03.07.26
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AlbaniaNel luglio 2021, Ivanka Trump si trovava su uno yacht al largo della costa occidentale dell’Albania quando ha visto per la prima volta l’isola di Sazan, un’ex base militare comunista. «Ci siamo fermati per una nuotata – racconta questo giugno al podcaster americano David Serna – ed è così effettivamente che l’abbiamo scoperta».
È rimasta talmente affascinata da quel luogo incontaminato e disabitato che nell’estate del 2024, insieme a suo marito Jared Kushner, ha annunciato per la prima volta il progetto di un mega-resort con diecimila camere destinate a turisti facoltosi.
La proposta dei Kushner – il genero del presidente Usa Donald Trump – prevede un imponente progetto turistico incentrato sull’isola di Sazan e sulla vicina area di Zvërnec, che include hotel di lusso, appartamenti residenziali e ville private da realizzarsi anche all’interno dell’area protetta del delta di Vjosa-Narta.
Il valore complessivo dell’investimento, secondo quanto dichiarato di recente dal premier Edi Rama per l’intera area di Valona, supera i quattro miliardi di euro (di cui 1,6 miliardi di dollari destinati alla sola isola di Sazan). L’ecosistema è popolato da oltre duecento varietà di uccelli – tra cui i fenicotteri – e decine di specie in via di estinzione.
Il progetto ha ricevuto un forte impulso quando il governo albanese, verso la fine del 2024, ha designato Atlantic Incubation Partners, un’entità collegata alla Affinity Partners di Kushner, come «investitore strategico», garantendogli l’accesso a un quadro normativo che accelera le procedure di investimento.
In breve
- Nel 2024 Ivanka Trump ha annunciato per la prima volta il progetto di un mega resort di lusso sull’isola di Sazan, un paradiso disabitato in Albania. Il progetto ha ottenuto il sostegno del governo e ora è parte di un progetto complessivo da quattro miliardi di euro nella baia di Valona
- L’inizio dei lavori ha fatto crescere le proteste di piazza contro lo sfruttamento delle risorse dell’Albania per il vantaggio di pochi. La rivoluzione dei fenicotteri prende il nome da uno degli animali tipici dell’area protetta che verrà toccata dai progetti della coppia Trump-Kushner e del governo albanese
- Mentre in Albania aumentavano le contestazione, Edi Rama ha rafforzato i suoi legami all’estero. Nella baia di Valona ci sono progetti militari e di cantieristica che si sono sviluppati grazie a partnership con Italia e Israelia
- Rama ha anche siglato l’accordo per lo sviluppo di due centri per migranti in Albania. Nonostante le proteste e i casi di autolesionismo, questo modello di esternalizzazione delle pratiche di rimpatrio dei migranti ha un forte supporto nell’Unione europea
Nel maggio 2026 alcune ruspe sono entrate nell’area protetta, aprendo strade di accesso, scavando tra le dune costiere e erigendo recinzioni attorno ad alcune parti del sito. Ciò ha tuttavia suscitato una forte reazione. L’indignazione dell’opinione pubblica è cresciuta dopo la diffusione di video che mostravano i bulldozer mentre sgomberavano il terreno tra le pinete nell’area del progetto, così sono scoppiate le prime proteste.
Le tensioni si sono ulteriormente inasprite quando i manifestanti si sono scontrati con il personale di sicurezza privato, dopo che un cittadino era stato trascinato via da queste forze private alla presenza dei poliziotti albanesi.
Proteste a Tirana
Da allora, migliaia di albanesi sono scesi nella piazza della capitale Tirana, in quella che può essere definita la più grande rivolta dalla caduta del regime comunista (dicembre 1990). Soprannominata la «rivoluzione dei fenicotteri», dal nome dell’uccello simbolo dell’area protetta, un mare di manifestanti si è unito, andando oltre gli attivisti ambientalisti per includere studenti, lavoratori, artisti, membri della diaspora e collettivi di base che chiedono un cambiamento sistemico più ampio.
Sebbene il fattore scatenante immediato sia stato il progetto di resort di lusso legato a Kushner previsto sull’isola di Sazan e a Zvërnec, la mobilitazione si è rapidamente trasformata in qualcosa che va ben oltre un singolo progetto turistico. Nel giro di poche settimane, gli albanesi hanno manifestato contro la corruzione, il condizionamento delle politiche pubbliche e le disuguaglianze economiche.
