06.06.25
La busta era priva di francobollo ed era quindi stata recapitata a mano nella cassetta della posta della sua abitazione. Al suo interno, una lettera anonima. «Conteneva insulti razzisti e un’esplicita minaccia di morte», racconta la giornalista che l’ha ricevuta e che ha prontamente denunciato l’episodio alle forze dell’ordine. Chi l’ha inviata conosceva il suo indirizzo di casa e, soprattutto, conosceva il suo lavoro.
Lucia – il nome è di fantasia per tutelarne la sicurezza – è una reporter che si occupa di ambiente. Segue da tempo una delicata questione di inquinamento industriale sul territorio dove vive. Ma, per chi ha scritto la lettera, i suoi lavori sono «fandonie ambientaliste», che vanno «a scapito delle aziende» danneggiando l’economia della zona. Per questo, le scrivono, «meriti di bruciare al rogo».
In breve
- Lucia è una reporter che si occupa di ambiente. Ha ricevuto una lettera anonima: «Conteneva insulti razzisti e un’esplicita minaccia di morte». La ragione? Le sue inchieste, considerate «fandonie ambientaliste» per le quali merita di «bruciare al rogo»
- Quello di Lucia non è un caso isolato: in Italia, da inizio 2011 a febbraio 2025, ci sono stati almeno 114 casi di minacce, sia fisiche sia on line, a giornalisti e giornaliste che si sono occupati di temi ambientali
- È la prima volta che dati di questo tipo vengono elaborati per il nostro Paese, ma il problema è globale. Tra 2009 e 2023, almeno 749 giornalisti che si occupavano di ambiente sono stati vittime di omicidi, violenze, arresti, molestie online o azioni legali
- A peggiorare la situazione vi è il fatto che il giornalismo ambientale è spesso un’attività precaria, anche in Italia. «Le conseguenze sulla salute mentale possono risultare particolarmente pesanti per i freelance, che raramente hanno una rete di supporto», dice lo psicologo Patrick Kennedy-Williams
- Molto si dovrebbe fare per tutelare meglio i giornalisti ambientali da queste minacce, ma alcuni supporti già esistono, per esempio contro le Slapp. L’associazione Ossigeno fornisce sostegno legale. In otto anni ha aiutato cento giornalisti e il 98% ha vinto le cause
Quello di Lucia non è un caso isolato. A subire intimidazioni non è solo chi scrive di criminalità o chi indaga sulle organizzazioni mafiose, ma anche chi si occupa di ambiente. In Italia, da inizio 2011 a febbraio 2025, ci sono stati almeno 114 casi di minacce, sia fisiche sia on line, a giornalisti e giornaliste che si sono occupati di temi ambientali.
È la prima volta che dati di questo tipo vengono elaborati per il nostro Paese, ma il problema è globale.
L’International press institute (Ipi) ha dedicato al tema uno studio. «I giornalisti ambientali – si legge – fanno luce su pratiche corrotte e attività illegali legate ad aziende dannose per l’ambiente e rivelano gli interessi particolari che sostengono le industrie inquinanti. Denunciano le autorità statali che favoriscono o tollerano queste pratiche. E smascherano coloro che diffondono disinformazione».
«Eppure – prosegue lo studio – questo giornalismo essenziale è a rischio».
Problema globale, dati locali
«I giornalisti che si occupano di tematiche legate all’ambiente, e in particolare quelli che indagano su imprese responsabili di danni ecologici, affrontano rischi particolarmente elevati: le loro inchieste mettono in discussione interessi economici rilevanti», spiega Barbara Trionfi, autrice dello studio di Ipi e consigliera principale del rappresentante dell’Osce per la libertà dei media.
Secondo l’Unesco, tra il 2009 e il 2023 almeno 749 giornalisti e media che si occupavano di ambiente sono stati vittime di attacchi, una definizione che comprende omicidi, violenze, arresti, molestie online o azioni legali.
