#Covid-19

Mascherine, Regione Lombardia ci pensa da sola ma poi annulla il 72% delle forniture
Dovevano essere almeno 315 milioni, invece non si sa nemmeno quante ne siano arrivate. Dalle "mascherine-pannolino", alle aziende che rivendono a terzi, ecco come si gestiscono le forniture lombarde
10 Giugno 2020

Lorenzo Bodrero
Matteo Civillini

Dall’inizio dell’emergenza coronavirus, Regione Lombardia ha ordinato almeno 315 milioni di mascherine per la protezione individuale. Dispositivi promessi a medici prima e a 10 milioni di abitanti della regione poi. Almeno il 72% degli ordini relativo alle mascherine, però, è stato annullato e ad oggi non è dato sapere quante ne siano state effettivamente consegnate. Sono i risultati dell’analisi di IrpiMedia di circa un centinaio di affidamenti fatti da Aria Spa, la stazione appaltante di Regione Lombardia nata nel luglio del 2019.

Gli ordini sono stati cancellati per i motivi più disparati: dalla mancata idoneità del prodotto a ritardi nella consegna, fino al mancato rispetto di imprecisate clausole contrattuali. Qualche carico è stato addirittura requisito durante gli scali aerei in direzione Italia, quando era ormai chiaro che il contagio stava colpendo anche altri Paesi. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, il documento di annullamento non precisa alcuna ragione. Se fossero arrivate con i tempi previsti, le mascherine – dalle chirurgiche alle Ffp3 – avrebbero protetto l’intera popolazione lombarda fino a maggio, quando si è effettivamente concluso il lockdown.

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La grande corsa è cominciata il 13 marzo, quando l’Assessore al Bilancio regionale Davide Caparini ha lanciato la call internazionale, con affidamento diretto, per reperire il materiale necessario alle strutture sanitarie e socio-sanitarie.

Cos’è la procedura negoziata senza pubblicazione del bando di gara?

Con il decreto legge “Cura Italia”, le pubbliche amministrazioni sono autorizzate ad acquistare beni e servizi mediante procedura negoziata senza pubblicazione di un bando di gara, in deroga al codice dei contratti pubblici. L’affidamento di un appalto, quindi, può essere diretto.

Il dispositivo ha l’obiettivo di accelerare le procedure di affidamento, ma come abbiamo visto espone il fianco ad abusi e frodi. In realtà, l’uso della procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara è già contemplato dal Codice dei contratti pubblici solo in determinati casi, quali ad esempio ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili, come può essere l’esplosione del Covid.

La centrale degli appalti lombardi, nei primi dieci giorni, ha siglato una trentina di accordi, destinati ad aumentare ulteriormente nei giorni successivi. Ormai, con lo scoppio della pandemia in mezzo mondo, era diventato sempre più complicato trovare fornitori.

In Cina decine di migliaia di fabbriche si erano riconvertite nottetempo alla produzione di dispositivi di protezione individuale (Dpi), spesso senza avere le certificazioni necessarie per esportare nel mercato europeo. In Europa, in mezzo agli operatori del settore, si sono tuffati improvvisati broker che millantano contatti in grado di consegnare prodotti che poi non si materializzano. Alcuni compaiono tra coloro a cui Aria Spa ha alla fine annullato l’ordine.

È il caso, per esempio, di un 22enne di Praga, che figura come intermediario in una fornitura per 20 milioni di mascherine chirurgiche. L’azienda produttrice, come si legge nel contratto da 6 milioni di euro siglato il 23 marzo da Aria Spa, ha sede ad Hong Kong. Nella lettera, Aria specificava che la prima consegna sarebbe dovuta avvenire entro sette giorni dalla firma del documento. Il 9 aprile la maxi-commessa è stata però annullata per mancanza della documentazione tecnica a supporto della qualità dei prodotti.

Due settimane sono trascorse invece tra la stipula e l’annullamento di un’altra gara, questa volta per dieci milioni di mascherine chirurgiche. In questo caso l’accordo era stato raggiunto con l’indiana Gitvin Remedies per la quale, secondo le carte consultate da IrpiMedia, appariva come intermediario una persona di cui è nota solo l’email. Non ha risposto alle nostre richieste di spiegazioni.

