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FinCen Files, le piste italiane nella gigantesca macchina del riciclaggio

Duemila miliardi di euro: in un leak dall’Agenzia del Tesoro americano diciotto anni di transazioni sospette

25.09.20

Matteo Civillini

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Finanza
Riciclaggio

Più di duemila miliardi di dollari di operazioni finanziarie sospette. Vale a dire oltre 1.800 miliardi di euro. Una valanga di denaro che criminali avrebbero spostato nel corso di 18 anni in presunte operazioni di riciclaggio attraverso alcune delle più prestigiose banche al mondo. Deutsche Bank, JPMorgan, HSBC, Barclays Bank – tra le altre – avrebbero agevolato bonifici e pagamenti per conto di oligarchi russi colpiti da sanzioni, finanziatori del terrorismo, grandi truffatori e faccendieri macchiati dalla corruzione.

A rivelarlo è FinCen Files, l’inchiesta internazionale coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) e Buzzfeed, e che ha visto la partecipazione di oltre 400 giornalisti in 88 paesi. L’inchiesta prende il via dal leak di circa 2.500 segnalazioni di operazioni sospette (SOS) fuoriuscite dall’agenzia del Tesoro americano deputata all’antiriciclaggio, la FinCen appunto.

Le SOS sono rapporti che le banche sono tenute a redigere e inviare alle autorità competenti quando hanno motivo di pensare che siano in corso operazioni finanziarie sospette. Non contengono prove definitive di reato, ma sono alert preziosissimi per gli investigatori chiamati poi ad approfondire il caso in questione. Peccato che, come ci dicono i FinCen Files, la maggior parte di queste segnalazioni rimanga nel cassetto, mentre i soldi sporchi continuano a girare liberamente. Con una mano le grandi banche internazionali sulla carta fanno il loro dovere e compilano i report, con l’altra continuano a gestire i patrimoni degli stessi clienti sospetti. In Italia spiccano operazioni per cinque milioni di euro, suddivise tra alcuni dei principali istituti di credito e da un piccola banca di credito cooperativo del cuneese.

Affaristi e oligarchi: la pista italiana

Soldi che, tra i mille rivoli intrecciati per il mondo, arrivano anche in Italia. È il caso, per esempio, di Arkadij Rotenberg, oligarca russo tra gli amici più fidati del presidente Vladimir Putin. Secondo quanto riportato dal consorzio giornalistico, Rotenberg si sarebbe servito di Barclays Bank, colosso bancario britannico, per ripulire decine di milioni di dollari in barba alle sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione Europea. L’oligarca russo avrebbe utilizzato il conto Barclays intestato a una società da lui controllata per acquistare numerose opere d’arte.

Come IrpiMedia aveva già raccontato nella serie “Operazione Matrioska”, Rotenberg aveva portato il proprio tesoro anche in Italia, dove aveva fatto incetta di proprietà immobiliari. Attraverso una società cipriota l’oligarca possedeva l’hotel Berg Luxury di Roma e una villa di 342 metri quadrati a Porto Cervo, poi sequestrati dalla Guardia di Finanza. Come ricostruito da L’Espresso, nel portfolio di Rotenberg c’erano anche una residenza a Villasimius e un appartamento a Cagliari, oltre che il 50% della proprietà di una palazzina di Tarquinia.

L’inchiesta cita le attività di un altro oligarca stregato dalle città d’arte italiane, dove ha parcheggiato parte del suo patrimonio: Igor Bidilo. Kazako di nascita ma in possesso di passaporto montenegrino e “visto d’oro” dell’Estonia, Bidilo è diventato miliardario grazie al suo ruolo di mediatore per il gigante petrolifero russo Bashneft. Come già ricostruito da La Stampa, a partire dal 2011 Bidilo è andato alla conquista di Siena, mettendo le mani, attraverso una sua società, su una decina di prestigiosi bar e ristoranti che si affacciano su Piazza del Campo. L’inchiesta di ICIJ ha ora rivelato che una società di Bidilo con sede nel paradiso fiscale delle Isole Vergini Britanniche sarebbe al centro di operazioni bancarie «sospette» per circa 180 milioni di euro. Secondo L’Espresso, la procura di Siena ha aperto un’indagine su Bidilo per far luce sulla rete di società che gestisce i suoi affari nella città toscana.

Altro nome caldo dei FinCen Files è quello di Igor Kolomoisky, potente uomo d’affari dal triplo passaporto ucraino, cipriota e israeliano. Secondo i procuratori federali americani, Kolomoisky ha architettato un gigantesco schema di riciclaggio per far sparire miliardi di dollari dalle casse della PrivatBank, la più grande banca ucraina di cui un tempo lui era co-proprietario. Stando ai FinCen Files, Deutsche Bank avrebbe avuto un ruolo cruciale nelle operazioni di Kolomoisky, facilitando trasferimenti di denaro negli Stati Uniti per oltre 750 milioni di dollari.

Il nome di Kolomoisky ci riporta ancora una volta in Italia, e più precisamente a Cantù, in provincia di Como. Sarebbe stato lui infatti il “burattinaio” delle spericolate operazioni immobiliari e sportive di due connazionali. E non due uomini qualsiasi, ma Volodymyr Zelensky, il comico diventato presidente dell’Ucraina, e l’oligarca Dimitri Gerasimenko. Nella cittadina brianzola aveva sede l’immobiliare San Tommaso srl, le cui quote erano totalmente detenute da Zelensky. Il suo scopo: l’amministrazione di una lussuosa villa da 15 vani a Forte dei Marmi.

Al nome di Gerasimenko è invece associata la sciagurata acquisizione della Pallacanestro Cantù. Il magnate dell’acciaio aveva comprato la squadra nel 2015, promettendo imponenti finanziamenti e successi sportivi. Un progetto che però si è rivelato fallimentare, portando la storica società brianzola sull’orlo della bancarotta prima della sua uscita di scena nel febbraio 2019.

Crediti

Autori

Matteo Civillini

Editing

Redazione Irpi

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