14.11.25
È un pomeriggio di settembre 2025 e Milo, 18 anni, apre un account su TikTok. Inserisce l’età, il sesso e alcune preferenze di contenuti: sport, crescita personale, relazioni, vita quotidiana. Poi inizia a scrollare la sezione “per te”: la selezione di video scelti dall’algoritmo.
Il primo post è composto da una serie di video di spiagge e il testo «top 5 posti che ho visitato quest’estate con i bro», seguito da altri su amicizia maschile, qualche animale che fa cose buffe, routine in palestra.
Milo scrolla e salta da un video a un altro, senza mettere like, ma cliccando su qualche hashtag. Si sofferma soprattutto sui contenuti pensati per un pubblico maschile: video motivazionali che parlano di come migliorarsi, affrontare la solitudine o superare le delusioni, accompagnati da immagini di ragazzi che si allenano o che sollevano pesi. Col passare delle ore e dei giorni, l’algoritmo inizia a proporgli più spesso contenuti denigratori verso le donne, in cui la gelosia viene esaltata e si mescolano toni di misoginia e vittimismo maschile.
In breve
- Un esperimento condotto su TikTok con un account fittizio di un ragazzo di 18 anni mostra come l’algoritmo spinga progressivamente verso contenuti misogini, maschilisti e legati alla manosphere
- Dai video motivazionali al looksmaxxing (consigli e tecniche per curare l’aspetto in modo da sembrare più maschili), le piattaforme costruiscono un percorso che trasforma l’insicurezza maschile in una narrazione tossica su forza, virilità e controllo sulle donne
- I contenuti legati a red pill e black pill mescolano vittimismo e odio di genere: i red pill credono che la società favorisca le donne e che queste scelgano solo i Chad (uomini alfa), mentre i black pill rinunciano del tutto alla vita sentimentale
- Le testimonianze raccolte da IrpiMedia rivelano come molti ragazzi considerino questi messaggi ironici o “solo meme”, ma il linguaggio e i modelli di pensiero finiscono per radicarsi nella quotidianità
- L’odio di genere non resta confinato al digitale: per esperti e ricercatori i social amplificano la violenza di linguaggi come quello degli incel, ma le loro ideologie affondano le radici nei contesti culturali e sociali in cui si formano
«Se le donne venissero giudicate con gli standard con cui si giudica un uomo (fisico, lavoro, soldi, altezza) il 95% delle donne sarebbe un fallimento», si legge come descrizione della foto di un ragazzo molto giovane che guida un’auto.
Milo non esiste davvero: è un account che abbiamo creato appositamente per la nostra ricerca. Lo abbiamo immaginato come un adolescente un po’ insicuro e vulnerabile, in cerca di risposte su come migliorare sé stesso e la propria vita. Il nostro obiettivo era capire fino a che punto i giovani uomini siano esposti, ogni giorno, a contenuti che normalizzano visioni misogine. E osservare come parole e teorie un tempo confinate in nicchie di internet siano ormai uscite allo scoperto, diventando parte della cultura dominante e del linguaggio comune tra gli adolescenti.
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All’estero sono stati fatti diversi esperimenti di questo tipo, che mostrano come i social mainstream spingano contenuti estremamente misogini. Secondo un report realizzato nel 2024 dall’University College London, l’università del Kent e l’Association of School and College Leaders, gli algoritmi «prendono di mira le vulnerabilità delle persone – come la solitudine o la sensazione di perdita di controllo – e gamificano contenuti dannosi». Un’inchiesta di The Observer ha mostrato come, dopo aver guardato un post di un tiktoker su «come gli uomini non parlano dei propri sentimenti», il feed di un 18enne si fosse popolato di contenuti dell’influencer ipermisogino Andrew Tate o su come il femminismo abbia reso gli uomini infelici.
Le parole d’ordine della manosphere
Quando Milo inizia a interagire con video su allenamenti, esercizi e palestra, l’algoritmo lo spinge presto verso un nuovo filone: quello del looksmaxxing, l’insieme di pratiche e consigli su come migliorare il proprio aspetto per apparire più “virili” — dalla mascella scolpita agli “occhi da predatore” — e così avere più successo con le donne.
