Aemilia 1992, cronistoria di una sentenza

Condanna all’ergastolo in primo grado per il boss Nicolino Grande Aracri. Assolti gli altri imputati. Una storia cominciata 28 anni fa, che si intreccia con uno dei principali processi sulla ‘ndrangheta al Nord

6 Ottobre 2020 | di Sofia Nardacchione

Due omicidi. Un ergastolo. Quattro assoluzioni. Sono i numeri del processo Aemilia 1992, uno dei tanti filoni del maxi-processo alla ‘ndrangheta emiliana la cui sentenza di primo grado è stata emessa venerdì 2 ottobre: i giudici della Corte d’Assise di Reggio Emilia hanno condannato all’ergastolo Nicolino Grande Aracri e assolto gli altri imputati – Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose – per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero, ritenuto anch’egli un membro dell’organizzazione criminale. Tutti assolti invece per l’omicidio di Nicola Vasapollo, per non aver commesso il fatto. Un processo importante, che fa luce su un periodo centrale del radicamento delle mafie al Nord, in particolare di quella ‘ndrangheta che negli anni Ottanta da Cutro, in Calabria, ha creato una propria locale autonoma in Emilia-Romagna, a partire da Reggio Emilia, e non solo. Per dare un quadro dell’estensione territoriale della cosca basta guardare ai processi che hanno coinvolto il boss Nicolino Grande Aracri, a capo dell’associazione mafiosa “cutro-emiliana” a partire dal 2004: Grimilde in Emilia-Romagna, Kyterion in Calabria, Pesci in Lombardia, per citare solo i più recenti. E, ovviamente, Aemilia, il più grande procedimento giudiziario della storia italiana contro le mafie al Nord, che il 28 gennaio del 2015 ha svelato il radicamento della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna. Un processo che non si è fermato e da cui sono nati diversi filoni di indagine: Aemilia bis, Traditori dello Stato, Grimilde, Stige. Ed Aemilia 1992.

L’omicidio di Giuseppe Ruggiero

Per capire meglio chi sono gli imputati di quest’ultimo processo e chi erano le persone uccise bisogna andare indietro nel tempo, fino ad arrivare a 28 anni fa, nel 1992. Questo passo di storia della ‘ndrangheta emiliana lo svela un affiliato che nel 2017, due anni dopo il suo arresto nell’operazione Aemilia, ha deciso di collaborare con la giustizia e raccontare come l’organizzazione ha ottenuto il controllo del territorio emiliano. Il suo nome è Antonio Valerio.

È il 21 settembre del 1992 quando Nicola Vasapollo, 33enne di Cutro, viene ucciso in pieno giorno in via Pistelli, a Reggio Emilia. Poco meno di un mese dopo, il 22 ottobre, è la volta di Giuseppe Ruggiero, 35enne anch’egli di Cutro che viene assassinato a Brescello, in provincia di Reggio Emilia, da quattro uomini travestiti da carabinieri.

Sono omicidi di mafia. Le due vittime facevano infatti parte di una cosca di ‘ndrangheta – quella dei Vasapollo-Ruggiero – che si era opposta alla cosca dominante dei Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena, all’interno della faida per l’egemonia delle attività illecite a Reggio Emilia, soprattutto il traffico di droga. Una faida violenta, in cui vennero uccise in tutto sei persone tra l’Emilia-Romagna, la Calabria e la Lombardia, dall’altra parte della sponda emiliana del Po. Per gli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero erano stati condannati all’ergastolo Domenico Lucente, che si suicidò in carcere dopo la sentenza, e Raffaele Dragone. Il nome di quest’ultimo è di una certa caratura criminale: Raffaele è infatti il nipote di Antonio Dragone, il primo capo della locale emiliana che venne ucciso nel 2004 all’interno di una successiva faida interna tra i Dragone e i Grande Aracri. Dragone di professione risultava ufficialmente custode della scuola elementare del comune calabrese. In realtà era il capo della locale di Cutro. Nel 1982 venne sottoposto alla misura del soggiorno obbligato a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia. Nella zona fece arrivare i suoi collaboratori più stretti e, partendo dal traffico di droga, allargò sempre più le attività criminali dell’associazione mafiosa, la stessa che solo decenni più tardi verrà colpita dall’operazione Aemilia e, successivamente, dal processo Aemilia.

