Le mancate forniture che hanno dato avvio all’inchiesta che coinvolge Fontana

25 mila camici mai consegnati, il presunto tentativo di rivenderli a un prezzo maggiore, il bonifico segnalato all’antiriciclaggio e il conflitto d'interesse nell'inchiesta di Milano

7 Agosto 2020 | di Matteo Civillini, Luca Rinaldi

Sono 25 mila camici sanitari il “corpo del reato” dell’inchiesta che ha messo nel mirino Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia. La parte mancante della fornitura da 513 mila euro affidata senza gara da Aria, la stazione appaltante della Lombarda, a Dama Spa, azienda guidata da Andrea Dini, cognato di Fontana. Un accordo formalizzato il 16 aprile scorso, e poi mai pienamento rispettato, facendo scattare l’ipotesi di frode in pubbliche forniture: per gli inquirenti Dini avrebbe tentato di vendere la parte della fornitura non consegnata a una Onlus di Varese a un prezzo superiore (da 6 a 9 euro). Alla stampa l’avvocato di Andrea Dini, Giuseppe Innaccone, puntualizza che nei messaggi scambiati tra l’imprenditore e chi avrebbe dovuto acquisire i camici «non si parla di camici ma di tessuti da vendere». Tuttavia nei giorni scorsi i 25 mila camici sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza nei magazzini della Dama Spa. Nel mezzo, il tentativo di trasformare l’ordine oneroso in donazione, bonifici sospetti dalla Svizzera e una lunga serie di mezze verità e dietrofront sciorinate dal governatore lombardo.

Seppur la più scottante politicamente, quella di Dama spa è solo una delle numerose partite di dispositivi di protezione individuale gestite da Aria e poi mai arrivate nei magazzini della Regione. Come Irpimedia ha già raccontato, per le sole mascherine il 72% degli ordini effettuati da Aria è stato successivamente annullato. Ma se la maggior parte delle cancellazioni sono dovute perlopiù alla non idoneità dei prodotti o a ritardi nelle consegne, il caso della Dama spa è ben diverso. Al centro infatti c’è un macroscopico conflitto di interessi: soldi pubblici sarebbero dovuti finire nelle tasche dell’azienda di famiglia (Roberta Dini, moglie di Fontana, detiene una quota di minoranza di Dama Spa). La patata bollente rivelata da Report che ha fatto partire la corsa a trasformare in corso d’opera la vendita in una semplice donazione. Tentativo mai realmente riuscito visto che la proposta, inviata da Dini via email, non è mai stata formalizzata da Aria.  

A quel punto (eravamo a metà maggio) Dama blocca le forniture dopo aver già consegnato 49mila camici, come previsto dal contratto. Per risarcire il cognato dai mancati introiti Fontana fa partire un bonifico da 250mila euro a favore di Dama Spa da un suo conto personale in Svizzera. A gestire l’operazione sarebbe stato Fontana in prima persona, stando a quanto dichiarato dal suo avvocato: «Quando è venuto a sapere della fornitura, per evitare equivoci gli ha detto di trasformarla in donazione e lo scrupolo di aver danneggiato suo cognato lo ha indotto in coscienza a fare un gesto risarcitorio».

A predisporre il versamento è l’Unione Fiduciaria, la società milanese che cura il patrimonio di Fontana. Il bonifico però non arriverà mai a destinazione: un funzionario della fiduciaria, insospettito da importo e causale, fa una segnalazione di operazione sospetta di riciclaggio all’UIF di Banca d’Italia, l’unità di Palazzo Koch che si occupa delle operazioni sospette. L’11 giugno Fontana fa retromarcia e chiede all’Unione Fiduciaria di ritirare il bonifico. Ma, ormai, è troppo tardi: la segnalazione è arrivata sulla scrivania dei magistrati milanesi che istruiscono la Guardia di Finanza ad approfondire il caso.

Ulteriore elemento che gli inquirenti stanno approfondendo è la domiciliazione del Diva Trust, il soggetto che tramite la Credit Suisse Servizi Fiduciari controlla il 90% di Diva Spa che a sua volta detiene il 90% della Dama: Diva Trust è domiciliato allo stesso indirizzo di Unione Fiduciaria, la stessa sede da cui è partito il bonifico segnalato all’autorità antiriclaggio. «Una coincidenza», puntualizzano le difese, ma che sta portando la procura a verificare che non ci siano interessi incrociati tra il presidente della Regione e i Dini.

