#InvisibleWorkers

Braccianti italiani, le conseguenze del «ritorno all’agricoltura»
Stando ai dati un falso mito, ma il maggiore impiego di personale italiano, che dunque non rischia il permesso di soggiorno in assenza di lavoro, ha fatto emergere nuove precarietà e zone grigie
31 Luglio 2020

Matteo Civillini

Sembrava che quest’anno la frutta e la verdura dovessero restare a marcire nei campi, senza che nessuno le raccogliesse, a causa della chiusura delle frontiere provocata dal Covid. Così, tra le tante iniziative per scongiurare il pericolo, in aprile è stato aperto Jobs in country, un portale promosso da Coldiretti con l’obiettivo di raccogliere domanda e offerta per portare soprattutto italiani a lavorare nei campi e risolvere la carenza di manodopera dovuta all’emergenza coronavirus. La nota dell’associazione di categoria del 15 aprile diceva che erano già arrivate 1.500 candidature «di italiani con le più diverse esperienze – spiegava Coldiretti – dagli studenti universitari ai pensionati fino ai cassaintegrati, ma non mancano neppure operai, blogger, responsabili marketing e tanti addetti del settore turistico in crisi secondo Istat, desiderosi di dare una mano agli agricoltori in difficoltà e salvare i raccolti. L’aspetto del ritorno degli italiani nei campi era molto enfatizzato, come un elemento di discontinuità rispetto al passato.

A leggere i numeri, però, questo aspetto è più che altro retorica, così come lo era il rischio di buttare i raccolti. Come in altri ambiti, anche per il settore dei braccianti l’emergenza sanitaria non ha fatto altro che acuire fenomeni già esistenti, in particolare di precarizzazione del lavoro. Il fatto che, a coprire la manodopera straniera che avrebbe dovuto fare ingresso in Italia tramite Decreto Flussi, siano stati gli italiani, ha permesso di rendere più visibili alcune condizioni di lavoro: accettabili se si rischia il rimpatrio, altrimenti più difficili da mandare giù.

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Invisible Workers è la serie di inchieste coordinata da Lighthouse Reports che indaga sulle male pratiche, del tutto o in parte legali, che girano attorno al sistema dei lavoro in agricoltura, in Italia e in Europa.

I dati del 2019

IrpiMedia ha ottenuto dalla Uila, la sezione della Uil che si occupa di agricoltura, i dati dei braccianti a contratto nella scorsa campagna di raccolta di frutta e verdura, in tutto 955.239 persone. Il 63% circa sono italiani. Il dato non vale però per il Nord Italia, dove invece gli stranieri rappresentano il 55% della forza lavoro. «Questo dato è importante perché evidenzia come l’agricoltura sia un’attività che interessa in primo luogo gli italiani che, malgrado la difficoltà e la durezza del lavoro e la sua precarietà, lo considerano ancora una importante fonte di reddito», commenta a IrpiMedia Giorgio Carra, segretario nazionale Uila.

«È nel “lavoro grigio” che si nascondono elusione ed evasione contributiva e forse retributiva»

Giorgio Carra

Segretario nazionale Uila

Al di là dei ghetti tristemente noti come quelli della Piana di Gioia Tauro o del foggiano o in qualche altro contesto del Meridione, dove il lavoro è nero e la filiera è dominata dal caporalato, secondo Uila tra i principali problemi del settore agricolo c’è il “lavoro grigio”. È qui «dove maggiormente si nascondono elusione ed evasione contributiva e forse retributiva, dove andrebbero intensificati i controlli non solo delle forze dell’ordine a seguito di denunce o indagini particolari ma degli organi istituzionalmente preposti alla verifica della regolarità dei rapporti di lavoro», aggiunge Carra.

Un esempio riguarda la questione delle ore lavorate: dai dati Uila risulta che 140 mila braccianti risultano aver lavorato meno di 10 giornate all’anno. È un dato enorme, pari al 15% del totale. Per la maggior parte si tratta di italiani (60,6%) e il fenomeno è più marcato al nord (20,6%) che al sud (10,6%). È un dato reale o è frutto di un’elusione contributiva con l’obiettivo contenere i costi? Il dubbio c’è e diventa più tenendo conto del fatto che solo 320 mila lavoratori, un terzo del totale, raggiunge le 51 giornate di lavoro previste per accedere alle tutele previdenziali e assistenziali. Di questi, il 53% sono italiani, in maggioranza (50,6%) al Nord Italia. La Uila sottolinea tuttavia come rispetto al 2014 sia cresciuto il numero di lavoratori e di giornate pro capite, due dati che fanno pensare a una riduzione, seppur ancora insufficiente, del grigio.