Alla base c’è un’idea ricorrente: solo chi è bello, con determinati tratti fisici — o, in alternativa, ricco e di successo — può sperare in una vita sentimentale e sessuale appagante. Un messaggio che torna in molti dei video che Milo si trova davanti. C’è, per esempio, un video in cui un ragazzo spiega come passare da Lmtn (low o mid tier normie), cioè un uomo poco attraente o nella media, a Chad, il livello più alto nella scala dell’appetibilità maschile. Un linguaggio preciso, codificato, che affonda le sue radici nelle nicchie misogine di Internet.
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Nei commenti compaiono soprattutto utenti giovanissimi, che usano lo stesso gergo. «Sono alto 187 cm e ho 14 anni, cosa sono?», scrive uno. «Questa è la mia base: 14 anni, 192 cm. Consigli o rating?», aggiunge un altro. «Con una base htn (bellezza sopra la media, ndr) e 193 cm a 15 anni, a cosa posso arrivare?», chiede un terzo. Sotto la foto di un utente, qualcuno commenta semplicemente: «Sei al massimo un 7».
A prima vista, il looksmaxxing potrebbe sembrare solo un trend che amplifica le insicurezze fisiche dei ragazzi — e infatti, quando gli utenti cercano attivamente questo termine nella barra di ricerca di TikTok, la piattaforma accompagna i video con un avviso: «Sei molto più del tuo peso».

Ma secondo gli esperti, può rappresentare una vera e propria porta d’ingresso verso contenuti più radicali e violenti, legati alle community degli incel, i celibi involontari, e più in generale della manosphere, una nicchia di internet popolata da siti, blog e forum accomunati dall’esaltazione della mascolinità e da un atteggiamento ostile verso le donne e il femminismo, intriso di una profonda misoginia.
E infatti i post sul looksmaxxing sono spesso accompagnati da hashtag e parole chiave che riportano – consapevolmente o meno – al mondo incel e black pill.
Il glossario della manosphere
Incel: abbreviazione di involuntary celibates, i casti non per scelta. È la community più conosciuta della manosphere. Sono uomini eterosessuali che non hanno rapporti sessuali e accusano le donne di respingerli.
Red pill: riprendendo l’immaginario di Matrix, chi “prende la pillola rossa” ritiene di aver scoperto una verità nascosta, in questo caso che la società contemporanea avvantaggi eccessivamente le donne in sfavore degli uomini. Secondo questa visione, le donne — descritte come superficiali e opportuniste — sceglierebbero solo i Chad.
Chad: sono i maschi alpha, uomini di successo e sessualmente attraenti attorno ai quali gravitano le donne.
Black pill: chi ha preso la pillola nera ha fatto un passo in più. Intimamente convinto che l’aspetto fisico sia determinato geneticamente e che le donne scelgano i partner sessuali basandosi esclusivamente sulle caratteristiche fisiche, ha rinunciato a cercare una vita sentimentale e sessuale.
Al centro di un video in cui si esortano i ragazzi a «massimizzare il loro aspetto» se non vogliono dover rinunciare del tutto a una vita sessuale, campeggia la scritta «Black pill brutale».
Contenuti come quelli trovati da Milo, legati alla manosphere, non vivono solo su TikTok: proliferano su una vasta gamma di piattaforme, dai forum e da Reddit ai gruppi chiusi su Telegram, fino a spazi più mainstream come YouTube, podcast e altri social network.
Il ruolo delle piattaforme online
Un sondaggio condotto da Amnesty International UK nel marzo 2025 su tremila persone della Gen Z ha rivelato che il 73% ha assistito a contenuti misogini online, e che uno su due li vede su base settimanale.
Di fronte a questi dati, TikTok si difende, sostenendo di offrire «oltre cinquanta funzioni e impostazioni pensate per proteggere la sicurezza e il benessere dei più giovani, dando ai genitori maggiore visibilità sulle attività dei figli tramite il Collegamento Familiare (strumento che permette ai genitori di collegare l’account del minore e impostare limiti di sicurezza, privacy e utilizzo, ndr). L’odio non ha spazio sulla piattaforma: in Italia oltre il 98% dei contenuti che violano le nostre politiche viene rimosso in modo proattivo», ha dichiarato a IrpiMedia un portavoce dell’azienda, aggiungendo che «l’esperimento citato, condotto su pochi account creati per interagire con contenuti specifici, non rispecchia l’esperienza media degli utenti». La stessa risposta era stata fornita anche ai ricercatori inglesi autori del report prima citato.
