando a quanto rivelato dalla testata online The New Arab, la Russia avrebbe trasferito in Libia «ex soldati e ufficiali siriani dell’esercito» di Assad, con l’obiettivo di «integrarli nelle basi militari russe» nell’est libico.

«Dovremmo essere preoccupati dai trasferimenti di armi in violazione dell’embargo sulle armi (stabilito nel 2004 dalle Nazioni Unite, ndr)», ha commentato a dicembre 2024 Linda Thomas-Greenfield, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite rimossa da Donald Trump una volta insediatosi come presidente.

Fonti come Africa Intelligence e la testata libica Fawasel Media ritengono che anche il fratello di Bashar al-Assad, il militare Maher, sia arrivato a Bengasi almeno nelle ore successive alla caduta di Damasco. Non è chiaro, in questo momento, dove si trovi. I suoi legami con la Libia sono senza dubbio di lunga durata.

Dalle banchine del porto di Latakia, un tempo controllate dalle sue truppe, dal 2017 sono partiti carichi di captagon e hashish diretti proprio in Libia, in particolare nei porti dell’est (qui lo racconta IrpiMedia in un’inchiesta del 2021). L’ultima confisca a Bengasi risale al marzo 2024 e non è chiaro prevedere cosa avverrà in futuro. Secondo quanto racconta alla piattaforma social siriana Atheer un ex generale impiegato che è stato impegnato sul campo con i russi in Libia, Maher al-Assad sarebbe stato il principale tramite anche per la vendita ad Haftar di decine di mezzi militari prima della caduta del regime siriano.

Tra le attrezzature militari trasferite nei territori sotto il controllo di Haftar ci sarebbe anche «il sistema di difesa aerea S-400» che, secondo alcuni analisti, sarebbe cruciale per contrastare i droni turchi in dotazione all’esercito del governo di Tripoli. Forse anche per questo, gli arrivi di uomini e mezzi in Libia sono stati fortemente stigmatizzati proprio dal primo ministro di Tripoli Dabeiba.

«Qualsiasi soggetto che entri in Libia senza autorizzazione o accordo sarà combattuto, e non possiamo accettare che la Libia diventi un campo di battaglia internazionale», ha dichiarato minacciosamente lo scorso 19 dicembre. 

In realtà, sono anni che entrambe le fazioni libiche sono sostenute da potenze straniere. L’aumento della presenza russa nell’ultimo anno è stato però molto evidente: dalle 800 unità di stanza nel febbraio 2024, a maggio si è passati a quasi duemila operativi arrivati attraverso voli dalla Siria. Insieme ai soldati, oltre seimila tonnellate di equipaggiamenti sono state consegnate da navi cargo partite dalle coste siriane e attraccate al porto di Tobruk nel corso di aprile del 2024.

«La Libia – spiega Tarek Megerisi, ricercatore presso lo European council of foreign relations (Ecfr) – è sempre stata un obiettivo della Russia». Perché è affacciata sul Mediterreneo e perché è un avamposto utile per le operazioni in Africa dove, secondo il ricercatore, Mosca ha aumentato il suo impegno dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, in chiave anti-occidentale. «La Libia è il perno di questa strategia, è l’unico spazio sicuro in cui possono spostare risorse, denaro e truppe. 

Dai mercenari della Wagner all’Africa Corps

La caduta di Assad, però, non è l’unico elemento a essere cambiato nel quadro che ha definito la presenza russa in Libia orientale negli ultimi anni. Un altro elemento cruciale è l’evoluzione del gruppo Wagner. A spiegarla sono due incontri, avvenuti a distanza di quasi cinque anni.

Il primo avviene nel novembre 2018, quando Haftar vola a Mosca per incontrare l’allora ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu. Da quel momento in poi i rapporti tra il generale e la Russia, che fino ad allora erano stati piuttosto tiepidi, andranno rafforzandosi sempre più, anche grazie alla capacità dell’Esercito nazionale libico (Lna) di occupare diversi siti petroliferi di grande importanza, come quello di El Sharara, nel sud-ovest del Paese. 

Meno di un anno dopo, nell’aprile del 2019, Haftar lancia l’operazione Ondata di dignità, per conquistare Tripoli e, al suo fianco, ci sono gli uomini del gruppo Wagner. All’epoca il Cremlino negava l’esistenza di questi mercenari guidati da Yevgeny Prigozhin, ex cuoco personale di Putin divenuto il capo di un’organizzazione formalmente indipendente, ma impegnata a sostenere militarmente gli interessi russi all’estero, in teatri come il Donbass ucraino, la Siria in piena guerra civile o gli Stati del Sahel in Africa. 

La Libia si aggiunge alla lista degli interventi dei cosiddetti “musicisti” della Wagner, ma l’avanzata di Haftar si interrompe a metà 2020 senza un successo militare. Da ottobre del 2020, un accordo di cessate-il-fuoco congela la divisione del Paese: a ovest, Tripoli rimane nelle mani del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite; a est e in un’ampia porzione del sud, anche grazie al supporto dei mercenari russi, comanda l’Esercito nazionale libico.