Un brutto clima
#UnBruttoClima è un’inchiesta di Marta Frigerio e Gianluca Liva nata nell’ambito del progetto Decoding the Disinformation Playbook, coordinato da Ipi, Taz e Faktograf. È il primo tentativo metodologicamente fondato di quantificare le minacce nei confronti dei giornalisti che si occupano di ambiente e cambiamento climatico. La metodologia seguita è disponibile a questo link (in inglese).
Il risultato non pretende di essere esaustivo, ma vuole essere uno spunto per avviare una riflessione più ampia sul tema e un primo passo verso una mappatura strutturata del fenomeno, con l’ambizione di raffinarla ulteriormente in futuro.
La collaborazione tra Ipi, Taz e Faktograf ha dato vita anche all’Observatory of Disinformation Narratives Against the Media, una piattaforma pensata per mappare e decifrare le campagne mirate a delegittimare il giornalismo ambientale in Europa. L’obiettivo del progetto è svelare le strategie di intimidazione e rafforzare la tutela di chi si occupa di giornalismo ambientale.
Il fenomeno è in crescita: 300 attacchi si sono registrati negli ultimi cinque anni, con un incremento del 42% rispetto al quinquennio precedente. Nel periodo preso in esame, le minacce di morte sono state 49, i giornalisti scampati a dei tentativi di omicidio almeno 24 mentre quelli uccisi sono stati 44, la stragrande maggioranza dei quali in Asia e America centro-meridionale.
In Europa e Nord America (conteggiate insieme dall’Unesco), gli attacchi complessivi sono stati 183.
In Italia, i dati sulle minacce ai giornalisti vengono raccolti da anni, ma senza un focus specifico sulle tematiche ambientali.
Per realizzare la prima analisi sistematica del fenomeno, quindi, si è partiti dai database di Ossigeno per l’Informazione e del Centro europeo per la libertà di stampa e dei media (Ecpmf), che contengono minacce sia fisiche sia on line. Dopo averli uniti e aver rimosso i duplicati, è emerso un elenco di 3.025 segnalazioni di minacce dal 2011 al 15 febbraio 2025.
È stato un processo lungo e complesso, caratterizzato anche da segnalazioni infondate e casi privi di riferimenti precisi. Arrivato a conclusione, ha consentito di individuare 114 episodi, verificati tramite fonti aperte e riconducibili all’ambito ambientale grazie a una lista di 640 parole chiave.
Attori statali e grandi aziende
I casi sono diversi e vanno dalle minacce esplicite agli avvertimenti impliciti, dal «Ti ucciderò» allo «Stai attenta a quello che scrivi», fino alle querele temerarie, le cosiddette Slapp. Ma ci sono anche altre forme di pressione, dai messaggi sui social all’hate speech, dai pedinamenti al doxxing, ovvero la diffusione pubblica di informazioni private della persona.
Le minacce si registrano in tutta Italia e in contesti estremamente variegati. In Sardegna, per esempio, un giornalista ha indagato su un falò organizzato per celebrare un santo patrono, ha portato alla luce alcune lacune in materia di sicurezza e tutela ambientale ignorate dalle autorità locali e, per tutta risposta, ha subito pressioni e intimidazioni proprio dalle autorità che avrebbero dovuto vigilare.
Ascolta il podcast di Newsroom
Per quanto i dati analizzati non abbiano consentito un’analisi precisa degli autori delle minacce, sono numerose le intimidazioni arrivate da autorità, comprese le forze dell’ordine, soprattutto durante manifestazioni pubbliche o di protesta.
È un dato che si ritrova anche a livello globale. Gli attori statali, infatti, hanno commesso almeno la metà dei 749 attacchi censiti dall’Unesco tra 2009 e 2023 mentre, continua il rapporto, «gli attori privati sono responsabili di almeno un quarto». «Grandi aziende private, organizzazioni criminali e funzionari statali corrotti spesso sono pronti a tutto pur di tutelare i propri interessi», aggiunge Trionfi di Ocse.
