30.10.26
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Dopo la pubblicazione dell’approfondimento di IrpiMedia sul finto sito internet di Naza, utilizzato per confondere gli utenti e proporre loro un contenuto di propaganda favorevole all’esercito israeliano, Google ha rimosso gli annunci a pagamento del governo di Israele.
Lo ha confermato la stessa azienda in risposta alle nostre domande, chiarendo che le pubblicità in questione, finanziate dall’agenzia governativa israeliana per la pubblicità, violavano gli standard della piattaforma.
Inchiesta in breve
- Google ha rimosso gli annunci finanziati dal governo israeliano che promuovevano un falso sito del documentario Naza. La decisione è arrivata dopo l’inchiesta di IrpiMedia: le inserzioni violavano le regole della piattaforma
- Un sito sosia per riscrivere il racconto della guerra a Gaza. Il dominio nazadocumentary[.]com imitava il sito ufficiale del film, ma proponeva una narrazione opposta a quella del documentario originale
- Al posto del documentario originale, un film favorevole all’esercito israeliano. Il sito ospitava Naza: The Real Story, un controdocumentario realizzato da tre autori israeliani, due dei quali ufficiali della riserva
- È stata un’agenzia del governo israeliano a finanziare la promozione del falso sito. Dal 15 ottobre, la Israeli Government Advertising Agency ha acquistato annunci su Google Italia per intercettare le ricerche degli utenti
- Google ammette la violazione, ma non spiega come gli annunci abbiano superato i controlli. L’azienda non chiarisce per quanto tempo siano rimasti online né quanti utenti abbiano raggiunto
- Agcom e governo italiano non rispondono. L’Autorità, responsabile del coordinamento nazionale del Digital Services Act, non ha commentato la vicenda. Silenzio anche dal governo sulle campagne manipolatorie di uno Stato straniero
«Abbiamo policy pubblicitarie rigorose che disciplinano i tipi di annunci che consentiamo sulle nostre piattaforme. Tali policy sono disponibili al pubblico e le applichiamo in modo coerente e imparziale. A seguito di una verifica, abbiamo rimosso gli annunci in questione poiché violavano le nostre policy pubblicitarie», ha dichiarato un portavoce di Google.
I fatti
Lo scorso 21 ottobre IrpiMedia ha pubblicato un approfondimento con cui svelava una sofisticata operazione di manipolazione dei risultati del motore di ricerca Google, volta a proporre, al posto del celebrato documentario che denuncia le uccisioni pianificate e consapevoli di civili palestinesi a Gaza, un sito internet che sostiene conclusioni diametralmente opposte.
A fare per primo la scoperta è stato l’esperto di comunicazione Matteo Flora, che ha condiviso con IrpiMedia i risultati delle sue analisi, successivamente verificate in modo indipendente dalla redazione.
Pochi giorni dopo la prima del film, avvenuta il 10 settembre alla Mostra del cinema di Venezia, dove Naza ha ottenuto il Premio speciale della giuria, soggetti anonimi hanno registrato il dominio nazadocumentary[.]com, riuscendo a ottenere un posizionamento favorevole nei risultati del motore di ricerca.
Il sito inizialmente si presentava con le fattezze di quello ufficiale del film, ne riportava i veri autori e una sinossi che però sosteneva che l’esercito israeliano fosse impegnato nell’attaccare terroristi e membri di Hamas.
Esattamente il contrario di quanto denunciato dal documentario, realizzato dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor e prodotto dal quotidiano inglese The Guardian e da JW Films, che attraverso le testimonianze di 24 soldati e ufficiali dell’intelligence israeliana ricostruisce come l’uccisione di civili palestinesi fosse un esito previsto e consapevolmente accettato nella pianificazione degli attacchi militari.
Il 30 settembre, quattordici giorni dopo la registrazione del dominio, il sito ha cambiato faccia, includendo un film in streaming che solo in apparenza corrispondeva al Naza originale.
Guardandolo, gli utenti venivano invece proiettati dentro un controdocumentario intitolato Naza: The Real Story, realizzato da tre autori israeliani, due dei quali legati alle forze armate: Roi Danino, tenente colonnello della riserva dell’esercito israeliano, Ariel Averbuch, maggiore della riserva, e il regista Hagai Gutman.
