#GreenWashing

Una questione che brucia
L’industria dello scisto bituminoso in Estonia, un carburante ad alto impatto ambientale che blocca il paese baltico fra la transizione ecologica e l’eredità post-sovietica
20 Aprile 2022

Eleonora Vio

L’Estonia non è mai stata una meta di punta del turismo globale. Anche la capitale Tallinn, unica tappa estone del tour nordeuropeo, con l’avvento della pandemia si è svuotata dei visitatori stranieri. Ma, com’è successo in gran parte degli altri paesi europei, la chiusura dei confini esteri ha innescato negli abitanti della più lontana tra le repubbliche baltiche ed ex sovietiche la voglia di esplorare a fondo la propria terra. Così, una regione remota, ai più sconosciuta e per lungo tempo invisa anche agli stessi estoni, come quella nord-orientale di Ida Virumaa (o Ida Viru), a stragrande maggioranza russa, ha cominciato ad aprirsi a un turismo insolito. “Industriale”, lo definiscono in molti, tra cui l’attivista ambientale e membro del comitato del Movimento Verde, Madis Vasser. Il paesaggio di Ida Viru è in effetti quanto di più artificioso si possa immaginare. Le stesse montagne e lagune che interrompono la noiosa continuità pianeggiante estone nelle sue propaggini orientali, più prossime a San Pietroburgo che a Tallinn, sono il risultato della mano dell’uomo. Qui, infatti, è stata una risorsa particolare, che, pur facendo parlare poco di sé, ha garantito stabilità e indipendenza energetica al Paese per cent’’anni, ad aver dato forma al paesaggio. Si tratta dell’industria di scisto bituminoso, una roccia sedimentaria ad alto contenuto energetico. Scalare, sciare, andare in canoa o fare un pic-nic… sono alcune delle attività promosse dalle municipalità di Kivioli, Jõhvi, Kohtla-Järve e Narva, per attirare soldi e investimenti in una terra che, un po’ per i legami con la Russia e un po’ perché deve la sua sopravvivenza a un combustibile fossile obsoleto e inefficiente, è stata abbandonata a sé stessa. «Questi promontori, diventati il simbolo della regione, sono, in realtà, montagne di cenere di scisto, mentre lì c’è una cava convertita in centro sportivo» spiega Vasser, divertito dalle nostre espressioni. «A parte la montagna che brucia, che genera fumi e preoccupazione, le altre attrazioni stanno lì da anni e sembrano innocue». Chiamate indistintamente montagne di cenere, consistono per la maggior parte in colline di semi-coke, ovvero residui di impianti di scisto di vecchia generazione. Il fenomeno di combustione spontanea, cui accenna Vasser, era comune in passato ma, grazie a decenni di copiose precipitazioni, oggi sembra quasi del tutto superato. C’è, però, ancora un promontorio da cui fuoriescono gas tossici, derivanti dalla combustione spontanea, generata dalla penetrazione dello scisto nelle pareti rocciose e dalla conseguente acidificazione del solfuro di ferro, avvenuta negli anni ‘60 e ‘70. Sul perché questa montagna – nota come aherainemägi in estone e come “vulcano” in tutte le altre lingue – stia ancora bruciando dopo così tanto tempo, non è dato saperlo. Tanto più che, come sostiene Michel Khangur, a capo dell’Istituto di Ecologia dell’Università di Tartu, «nessuno osa vedere cosa c’è dentro o pensare a delle soluzioni. Per spegnere quel fuoco ci servirebbe moltissima acqua, che, a sua volta, verrebbe contaminata con gravi conseguenze per l’ambiente».  Sebbene le riserve di scisto si nascondano in tante parti del mondo, anche in Italia, sono in pochi i paesi che vi si sono affidati completamente, come l’Estonia. «Lo scisto bituminoso non ha nulla ha a che vedere con lo shale derivato dalla fratturazione idraulica (o fracking), come in molti credono» spiega Vasser, «ma consiste in una roccia sedimentaria e millenaria (costituita da una materia organica ricca di idrogeno e da una inorganica fatta, principalmente di calcare, nda), situata sul fondo degli oceani e portata in superficie dall’uomo, per ricavare sia elettricità che petrolio». Nel primo caso, la pietra è lasciata bruciare direttamente con una grandissima dispersione di anidride carbonica nell’atmosfera, mentre, nel secondo, è riscaldata ad alte temperature, generando, almeno inizialmente, un’intensità di carbonio tre volte inferiore. Non poter condividere questo primato con nessuno, a malapena con Brasile e Cina, fa sì che gli studi in merito siano pochi e scarsamente approfonditi. È indubbio, comunque, che «la cenere diventi tossica quando entra in contatto con l’acqua», aggiunge Vasser. Un fenomeno, questo, cui assistiamo durante la terza tappa del tour, che prevede una sosta alle “lagune blu”, ovvero le distese d’acqua cristallina che circondano i maggiori complessi energetici del Paese tramite un complesso sistema di tubature. «Queste piscine sono altamente alcaline. Guai a toccarle, si rischia l’ustione», afferma Vasser, mentre coppie di fidanzati e famiglie con bambini, noncuranti del pericolo, in bilico come sono a pochi centimetri da acque corrosive e prive di recinzione, ridono e scattano foto a raffica.

