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3 ottobre, dieci anni dopo la strage

A Lampedusa morirono 368 persone, 20 le disperse, partite da Misurata, in Libia. Ci fu sgomento e si gridò che non sarebbe accaduto mai più. Ma il film dell’ultimo decennio è andato diversamente

#MediterraneoCentrale

02.10.23

Lorenzo Bagnoli

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Mare
Migranti

Il 3 ottobre 2013 è stata la prima volta in cui non si è potuto fare finta di niente. La prima volta in cui il naufragio di un barchino carico di migranti – 368 morti accertati, oltre venti i dispersi – è avvenuto talmente vicino alle coste d’Europa da suscitare una reazione emotiva di massa. Scomposta, forse ipocrita, certamente insufficiente; però c’è stata. Perché non è che prima non si morisse attraversando il Mediterraneo – nel 2011 i migranti dispersi erano stimati in almeno 1.500 – ma i cadaveri non si vedevano all’orizzonte.

Le prime pagine a lutto del 4 ottobre 2013 si spingevano a volte a parlare di vergogna, a indicare responsabili, a lamentare inerzie. Corriere della Sera: «Strage di migranti, l’Italia è in lutto»; Repubblica: «La strage della vergogna»; Il Giornale: «Trecento morti di buonismo»; L’Osservatore romano: «Una vergogna che non deve ripetersi»; Il Fatto quotidiano: «Mare di morti ma nessuno fa niente». Titoli sbilenchi, ciascuno a suo modo, sintomi delle proprie convinzioni politiche rispetto alle politiche migratorie.

Dalla reazione emotiva nasce, o meglio, si rinnova per un’altra stagione politica, una narrazione secondo cui la migrazione è un fenomeno controllabile, condizionato da misure attrattive e deterrenti, in cui è possibile distinguere motivi più e meno legittimi per partire. Un fenomeno per cui chi non ha più terra da coltivare ha meno diritti di chi scappa dalla guerra, sul quale i governi nazionali europei possono esercitare; un fenomeno innescato da un colpevole unico, l’intollerabile desiderio di migliorare altrove la propria condizione di vita. Invece no.

Durante i dieci anni trascorsi abbiamo assistito a grandi manovre, prima italiane poi europee, che ogni esecutivo ha messo in piedi con l’idea, in fondo, di risolvere il problema attraverso la collaborazione con Paesi di transito e provenienza. Ma cosa si è inteso per «problema», la morte o la partenza dei migranti?

La domanda divide il mondo in due macro categorie: quella di chi considera davvero che migrare è un diritto (sancito dall’art.13, par. 2 della Dichiarazione universale dei diritti umani: «Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese») e quella di chi considera la migrazione un fenomeno contrastabile, nel migliore dei casi fornendo migliori opportunità «a casa loro», nel peggiore alzando un muro (spesso le due cose vanno insieme).

Politicamente, c’è stato un consenso pressoché unanime alla scelta di questa seconda strada, perché la migrazione intesa come fenomeno che si può fermare costruisce alleanze, programmi, consensi, illusioni in mala e forse buona fede.

Con #MediterraneoCentrale, fin dalle prime uscite di IrpiMedia, abbiamo raccontato le rotte, i traffici, le indagini e i fallimenti politici intorno all’attraversamento dell’autostrada del mare che dalla Tunisia e dalla Libia porta a Lampedusa. La narrazione di quel fenomeno, però, ha gradualmente fatto il suo tempo. Non perché non si parta e non si muoia più, ma perché quello che chiamavamo Mediterraneo Centrale, il luogo di transito dei migranti, è diventato altro. In senso geografico, oggi spazia dall’Africa subsahariana alla Turchia; in senso politico, non riguarda davvero i migranti, ma accordi neocoloniali finalizzati allo sfruttamento di risorse del luogo e al mantenimento di vincoli di dipendenza.

