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Alitalia, un laboratorio per i contratti dei dipendenti delle imprese in crisi

Prima il governo Berlusconi, ora quello Meloni, attraverso la crisi di Alitalia hanno cercato di far passare "interpretazioni" del codice civile in merito alla gestione dei dipendenti in aziende in crisi. Con enormi conseguenze

28.03.25

Lorenzo Bagnoli
Sofia Centioni

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Lavoro
Politica

Alla fine del 2023, il governo Meloni ha posto la fiducia per far approvare quello che nelle cronache si chiama “decreto Energia”, un provvedimento che, a seconda del periodo, legifera su temi urgenti legati alle fonti di approvvigionamento, la crisi energetica, il caro bollette. Tra i contenuti rilevanti del provvedimento del 2023, c’è un articolo che fornisce la spiegazione corretta di come applicare una legge, concetto che in diritto si chiama «interpretazione autentica».

Riguarda un tema del tutto scollegato a quello energetico: le implicazioni sul piano occupazionale della cessione di un ramo d’azienda.

La norma è stata introdotta con uno scopo specifico: “salvare” la cessione della Italia trasporto aereo Spa (Ita), la compagnia aerea nata nel 2021 e «inspired by Alitalia», come recita il sito. Quando la norma è stata introdotta, Ita era interamente controllata dal ministero dell’Economia e delle finanze stava cercando soci internazionali di minoranza. E alla fine li ha trovati: socio di minoranza, dal gennaio 2025, è il gruppo Lufthansa al 41%. 

In breve

  • Il decreto Energia del 2023, oltre a legiferare su temi energetici, ha stabilito che, in caso di cessione di un’azienda in crisi, i nuovi proprietari non sono obbligati a riassumere automaticamente i dipendenti
  • Fatto passare dal governo con un voto di fiducia, il decreto ha facilitato la vendita di Ita Airways a Lufthansa e ha permesso di fermare il rischio di una valanga di ricorsi di ex dipendenti Alitalia non riassorbiti dentro la nuova Ita Airways
  • Il passaggio è avvenuto nel 2021: Ita sostiene che non fosse una cessione di ramo d’azienda, ma solo l’acquisto di alcuni beni. Ma nel 2023 si scopre che il valore del contratto complessivo è di un euro
  • Secondo diversi avvocati esperti di diritto del lavoro intervistati, la decisione è in linea con un obiettivo del governo di rendere più fragili le tutele dei lavoratori delle aziende in amministrazione straordinaria per cui si cerca un compratore. Come l’ex Ilva, ad esempio

Secondo Riccardo Bucci, avvocato esperto in diritto del lavoro e difensore di alcuni lavoratori di Alitalia, lo scopo finale dell’interpretazione introdotta dal decreto Energia è «mandare a casa migliaia di lavoratori e ricominciare da zero», scardinando un principio sancito dal codice civile, cioè quello che quando si cede in toto un pezzo di un’azienda, vanno riassorbiti anche i dipendenti, con la stessa mansione.

La stessa architettura che lascia fuori i dipendenti nella cessione della società in crisi potrebbe interessare altre aziende commissariate che lo Stato sta cercando di vendere.

La terza sezione Lavoro del tribunale di Roma, chiamata a decidere su una delle vertenze aperte dopo l’introduzione dell’«interpretazione autentica», nel giugno del 2024 ha invocato l’intervento della Corte Costituzionale per stabilire se l’interpretazione sia in linea con la Costituzione o no.

Lo scorso 25 marzo si è svolta la seduta alla presenza degli avvocati di tutte le parti interessate ma, per ora, la Corte non si è ancora espressa.

La cessione a un euro

La questione dell’ex Alitalia riguarda migliaia di lavoratori che ai tempi della vecchia compagnia di bandiera erano assunti nel comparto aviation, la parte di azienda che si occupa delle operazioni di volo, della manutenzione dei velivoli, della gestione della flotta. Con la nascita di Ita Airways, il 15 ottobre del 2021, i dipendenti si aspettavano di essere trasferiti, come previsto dal codice civile quando si cede un ramo d’azienda. 

