Piemonte e Covid: cronaca di un delitto nei vent’anni di tagli alla sanità regionale

Piani di rientro e revisioni di budget hanno ridotto le casse della Sanità. Così, con il Covid, è esploso anche un caso Piemonte: la regione con il più alto tasso di mortalità d’Italia

22 Maggio 2020 | di Lorenzo Bodrero, Matteo Civillini

La malagestione dell’emergenza Covid non è solo un affare lombardo. Esiste anche un “caso Piemonte”, meno clamoroso, ma altrettanto significativo. Per numero di contagi la regione è seconda in Italia ma ha registrato il tasso più alto di persone positive al coronavirus rispetto alla popolazione: a fine aprile erano 356 ogni centomila abitanti, contro i 343 della Lombardia, al primo posto per numero assoluto di contagi. Quest’indice, in Piemonte, è circa il doppio che nel resto del Paese. La diagnosi è univoca: la regione guidata da Alberto Cirio è la più malata d’Italia.

Il poco invidiabile primato è figlio, da un lato, di scelte molto simili a quelle che hanno travolto la sanità lombarda e, dall’altro, delle forti restrizioni economiche patite negli ultimi vent’anni e che hanno coinvolto tutto lo Stivale. In mezzo, l’incapacità di alcune amministrazioni regionali di prendere le distanze da quella mafia calabrese che in Piemonte – come nelle principali regioni settentrionali – ha portato voti e influenze.

Qui i tagli al sistema sanitario hanno aggravato più che altrove la gestione dell’emergenza. Lo preannunciava, seppur indirettamente, l’assessore alla Sanità Luigi Icardi lo scorso 4 febbraio, pochi giorni prima dell’inizio della tempesta, mentre commentava i debiti del comparto sanità: «La situazione è drammatica, non c’è più nulla di risorse straordinarie una tantum da usare a copertura delle perdite. Abbiamo raschiato il fondo del barile».

Con l’inizio della Fase 2 vale la pena ripercorrere le ragioni storiche di questa situazione. Per farlo, bisogna riavvolgere il nastro fino ai primi anni Duemila.

La Sanità in Italia e in Piemonte: breve cronistoria

La legge 833 del 1978 istituiva il Sistema sanitario nazionale, basato su una visione solidaristica, universale e gratuita della copertura sanitaria. Viene cioè realizzato un diritto fondamentale, quello sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Il diritto alla salute non è più un privilegio per pochi dunque, bensì un diritto per tutti.

Durante gli anni ‘90 prendono vita le Aziende sanitarie locali, le Regioni rafforzano il proprio potere in tema sanità e viene introdotto il concetto di “aziendalizzazione” in cui, assicurati dalle Regioni, i livelli essenziali di assistenza vengono erogati a tutti i cittadini proprio attraverso le Asl. Da un lato, le Regioni diventano, di fatto, economicamente e politicamente responsabili dei rispettivi sistemi sanitari; dall’altro, le Asl mutano in vere e proprie aziende pubbliche dotate di indipendenza imprenditoriale, soggette a criteri di efficienza e sostenibilità.

Nel 2001 si mette mano alla Costituzione modificandone il titolo V e ridisegnando le competenze tra Stato, Regioni e Province e la Sanità è il banco di prova cui si sperimenta una sorta di “federalismo”. È un cambiamento radicale. Da allora, quelli che contano davvero sono i sistemi sanitari regionali in cui la Salute diventa materia concorrente tra Stato e Regioni: il primo, stabilisce i Livelli essenziali di assistenza (Lea); le seconde, acquisiscono competenza esclusiva nella regolamentazione e nell’organizzazione dei servizi sanitari e nel finanziamento delle aziende sanitarie.

Nel 2010, al Piemonte viene imposto il Piano di rientro: troppe le spese sostenute e i debiti accumulati fino ad allora. L’accordo stabiliva di «riqualificare, riorganizzare e individuare gli interventi per il perseguimento dell’equilibrio economico». In altre parole, bisognava tagliare ovunque fosse possibile. E così è stato.