Anche in questo caso, si riscontrano alcune analogie con il caso italiano.
Delle 114 minacce censite, diverse provengono da aziende interessate a mettere a tacere inchieste scomode o a ostacolare la diffusione di certe informazioni, in particolare quelle attive nel campo dei combustibili fossili.
«Una rivista che aveva pubblicato una mia inchiesta è stata penalizzata economicamente per aver dato spazio al mio lavoro. Uno dei principali inserzionisti, legato al settore trattato nell’articolo, non ha gradito i contenuti e ha deciso di interrompere il contratto pubblicitario», spiega un giornalista intervistato per il progetto, che preferisce restare anonimo.
Accanto all’analisi dei dati, infatti, per #UnBruttoClima, sono state realizzate anche dieci interviste con giornalisti vittime di minacce. Alcuni di loro hanno scelto di restare anonimi mentre altri hanno deciso di comparire con nome e cognome.
Iscriviti alla newsletter quindicinale Muckrakers per ricevere la rassegna stampa del giornalismo d’inchiesta internazionale
Tra questi, vi è anche il cronista pugliese Luciano Manna, intimidito più volte per i suoi lavori sull’ex Ilva di Taranto e sulla pesca di frodo. «Le minacce che ho ricevuto non hanno influito sulla mia attività giornalistica ma sulla mia vita privata sì: sono arrivate a coinvolgere anche membri della mia famiglia», racconta.
Misoginia via social media
Anche Lucia è stata intervistata e il suo caso mostra in modo evidente quanto gli interessi economici pesino. Non si tratta solo di quelli, però: gli autori della lettera di minacce, nel loro testo, equiparavano il giornalismo ambientale all’informazione sui vaccini contro il Covid-19, in un mix di disinformazione, teorie del complotto e atteggiamenti anti-establishment emerso anche in altri episodi, per esempio quello di Francesca Santolini.
Santolini è una giornalista ambientale per La Stampa e Repubblica e, nell’aprile 2024, ha pubblicato il saggio Ecofascisti, su estrema destra ed ecologia.
A luglio, è apparsa come ospite in un programma trasmesso da La7. Un breve spezzone della sua apparizione è stato estratto e condiviso centinaia di volte sui social media, gettandola in una spirale di odio. La sua colpa sarebbe quella di aver sostenuto la tesi – già al centro di alcuni studi accademici – secondo cui la difesa dei combustibili fossili è, di fatto, anche una difesa del patriarcato.
La rete di chi minaccia su X
Il social media sul quale Francesca Santolini ha ricevuto gli attacchi più numerosi e duri è stato X (ex Twitter). Grazie ad alcuni strumenti di Osint (Open source intelligence), è stata realizzata un’analisi per comprendere se gli utenti che hanno partecipato agli attacchi fossero tra loro collegati e quale tipo di ecosistema informativo li accomunasse.
Le interazioni tra gli account maggiormente attivi sono risultate significative, ma non è stata riscontrata una vera e propria coordinazione. Le narrazioni prevalenti sostenute da questi profili comprendono la teoria suprematista bianca della “grande sostituzione”, contenuti contro Zelensky e l’Ucraina, discorsi anti-immigrazione, messaggi contro i vaccini per il Covid-19, negazionismo climatico e posizioni sessiste.
Inoltre, è interessante notare che, tra i 2.760 utenti analizzati, circa 690 sono stati classificati come potenzialmente automatizzati (bot). Questi profili operano per lo più sotto pseudonimi e tendono a promuovere propaganda filorussa, posizioni anti-vacciniste e una forte ostilità verso l’Unione Europea. Nei loro contenuti ricorrono spesso figure come Elon Musk, Donald Trump e Giorgia Meloni, presentati in chiave positiva o celebrativa, a conferma di un chiaro orientamento ideologico.
Appena 30 minuti dopo la messa in onda del programma, il video di Santolini circolava già online. Nei giorni seguenti, il blog di un noto giornalista di destra e un giornale della stessa area politica hanno ripreso la storia.