Con il 2020, almeno a leggere le analisi a caldo delle associazioni di categoria, gli italiani impiegati nel settore agricolo dovrebbero essere aumentati. In alcuni casi, proprio il fatto che a lavorare ci fossero persone che non rischiavano di essere espulse nel caso in cui avessero perso il lavoro, sono emerse situazioni che dimostrano la precarietà endemica – tuttavia legale – che divora il settore. Come dimostra un episodio accaduto nel bolognese.

Il lavoro tramite agenzia interinale

A metà giugno, l’Unione sindacale di base (Usb) Lavoro agricolo ha pubblicato sul proprio sito la lettera di «alcuni lavoratori» impiegati da un’azienda di raccolta ciliegie del bolognese, la Selva Maggiore di Pianoro. Denunciano di essere stati assunti con la promessa di lavoro per almeno un mese, per poi, invece, finire alla porta dopo pochi giorni senza una chiara motivazione.

Grazia e Giulio Romagnoli siedono sia nel consiglio d’amministrazione di Selva Maggiore, sia in quello di Romagnoli Fratelli spa, leader italiano nella coltivazione di patate con un fatturato annuo di circa 33 milioni di euro. Giulio Romagnoli, ex patron della Fortitudo Bologna, una delle due squadre di basket del capoluogo emiliano, è stato coinvolto con la sorella nel cosiddetto “Patata gate”. Ovvero, una presunta truffa alimentare che sarebbe consistita nella vendita di tuberi stranieri spacciati per italiani, con conseguente aumento dei margini di guadagno. Giudicata con il rito abbreviato nell’ottobre 2019, Grazia Romagnoli è stata condannata a 10 mesi di reclusione (con pena sospesa) per corruzione tra privati. Il fratello Giulio è stato invece rinviato a giudizio nel processo ordinario. A una richiesta di commento, Selva Maggiore ha precisato tuttavia che «non vi è nessun legame tra “Selva Maggiore” e quanto oggetto del procedimento, fatti già ampiamente ridimensionati in sede di udienza preliminare e non ancora giudicati in via definitiva».

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Secondo quanto risulta al sindacato, per la sua manodopera, fino all’anno scorso, Selva Maggiore faceva affidamento principalmente su stagionali rumeni e nigeriani, che durante il periodo della raccolta alloggiavano in azienda. «Tutti regolarmente inquadrati secondo le norme vigenti e retribuiti secondo le tariffe in vigore in Italia», sottolinea Selva Maggiore. Quest’anno, però, la pandemia ha bloccato le frontiere e l’ha portata ad attingere al canale delle agenzie interinali. Se per loro il lavoro a chiamata era comunque un buon affare perché permetteva di mantenere un titolo per restare in Italia, con gli italiani questo benefit non ha più alcun appeal.

Dal sito della Openjobmetis di Imola, circa una quindicina di persone ha trovato posto come «addetti alla raccolta ciliegie». L’annuncio diceva come tempo d’impiego «da inizio Giugno a metà luglio circa (con possibilità di proroga)». «L’impegno richiesto era di 35-40 giornate di lavoro, 39 ore a settimana, più eventuali proroghe», scrivono i lavoratori nella lettera pubblicata sul sito della Usb. La paga prevista è 7,56 euro l’ora, in pieno rispetto del contratto nazionale.

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Eugenio e Alberto

Eugenio e Alberto sono due dei braccianti che hanno risposto all’annuncio. Il primo, giovane precario di Bologna, già in passato ha fatto «lavoretti» nell’agricoltura. Il secondo è un chitarrista di flamenco, regolarmente in Italia da 15 anni: il Covid ha cancellato tutte le sue date e – di conseguenza – ogni sua fonte di reddito. Entrambi hanno bisogno di lavorare e Selva Maggiore sembra il posto giusto.