Da giugno le proteste si sono trasformate in una sfida più ampia all’establishment politico albanese e al suo modello di sviluppo, che secondo diversi manifestanti, ha privilegiato gli interessi delle élite politiche, degli investitori stranieri e dei partner geopolitici a scapito della tutela ambientale, della responsabilità democratica e delle comunità locali.
Le polemiche relative al progetto si sono intensificate a seguito di alcuni sviluppi giudiziari. La giornalista investigativa albanese Lindita Çela ha infatti ricostruito su Occrp che un imprenditore locale, Artur Shehu, è nominato in due diversi procedimenti in Albania: uno condotto dalla Procura speciale anticorruzione albanese (Spak) per traffico internazionale di droga e riciclaggio di denaro sporco; l’altro per la compravendita di un terreno coinvolto nella realizzazione di un resort nell’area di Vjosa-Narta.
Le proteste hanno attirato anche l’attenzione fuori dall’Albania. A seguito delle manifestazioni a livello nazionale, il Parlamento europeo ha chiesto una moratoria immediata sui progetti di sviluppo a Vjosa-Narta, esortando in particolare il governo albanese ad abrogare gli emendamenti del 2024 alla Legge sulle aree protette, che consentono la realizzazione di progetti turistici su larga scala all’interno delle zone protette e eliminano meccanismi fondamentali di controllo ambientale.
Diversi organizzatori di spicco riferiscono di aver ricevuto minacce relative al proprio posto di lavoro, molestie online e messaggi intimidatori da account anonimi sui social media. Nel corso dei 19 giorni di manifestazioni, le autorità hanno avviato procedimenti penali contro 85 manifestanti accusandoli, a vario titolo, di disturbo dell’ordine pubblico, ostruzione del traffico e partecipazione a raduni illegali. Gli organizzatori delle proteste hanno denunciato queste misure come un tentativo di scoraggiare la partecipazione e hanno esortato le autorità a rispettare i diritti costituzionali di riunione pacifica e di libertà di espressione.
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Nonostante la crescente repressione da parte della polizia, i manifestanti continuano a riempire le strade. I giovani albanesi sfidano un regime politico che, per anni, ha deciso chi può controllare, sviluppare e trarre profitto dal territorio albanese, emarginando le comunità locali. Ma come ha risposto finora il primo ministro albanese alle richieste di dimissioni?
Al soldo degli alleati
«Non c’è alcuna possibilità che questo investimento venga interrotto finché io sarò qui», ha dichiarato il primo ministro albanese Edi Rama, dimostrando il suo sostegno incondizionato al progetto nonostante la protesta dei giovani albanesi contro il suo governo.
Il primo ministro si è anche affrettato a condannare le proteste come parte di una più ampia «guerra ibrida», mettendo in guardia dagli «agenti stranieri» che alimentano campagne di disinformazione e vogliono destabilizzare l’Albania. Ha aggiunto che le manifestazioni sono sostenute dai nemici di Israele, utilizzando una retorica che non stupisce, visti i crescenti legami diplomatici costruiti da Rama con il governo israeliano.
I governi socialisti sotto la guida di Rama hanno troppo spesso subordinato le priorità nazionali agli interessi di potenti attori esterni, aprendo la strada all’influenza straniera su settori strategici e beni pubblici. Per molti manifestanti, le proteste rappresentano una sfida non solo agli sviluppi controversi lungo la costa albanese, ma anche a un ordine politico ed economico più ampio che ha plasmato il Paese sin dalla sua lunga transizione post-socialista.
«I manifestanti hanno chiesto all’unanimità, sin dall’inizio, le dimissioni del primo ministro e invocano un nuovo modello di sviluppo diverso da quello che abbiamo avuto finora», ha dichiarato a IrpiMedia Edison Lika, uno dei coordinatori delle proteste.
Dalla fine della Guerra fredda, la leadership albanese è stata uno strumento al soldo degli alleati, che da anni cercano di ampliare le proprie sfere di influenza e di espandere la propria presenza militare nello Stato balcanico.