Non è accaduto anche perché Ita aveva dalla sua una decisione della Commissione europea, che nel 2021 ha detto due cose: primo, gli aiuti statali che Alitalia ha ricevuto (900 milioni di euro) sono illegali perché hanno conferito alla società un vantaggio ingiusto rispetto ai suoi concorrenti, in violazione delle norme Ue sugli aiuti di Stato, e vanno perciò restituiti all’Italia; secondo, Ita e Alitalia sono due entità distinte, per cui non esiste «continuità economica», schierandosi così a favore della creazione di una nuova società.

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La travagliata saga di Alitalia, e la conseguente incertezza per il futuro dei suoi vecchi assunti, parte da lontano. Nel 2006, i primi tentativi di vendere a imprenditori privati falliscono. Sembra trovarsi una soluzione con Etihad come socio di minoranza ma, nel 2017, comincia una nuova crisi finanziaria: Alitalia entra quindi in amministrazione straordinaria – la gestisce l’allora ministero dello Sviluppo economico, oggi dell’Industria e del made in Italy –  con l’obiettivo di vendere dei beni e ripianare i buchi di bilancio. Trovare un compratore, però, è difficile.

È così che si arriva alla soluzione Ita, che per diventare operativa si appoggia a 52 velivoli Alitalia in leasing, ai suoi “slots” (i diritti di atterraggio e di decollo), ai software di Alitalia, a un parziale assorbimento dei lavoratori di Alitalia (sono il 99,9% dei nuovi impiegati Ita, spiega a il Post l’avvocato di 77 ex dipendenti, Pier Luigi Panici).

È un’operazione che si configura come cessione di ramo d’azienda, con, di conseguenza, l’obbligo di reintegro dei dipendenti con le stesse mansioni precedenti? Secondo Ita no, perché quello stipulato con Alitalia è un «contratto di cessione del complesso di beni e contratti».

Mentre Ita inizia a decollare, Alitalia prosegue il suo decorso in amministrazione straordinaria fino alla «cessazione dell’esercizio dell’impresa»: i proventi della liquidazione di Alitalia «sono prioritariamente destinati al soddisfacimento in prededuzione (quindi con la priorità massima, ndr) dei crediti verso lo Stato». In altri termini, Alitalia vende per ripagare i debiti a Ita, che è una nuova società che acquista solo quello che serve. 

Secondo i sindacati, invece, è una cessione di ramo d’azienda, quello aviation. Un argomento a loro favore è la rivelazione del contratto con cui Alitalia cede i suoi beni a Ita, rimasto “segreto” i primi due anni, nonostante l’acquirente e il venditore siano due società pubbliche. Lo scopre il Corriere della sera nel 2023: il costo di tutta l’operazione è stato di un euro.

I possibili ricorsi

Difficile sostenere che cedere «beni e contratti» a un euro significa massimizzare i proventi delle vendite per ripianare i debiti di Alitalia in amministrazione straordinaria, versione sostenuta da Ita per negare che quello tra Alitalia e la nuova azienda fosse una cessione di un ramo d’azienda. L’effetto della rivelazione si fa sentire anche sulle decisioni dei giudici del lavoro, che cambiano gradualmente orientamento. Dal 2023 esiste quindi il rischio di un’ondata di ricorsi.

Fino al settembre 2023, due mesi prima della fiducia sul decreto Energia, Ita aveva avuto 38 sentenze favorevoli (841 ricorrenti) e tre contrarie (244 ricorrenti da assumere), riportava il Corriere della sera, con 34 cause ancora pendenti (564 ricorrenti). Il loro impatto, se fossero state tutte perse, sarebbe stato di 150 milioni di euro, riporta sempre il Corriere con il timore che questo costo extra avrebbe complicato la ricerca di un compratore. 