L’ordine di Aria è rimasto inevaso anche quando gli intermediari erano noti, come Cristian Ferraris, direttore del Settore organizzazione sviluppo e rapporti associativi di Assolombarda, l’associazione degli industriali che operano nelle province di Milano, Lodi, Monza e Brianza e Pavia. In quelle concitate settimane «ci siamo resi disponibili, come tanti altri soggetti pubblici e privati, ad aiutare nel reperimento di Dpi, mettendo in campo la nostra rete di contatti in Italia e all’estero, soprattutto in Estremo oriente», spiega Ferraris. La società che avrebbe dovuto fornire le mascherine ad Aria Spa era la cinese Liaoning Mec Group. «L’azienda è piaciuta subito», rammenta il manager di Assolombarda. Forse fin troppo: l’acconto anticipato di 740mila euro è stato versato immediatamente, ma dei documenti per la lettera di credito con cui saldare il conto non c’è mai stata traccia. Dopo 18 giorni Aria ha annullato l’ordine per un milione di mascherine ricevendo il rimborso dell’anticipo, secondo Ferraris, pochi giorni dopo.

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Per tre volte, a mettere Aria Spa in contatto con altri potenziali fornitori di mascherine è stata Margareta Florea, 65enne nata in Romania ma residente nell’hinterland milanese dagli anni ‘70. Con la sua azienda, Sano Life Medical, Florea fornisce kit diagnostici per il pap test al collo dell’utero a diverse aziende sanitarie in tutta Italia. Florea è un’imprenditrice con un’ampia rete di conoscenze tra politica e istituzioni, in Italia e all’estero. Dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, fu chiamata a gestire il club “Tricolore” di Forza Italia, tra i più influenti di Milano.

Margareta Florea insieme all’assessore alla sanità della Lombardia, Giulio Gallera – Foto: Facebook Margareta Florea

Oggi, invece, Florea è presidente de “Il bello che avanza siamo noi”, associazione da lei costituita nel 2017 con l’obiettivo di «fare da ponte tra la società civile e il mondo delle istituzioni e della politica». Tra i soci fondatori compare anche il nome di Marco Trivelli, fresco di nomina come direttore generale della Sanità lombarda per volontà del governatore Attilio Fontana. Una lunga carriera come dirigente sanitario cominciata all’epoca di Roberto Formigoni, Trivelli il 10 giugno subentra a Luigi Cajazzo, ex poliziotto della Mobile di Lecco, che ha ricoperto il ruolo di dg da maggio 2018. Resterà in Regione con la carica di vicesegretario.

Oltre a Trivelli, l’associazione di Florea conta tra i soci diversi direttori sanitari e primari, soprattutto lombardi. E un politico: il deputato leghista Luca Toccalini, classe 1990, per diversi mesi anche vicepresidente dell’associazione. Toccalini è membro della Commissione Difesa della Lega alla Camera ed è stato nominato segretario della Lega Giovani da Matteo Salvini.

«Ognuno ha le proprie idee politiche e Toccalini non è nell’associazione in quanto leghista – prende le distanze Florea -. Noi non abbiamo un colore politico». Eppure nel maggio del 2019 Florea si è spesa in prima persona per la campagna alle elezioni europee della Lega: ha organizzato la presentazione di due candidati, Isabella Tovaglieri e Alessandro Panza, a cui hanno partecipato anche i pesi massimi del partito, Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini. «Ho parlato con Luca Toccalini e altre persone che lavorano negli ospedali e mi hanno chiesto: “Visto che tu sei brava potresti fare un evento per questi candidati” – ricorda Florea -. Parlando con loro ho capito che avevano a cuore il bene comune e ho pensato ne valesse la pena».

Florea sostiene sia stata la sua coscienza a spingerla a cercare tra i propri canali istituzionali qualcuno in grado di fornire i Dpi per la Regione. «Senza volerci guadagnare neanche un centesimo», specifica. Ha individuato una prima azienda, la Commerce Leader Service Trading Canada, che il 18 marzo ha stretto un accordo con Aria per 10 milioni di mascherine. Una settimana più tardi, però, l’ordine con l’azienda canadese è saltato. La commessa è passata quindi nelle mani di due aziende cinesi, segnalate da Florea ad Aria. Ancora una volta, però, l’affare si è chiuso con un nulla di fatto. Nella nota, la centrale degli appalti comunica alle aziende cinesi, con Florea in copia, l’annullamento dell’ordine «per la vostra mancata possibilità a garantire la consegna». L’imprenditrice definisce però la sua collaborazione con Aria «di alto profilo»: «Se le forniture sono saltate – conclude Florea – è per colpa dei cinesi che hanno dato ad altri la merce pattuita».