A soli 40 minuti di auto dalla laguna di Zvërnec, dove il filo spinato ha recintato l’area destinata alla costruzione del resort legato al progetto di Kushner, alcune aziende israeliane si apprestano a formare piloti militari e civili albanesi presso l’Accademia di aviazione riaperta all’interno dell’aeroporto di Valona.
L’accordo per la sua riapertura è stato firmato all’inizio del 2025: si tratta di una partnership tra Kayo, l’azienda del ministero della Difesa albanese nata nel 2024 per produrre armi ed euipaggiamenti militari, ed Elbit Systems, il più grande produttore israeliano di armamenti – compresi quelle utilizzati durante il genocidio a Gaza.
Nella parte meridionale della baia di Valona si trova anche la base della marina militare di Pashaliman. Qui Fincantieri ha realizzato una joint venture insieme a Kayo, Fincantieri Albania. La società italo-albanese ha firmato un memorandum d’intesa con un istituto di formazione di Valona per il rilancio dello storico cantiere navale che sorge all’esterno della base. L’obiettivo di Fincantieri Albania è produrre dieci pattugliatori d’altura per l’esercito albanese ma anche le forze armate di Paesi alleati entro il 2030.
Chi ha il diritto di decidere come viene utilizzato il territorio albanese?
Presi nel loro insieme, gli sviluppi immobiliari sulla costa, le partnership militari con aziende italiane e israeliane, mostrano un Paese in fase di rapida trasformazione che cerca di progredire nel proprio percorso verso l’adesione all’Unione europea.
In quest’ottica, alla fine del 2023 il primo ministro Rama ha annunciato un accordo bilaterale con l’Italia con cui di fatto ha concesso l’uso di porzioni di territorio albanese per l’istituzione di due centri per migranti gestiti dagli italiani.
Il primo, situato all’interno del porto di Shëngjin, è un hotspot che funge da centro di sbarco e screening dove i migranti vengono identificati, sottoposti a visite mediche e a valutazioni di vulnerabilità. Da lì vengono trasferiti in un centro più grande a Gjadër, una remota ex zona militare, dove le richieste di asilo e le procedure di detenzione sono gestite sotto la giurisdizione italiana.
Incastonati tra le pendici del monte Kakarriqi e le rive del fiume Drin, i centri sono circondati da mura alte cinque metri che nascondono le loro attività alla vista del pubblico. Per i giornalisti, ottenere l’accesso ai centri è al momento impossibile e quindi possono solo arrampicarsi sulla montagna per intravedere cosa accade all’interno.
Da quando le strutture sono diventate operative, nell’autunno del 2024, sono stati ripetutamente segnalati atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, scioperi della fame e proteste. Secondo i dati pubblicati da Altreconomia, gli operatori hanno registrato ben 54 «eventi critici» solo nei primi 48 giorni di attività interna. I servizi dei centri sono affidati alla cooperativa Medihospes, che si è aggiudicata a maggio 2024 l’appalto di gestione da 133 milioni di euro.
Trasformando l’Albania in un banco di prova per il nuovo sistema di espulsione dell’Unione europea, Rama rafforza il proprio potere in patria consolidando la sua posizione a Bruxelles. In un momento in cui i governi dell’Ue sono alla ricerca di nuovi modi per frenare la migrazione, i centri gestiti dall’Italia in Albania sono diventati il modello di riferimento più visibile, contribuendo a consolidare l’immagine dell’Albania come alleato disponibile negli sforzi dell’Unione per esternalizzare i controlli alle frontiere.
«Ursula – ha detto Edi Rama rivolgendosi alla presidente della Commissione europea Von der Leyen durante l’apertura del campus di Tirana del Collegio d’Europa Jacques Delors nel 2024 – voglio assicurarti che questo è un ottimo investimento perché, per i nostri amici, andiamo oltre ciò che sembra possibile e siamo persino disposti a uccidere, quindi sei la politica europea più al sicuro che ci sia».
Ma se Rama miete successi all’estero accettando di svolgere il lavoro sporco per conto dell’Ue, in patria deve affrontare un dissenso sempre più forte. Resta da vedere se Rama potrà continuare a mantenere il suo status di uno dei leader più influenti dei Balcani, mentre deve affrontare una rivolta storica contro di lui.
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