È allora che interviene «l’interpretazione autentica» del decreto Energia: qualora la Commissione europea certifichi la discontinuità economica tra due aziende, all’interno di un processo di cessione di un’azienda in amministrazione straordinaria non si applica l’articolo del codice civile, il numero 2112, che stabilisce il mantenimento dei diritti dei lavoratori nel passaggio da un’azienda all’altra. 

Secondo questa interpretazione, quindi, nel caso in cui ci fosse una cessione tra un’azienda in amministrazione straordinaria (Alitalia) e un’altra società (Ita), la società che compra ha la facoltà di non assumere il vecchio personale, o farlo alle proprie condizioni. 

Perché il governo è voluto intervenire

Con l’interpretazione autentica del governo, anche nel caso in cui i tribunali riconoscano la cessione d’azienda, il mantenimento dei lavoratori non è più automatico

«Nel caso di trasferimento d’azienda, chi compra ha la facoltà di licenziare il personale a patto che i licenziamenti seguano delle regole precise e questo significa garanzie per i lavoratori a seconda della condizione in cui si trovano», spiega l’avvocato Sergio Galleano. Nel caso Ita-Alitalia, invece, ci si ritrova «con un’azienda che si sceglie liberamente i lavoratori da assumere e che soprattutto può farlo ex-novo, senza, per esempio, considerare l’anzianità accumulata».

La norma contenuta nel decreto Energia «è stata introdotta con lo scopo preciso di interferire nei processi tra i lavoratori Alitalia e Ita ─ rincara Federico D’Elia, legale esperto di diritto del lavoro e difensore di alcuni lavoratori Alitalia ─. Più nello specifico, si tratta della reazione del governo a una sentenza del tribunale di Roma, che è stata la prima a dare ragione ai lavoratori di Alitalia». 

D’Elia si riferisce a quanto stabilito da una serie di sentenze, a Roma ma anche a Milano, che, nonostante l’introduzione del decreto Energia 2023, continuano a riconoscere quella tra Ita e Alitalia una cessione di ramo d’azienda che, come tale, avrebbe dovuto prevedere il reintegro dei dipendenti. 

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Ma la fase è delicata, soprattutto sul piano delle trattative per trovare un socio di minoranza. Quella con Lufthansa era ancora solo un’ipotesi: «Nel 2023, al tempo di questa norma, il governo Meloni aveva l’interesse che i lavoratori non vincessero, perché questo avrebbe potuto compromettere l’affare con Lufthansa ─ aggiunge l’avvocato D’Elia ─. Un conto è comprare un’azienda con tremila dipendenti; un altro è se, per effetto di alcune sentenze, diventano diecimila. Considerando che il costo del lavoro è sempre la voce più alta, Lufthansa si sarebbe potuta tirare indietro». 

La mossa del decreto Energia 2023 va letta all’interno «di un’operazione più ampia di smantellamento delle tutele per i lavoratori», continua D’Elia, allo scopo di avvantaggiare il settore imprenditoriale che sostiene il governo: «L’imprenditore A che vuole comprare un’azienda, non solo può sbarazzarsi dei lavoratori, ma ha anche la facoltà di far finta di assumerli ex novo e ricontrattualizzarli da zero, senza considerare criteri come quello dell’anzianità – afferma l’avvocato –. Si tratta di un generale interesse del governo a favorire chi li appoggia, ovvero il ceto degli imprenditori di alto livello, che è anche quello a beneficiare di certi sgravi fiscali, per esempio».

Quello Meloni non è il primo governo di centrodestra a farlo. Sotto la presidenza di Silvio Berlusconi, nel 2008, era stato introdotto un comma all’interno della legge che regola la gestione delle società in amministrazione straordinaria allo scopo di modificare l’utilizzo del codice civile che mantiene i diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda.