Il Mediterraneo centrale ha cominciato ad allargarsi con gli accordi d’intesa, bilaterali o comunitari, di cui il più importante è stato il Memorandum of Understanding Italia-Libia del febbraio 2017. Ha legittimato politicamente un Governo inesistente, che è riuscito a dare l’impressione di risolvere il problema, inteso come problema delle partenze. Invece che annegare, però, i migranti continuavano a morire nel deserto, oppure in un centro di detenzione libico gestito da milizie travestite, grazie ai soldi europei, da guardacoste. Il Memorandum ha spinto la frontiera europea sempre più a Sud, iniziando la costruzione del Grande Muro (ne parliamo in #TheBigWall, la serie in co-produzione con ActionAid).

IrpiMedia ha ricamato i ricordi e i bilanci del decennio appena passato insieme a due narratori che hanno riannodato i fili delle storie dei sopravvissuti, dei traumatizzati, delle comunità ferite; prospettive diverse rispetto alle nostre inchieste. Il primo è Dario Paladini, fondatore della casa di produzione Intreccimedia, insieme alla quale abbiamo prodotto il podcast Quella notte senza Luna. Lampedusa, dieci anni fa il naufragio per il quale si disse «mai più!». Il secondo è Christian Elia, editor e giornalista che collabora sempre più assiduamente con IrpiMedia e che ha pubblicato su Open Migration una serie in quattro puntate su cosa è stata la strage per Lampedusa.

Ci sono storie che ritornano, come quella di Vito Fiorino, il pescatore per passione, lampedusano d’adozione, che per primo – insieme ai suoi compagni d’uscita – ha sentito dalla rada montare i lamenti di chi stava annegando. Ma Lampedusa si lega anche ad eventi avvenuti dopo, in altri contesti. Ecco perché sia il podcast sia la serie di Open Migration parlano della vicenda di Alan Kurdi, il bambino morto due anni dopo sulle spiagge di Lesbo, un altro «mai più». L’epilogo di questo decennio è per tutti il naufragio di Steccato di Cutro, l’ennesimo episodio in cui autorità nazionali ed europee si scaricano addosso responsabilità, l’ennesimo episodio a seguito del quale un ministro, Matteo Piantedosi, firma un decreto con l’intento di perseguire la solita presunta causa della migrazione irregolare: gli “scafisti” (qui quello che non torna nelle condanne di alcuni di loro).

Si torna sempre sulle stesse scelte, già da prima di Lampedusa. È dal 2006 che i Paesi dell’Unione europea intavolano trattative con Paesi di transito e di partenza dei migranti. Prima l’iniziativa diplomatica era tenuta in sottofondo, dopo il naufragio di Lampedusa la collaborazione con il Nord Africa è un’iniziativa di dominio pubblico. Oggi come allora si ripropongono sempre gli stessi nemici: gli scafisti, gli altri governi europei, le ong.

Il 25 settembre Giorgia Meloni ha scritto una lettera al primo ministro tedesco Olaf Scholz in cui sostiene che sia «ampiamente noto che la presenza in mare delle imbarcazioni delle ong ha un effetto diretto di moltiplicazione delle partenze di imbarcazioni precarie che risulta non solo in ulteriore aggravio per l’Italia, ma allo stesso tempo incrementa il rischio di nuove tragedie in mare». Se la prende con il governo tedesco perché ha finanziato alcune organizzazioni che fanno ricerca e soccorso in mare, proponendo invece «soluzioni strutturali al fenomeno migratorio, ad esempio lavorando ad un’iniziativa Ue con i Paesi di transito della sponda sud del Mediterraneo». La solita formula. Le navi di fronte alla Libia, però, a differenza di quanto pensa Meloni, «sono come ambulanze», spiega a Dario Paladini Riccardo Gatti, responsabile dei salvataggi di Medici senza frontiere. Meno mezzi di salvataggio per le strade ridurrebbero i viaggi con mezzi inadatti a percorrere le strade?

Per approfondire

#MediterraneoCentrale
Serie

Lungo la rotta: storie di traffici, geopolitica e migranti

Aggiornata il: 02 Ottobre 2023

«Non è la forza che mi manca ma riuscire a galleggiare/
Il fallimento più grande è non riuscire a respirare»

Libra, brano di Katsushiro perso nel bosco, Orchestra di Via Padova e Giuliano Dottori

Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli

Editing

Giulio Rubino

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