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Il secondo incontro chiave è del 22 agosto 2023, quando il vice ministro della Difesa russo Yunus-Bek Yevkurov arriva in Libia su invito da Haftar. Nonostante la presenza dei mercenari della Wagner nel Paese sia ormai nota e consolidata, Yevkurov ci tiene a definire il suo viaggio come «la prima visita ufficiale di una delegazione militare russa in Libia». 

Il giorno dopo Prigozhin morirà in un incidente aereo, a due mesi dalla tentata marcia su Mosca per prendersi il potere con la forza. Con il decesso del suo capo – che secondo ricostruzioni giornalistiche sarebbe stata causata da una bomba messa dal regime russo – il gruppo Wagner entra in crisi. «[I]l Cremlino si è adoperato per mantenere i benefici creati dal gruppo, tra cui le forti relazioni di politica estera con alcuni Paesi africani, assicurando al contempo che non si ripresenti una minaccia simile», spiega un’analisi del Danish Institute for International Studies, riferendosi proprio al tentato golpe di Prigozhin. 

«Lo sviluppo più degno di nota – prosegue il documento – è la creazione dell’Africa Corps, che ha assunto la maggior parte delle missioni in Africa e ha impiegato molti degli ex comandanti e soldati del gruppo Wagner», che pure esiste ancora. L’istituto spiega che «l’Africa Corps ha legami ancora più stretti con lo Stato russo», rispetto ai mercenari della Wagner, la cui subordinazione al Cremlino «non era ufficiale: molto probabilmente si basava sulla costante minaccia dell’arbitrario sistema legale russo, sulla sua dipendenza operativa dallo Stato russo e sui combattenti reclutati tra i soldati russi in pensione». La catena di comando nel nuovo Africa Corps, invece, si ritiene che «arrivi direttamente al Gru, il servizio di intelligence militare, e fino al viceministro della Difesa russo».

Il sostegno di Mosca

Le battute finali dell’operazione Ondata di dignità, nel 2020, hanno mostrato delle divergenze tra l’agenda di Haftar e quella dei suoi alleati russi: il generale libico avrebbe voluto continuare a combattere, mentre i mercenari della Wagner si sono limitati a mantenere il controllo su «terminali petroliferi e basi militari di cui avevano bisogno», spiega Tarek Megerisi dell’Ecfr.

«Dopo la guerra – continua l’analista – i russi hanno stretto una partnership con il figlio Saddam (ora capo dello Stato maggiore delle forze armate di terra, ndr) e lo hanno aiutato a mettere in sicurezza le rotte del contrabbando del sud-ovest della Libia». «I russi – aggiunge – hanno aiutato Saddam Haftar a creare infrastrutture» sulle quali possono fare affidamento sia le truppe di Mosca sia le milizie del figlio del generale Haftar. 

Ad oggi, i russi sono presenti nelle città di Bengasi, Tobruk, Sirte, Jufra, Sebha, nella base di Mateen al Sarra, nel distretto di Kufra e, come abbiamo visto, all’aeroporto di al-Khadim. 

Quest’ultimo è uno snodo importante per voli diretti verso i Paesi africani a forte presenza russa, come Mali, Burkina Faso, Niger e soprattutto Repubblica Centrafricana. L’aeroporto è stato usato anche come punto di partenza per il contrabbando di armi che i russi hanno fornito agli alleati della milizia Rapid support forces (Rsf), i ribelli del Sudan che dal 2023 combattono contro le forze governative, in aperta violazione dell’embargo sulle armi. 

La città costiera di Tobruk, invece, è la principale candidata a ospitare una nuova base navale russa, pensata per sostituire (o affiancare) quella di Tartus, in Siria. Il tratto di mare di circa cinquanta miglia tra questa città e Bengasi è strategico perché, come ha dimostrato un’inchiesta di IrpiMedia, è un “buco nero” in cui numerose navi provenienti sia a est sia da ovest spengono sistematicamente i loro sistemi di tracciamento, presumibilmente per vendere prodotti petroliferi di contrabbando. 

Sarebbe quindi un altro traffico illegale che si regge sull’asse tra est della Libia e Russia. La Libia, infatti, ha limitate capacità di raffinazione e quindi è costretta a importare il prodotto raffinato. Di questo gasolio importato, più di un terzo proviene dalla Russia. Il sistema di sovvenzioni disposte dal governo centrale a Tripoli impone che il prodotto, il cui costo è di pochi centesimi al litro per i libici, debba essere consumato internamente. Invece, secondo quanto scoperto dal gruppo di esperti sulla Libia delle Nazioni Unite, società di trading petrolifero con sede spesso nell’est della Libia ne autorizzano l’esportazione contraffacendo i documenti doganali. Parte dell’incasso del contrabbando, quindi, finirebbe anche nelle casse russe. 

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A sud, ci sono le basi aeree di al Jufra e di Brak al Shati, vicino alla città di Sebha. Qui sono stati individuati più volte diversi velivoli russi, da aerei da carico come l’Ilyushin 76 a jet da guerra come i Mig-29 e i Su-24. 