Nel giro di 72 ore, la giornalista è stata colpita sui suoi account social da insulti sessisti, attacchi misogini, minacce di morte e persino di stupro. Gli attacchi si sono poi ripetuti anche mesi dopo, ogni qualvolta il video è tornato a circolare.
«Il giorno di Natale stavo preparando il pranzo con la mia famiglia quando ho ricevuto un messaggio su Instagram da un account creato proprio quel giorno. Mi auguravano di essere violentata da uomini neri», racconta Santolini, che ha denunciato l’accaduto alla polizia postale. L’account è stato chiuso, probabilmente un falso, ma l’episodio ha lasciato un impatto duraturo sulla giornalista, che ha deciso di chiudere anche il suo profilo su X, dal quale erano arrivate molte delle minacce.
«È dura, ogni volta che un mio video viene condiviso ricominciano le minacce, e questo sta diventando pesante da sopportare», aggiunge.
Gli effetti sulla salute mentale, soprattutto dei freelance
«Gli effetti sulla salute mentale dei giornalisti sotto attacco sono noti: ansia e paura legate all’essere presi di mira, depressione e persino pensieri suicidi», spiega Patrick Kennedy-Williams, psicologo clinico e co-direttore di Climate Psychologists.
Sono conseguenze che riguardano tutti i professionisti minacciati, a prescindere dai temi di cui si occupano.
Chi scrive di ambiente, però, affronta ulteriori sfide, secondo l’esperto. «Negli ultimi tempi si è sviluppata una maggiore consapevolezza. Si sta finalmente riconoscendo con maggiore chiarezza anche l’impatto psicologico del raccontare la crisi climatica. Numerosi giornalisti mi hanno descritto un senso di inutilità, in particolare nel giornalismo investigativo: in altri ambiti, un’inchiesta può provocare cambiamenti immediati e significativi, mentre nel caso della crisi climatica spesso la pubblicazione di un articolo sembra non avere effetti concreti», continua Kennedy-Williams.
Il rischio, quindi, per la salute mentale dei giornalisti ambientali minacciati può essere duplice: non vedere alcun impatto positivo del proprio lavoro, ma anzi, viverne sulla propria pelle solo gli effetti negativi, causati dalle intimidazioni ricevute. Senza contare le condizioni in cui si lavora.
«Il giornalismo ambientale è spesso un’attività precaria, affidata a piccole testate sotto-finanziate e a reporter indipendenti che non dispongono delle risorse necessarie per affrontare i rischi a cui sono esposti e per reagire agli attacchi subiti», denuncia l’Unesco.
Anche in questo caso, la situazione italiana non è diversa dal quadro globale, anzi. Santolini e Manna, per esempio, sono giornalisti freelance e così molti altri di quelli intervistati per #UnBruttoClima. «Sostenere i costi di una querela complicherebbe molto il mio lavoro. Semplicemente non me lo posso permettere», ha ammesso un giornalista minacciato.
Le minacce e i pericoli legati al lavoro erano emersi come uno dei principali fattori di stress per i freelance italiani anche dall’indagine Come ti senti, condotta da Alice Facchini per IrpiMedia nel 2023.
«Le conseguenze sulla salute mentale possono risultare particolarmente pesanti per i freelance, che raramente hanno una rete di supporto», conferma lo psicologo Kennedy-Williams.
Un fenomeno sottostimato?
Il fatto che molti giornalisti in italiani siano freelance e quindi lo siano anche molti di quelli che si occupano di ambiente non ha ripercussioni solo sulla loro salute mentale, ma anche su ciò che avviene dopo le minacce.
Spesso, infatti, i freelance sono più lontani da organizzazioni come l’Ordine dei giornalisti o la Fnsi (il sindacato nazionale unitario dei giornalisti), oppure più scettici nei loro confronti, o ancora non hanno semplicemente tempo per contattarli. «Quando ho ricevuto minacce online, non le ho segnalate né all’Ordine né ai sindacati.