Delle Regioni più colpite dall’emergenza Covid, il Piemonte è l’unica passata dal Piano di rientro.

Parola d’ordine: rigore

I tagli alla sanità regionale piemontese iniziano con la giunta di Enzo Ghigo, presidente di Forza Italia che tra il 2000 e il 2005 ha guidato la Regione per il secondo mandato consecutivo. Nel 2000 il governo impose a tutti gli enti locali maggiore rigore su spese e deficit, introducendo il sistema dei finanziamenti regionali che vige ancora oggi: «Fu una svolta – commenta Gabriella Viberti dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali per il Piemonte (Ires) – oggi i fondi destinati alle Regioni sono stabiliti da parametri valutati ogni anno, mentre allora l’erogazione si stabiliva in base alla spesa del periodo precedente».

In Piemonte il nuovo modello ha dimostrato che i debiti accumulati nei 22 anni precedenti, cioè dall’avvento del Sistema sanitario nazionale nel 1978, da Comuni e Regioni erano ormai insostenibili (vedi box). E così, secondo i dati forniti a IrpiMedia dal centro studi Nebo, i 21mila posti letto pubblici del 1992 sono diventati 13mila nel 2018, mentre i 3mila privati sono rimasti pressoché invariati, e le Asl sono passate da 22 a 12. La cura dimagrante ha causato anche il blocco dei turnover e delle assunzioni (salvo sporadiche eccezioni), con progressiva riduzione degli organici.

L’evoluzione del numero di posti letto e delle Asl in Piemonte | Fonte: Centro studi Nebo | IrpiMedia

Il diktat nazionale non ha risparmiato neanche la giunta di Mercedes Bresso, governatrice per Democratici di Sinistra dal 2005 al 2010. L’amministrazione di centro-sinistra, per alleggerire il carico sugli ospedali e migliorare l’assistenza sul territorio, si è però cimentata in un esperimento che sembrava promettente. Al progetto ha collaborato Mario Nejrotti, allora segretario dell’ordine dei medici della provincia di Torino: «Mettemmo in piedi un sistema organizzativo ed economico sperimentale per far confluire i medici di medicina primaria, cioè i medici generali e pediatri di libera scelta, in sedi uniche dislocate sul territorio e organizzate insieme a specialisti ambulatoriali, infermieri e collaboratori».

L’obiettivo era potenziare quella “medicina territoriale” la cui mancanza in queste settimane ha determinato un ampio afflusso di contagiati verso gli ospedali e che è stata spesso indicata come causa principale dello scoppio dell’emergenza covid. «Avevamo coinvolto circa 200 tra medici, infermieri e personale amministrativo per un target di circa 150mila pazienti», spiega Nejrotti.

Tagli bipartisan

Con l’avvento della giunta leghista di Roberto Cota (2010-2014) l’esperimento è stato stoppato. La nuova amministrazione ha spostato l’attenzione sui grandi centri ospedalieri. Una strategia del “pochi ma grossi”, si potrebbe riassumere. Il simbolo di questo scelta era l’imponente area di Torino che corre lungo tutto Corso Unità d’Italia: il 1° luglio 2012, su iniziativa portata avanti dalla giunta regionale, l’ospedale infantile Regina Margherita, il ginecologico Sant’Anna, il Centro traumatologico ortopedico e il presidio ospedaliero Le Molinette convergevano in un’unica azienda ospedaliera, nota oggi come la “La città della salute e della scienza”.