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Foto: Antonio Faccilongo

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.

Foto: Antonio Faccilongo

Ida Virumaa, una regione in bilico

È indirettamente, solo dopo essere venuti a conoscenza delle sue peculiarità paesaggistiche, che IrpiMedia ha scoperto come Ida Viru sia stata scelta come sola beneficiaria del Just Transition Fund (JTF) in Estonia, un fondo da 17.5 miliardi di euro complessivi, istituito nel 2020 come uno dei pilastri del Green Deal, cioè la strategia di leggi e investimenti con cui l’Unione Europea punta ad azzerare le proprie emissioni inquinanti entro il 2050. Se nel resto d’Europa al centro del dibattito sulla transizione ecologica è soprattutto il carbone con le sue tante varietà, qui è lo scisto bituminoso, ovvero un combustibile fossile ad altissima intensità di carbonio. 

Negli anni Venti, quando gli standard ambientali erano ancora una chimera, agli abitanti di questo staterello incastrato tra il Mar Baltico e il gigante russo, non era sembrato vero di poter raggiungere l’autosufficienza energetica e, addirittura, di poter produrre elettricità in esubero da vendere altrove. In seguito, con la crisi energetica degli anni Trenta risultata dalla Grande Guerra, i russi non hanno avuto altra scelta se non sfruttare l’esperienza accumulata dal vicino estone e farla propria. Finché negli anni Cinquanta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e ancora negli anni Sessanta e Settanta, l’industria di scisto non è diventata il cuore pulsante dell’Unione Sovietica. Se gli estoni venivano sradicati dalla loro terra e rieducati nei gulag siberiani, migliaia di cittadini russi prendevano il loro posto, contribuendo al sogno energetico e industriale di Ida Viru, ma cambiando, al contempo, il suo assetto demografico. Gli anni Ottanta hanno visto il boom della produzione, con 14mila impiegati e oltre 30 milioni di tonnellate di scisto estratte in un anno. Dai primi anni Novanta si è assistito, invece, a un costante tracollo, fino alle stime più recenti, risalenti al 2021, che contavano una forza lavoro di poco più di 4.700 dipendenti e circa 20 milioni di tonnellate di scisto in lavorazione in meno rispetto al passato.

Le deportazioni estoni

Il 23 agosto 1939, poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica e la Germania nazista strinsero il tristemente noto Patto di Molotov-Ribbentrop, con cui l’Europa centrale e orientale furono divise secondo aree di rispettiva influenza. Ecco perché, nonostante il governo estone avesse dichiarato la sua completa neutralità rispetto al conflitto, dopo ripetute minacce di aggressione all’Unione Sovietica non ci volle molto, per costringerlo a siglare un accordo di mutua assistenza militare e, così, a sparpagliare basi militari sul suo territorio. 

Da lì all’occupazione territoriale dell’Estonia, e delle vicine Lettonia e Lituania, fu un attimo. Il controllo sovietico su questa lingua di terra si tradusse in breve in uno dei capitoli più bui della recente storia europea. Con l’intento di seminare il terrore, di soffocare qualunque tentativo di resistenza interna e di minare per anni la società ed economia del Paese, l’Unione Sovietica organizzò almeno due massicce deportazioni, che videro migliaia di estoni abbandonare le proprie case e, solo in alcuni casi, farci ritorno alcuni decenni dopo. Si stima che al termine della Seconda Guerra Mondiale la popolazione estone fosse calata di quasi il 17.5%.