Non ho molta fiducia nell’Ordine, mentre non so nemmeno se esista un sindacato che tuteli noi freelance», spiega un altro giornalista anonimo.
La sua posizione non è isolata. Altri colleghi hanno espresso pensieri simili, tra cui anche Lucia. Dei dieci giornalisti minacciati intervistati per #UnBruttoClima, solo uno aveva comunicato la sua situazione a Ordine, Fnsi e Ossigeno (che ha tra i suoi partner proprio Ordine e Fnsi).
Questo potrebbe far pensare che il dato dei 114 episodi censiti rappresenti solo una parte di quelli reali. «Quello delle minacce ai giornalisti è un problema enorme di cui si parla poco. Le segnalazioni raccolte rappresentano solo una frazione di un fenomeno ben più radicato», commenta Alberto Spampinato, fondatore di Ossigeno.
La verità non si querela, difendiamola insieme.
Aderisci alla membership di IrpiMedia
Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.
Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.
Spampinato, che ha lavorato come giornalista a L’Ora e all’Ansa, invita i cronisti a non «subire in silenzio attacchi e pressioni», ma a contattare le sedi regionali di ordine e sindacato per capire come farsi aiutare. In Italia, il riferimento è sempre l’associazione Ossigeno, ma un aiuto può essere trovato anche a livello internazionale, tramite organizzazioni come Media Freedom Rapid Response (Mfrr) e International Press Institute.
Mfrr ha attivato un programma di supporto per giornalisti che hanno subito attacchi. Ipi ha invece sviluppato un protocollo per aiutare le redazioni a gestire gli attacchi online: si va dalla creazione di canali chiari per la segnalazione delle minacce alla valutazione dei rischi fino al supporto psicologico e alle misure di sicurezza digitale. Vi sono poi diverse possibilità per ottenere un supporto legale, che è sempre più necessario.
Slapp, anche in campo ambientale
Tra le minacce ai giornalisti censite da #UnBruttoClima, infatti, ci sono anche numerose Slapp. L’acronimo sta per Strategic Lawsuits Against Public Participation e indica azioni legali infondate, mosse per spaventare e zittire chi fa informazione cercando di raccontare i fatti. Non servono a ottenere giustizia, ma nascono per mettere sotto pressione il giornalismo e scoraggiare l’informazione libera. Gli stessi giornalisti di IrpiMedia sono stati colpiti da numerose Slapp e, a oggi, sono coinvolti in dieci procedimenti giudiziari.
In Italiano, le Slapp vengono definite cause o querele temerarie e, come abbiamo visto, sono diffuse anche in campo ambientale, soprattutto quando a tentarle sono grandi imprese con grandi budget. «Questa inchiesta aiuta a capire che, in Italia, chi vuole ignorare i vincoli ambientali ricorre troppo spesso a intimidazioni e querele pretestuose per mettere a tacere chi si batte per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica», spiega Spampinato.
Essendo temerarie, questo tipo di querele è difficile da evitare. Alcune pratiche però possono aiutare i giornalisti, soprattutto i freelance.
«Un rigoroso controllo dei fatti è fondamentale per prevenire querele o difendersi in tribunale, ma a volte non basta. Idealmente, prima della pubblicazione i giornalisti dovrebbero sempre avvalersi della consulenza di un legale per esaminare i testi», propone Trionfi dell’Osce. Servizi di questo tipo esistono anche in forma gratuita, per esempio, dal marzo dello scorso anno, l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia lo fornisce ai suoi iscritti.
Inoltre, a livello sia nazionale sia internazionale esistono servizi di supporto legale gratuito. Lo forniscono, per esempio, Media Freedom Rapid Response e la stessa Ossigeno. «Con il sostegno dell’organizzazione internazionale Media Defence, in otto anni abbiamo aiutato cento colleghe e colleghi», riprende Spampinato. «Il 98% degli assistiti ha vinto le cause».
Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.