L’area di Torino che comprende “La città della salute e della scienza”/IrpiMedia

Nel frattempo però un’altra scure era calata sulla sanità piemontese. Due anni prima, nel 2010, la regione era entrata nel Piano di rientro, un accordo tra Stato e Regione volto al «perseguimento dell’equilibrio economico». La giunta leghista pagava i debiti accumulati dalla giunta Bresso e, prima ancora, dalle due amministrazioni Ghigo. L’accordo segnava l’inizio di una politica sanitaria fatta di blocchi delle assunzioni, chiusura di presidi, ticket salati, liste d’attesa, indebolimento della medicina territoriale, ed eliminazione e accorpamento di quei servizi che non possono giustificare la loro utilità o la loro sostenibilità economica.

Il Piano prevedeva un contenimento dei costi per 162 milioni di euro nel 2013 e, in modo cumulativo, di 248 milioni per il 2014 e 360 per il 2015. A farne maggiormente le spese furono le solite voci: posti letto, personale, presidi territoriali. Di riflesso, anche la spesa sanitaria cresceva meno velocemente: tra il 2010 e il 2018 la spesa pro-capite per la sanità piemontese è salita del 2,5% contro una media nazionale del 6,6% (dati Ires). Tradotto, si è speso di più in termini assoluti ma meno rispetto alle necessità. Il Piemonte era l’unica regione del Nord Italia entrata nel piano di rientro (insieme alla Liguria, che però ci è rimasta un solo anno), una condizione che rientra tra le concause dell’emergenza patita per la diffusione del Covid-19. Sette lunghi anni di tagli che, in teoria, terminano nel 2017 quando la giunta Chiamparino (2014-2019) annuncia la fine del piano di rientro.

La ‘ndrangheta nel palazzo della Regione

La giunta Cota, tra quelle prese qui in considerazione, è l’unica a non aver portato a termine il mandato. A un anno dalla fine naturale dell’amministrazione, nel 2014, il Tar piemontese ha annullato il voto di quattro anni prima, e di conseguenza l’esito delle urne, sulla base delle firme false portate dalla lista Pensionati per Cota durante la corsa elettorale. L’annullamento delle elezioni e le conseguenti dimissioni di Cota chiudevano una stagione di scandali giudiziari al Palazzo della Regione.

Nei mesi in cui la vicenda delle firme false scuoteva il Palazzo di Piazza Castello, sede della giunta regionale, i pm torinesi portavano a giudizio Cota e altri 37 consiglieri regionali nell’ambito della vicenda nota alle cronache come «Rimborsopoli», accusati di peculato e, in particolare, di aver utilizzato in modo illecito fondi per 900mila euro destinati ai gruppi consiliari. Dopo l’assoluzione in primo grado e la condanna in appello, la Cassazione lo scorso novembre ha assolto sia Cota sia l’attuale capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari. Sono invece state confermate le condanne agli ex consiglieri regionali Michele Giovine (Pensionati per Cota) e Massimiliano Motta (Popolo delle Libertà).

A metà giugno del 2011 l’allora assessore alla sanità, Caterina Ferrero è stata arrestata. Venti giorni prima si era dimessa a seguito dell’arresto del suo braccio destro, Pietro Gambarino. Con l’operazione “Dark side”, la guardia di finanza contestava a entrambi i reati di turbativa d’asta, concussione e abuso d’ufficio. Al centro delle carte degli inquirenti figuravano la fornitura di pannoloni per anziani affidata senza gara e a prezzi gonfiati a Federfarma, la realizzazione di residenze per anziani, l’apertura di un centro di cardiologia nella prima cintura di Torino e la gestione di alcuni concorsi. Negli stessi giorni è stato arrestato anche il suocero di Ferrero, Nevio Coral, potente sindaco di Leinì, alle porte di Torino. L’arresto rientrava nell’ambito della maxi-operazione Minotauro, la più imponente indagine contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Piemonte. L’inchiesta ha portato a galla la presenza di almeno nove “locali” della mafia calabrese in altrettanti Comuni. Coral, condannato poi a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, era considerato l’uomo dell’accordo tra politica locale, in cerca di elettori e mazzette, e gli esponenti della ‘ndrangheta, in cerca di protezione e appalti.