Scopo del comma era offrire all’esecutivo uno strumento per trovare compratori di Alitalia e – commenta il comandante Danilo Baratti, segretario di Navaid, l’Associazione nazionale del personale navigante del trasporto aereo – «riformare il lavoro con lo scopo di disincentivare i contratti collettivi a favore di quelli aziendali». All’epoca era poi intervenuta la Corte di giustizia dell’Unione europea con una condanna: nel 2009, per questo, era stata approvata una nuova norma che aveva abrogato quella precedente. Eppure l’interpretazione autentica di cui si è parlato fino ad ora interviene proprio sul comma introdotto (e poi abrogato) dal governo Berlusconi.

I contratti sempre più flessibili

L’Alitalia del 2008 era gestita da una cordata di imprenditori. L’azienda aveva un nuovo contratto aziendale che prevedeva quello che i sindacalisti chiamano “iper-cottimizzazione” del lavoro, ovvero il tentativo di massimizzare la produttività, a prescindere da qualità e condizioni di lavoro. Con la forte destrutturazione del precedente contratto, la parola d’ordine diventa una: flessibilità.

Era un obiettivo del governo dell’epoca: «Dobbiamo darci un nuovo sistema contrattuale che abbia come baricentro il posto dove si produce», diceva al Congresso di Rimini del 2008 Maurizio Sacconi, allora ministro del Lavoro. «Lo stipendio dei naviganti ha sempre previsto una voce fissa e una mobile, che varia in base alle ore che il singolo lavoratore effettua in più – spiega Carlo Furiga, segretario del sindacato Assovolo trasporto aereo –. Già dagli anni ’90, l’equazione era: più ore lavori, più guadagni. Ma dal 2008 la forbice è stata esasperata».

All’inizio si accorgono in pochi degli effetti: chi non si ammala, guadagna di più. Ma la parte “mobile” era anche più tassata, con un effetto importante sulle pensioni dei naviganti.

«Alitalia ha fatto scuola»

Sia nel 2008 che nel 2021, le crisi aziendali di Alitalia hanno rappresentato un modo per intervenire sulle politiche del lavoro con lo scopo di ridurre le tutele ai dipendenti, diminuire il costo del lavoro, facilitare la vendita delle aziende ma anche realizzare una certa visione del mondo del lavoro e dell’impresa. È l’opinione di Filippo Aiello, avvocato giuslavorista del foro di Roma: «Alitalia ha sempre fatto scuola. Nel corso di tutti questi anni ha consentito la produzione di norme che hanno abbassato le tutele dei lavoratori. E io, in quanto avvocato che difende i diritti dei lavoratori, sono molto preoccupato».

Insieme all’«interpretazione autentica» del decreto Energia 2023, infatti, «il governo ha completamente modificato la situazione per le amministrazioni straordinarie», continua Aiello, con il decreto 136 del 2024, noto come Correttivo ter. Anche questo decreto introduce delle interpretazioni, questa volta sul Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza introdotto nel 2019, che va sempre nella direzione di «deroga[re] alla prosecuzione del rapporto di lavoro con l’azienda che compra», dice.

Questo significa che, a prescindere dalla valutazione della Corte, la questione delle norme su quando si possono lasciare lavoratori a casa durante cessioni di aziende in crisi è ben lontana da chiudersi.

Due momenti delle manifestazioni a Roma nel 2021 organizzate dal sindacato Assovolo trasporto aereo © C. Ginesi/Assovolo

Inoltre, quello che si è venuto a creare secondo Aiello è un vero e proprio cortocircuito: «Il Correttivo ter ha modificato proprio la norma che era stata introdotta a seguito della condanna della Corte di giustizia; quindi ad oggi non solo rivive una norma di fatto abrogata (quella approvata nel 2008 dal governo Berlusconi), ma non esiste neanche più quella che l’aveva sostituita».

