L’economia criminale del post-emergenza Covid-19

La crisi economica a cui andiamo incontro è senza precedenti: aziende e lavoratori nel mirino dell’economia criminale

6 Aprile 2020 | di Luca Rinaldi

In piena crisi è necessario progettare ciò che verrà dopo. La pandemia da Covid-19 ora in atto avrà strascichi economici e sociali di enorme portata e si entrerà in una fase di crisi economica importante. Lo scorso 31 marzo l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha presentato il rapporto sugli impatti di lungo termine generati dall’emergenza Covid-19. Il prezzo in termini di vite umane è già altissimo e l’Onu chiede agli Stati membri «il massimo supporto finanziario e tecnico» per fasce più deboli della popolazione. Stando alle stime del Fondo Monetario Internazionale ci prepariamo a vivere una crisi peggiore di quella del 2008 e una mancata risposta coordinata porterebbe a un taglio del Pil globale del 10%.

Allo stesso modo l’Organizzazione mondiale del lavoro ha stimato una perdita di posti di lavoro compresa tra i 5 milioni (scenario a basso impatto) e i 25 milioni (scenario a impatto medio-alto), con un costo per l’economia globale di almeno 860 miliardi di dollari che potrebbe toccare quota 3.400 miliardi. La stessa organizzazione stima che tra 8,8 e 35 milioni di persone in più si troveranno in condizioni di povertà lavorativa (working poor) in tutto il mondo, rispetto alla stima di inizio anno che prevedeva un calo di 14 milioni nel 2020. Una situazione quella dei lavoratori in situazione di povertà acuita dalla continua deregolamentazione del mercato del lavoro che anche in Italia sta mostrando tutte le sue crepe.

Una simile situazione inevitabilmente impatterà in modo significativo anche in Europa e in Italia: se nel vecchio Continente la quota di persone in condizione di povertà lavorativa è fissata al 9,6%, l’Italia supera la media Ue attestandosi al 12%, preceduta solo da Grecia, Spagna e Romania, che tocca quota 17. Qui e sulla prevedibile contrazione del credito si giocano due partite fondamentali per la tutela dell’economia del Paese, che in periodi di crisi scatena l’appetito delle organizzazioni criminali, in particolare quelle mafiose che possono contare sulla scorta di liquidità derivante dai traffici illeciti e pronta per essere reinvestita in attività del tutto legali. Prevedibile che il settore della piccola e media impresa che popola il panorama italiano sia un bersaglio ancora più facile.
Parola chiave: Working poor

I working poor, o lavoratori in condizione di povertà, sono coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo. Il fenomeno, causato anche da una progressiva polarizzazione del mercato del lavoro, che non facilita la disponibilità occupazionale per le fasce medie di reddito. Per l’Eurostat, l’ufficio statistico europeo, una famiglia rientra fra i working poors se almeno un membro della stessa lavora e se il reddito complessivo familiare è circa al di sotto del 60% (ma la percentuale per alcuni può variare) del reddito mediano del paese.

Scenari simili del resto si sono palesati con le ondate della crisi che si sono fatte sentire maggiormente tra il 2008 e il 2012. Allora si osservò un peggioramento generale delle condizioni di accesso al credito da parte delle imprese, sia manifatturiere sia dei servizi, una picchiata sull’erogazione dei prestiti bancari e in parallelo una recrudescenza nello stesso periodo dei reati di usura ed estorsione. Le più penalizzate furono le imprese con meno di venti addetti e il settore della vendita al dettaglio.

Allo stesso modo con la crisi in arrivo e allo stabilizzarsi dei numeri del contagio organizzazioni mafiose con grandi liquidità, come lo è soprattutto la ‘ndrangheta, individueranno quei settori produttivi in cui immettere i propri capitali. Questo succederà nelle aree economicamente più fragili del Paese, ma sarà uno scenario a cui fare attenzione anche nelle regioni più produttive del nord, che sono state le più colpite dal contraccolpo della pandemia.