Il primo episodio di deportazione di cui si ha un riferimento scritto, grazie alle lettere del funzionario staliniano Andrei Zhdanov, risale alla notte tra il 13 e il 14 giugno 1941. Centinaia di famiglie furono svegliate di soprassalto al suono di urla e di ripetuti colpi alla porta. Un nuovo decreto li dichiarava in arresto o li costringeva all’espulsione immediata. Avevano a disposizione solo un’ora per fare le valigie, mentre tutte le proprietà venivano requisite all’istante. Nel giro di qualche ora il regime riempì almeno 490 carrozze ferroviarie e, da lì alla mattina del 16 giugno, gli storici stimano che quasi 10,000 persone furono allontanate senza motivo dalle loro case. Donne, bambini, anziani e malati inclusi.

Se questa deportazione di massa è la prima in ordine temporale, la più vasta e scioccante risale a qualche anno dopo, precisamente al 25 marzo 1949, quando 20,000 persone – quasi il 3% dell’intera popolazione estone dell’epoca – furono prelevate dalle loro case, caricate sui treni e spedite con la forza in alcune aree remote della Siberia.

Entrambi gli episodi oggi vengono ricordati e osservati come giorni di lutto nazionale.

Oggi Ida Viru, al pari di altre regioni carbonifere europee, porta i segni dell’incapacità del suo governo di proporre in tempo alternative e soluzioni a una necessità di transizione energetica, ma anche economica e sociale, che risale a molto prima che il Sistema di Scambio di quote di emissione dall’Unione Europea (ETS), volto a ridurre la produzione di gas serra responsabili del riscaldamento globale, si facesse sentire. 

Se è stato, infatti, solo nel 2019 che il prezzo dell’anidride carbonica è passato da 5 a 25 euro a tonnellata, sfiorando i 90 euro attuali, il divario tra le fabbriche, la dirigenza e le istituzioni era giunto a un punto di non ritorno ben prima di allora. «Con la proclamazione del nuovo stato nazione, molte persone non si sono più sentite benvolute, perché costrette a parlare un’altra lingua e a sposare una cultura diversa, e questo ha portato alla ghettizzazione dell’area», spiega il coordinatore locale del JTF, e impiegato del Ministero delle Finanze responsabile di questo, come degli altri fondi europei, Ivan Sergejev. «Nonostante il tentativo di integrazione successivo, Ida Viru è rimasta una realtà a sé. Sembra di essere in Russia, senza esserci davvero, con la consapevolezza di essere in Europa, ma con i dovuti distinguo». 

La signora Salme sull’uscio della sua serra. Suo marito, un ex operaio nella fabbrica di Kivioli, è allo stadio terminale di un cancro alla prostata. Per chi vive nei pressi di questi impianti c’è un’aspettativa di vita bassissima – Foto: Antonio Faccilongo

Nel caso estone c’è una questione di natura sociale, che accomuna Ida Viru alle altre regioni in transizione, ma anche aspetti che la rendono unica e speciale. Nell’area con il più alto tasso di disoccupazione (prima della pandemia di Covid-19 si aggirava attorno al 10,2% a dispetto del 5,3% della media nazionale, nda) e i salari più bassi del Paese (1.161 contro 1.448 euro, nda), l’industria di scisto rappresenta un’oasi a cui è difficile, nonostante tutto, rinunciare, dato che garantisce stipendi medi pari a 1.663 euro al mese e, con essi, uno standard di vita ben al di sopra della media. Ma c’è anche, e soprattutto, una motivazione politica dietro quest’apparente impasse istituzionale. «I politici hanno deciso di non toccare la questione il più a lungo possibile, perché la gran parte dei lavoratori è di provenienza russa, e fanno leva su un argomento banale: se tocchiamo l’industria di scisto rischiamo che queste persone si rivoltino e che magari la Russia ci invada», spiegava Vasser qualche mese fa, quando la minaccia russa era meno sentita rispetto a ora. «Questa inazione non ha fatto che alzare la tensione». Mentre gli impianti funzionano a capacità ridotta e fanno difficoltà a imporsi sul mercato, perché l’elettricità che producono è molto costosa, la forza lavoro viene lasciata a casa sempre più spesso, senza possibilità di ripiego.