Le conseguenze per ex Ilva

Attualmente le aziende in amministrazione straordinaria sono circa venti in Italia. Tra queste, una delle più importanti è l’ex Ilva di Taranto, per la quale, a seguito di un bando di gara, il 20 marzo i commissari straordinari delle odierne Acciaierie d’Italia Spa hanno selezionato come acquirente la società Baku Steel Company Csjc, acciaieria che si trova nell’Azerbaijan governato dall’autocrate Ilham Aliyev, dove i sindacati indipendenti sono pochissimi. 

Ieri, 27 marzo, il ministero delle Imprese e del made in Italy ha autorizzato l’inizio del negoziato tra i commissari straordinari e la cordata guidata dalla Baku e dall’Azerbaijan Business Development Fund (Abdf).

L’azienda azera è la principale impresa del Paese al di fuori di quelle che appartengono al settore dell’estrazione di gas e petrolio e sul proprio sito scrive di essere «orgogliosa di partecipare alla rinascita del Karabakh». «Al momento – si legge – i nostri prodotti sono utilizzati dinamicamente nei lavori di ricostruzione e restauro della nostra antica ed eterna terra Karabakh dopo la sua liberazione dall’occupazione». Il Karabakh è l’enclave armena in Azerbaijan dove secondo diverse risoluzioni del Parlamento europeo c’è stata una «pulizia etnica». 

Il negoziato, secondo l’avvocato Aiello, «risentirà pesantemente soprattutto delle novità introdotte dal Correttivo ter, dal momento che chi compra potrà usufruire di questo nuovo assetto normativo». E la cultura sindacale che vige in Azerbaijan fa temere il peggio.

Tra ex Ilva ed ex Alitalia i parallelismi sono tanti, dalle «doppie amministrazioni straordinarie» alla ricorrenza di uno dei commissari, Giovanni Fiori (gli altri sono Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli), ora all’ex Ilva e in precedenza all’ex Alitalia, ricorda Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil. Secondo il sindacalista dei metalmeccanici, ciò che può fare la differenza tra i due casi è la capacità di trattare dei lavoratori della categoria: «Anche nella peggior situazione tra di noi esiste una cultura per cui il “pezzo collettivo” alla fine emerge e quindi dubito che si possa procedere alla cessione senza un accordo sindacale», cosa che invece è accaduta in Alitalia nel 2021.

 E in effetti, secondo Carlo Furiga, questa sarebbe una delle ragioni che ha permesso ai governi di intraprendere percorsi di rivisitazione delle regole proprio all’interno del ramo aviation di Alitalia. «In quanto naviganti, e a differenza anche dei lavoratori di terra, siamo molto frammentati ed eterogenei; non abbiamo un luogo di lavoro fisso dove ci si incontra, ed è chiaro che nella frammentazione possano passare più facilmente determinate politiche», spiega il segretario del sindacato Assovolo trasporto aereo. 

Ma per l’Ilva sarà sufficiente? «Dall’approvazione del Correttivo ter in poi, le uniche norme che si potranno utilizzare per la gestione dell’amministrazione straordinaria prevedono la possibilità di lasciare a casa i lavoratori anche in assenza di un accordo sindacale», ribadisce l’avvocato Aiello. 

Anche nel 2008 le aziende in crisi erano diverse. E anche allora le trasformazioni sui rapporti di lavoro in Alitalia avevano effetti anche altrove. Lo pensava Paolo Sabatini, responsabile del settore industria dell’Unione sindacale di base (Usb), dipendente Fiat: «Ebbi l’impressione che il contratto firmato da Alitalia, che prevedeva una forte flessibilizzazione del lavoro, avrebbe potuto rappresentare il cavallo di Troia che si inseriva all’interno delle relazioni sindacali», ricorda Sabatini. 

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Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli
Sofia Centioni

Editing

Francesca Cicculli

Fact-checking

Francesca Cicculli

Foto di copertina

© AFP/Getty

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