Qui si andrà oltre lo schema del prestito a usura che, come ha sottolineato alcuni giorni fa sul Fatto Quotidiano il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, «continuerà a esistere solo quale reato tipico delle manifestazioni criminali meno ramificate ed evolute». Dunque la seconda fase di fatto setterà l’agenda criminale sul medio-lungo periodo toccando settori come il mercato immobiliare e la sanità arrivando a consolidare le proprie posizioni, ha sottolineato ancora Lombardo, anche all’interno del mercato creditizio e dei beni di prima necessità. Nei settori in cui arriveranno investimenti, finanziamenti a pioggia e appalti saranno necessarie regolamentazioni importanti anche per arginare i sistemi corruttivi. Tema ancora più caldo dal momento che si è destinati ad andare incontro a una stagione di appalti in deroga e non possono verificarsi situazioni come quelle dell’appalto Consip denunciata lo scorso 2 aprile da IrpiMedia.

«Molto dal punto di vista della liquidità delle mafie dipenderà dalla velocità con cui ripartiranno dopo il rallentamento i mercati illegali per poi fornire denaro a quelli legali»

Federico Varese, criminologo

«Molto dal punto di vista della liquidità delle mafie – spiega a IrpiMedia il criminologo dell’Università di Oxford Federico Varese – dipenderà dalla velocità con cui ripartiranno dopo il rallentamento i mercati illegali per poi fornire denaro a quelli legali: si guardi storicamente alle mosse della mafia italo-americana di Joe Bonanno dopo la crisi del 1929 il quale sospese la richiesta del pizzo per iniziare a erogare prestiti alle imprese a cui faceva estorsioni in precedenza».

Altri tempi, ma un modus operandi che nel tempo è diventato paradigma. La risposta dello Stato, delle banche e delle imprese al momento della ripresa dovrà dunque essere tempestiva e regolamentata anche se, afferma ancora Varese «ci saranno soprattutto piccole imprese che scontando irregolarità del passato avranno comunque difficoltà ad accedere al credito e si rivolgeranno ai mercati illegali. In questi contesti – ragiona Varese – le organizzazioni mafiose potrebbero anche non comparire tanto come fornitore di liquidità quanto come “garante” di chi presta denaro ma non necessariamente legato a famiglie mafiose. In questo modo la mafia entra in gioco come parte di un meccanismo e abilitata a usare la violenza». In sostanza un fornitore di servizi.

Il mercato dell’immobiliare, soprattutto se si verificheranno crolli nei prezzi, si consoliderà come uno dei settori prediletti per il riciclaggio, in particolare per mettere al sicuro il denaro. Qui non saranno solo le mafie a investire, ma anche e soprattutto attori come grandi fondi internazionali dove spesso è impossibile identificare il beneficiario effettivo.

Attenzione anche al cybercrime. Lo spostamento radicale di molte attività online sono un bersaglio ancora più interessante di quanto già non sia in questo momento per le organizzazioni criminali. Tra frodi e truffe «un mercato che crescerà in modo esponenziale in cui non saranno necessariamente le organizzazione mafiose “tipiche” a operare», sostiene Varese.

Infine la componente di consenso e ammortizzatore sociale delle organizzazioni criminali è l’aspetto più “di governo” dell’intera gestione del momento di crisi economica che ci apprestiamo a vivere. In prima istanza la categoria dei working poor sarà un grande bacino da cui pescare: dimenticata dalla politica è una categoria a cui le mafie guardano con interesse per guadagnare consenso. Ancora più interessante per le future economie criminali dal punto di vista politico saranno in particolare le aree di povertà estrema: «L’esempio dell’America Latina – specifica Varese – è in questo senso attinente. Lì le varie declinazioni criminali che siano gang, cartelli o mafie stanno offrendo sussidi di cibo e beni di prima necessità nelle favelas dove il governo non arriva».

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