Le mascherine i cui affidamenti non sono stati annullati da Aria spa

Altre commesse mai consegnate per le quali Aria ha elargito comunque importanti anticipi di pagamento sono finite sotto la lente della procura. Come, la maxi-fornitura da quasi 14 milioni di euro per mascherine e camici affidata ad aprile alla Eclettica Srls, azienda di Turbigo specializzata nell’import di cappotti. Eclettica è piccola e ha solo mille euro di capitale sociale, ma Aria le ha anticipato comunque il 70% del pagamento, ossia 10 milioni. Un mese dopo, il suo amministratore Fabrizio Bongiovanni, 44 anni, aveva consegnato ancora solo una parte di quanto ordinato: «Il 4 aprile, dopo l’ok di Aria, avevo comprato tutto. Ma loro hanno cambiato in corsa la tipologia dei dispositivi», si è difeso l’interessato. Oggi è agli arresti domiciliari con l’accusa di frode nelle forniture pubbliche dopo essere stato denunciato dalla Regione e aver subito il sequestro da parte della Guardia di Finanza di Como di 3,3 milioni di euro depositati sui conti della sua società. Bongiovanni ha dichiarato a La Stampa che è stata Aria ad aver voluto anticipargli comunque il denaro, solo con un’autocertificazione senza garanzie.

Altre aziende sono riuscite a completare l’ordine ma hanno messo sul mercato prodotti di dubbia qualità. Un caso riguarda la Fippi, l’azienda di pannolini di Rho che ha riconvertito la produzione su commissione di Regione Lombardia. Aria le ha affidato una commessa da oltre 8 milioni di euro per 18 milioni di pezzi. Il sindacato Adl Cobas Lombardia, in un esposto alla procura di Milano, ha chiesto di chiarire l’idoneità, i costi e l’aggiudicazione della fornitura. I pm meneghini stanno accertando i fatti, ma nel frattempo le “mascherine-pannolino” sono rimaste nei magazzini, sostiene il gruppo consigliare del Movimento 5 Stelle sulla base di un accesso agli atti.

L’inizio della spesa forsennata

Il tema delle forniture è stato al centro delle polemiche, in Lombardia, a partire da inizio marzo, pochi giorni prima della chiusura totale della regione, quando ancora l’ondata di contagi, e morti, era solo all’orizzonte. Giulio Gallera, assessore alla Sanità e al Welfare, aveva accusato la Protezione civile della scarsità di dispositivi di protezione individuale: «Il problema è di chi doveva organizzarsi rispetto a uno scenario di emergenza sanitaria importante, con acquisti straordinari di presidi di protezione individuale, o non l’ha fatto o non l’ha fatto in maniera adeguata». Come ha ricostruito Business Insider Italia, però, proprio Regione Lombardia non ha mai avuto un ‘Piano Emergenze’ che stabilisse in modo chiaro la responsabilità dell’acquisto di dispositivi medici.

Una settimana dopo questa prima gaffe, Gallera ha rincarato comunque la dose contro Roma. Si è presentato alla quotidiana conferenza stampa con una mascherina da lui rinominata “modello Swiffer” e, mentre la sventolava di fronte ai giornalisti, ha detto: «Ci hanno mandato delle mascherine che sono un fazzoletto o un foglio di carta igienica che viene unito. Non vogliamo fare polemica però non sono sufficienti per la sicurezza degli operatori sanitari». La Protezione civile ha ribattuto di aver consegnato ai magazzini della regione oltre mezzo milione di dispositivi di diverso tipo in pochi giorni, ma ormai la strada era tracciata: la Lombardia aveva deciso di rifornirsi da sola, con i risultati che abbiamo visto.

Al 16 marzo, la regione contava già oltre 1200 morti e quasi 15mila persone contagiate. La sede lombarda della Federazione dei medici di famiglia (Fimmg) era sul piede di guerra e puntava il dito dritto verso la Regione. Con una lettera intimava pubblicamente l’amministrazione locale di rifornire al più presto tutto il personale medico e sanitario dei necessari dispositivi di protezione. Già si conoscevano gli ordini impartiti ai medici di non indossare le mascherine in alcune strutture ospedaliere lombarde e già si conosceva quanto alta fosse l’incidenza degli infettati tra il personale sanitario. L’associazione a febbraio aveva suggerito alla giunta regionale e alle Asl di verificare la disponibilità dei Dpi. Per evitare di rimanere sprovvisti.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bodrero
Matteo Civillini

Editing

Lorenzo Bagnoli

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