Kivioli

Da nessuna parte il tracollo è così evidente come a Kivioli, termine che in lingua estone indica la roccia che brucia, ovvero la pietra di scisto, ma che identifica anche una cittadina sonnolenta, fondata ai primi del Novecento come pied-à-terre dei minatori e delle loro famiglie, trasferitesi lì per contribuire alla riuscita di quest’industria. I monologhi di chi ha superato la mezza età, e quegli anni di frenesia li ricorda bene, non trovano alcun corrispettivo nell’aria deprimente che vi si respira. Se non fosse per le montagne e le cave di scisto, così lontane ormai dalla quotidianità degli abitanti da essere diventate grottesche attrazioni turistiche, sarebbe impossibile associare quella realtà agreste, priva di brio e socialità, a un centro di progresso e avanguardia. 

Di proprietà dell’azienda privata Alexela dal 2013, la centrale e raffineria di Kivioli è un simulacro del suo glorioso passato. Anche se fuori piove a dirotto, i pochissimi operai che si intravedono nel palazzo a più piani che ospita generatori e fornaci, un luogo cupo, frastornante e puzzolente, preferiscono inzupparsi a turno sui davanzali, piuttosto che esporsi di continuo a quel tormento. Poco più in là, seguendo all’inverso la lavorazione dello scisto, c’è uno stabile alto una decina di metri, dove le pietre sono lasciate scivolare sopra un rullo che sale lentamente dal basso verso l’alto e, al termine, fatte cadere all’interno di un tubo, che le conduce ai forni. 

Non c’è nessuno in giro, a parte il caporeparto assegnatoci come guida dall’azienda, che non sembra molto invogliato a parlare. Effettivamente, c’è poco da dire. Una polvere fina e compatta si appiccica sui vestiti, sulla faccia, sulle scarpe. L’atmosfera è da tempesta di sabbia, pur trovandosi ai rigidi margini settentrionali d’Europa. È appena fuori di lì, dove i camion scaricano lo scisto trasportato dalle cave poco distanti, che Leho Tinas, impiegato alla fabbrica di Kivioli da 34 anni, riassume tutto in un’unica frase: «Mi stanno facendo impazzire».

Kivioli, Estonia. Veduta notturna dell’impianto di Kivioli. Il fumo di scarico viene da uno dei tubi connessi alle fornaci della centrale elettrica – Foto: Antonio Faccilongo

Macchinario per la raccolta delle rocce di scisto usate nell’impianto di Kivioli. Ampie aree della regione sono state deforestate per permettere la raccolta di queste rocce – Foto: Antonio Faccilongo

Se l’operaio russo si riferisce alla distanza che si è creata tra lavoratori e dirigenza rispetto al passato, quando si lavorava per un obiettivo comune, dall’esterno il primo pensiero va all’ambiente malsano, in cui lui e i suoi colleghi trascorrono gran parte del tempo. Oggi l’industria di scisto, concentrata interamente a Ida Viru, conta per il 50% della CO2 prodotta in Estonia. Pro capite, il Paese è al terzo posto in Europa per emissioni con 11.3 tonnellate (contro le circa 26 tonnellate degli anni Novanta, nd), pur contribuendo appena allo 0.06% delle emissioni globali.

Sono quattro le compagnie che estraggono scisto bituminoso in Estonia. In ordine di grandezza, la più importante è la statale Eesti Energia Kaevanduste AS, seguita con notevole distacco dalle private VKG Viru Keemia Grupp, Kiviõli Keemiatööstuse OÜ e AS Kunda Nordic Cement. Quest’ultima non utilizza lo scisto per scopi energetici, ma per la produzione di cemento, quindi non è oggetto di questa ricerca. Dal 2019, data spartiacque per il destino dei combustibili fossili in Europa, la fabbrica di Kivioli ha smesso di produrre elettricità, se non in piccolissime quantità, grazie al gas di scisto, ottenuto dalla raffineria al suo interno.