TikTok precisa di aver esaminato e rimosso i video da noi segnalati che violavano le Linee Guida della Community, ribadendo che «la misoginia è da tempo vietata sulla piattaforma» e che interviene «contro qualsiasi contenuto o comportamento di questo tipo, rimuovendo video, commenti, account e hashtag».
Eppure, le testimonianze raccolte da IrpiMedia tra adolescenti di diverse regioni italiane raccontano un’altra realtà — molto più simile a quella vissuta da Milo.
«Se cerchi, ti spuntano tantissime cose su looksmaxxing o red pill. Se sei una persona insicura, un adolescente o un preadolescente, TikTok questi contenuti te li spara a mille. Fino a uno o due anni fa erano all’ordine del giorno, in maniera ossessiva», racconta un ragazzo di 17 anni del Sud Italia, sottolineando che accade anche su Instagram.
Molti ragazzi minimizzano, dicendo di considerarli contenuti ironici: «La maggior parte dei miei coetanei prende Andrew Tate come un meme», afferma un ragazzo, cioè come un personaggio esagerato da non prendere sul serio, più fonte di intrattenimento che di reale ispirazione.
Un altro diciottenne conferma: «Se ti spunta Andrew Tate sei deviato, non puoi guardarlo e pensare che sia serio. Però ora ci sono tanti video sulla black pill, va di moda. Ti fanno credere che puoi migliorare solo lavorando su cose del tuo aspetto fisico che in realtà non puoi cambiare».
Un quindicenne del Nord Italia aggiunge: «La storia del looksmaxxing la conosco, ma non la prendo sul serio. C’erano molti video americani che dicevano che le ragazze scelgono solo i ragazzi alti. Ora ne vedo meno, ma su YouTube Shorts ce ne sono ancora tantissimi».
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E c’è anche chi, tra ironia e distanza apparente, riconosce che certi messaggi possono attecchire: «I miei amici mi mandano video sulla black pill, ma per ridere. Nessuno ci crede davvero… tranne un paio, forse. In classe c’è un ragazzo che non ha molta vita sociale, non gli diamo molta retta. Secondo me lui a questi video può credere davvero, perché non ha nessuno con cui relazionarsi: sta sempre da solo, alla ricreazione si mette le cuffie e ascolta musica. L’anno scorso ha detto a un mio compagno: “Se parlo con una ragazza mi sudano le mani”, poi ha riso nervosamente. A noi ha fatto molto ridere, però ecco non lo so».
In un contesto in cui l’insicurezza maschile viene strumentalizzata dai discorsi misogini, le personalità più fragili o isolate rischiano di trovarsi senza strumenti ed esposte al fascino di certe narrazioni. Quelle della manosphere si fondano su un presunto diritto degli uomini ad avere relazioni sessuali: quando questo gli viene negato, subentra un atteggiamento vittimistico di risentimento, rabbia e disprezzo verso il genere femminile, colpevole di questo torto.
Dalla rete alla realtà
Negli ultimi anni, diversi uomini che si identificavano come incel hanno trasformato la frustrazione in violenza, compiendo stragi di massa e prendendo di mira donne sconosciute, specialmente tra Stati Uniti e Canada. Il caso più noto è quello di Elliot Rodger, 22 anni, che nel 2014 a Isla Vista, in California, uccise sei persone e ne ferì quattordici prima di togliersi la vita.
Nel manifesto lasciato prima del massacro spiegava il gesto come una rappresaglia contro le donne “colpevoli” di averlo rifiutato. Da allora, Rodger è diventato una figura di culto nella comunità incel, quasi un martire, perché con il suo gesto violento si sarebbe ribellato a quel sistema dominato dal desiderio femminile e dall’ineguaglianza sessuale.
Quella degli incel è una sottocultura nata negli Stati Uniti, ma diffusa e presente anche in Italia, come racconta Oltre, inchiesta podcast di Beatrice Petrella, pubblicata da Rai Radio1.
Nel nostro Paese non si sono verificati episodi come quello di Rodger, ma alcuni omicidi sono stati in seguito celebrati da forum estremisti.
È il caso di Antonio De Marco, che nel 2020 uccise Daniele De Santis ed Eleonora Manta, e di Andrea Longo, autore del duplice omicidio di Chiara Spatola e Simone Sorrentino a Volvera (Torino) nell’aprile 2025. Pur non avendo legami diretti con l’ambiente incel, entrambi sono stati mitizzati da queste community, accostati al “martire” californiano.