Questa zona della Libia, dagli spazi enormi e desertici, è storicamente difficile da controllare ed è molto contesa. I russi hanno però aiutato gli uomini di Saddam Haftar negli scontri con alcuni gruppi ribelli del vicino Ciad, l’ultima nel 2021, attraverso un supporto aereo. In tal senso, è significativa anche la ristrutturazione in corso della base militare di Mateen al Sarra, una stazione di confine usata negli anni ‘80 durante la guerra con il Ciad e poi caduta in disuso.

Stando a delle immagini satellitari dello scorso gennaio, sono in corso i lavori di rimessa in sesto della pista di atterraggio mentre, all’interno della struttura, si sono stabiliti alcuni dei reparti di soldati siriani arrivati nel Paese con voli russi e gli uomini della milizia Tariq bin ziyad di Saddam Haftar hanno iniziato a pattugliare la zona circostante. 

La presenza russa ha anche contribuito a sigillare le alleanze di Haftar nella regione: «La lealtà delle popolazioni locali viene regolarmente comprata con flussi di dinari libici che vengono stampati dalla Russia per il governo dell’est della Libia», aggiunge Megerisi.

Banconote dalla Russia per Haftar

Dal 2016 Khalifa Haftar si procura denaro attraverso la Russia. In quattro anni, fino al 2020, la fazione orientale ha importato oltre 14 miliardi di dinari stampati, circa 10 miliardi di dollari, con picchi di importazioni nel 2019, anno in cui Haftar ha iniziato la sua campagna militare contro il governo dell’ovest. Oggi, i flussi di denaro dalla Russia continuano indisturbati e sono utilizzati principalmente dal governo per finanziare le opere di sviluppo in città come Bengasi e Derna, progetti sempre sotto uno dei figli di Haftar, Belgacem, e per pagare i mercenari degli Africa Corps ancora in Libia. E intanto, a ovest, nel governo di Tripoli durante l’ultimo anno si è consumato uno scontro interno per il controllo della Banca centrale e il contante continua a scarseggiare.

Il lato oscuro dell’alleanza

Per Megerisi, quindi, la famiglia Haftar può essere considerata «indipendente dal governo di Tripoli», ma «dipendente da Putin». E il maggior impegno in Libia derivante dalla caduta di al-Assad in Siria non può che rendere ancora più saldo questo vincolo.

L’organizzazione non profit americana The Sentry sostiene che le brigate di Haftar debbano chiedere il permesso per accedere alle basi controllate dai russi sul suolo libico e, secondo l’agenzia Nova, alcune divergenze sarebbero nate tra fazioni dell’Esercito nazionale libico che godono maggiormente dell’aiuto russo e altre che lo vedono come una interferenza.

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Per quanto riguarda il quadro internazionale, invece, il Canergie Middle East Center ha spiegato che Assad forniva al generale libico «un modello di legittimità politica» e «una fonte di sostegno militare ed economico» e che la sua caduta «ha spinto Haftar e il suo clan in un territorio nuovo e problematico». Per due motivi principali: il primo, la Turchia, che in Libia sostiene il governo di Tripoli, è il Paese che esce più avvantaggiato dal nuovo assetto del Medio Oriente senza Assad; il secondo, la Russia è un alleato la cui presenza, se troppo ingombrante, può essere pagata in termini di reazioni della comunità internazionale oppure chiusura di ogni tipo di possibile rapporto diplomatico. 

Nonostante il governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale sia quello occidentale del primo ministro Abdul Hamid Dabeiba (traslitterato anche come Dbeibah), infatti, gli Stati occidentali continuano a mantenere relazioni con Haftar, più o meno sottotraccia. E l’Italia è tra questi. 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricevuto Haftar a Roma nel 2023 e, nel corso di un viaggio in Libia in cui ha incontrato anche Dabeiba a Tripoli, ha fatto visita al generale a Bengasi nel 2024. Sempre lo scorso anno, a marzo, si era recato nella città della Libia orientale anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi mentre, a dicembre, la Camera di commercio italo-libica si è incontrata con un altro dei figli di Haftar, Belgacem, per parlare dei possibili investimenti delle imprese italiane in infrastrutture.

Ma non è solo l’Italia a essere attiva. Ad inizio febbraio, Haftar ha ricevuto a Bengasi il vicecomandante del Comando Africa degli Stati Uniti, il generale John Brennan e Jeremy Brent, ambasciatore statunitense ad interim in Libia.

In un momento in cui i cambiamenti in Siria stanno ridefinendo molti equilibri internazionali, quindi, l’attenzione per l’Est della Libia è alta. E la pressione sul suo uomo forte sale.

Per la Russia, ha scritto il ricercatore dell’Atlantic Council Emadeddin Badi, «Haftar, come al-Assad prima di lui, è più uno strumento che un alleato. La sua apparente forza cela un’intrinseca vulnerabilità».

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Crediti

Autori

Fabio Papetti

Editing

Lorenzo Bagnoli
Paolo Riva

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA), con Sergei Lavrov, ministro degli Esteri della Russia, nel 2017 a Mosca © Anadolu/Getty

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