«Non abbiamo alcun supporto economico né dalle banche, che non vogliono neppure sentirci nominare, né dai proprietari, che non si fidano di mettere soldi, adesso che la situazione dal punto di vista ambientale è così imprevedibile», spiega con tono rassegnato Priit Oruma, il direttore esecutivo della raffineria, mentre giocherella nervosamente con una pepita di scisto. «Significa che il destino di 500 lavoratori, di cui 300 residenti nella nostra zona, è in bilico. Così, anche il futuro della nostra cittadina». Per ora, Kivioli sta dedicando l’intera estrazione – più o meno il 10% dell’ammontare nazionale, pari a un milione di tonnellate l’anno – alla produzione di olio di scisto. Eesti Energia, e in misura sensibilmente inferiore anche VKG, continua a ricavare elettricità dallo scisto, per garantire stabilità energetica durante i momenti di necessità, come quando il mercato schizza alle stelle durante l’inverno, o durante la recente e prolungata crisi del gas mondiale. Il salto col passato è comunque evidente. Dal 2018 al 2020 la produzione è crollata di due terzi, con EE che è passata da garantire a ciascuna abitazione da 9TW a 3.8TW, a estrarre 6.4 milioni di tonnellate di scisto contro i 16 milioni di prima, e a ridurre la forza lavoro da 4500 a 3000 unità. 

Un canale artificiale usato per una cava di estrazione dello scisto nell’impianto di Kivioli. La grande necessità di acqua per questa industria contribuisce ad aggravare l’inquinamento della zona – Foto: Antonio Faccilongo

«Come azienda guardiamo ai profitti e, per questo, abbiamo deciso di interrompere l’utilizzo dello scisto come fonte di elettricità cinque, forse dieci anni prima della scadenza imposta dalle autorità, per focalizzarci, invece, sull’olio di scisto», dichiara Priit Luts, addetto stampa dell’azienda. «Nel mercato c’è grande richiesta di questa risorsa. Se non la produciamo noi, chi? E con quale impatto ambientale?»

L’olio di scisto prodotto oggi in Estonia è venduto quasi per intero all’estero come combustibile per il trasporto marittimo internazionale. Sebbene anche a questo settore sia stato richiesto recentemente di conformarsi alle misure globali volte alla riduzione delle emissioni di CO2, il suo viaggio verso un reale cambiamento è ancora lungo. L’80% del commercio mondiale avviene, infatti, via mare, grazie a flotte di enormi navi cargo difficilmente rimpiazzabili in poco tempo. Per questo, nel trovare alternative sostenibili, non è facile mettere d’accordo tutti. Anche nella migliore delle ipotesi, il trasporto marittimo continuerà a rappresentare un business sicuro almeno fino al 2040, data auspicata per la fine della produzione di olio di scisto. Ed è in quest’ottica che va interpretata la costruzione di Enefit 280 ad Auvere (piccolo centro nell’estremo nord-est del Paese non lontano da Narva), un nuovo impianto di proprietà di Eesti Energia, azienda che già annovera nel suo arsenale, noto come Enefit Power, tre centrali termoelettriche, tre fabbriche di olio di scisto e due miniere, destinato ad aprire tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024.

Veduta di una delle montagne di cenere di Auvere formata dai residui della lavorazione dello scisto. La cenere delle fornaci viene miscelata ad acqua e trasportata da tubi in cima alla montagna. Le ceneri sedimentano in alto mentre le acque scendono a formare le “lagune blu”, estremamente alcaline e tossiche – Foto: Antonio Faccilongo

Auvere

All’entrata del gigantesco quartier generale della compagnia, che a breve ospiterà anche questo nuovo impianto, si prova una sensazione di inferiorità, mista a spaesamento. Dal palazzo di vetro a più piani dove si adoperano i vari dirigenti, tutti estoni, in giacca e cravatta, si passa all’enorme area di produzione, che in una mattinata IrpiMedia ha percorso solo in minima parte, e a bordo di un pulmino, data la sua vastità. Il sistema ferroviario è direttamente collegato alla stazione termoelettrica più nuova e all’avanguardia tra tutte, Auvere, che ha preso il nome dal vicino paesino e, oltre a bruciare olio di scisto, grazie a un sistema ibrido usa anche gas di scisto e biomassa. I tubi intrecciati sopra di noi che trasportano le pietre di scisto sono scintillanti, come se fossero stati appena lustrati; i macchinari e i generatori in funzione lavorano a pieno regime, pur senza avere l’aria minacciosa di quelli di Kivioli; e i pochi operai con cui ci è dato parlare, ne monitorano il funzionamento stando seduti davanti ai monitor nelle stanze di controllo. Andrey Zaitsev, capo del Sindacato dei Lavoratori, racconta che è “orgoglioso di lavorare lì e di fornire da 27 anni alla sua gente elettricità,” che per lui è l’essenza della vita stessa. «Non abbiamo fonti di energia alternativa e senza questo impianto, e senza lo scisto bituminoso, saremmo in costante black out», racconta con enfasi.