Nelle motivazioni della sentenza si legge che, in virtù di questo patto, Coral ha condizionato l’esito delle elezioni comunali di Leinì (2009) e Volpiano (2011), di quelle provinciali (2009) per l’elezione del figlio Ivano e delle Regionali (2011) con l’apporto dato, appunto, alla nuora Caterina Ferrero.

Un “delitto” irrisolto e domande senza risposte

Sono questi gli anni in cui si consuma un “delitto” ancora irrisolto: quello del sistema sanitario pubblico piemontese, lasciato morire senza più risorse pubbliche. Ne ha parlato un convegno realizzato a Torino nel novembre 2016 dal titolo “Falso deficit, tagli veri: salute a rischio?”, di cui ha scritto il mensile TorinoMedica. «Per anni – si legge nell’articolo – è stata convinzione comune che il bilancio della Sanità regionale fosse la causa dell’incredibile “buco nero” (disavanzo) di sette miliardi, ma analisi approfondite dimostrano che la Sanità piemontese non è mai stata in deficit dal 2005». Lo aveva certificato nel 2015 un’indagine del Senato. «Una parte dei finanziamenti provenienti da Roma per la Sanità (4,3 miliardi di euro, ndr) sono stati negli anni utilizzati come cassa per spese extra-sanitarie, come ammesso dall’assessore al bilancio», scriveva il mensile.

In altre parole, il fondo sanitario regionale era stato sacrificato e utilizzato come cassa da cui attingere per spese che con la sanità non avevano niente a che fare.

Le giunte regionali del Piemonte dal 2000 a oggi/IrpiMedia

E così anche l’amministrazione di Sergio Chiamparino, pur uscendo dal Piano di rientro nel marzo 2017, si è trovata ben presto a corto di fondi. Lo ha ammesso anche la giunta successiva in una conferenza stampa di pochi mesi fa: «Dal 2017 le Asl hanno ricominciato ad avere forte difficoltà di sostenibilità dei propri costi ricorrendo alle sole fonti ordinarie di finanziamento, cioè il Fondo sanitario regionale e le cosiddette entrate proprie (ad esempio il ticket)». Secondo questa analisi, nel 2019 sono stati spesi 407 milioni di euro in più rispetto al fondo sanitario regionale, 302 milioni nel 2018 e 107 nel 2017. Ad oggi, il Piemonte ha sulle spalle un debito che ammonta a 9,3 miliardi di euro, sanità compresa.

Da qui al «raschiare il fondo del barile», come annunciato dall’assessore Icardi i primi di febbraio, il passo è breve. La ricerca dei responsabili di quel “delitto” irrisolto è un gioco a ritroso in cui ciascuna giunta punta l’indice verso la precedente, fino a che coloro che dovrebbero risponderne diventano figure indistinguibili. Al contrario del debito pubblico piemontese: questo, sì, ben visibile e in costante crescita.

Il sistema sanitario in affanno con l’emergenza Covid

Il Piemonte era prevedibilmente una regione in cui il Covid avrebbe colpito duro. Per età media, infatti, la Regione è seconda solo al Friuli laddove, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, due terzi dei deceduti italiani ha tra i 70 e i 90 anni. Ma non solo. Il centro Ires stima che la popolazione piemontese sopra i 75 anni è aumentata del 47% rispetto al 2001. Superiore alla media nazionale è anche il dato relativo alle patologie croniche: sono 41 su 100 i piemontesi che ne dichiarano almeno una e, come ormai sappiamo, il coronavirus non risparmia i portatori di malattie gravi: il 96% dei morti presentava infatti almeno una patologia concomitante.