Anche durante l’esperimento con l’account di Milo, poco prima di chiuderlo, nella sezione commenti di un video sul looksmaxxing è comparsa la foto di Elliot Rodger — un’immagine ricorrente nei profili delle community incel e black pill.
Molti dei forum più radicali sono stati già oggetto di inchieste giornalistiche e di segnalazioni, ma la loro notorietà ha spesso avuto l’effetto contrario: diversi utenti raccontano di averli scoperti proprio dopo averne sentito parlare nei media mainstream e anche per questo abbiamo deciso di non citarli qui.
Anche in Europa, «la radicalizzazione degli incel non è più limitata agli spazi online, ma si manifesta sempre più spesso in atti di violenza concreta», spiega Jan Op Gen Oorth, portavoce di Europol. E alcuni fatti lo confermano: nel 2021, la polizia italiana ha arrestato per terrorismo un giovane che aveva annunciato l’intenzione di «compiere un massacro durante una manifestazione femminista».
Nel giugno 2025, in Francia, Timoty G., 18 anni, è stato fermato con l’accusa di voler aggredire delle donne davanti a un liceo di Saint-Étienne: un attentato di ispirazione esclusivamente mascolinista, il primo riconosciuto come tale dalla giustizia francese. Secondo Le Monde, il ragazzo si dichiarava incel e consumava regolarmente video di influencer maschilisti su TikTok.
Per Silvia Semenzin, ricercatrice in sociologia digitale all’Università Complutense di Madrid, il problema è che queste ideologie non restano più confinate nelle nicchie online: sebbene esistano «gruppi più radicalizzati che aderiscono pienamente alle teorie come la red pill, oggi anche chi non lo è può entrarvi in contatto e farle proprie. Ed è questo che deve preoccuparci».
La normalizzazione della misoginia nella società
Queste teorie si intrecciano con un più ampio ritorno di discorsi antifemministi e misogini, che attraversano sia la sfera online che quella offline. Come osserva l’Institute for Research on Male Supremacism, sebbene la comunità incel usi un linguaggio più violento, «le loro ideologie si sviluppano e si rafforzano all’interno dei contesti culturali e sociali in cui vivono».
Il rischio, oggi, è che la normalizzazione di questi discorsi faciliti la radicalizzazione e il passaggio dalla violenza verbale a quella fisica. Oltre ai casi estremi, c’è un effetto più diffuso e insidioso: la banalizzazione della misoginia nelle relazioni quotidiane.
«Negli ultimi tre anni mi è capitato spesso di trovare adolescenti con un immaginario ipersessualizzato e violento», racconta Chiara Antoniucci dell’associazione Scosse. «Magari ragazzi bravi a scuola, ma convinti che le donne siano cattive o che li rifiutino perché “valgono meno”, magari un cinque invece che un dieci». L’ossessione per il corpo e la palestra, aggiunge, è un altro segnale di questa interiorizzazione.
Ricerche recenti mostrano che una parte della Gen Z tende a sottovalutare la violenza fisica o sessuale, e a considerare la gelosia o i comportamenti controllanti come prove d’amore. Nelle scuole, Antoniucci nota «una crescita della diffusione non consensuale di immagini intime e un forte odio verso le femministe».
Per Cosimo Marco Scarcelli, professore di Sociologia all’Università di Padova, il problema è strutturale: «Abbiamo delegato alle piattaforme l’aspetto educativo, ma serve lavorare nelle scuole. Manca un’educazione alla maschilità e ai temi di genere. Non basta vietare i contenuti: bisogna dare ai ragazzi strumenti per interpretarli».
Un compito che rischia di diventare ancora più difficile con il Ddl Valditara – ancora in discussione alla Camera – che richiede il consenso delle famiglie per qualsiasi attività di educazione sessuoaffettiva.
«I media non sono onnipotenti», conclude Scarcelli. «Ma questi contenuti trovano terreno fertile tra chi non ha mai avuto accesso a esperienze educative che insegnano a riconoscerli».
Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto PULSE, un progetto giornalistico crossborder che adotta un approccio collaborativo alla produzione editoriale. Hanno contribuito Lola García-Ajofrín e Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna), Francesca Barca (Voxeurop), Petra Dvořáková (Deník Referendum, Repubblica Ceca).
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