Se non stupisce che la dirigenza di Enefit faccia quel che può per attirare profitto, anche costruire un nuovo impianto, la posizione dello stato, proprietario di una compagnia che pur opera secondo leggi private, è meno ovvia. Nel 2020, mentre siglava accordi verdi con la Commissione Europea, il governo ha deciso di investire 125 milioni di euro in Enefit 280. «Fanno leva sul fatto che, così facendo, creeranno nuovi posti di lavoro e contribuiranno in qualche modo alla riduzione delle emissioni, ma per noi è molto grave», spiega Maris Pedaja, l’esperta di just transition del Movimento Verde. «Com’è possibile che la Commissione Europea investa soldi nella transizione a Ida Viru e, al contempo, chiuda un occhio rispetto al coinvolgimento di uno dei suoi membri in un impianto, che rischia di metterla a repentaglio?». Non è stato possibile porre questa o altre domande alla Commissione, perché ci è stato risposto che il dialogo con il Ministero delle Finanze estone – incaricato di gestire i fondi europei, tra cui quelli per la transizione – è ancora in fase preliminare.

Il caposquadra di un gruppo di minatori controlla la stabilità di uno dei tunnel – Foto: Antonio Faccilongo

Se non stupisce che la dirigenza di Enefit faccia quel che può per attirare profitto, anche costruire un nuovo impianto, la posizione dello stato, proprietario di una compagnia che pur opera secondo leggi private, è meno ovvia. Nel 2020, mentre siglava accordi verdi con la Commissione Europea, il governo ha deciso di investire 125 milioni di euro in Enefit 280.

«Com’è possibile che la Commissione Europea investa soldi nella transizione a Ida Viru e, al contempo, chiuda un occhio rispetto al coinvolgimento di uno dei suoi membri in un impianto, che rischia di metterla a repentaglio?»

«Fanno leva sul fatto che, così facendo, creeranno nuovi posti di lavoro e contribuiranno in qualche modo alla riduzione delle emissioni, ma per noi è molto grave», spiega Maris Pedaja, l’esperta di just transition del Movimento Verde. «Com’è possibile che la Commissione Europea investa soldi nella transizione a Ida Viru e, al contempo, chiuda un occhio rispetto al coinvolgimento di uno dei suoi membri in un impianto, che rischia di metterla a repentaglio?». Non è stato possibile porre questa o altre domande alla Commissione, perché ci è stato risposto che il dialogo con il Ministero delle Finanze estone – incaricato di gestire i fondi europei, tra cui quelli per la transizione – è ancora in fase preliminare.

Foto: Antonio Faccilongo

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.

Foto: Antonio Faccilongo

Se si guarda al suo intero ciclo vitale, e quindi alla questione dal punto di vista ambientale, l’olio di scisto genera dal 25 al 75% di CO2 in più rispetto agli altri carburanti liquidi. Michel Khangur, dell’Università di Tartu, sostiene, che «le emissioni sarebbero del 40% più alte di quelle prodotte per ricavare elettricità dallo scisto (che sappiamo essere già molto alte, nda), perché per ricavare l’olio dalla pietra si ha bisogno di energia, proveniente dallo scisto stesso. Successivamente, lo scisto deve essere raffinato per ottenere il carburante e questo processo richiede ulteriore energia, che, a sua volta, genera nuova CO2.»  Dato, però, che buona parte dell’anidride carbonica è rilasciata quando l’olio di scisto viene bruciato nei motori delle navi, in mare aperto e, quindi, fuori dall’Estonia, quella anidride carbonica non viene conteggiata tra quella prodotta dal paese baltico. Questo “scarico” di responsabilità aiuta la retorica dei promotori dello scisto, che sostengono che l’Estonia abbia già fatto fin troppo rispetto ai limiti posti dall’UE. Infatti, con la proclamazione dell’indipendenza, il paese ha dimezzato la produzione di scisto, per poi subire un’altra brusca frenata nel 2019, per un crollo complessivo di quasi il 70% delle emissioni (da 40 milioni a 15 milioni di tonnellate di carbonio), già ben più alto della riduzione del 55% rispetto al 1990 richiesta dall’Unione Europea. Se, però, si considera il target finale di 2.2 milioni di tonnellate di carbonio, la strada è ancora lunga.