L’assetto proprietario di Dama Spa

Il triangolo Svizzera-Bahamas-Liechtenstein

Le indagini fanno venire a galla la complessa ingegneria finanziaria usata da Fontana e famiglia per la gestione dei propri risparmi. Un patrimonio da 5 milioni di euro custodito a partire dal 1997 dalla UBS di Lugano in un conto inizialmente intestato alla madre del governatore. Passano otto anni e i risparmi della famiglia Fontana prendono la via dei Caraibi. Il 1 giugno 2005, infatti, la UBS Trustees delle Bahamas registra il Montmellon Valley, un trust con lo scopo di schermare la reale proprietà del conto svizzero. Come scrive L’Espresso, la data dell’operazione sembra essere curiosa: un mese più tardi, il 1 luglio, entra in vigore la cosiddetta Euroritenuta, ovvero la tassazione alla fonte dei conti detenuti da cittadini europei nelle banche elvetiche.

Ovviamente, i nomi di Fontana e della madre non compaiono nei documenti del trust Montmellon Valley. Ad amministrarlo sono tre soggetti: Corpboard Ltd, una fiduciaria di UBS alle Isole Vergini Britanniche, il Dr. Herbert Oberhuber, avvocato del Liechtenstein il cui nome compare in una miriade di società presenti nei leak Paradise e Panama Papers e la Domar Board Services Anstalt, con sede a Vaduz. Quest’ultima una tipologia di soggetto giuridico peculiare del Liechtenstein paragonabile ad una fondazione. Nell’ottobre del 2010 tra gli amministratori del trust subentra Peter Marxer Jr., socio di Marxer and Partners, il più antico studio legale di Vaduz. A fondarlo era stato il padre omonimo, personaggio politico di primo piano in Liechtenstein negli anni ‘80.

I documenti che provano la costituzione e la chiusura del trust alle Bahamas / Scorri le immagini

Il tesoretto della famiglia Fontana sparisce in questo triangolo tra Svizzera,Bahamas e Liechtenstein fino al 2015 quando l’attuale presidente di Regione Lombardia, allora sindaco di Varese, eredita il patrimonio da 5 milioni di euro dopo il decesso della madre. Pochi mesi dopo regolarizza la sua posizione sfruttando la voluntary disclosure voluta dal governo Renzi, ma i soldi restano in Svizzera nelle casse di Ubs. L’operazione si chiude con la definitiva chiusura del trust Montmellon Valley nel gennaio 2016.

Investimenti scivolosi

Come tutte le famiglie benestanti del varesotto anche dei Dini non si legge granché. Per chi bazzica gli ambienti degli industriali della zona una situazione da «Capitale Umano», per citare il famoso film di Paolo Virzì. Non a caso anche in questa occasione l’attenzione si è gioco forza spostata su Attilio Fontana, ma anche i Dini in passato sono stati protagonisti di operazioni finanziarie non proprio riuscite.

Nei primi anni ‘70 Paolo Dini, padre di Andrea, titolare del maglificio Daco di Varese lancia un proprio marchio di proprietà, Paul & Shark, oggi controllato dalla Dama Spa. Il business regge e nel tempo la famiglia diversifica, incappando in qualche inciampo, come la truffa messa in piedi da Bernard Madoff, banker di New York capace di montare uno “schema Ponzi” da 50 miliardi di dollari. Paolo Dini è uno dei quattro italiani che compaiono nella lista dei clienti truffati da Madoff rimettendoci, stando ai documenti del processo, circa un milione di dollari che tuttavia non hanno impattato sulle attività di famiglia.

A metà degli anni 2000 l’avvicinamento tra Fontana e la famiglia Dini con il matrimonio tra l’attuale presidente della Regione e Roberta Dini. Nel 2010 i Dini si imbarcano, insieme a Davide Bizzi, nel progetto di recupero dell’area ex Falck di Sesto San Giovanni: un investimento da 405 milioni di euro, a tutt’oggi arenato tra bonifiche infinite e progetti faraonici mai attuati. Nel frattempo Dini senior muore nel 2017, ma l’area ex Falck rimane ancora oggi una grande incompiuta ora in mano ai re di denari dell’immobiliare milanese Hines e Prelios dopo la cessione del gruppo Bizzi.

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