«Dopo una prima selezione presso l’agenzia, la società ci convoca per un colloquio formale con la dirigenza», ricorda Eugenio. «In quella sede ci ribadiscono chiaramente di aver bisogno un impegno per almeno 35/40 giornate, più una possibile proroga, e ci chiedono massima serietà».

L’offerta dell’agenzia di lavoro interinale

Sia Eugenio sia Alberto ricevono un’offerta di lavoro e la chiamata nell’ufficio dell’agenzia per la firma del contratto. È qui che trovano la prima spiacevole sorpresa. Invece di un contratto per l’intero periodo di lavoro, al gruppo di neo-raccoglitori di ciliegie viene presentato un accordo per i primi dieci giorni: un contratto di prova. «Ci dicono che questa è la prassi, il loro metodo per fare il periodo di prova, e che poi il contratto verrà rinnovato automaticamente», spiega Eugenio.

Il 25 maggio i lavoratori si presentano nella sede della Selva Maggiore per il primo giorno di lavoro. Vengono suddivisi in squadre da cinque componenti ciascuna e, dopo una breve spiegazione, si mettono all’opera per la raccolta dei frutti. Inizialmente il lavoro prosegue senza intoppi: «Ci avevano indicato un minimo giornaliero di casse che noi stavamo superando abbondantemente», ricorda Alberto, «il nostro responsabile diceva che eravamo i più produttivi».

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L’azienda, da parte sua, spiega di non aver violato alcuna legge e nega con forza che il lavoro si svolgesse in un clima di tensione. I sei braccianti che hanno smesso di lavorare avevano un contratto con l’agenzia interinale che scadeva il 3 giugno: «Tale contratto di somministrazione – si legge nella nota di replica che l’azienda ha mandato a IrpiMedia – è cessato senza che sia intervenuto alcun licenziamento o che la data coincidesse con la scadenza del periodo di prova pattuito con l’agenzia». Per quanto riguarda i dipendenti con un contratto a tempo determinato stipulato direttamente con l’azienda, nella risposta si legge che «come previsto dal contratto di lavoro agricolo di riferimento che prevede il carattere discontinuo e intermittente della prestazione» alcuni lavoratori «non sono stati in alcune occasioni convocati a causa di andamenti climatici avversi e andamento del raccolto inferiore alle attese».

Facendo i calcoli, se il netto per i lavoratori è di 7 euro all’ora, in una giornata piena di otto ore di lavoro, il guadagno è di 56 euro. Se tutte e dieci le giornate di prova fossero state tanto piene, il guadagno sarebbe stato di 560 euro. Poco per chi sperava di trovare un impiego per la stagione. Secondo quanto raccontano i lavoratori che hanno scritto all’Usb, intanto sarebbero stati impiegati nuovi lavoratori. In questo scenario, sempre secondo il sindacato, ci si troverebbe di fronte a una delle situazioni cui più lavoratori sono tenuti in prova con l’obiettivo di non far accumulare loro le giornate lavorative necessarie a raggiungere la quota per ricevere i contributi di disoccupazione. È il motivo di fondo per cui il sindacato si è scontrato con l’azienda, accettando di pubblicare la lettera degli ex dipendenti.

L’azienda spiega di non aver violato alcuna legge e nega con forza che il lavoro si svolgesse in un clima di tensione

Alberto ricorda con amarezza il momento in cui, senza preavviso, gli è stato detto che non c’era più bisogno di lui: «Questa decisione mi ha lasciato a terra, avevo accettato quel lavoro, rifiutando altre offerte, proprio perché mi avrebbe garantito uno stipendio per un mese e mezzo. Siamo stati trattati come numeri e non come persone», afferma. Al di là dell’aspetto legale, è fuori di dubbio che il lavoratore si aspettasse tutt’altro quando aveva risposto a quell’annuncio di lavoro.

«Ci risulta che ad alcuni lavoratori italiani assunti quest’anno per la prima volta l’azienda abbia detto “noi non siamo abituati a guardare a queste finezze, siamo abituati ad altro tipo di lavoratori”», prosegue il sindacalista dell’Usb, Federico Orlandini. «Questa situazione è migliore di tante altre, ma – conclude Orlandini mette comunque a nudo la precarietà di un settore selvaggio come l’agricoltura e come la retorica del “ritorno nei campi nel pieno rispetto dei diritti dei lavoratori’ sia falsa».

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Autori

Matteo Civillini

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli
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