Transizione più di nome che di fatto

Nonostante, come si è visto, vi siano ancora margini di profitto, le maglie europee si fanno sempre più strette attorno ai combustibili fossili. Ecco perché, già in tempi non sospetti, Eesti Energia ha pensato di diversificare il suo operato vendendo la sua expertise all’estero. Dopo un tentativo non riuscito in Utah, negli Stati Uniti, il colosso estone ha guidato un progetto di estrazione di olio di scisto in Giordania e, in questo momento, è coinvolto in un’operazione chiamata REM nel deserto del Negev, in Israele, a fianco di un imprenditore australiano, noto fino a poco prima solo per le sue aziende vinicole. Mentre Vasser, del MV, insinua che, «se le alternative dovessero venire meno», ad esempio nel caso in cui la Russia decidesse di chiudere i rubinetti di gas e petrolio, «alcuni paesi potrebbero prendere in considerazione di usare anche una fonte di energia sporca come lo scisto», l’intento dichiarato è di riciclare quanta più plastica possibile, mischiandola all’olio di scisto secondo un processo di pirolisi.

Senza entrare in dettagli eccessivamente tecnici, questo riutilizzo e trasformazione dello scisto, per il cui sviluppo l’Estonia non può chiedere fondi diretti a un’Europa dichiaratamente contraria ai combustibili fossili, è parte della strategia adottata dall’industria energetica, per accaparrarsi una fetta dei 340 milioni messi in palio dal Just Transition Fund. Sebbene ancora i finalisti non siano stati scelti, e tutto dipenda da quanti posti di lavoro ciascuna azienda sarà in grado di creare, IrpiMedia ha ricevuto direttamente dal Capo del Dipartimento Normativo di Eesti Energia, Andres Tropp, la lista dei progetti in lizza. Più di uno assomiglia a REM. Sia Kivioli e VKG, grazie a un esperimento congiunto chiamato Waste2Oil, che Enefit Power puntano sul riciclo di grandi quantità di plastica, facendo uso delle risorse esistenti e vantandosi di non dipendere dalla produzione di nuovi combustibili fossili. «Abbiamo macchine speciali in grado di risucchiare la plastica di tutta Europa», raccontava Oruma, direttore esecutivo della raffineria di Kivioli, l’estate scorsa, mentre tutto attorno a lui faceva pensare il contrario. «Possiamo produrre olio di scisto dai residui di olio e dalla plastica, mischiandoli con la cenere delle nostre montagne. È la luce in fondo al tunnel. Abbiamo solo bisogno di tempo per dimostrare che si tratta di un’industria pulita».

Il tempo non manca fino al 2040, ma c’è da capire se questi diciotto anni saranno utilizzati per creare valide alternative per l’ambiente e per la popolazione di Ida Viru, o ancora, come il governo ha fatto finora, serviranno a soddisfare solo le esigenze di pochi. Quello che salta all’occhio è che, «Questa non è una transizione che si lascia alle spalle i combustibili fossili», spiega Silver Sillak, ricercatore e membro del Movimento Verde, «ma una transizione dall’energia ottenuta tramite scisto», il più inquinante tra i combustibili, «verso sostanze chimiche basate a loro volta sullo scisto». Cosciente del ruolo centrale che svolge in un momento di tanta insicurezza come quello attuale, l’industria fossile è riuscita ad appropriarsi del concetto di energia circolare, sbarazzandosi quasi del tutto del tema della sostenibilità, per mettere ancora al centro soldi e profitto.

Per quanto orgoglioso del ruolo che ha svolto per così tanti anni, il sindacalista Zaitsev non vede il domani con ottimismo. «Non so cosa accadrà di qui al 2050 ma, di certo, non voglio assistere al momento in cui tutte queste persone verranno mandate via e l’intera regione collasserà per via della disoccupazione e della chiusura della fabbrica», afferma con un tono improvvisamente amareggiato, abbandonando il piglio risoluto di poco prima. 

Così, mentre a Kivioli l’era dello scisto come motore dell’economia locale sembra già lontana, nemmeno a Enefit Power è tutto oro quel che luccica.

CREDITI

Autori

Eleonora Vio

Editing

Giulio Rubino

Immagini

Antonio Faccilongo

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