Il film, della durata di 49 minuti, si propone di confutare le accuse contenute nell’opera originale, sostituendo alle testimonianze anonime raccolte dal Guardian quelle di comandanti e ufficiali israeliani che difendono le operazioni militari a Gaza.
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Secondo Flora, l’operazione ricalca le tecniche di manipolazione dell’informazione descritte dal Disarm framework: prima l’occupazione di uno spazio informativo lasciato libero dall’assenza di un sito ufficiale del documentario, poi la registrazione di un dominio sosia e infine l’acquisto di inserzioni pubblicitarie per intercettare le ricerche degli utenti. Una strategia che non punta a censurare direttamente il contenuto originale, ma a sfruttarne la popolarità per orientare il pubblico verso una narrazione differente.
Sebbene non sia possibile risalire ai titolari del sito internet né determinare se il governo israeliano o le forze armate abbiano commissionato o finanziato la produzione del controdocumentario, è stata la Israeli Government Advertising Agency a sponsorizzarlo attraverso Google Italia a partire dal 15 ottobre. Almeno due gli annunci individuati, con slogan quali «Guarda il film Naza online» e «Il vero trailer di Naza», pensati per intercettare le ricerche di chiunque volesse vedere il vero Naza.
In risposta alle richieste di IrpiMedia, Google ha fatto sapere che le norme relative agli annunci sono pensate per garantire un’esperienza sicura e positiva agli utenti. È in questo contesto che la società richiama la propria policy sulla rappresentazione ingannevole, che vieta annunci o pagine di destinazione capaci di trarre in inganno le persone omettendo informazioni rilevanti o fornendo informazioni errate su un prodotto o un servizio.
Google non ha tuttavia chiarito come le inserzioni abbiano potuto superare i controlli iniziali, nonostante la loro natura ingannevole, riconosciuta dalla stessa azienda attraverso la successiva rimozione. Né ha precisato per quanto tempo siano rimaste attive o quanti utenti abbiano raggiunto.
Non viene riconosciuta esplicitamente nemmeno la natura politica dell’operazione. Nel 2025 Google aveva infatti deciso di interrompere la pubblicazione di annunci politici nei Paesi dell’Unione europea, in seguito all’introduzione delle nuove norme comunitarie che impongono obblighi particolarmente stringenti in materia di trasparenza.
La società precisa però che i governi possono continuare ad acquistare pubblicità su Google e YouTube, purché rispettino le policy della piattaforma. Secondo Google, un annuncio viene classificato come politico soltanto se soddisfa i criteri previsti dalla normativa europea, che comprendono determinate categorie di attori politici e messaggi volti a influenzare elezioni, referendum o processi legislativi e regolamentari.
Se la violazione delle norme sulla pubblicità ingannevole è stata sufficiente a determinare la rimozione degli annunci, resta dunque aperta la questione della loro natura politica. La campagna, infatti, è stata finanziata da un’agenzia governativa e promuove un contenuto che sostiene la posizione dell’esercito israeliano su un conflitto nel quale lo stesso governo è direttamente coinvolto.
Una posizione che si inserisce nel dibattito internazionale sulle responsabilità delle operazioni militari a Gaza, per le quali la Corte penale internazionale ha emesso, nel novembre 2024, mandati di arresto nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e contro l’umanità.
La società sottolinea infine di mettere a disposizione degli utenti strumenti per identificare gli inserzionisti, tra cui il Centro per la trasparenza pubblicitaria. Proprio lo strumento attraverso il quale IrpiMedia ha potuto documentare il coinvolgimento del governo israeliano nella promozione del falso sito.
Chi avrebbe dovuto vigilare
La vicenda solleva interrogativi anche sul ruolo delle autorità di vigilanza. In Italia è l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) che ricopre il ruolo di coordinatore dei servizi digitali ai sensi del Digital Services Act, il regolamento europeo che impone alle grandi piattaforme obblighi di mitigazione dei rischi legati anche alla manipolazione dell’informazione.
Contattata da IrpiMedia, Agcom ha ignorato una richiesta di commento. Silenzio anche da parte del governo, che non ha risposto alle domande di IrpiMedia circa l’opportunità di permettere che un Paese straniero possa condurre una campagna manipolatoria ai danni dei cittadini italiani.
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