All’aspetto demografico particolarmente vulnerabile si è accompagnata una risposta istituzionale all’emergenza giudicata non all’altezza da più parti. Tanto che da almeno tre settimane l’opposizione chiede le dimissioni dell’assessore alla sanità regionale Luigi Icardi. Che il Piemonte non fosse preparato ad assorbire il contraccolpo è risultato chiaro fin da subito. Al 19 aprile, per esempio, risultavano 96 mila tamponi effettuati, contro i 264mila della Lombardia e i 255 mila del Veneto. Scarsa disponibilità dei test ma anche minima disponibilità di analisi di laboratorio: tra marzo e aprile erano soltanto due i laboratori in grado di gestire l’afflusso di test in entrata.

Come la Lombardia, anche il Piemonte è riparato ben presto verso le Rsa per accogliere i casi positivi e alleggerire così il carico sugli ospedali. E come per la regione confinante, l’incendio è divampato. Sotto accusa, due versioni di una stessa delibera: la prima datata 20 marzo, sostanzialmente identica a quella lombarda, autorizzava il ricovero nelle Rsa (750 strutture per 40 mila ospiti e 15 mila dipendenti) degli anziani contagiati; la seconda pubblicata sul sito ufficiale molti giorni dopo, corregge il tiro precisando che il trasferimento doveva avvenire verso strutture vuote o inutilizzate. Tra la prima e la seconda versione erano però passate tre settimane. Risultato: a fine aprile le Rsa piemontesi contavano circa 5 mila contagiati tra pazienti e personale. Rispetto allo stesso periodo del 2019, si sono registrati 660 decessi in più, di cui 400 risultati positivi al covid.

Sull’indice di mortalità, che rispetto alla popolazione è il più alto tra le regioni italiane, ha certamente influito anche il tardivo rifornimento di dispositivi di protezione individuale, tanto tra il personale medico quanto nelle Rsa. Secondo fonti giudiziarie sarebbero fin qui una settantina i fascicoli di indagine aperti dalla procura di Torino e frutto degli esposti dei parenti delle vittime.
Ma lo scontro più feroce si è consumato, oltre che tra giunta regionale e opposizione, tra gli ordini provinciali dei medici e i vertici regionali. I primi, con una lettera inviata a metà aprile, accusavano l’Unità di crisi regionale di non aver sorvegliato abbastanza le Rsa e di averle invece «trasformate in obitori». Uno scontro che prosegue da almeno due mesi e che ha raggiunto il suo apice con il pasticcio delle mail.

Si è scoperto, infatti, che nelle prime e tragiche settimane della crisi il Servizio di igiene e sanità pubblica (Sisp) è andato in tilt per le troppe mail in arrivo. Il sistema prevedeva che i medici di base inviassero al Sisp le segnalazioni su quei pazienti con sintomi compatibili con il covid. Ma quando le comunicazioni sono diventate nell’ordine delle centinaia al giorno, il sistema è imploso, causando mancati o tardivi ricoveri e, in taluni casi, la morte dei pazienti.

Le cause di questa crisi sono tanto lontane quanto recenti, forse riassunte al meglio nella lettera inviata alla regione dall’Associazione dei medici e dei dirigenti sanitari piemontesi: «Negli ultimi anni tutte le Giunte che si sono susseguite hanno inflitto tagli pesantissimi al Sistema Sanitario Regionale», scrivono i medici.

I tagli al personale e ai presidi ospedalieri hanno coinvolto tanto il Piemonte quanto le altre Regioni ma i medici piemontesi aggiungono che «prima dell’epidemia, i posti letto in rianimazione, erano, rispetto alla popolazione, il 30% in meno rispetto al Veneto. E se le responsabilità vanno distribuite negli anni, a chi sta governando ora ricordiamo che avevano minacciato un nuovo piano di rientro, sottolineando ripetutamente l’importanza della sanità privata. Senza aver riaperto o potenziato nulla della Sanità Pubblica».

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: uno scorcio di Piazza San Carlo, Torino, durante il lockdown/cr.piemonte.it

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