Giugno 2017: si riaprono le indagini

Una storia, quindi, che era chiusa: le condanne c’erano, la giustizia era stata raggiunta. O almeno così sembrava fino al giugno del 2017, quando Antonio Valerio, appartenente alla cosca Grande Aracri e tra i principali imputati del processo Aemilia arrestato nel 2015 insieme ad altre 159 persone tra l’Emilia-Romagna, la Lombardia e la Calabria nella maxi-retata che ha segnato un punto di svolta nel contrasto alle mafie nel Nord Italia, decise di collaborare con la giustizia. Valerio era una persona già conosciuta tra coloro che hanno seguito la vicenda dell’operazione contro la ‘ndrangheta emiliano-romagnola: è sua la voce che ride insieme all’imprenditore Gaetano Blasco, altro imputato del processo, subito dopo la prima scossa del terremoto del 2012. Il motivo dell’ilarità era che avrebbero guadagnato dal terremoto.

Valerio, anche lui vittima di un tentato omicidio nel 1999, quando decide di collaborare si autoaccusa dell’omicidio di Giuseppe Ruggiero e racconta l’organizzazione di quello di Nicola Vasapollo. La faida con la cosca dei Ruggiero, racconta il collaboratore, ha radici più profonde: nel 1977, infatti, il padre, Luigi Valerio, venne ucciso da Rosario Ruggiero, il padre di Nicola, che verrà poi assassinato a sua volta. Una guerra interna che, essendo la ‘ndrangheta un’associazione familistica, verrà portata avanti dai figli e si concluderà proprio nel 1992 con gli omicidi in terra reggiana.

Le voci dei collaboratori di giustizia

Omicidi che sconvolsero la comunità emiliana, ma che solo venticinque anni dopo verranno collegati a un forte radicamento della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna già negli anni Ottanta e Novanta. Della guerra di ‘ndrangheta avevano già parlato i due collaboratori di giustizia Angelo Salvatore Cortese e Paolo Bellini, ex estremista di destra soprannominato “Primula nera”, pentito dal 1999 e che nei primi anni Novanta dominava insieme alle due vittime del ‘92 il traffico di droga a Reggio Emilia, oltre ad essere il killer al soldo dei Vasapollo: per questo suo ruolo Bellini ha testimoniato nel 2016 nel processo Aemilia, raccontando il progetto di omicidio contro Nicolino Grande Aracri, all’interno della guerra per il controllo del territorio. Un omicidio che si sarebbe aggiunto ai tanti già portati a termine dall’ex di Avanguardia Nazionale: è proprio nel maxi-processo alla ‘ndrangheta emiliana che il pubblico ministero gli chiede quanti omicidi ha commesso nella sua vita. «Esattamente non ricordo, di certo tutti quelli per cui sono stato condannato», è la sua risposta.

Valerio però aggiunge particolari e modalità, nello specifico sui due omicidi del 1992, progettati nella sua casa in via Samoggia, a Reggio Emilia, dove era agli arresti domiciliari: mentre Nicola Vasapollo venne ucciso in pieno giorno a Pieve Modolena – altra località tornata alle cronache a novembre del 2018, quando, pochi giorni dopo la condanna a 19 anni nel processo Aemilia, lo ‘ndranghetista Francesco Amato si barricò armato di coltello nell’ufficio postale tenendo in ostaggio per otto ore le persone presenti all’interno -, l’omicidio di Giuseppe Ruggiero fu pensato in maniera, per così dire, spettacolare. Le persone che parteciparono all’omicidio, infatti, si presentarono in piena notte a casa di Ruggiero a Brescello – comune che nel 2016 è stato sciolto per mafia – vestiti da carabinieri. Finsero una perquisizione: avevano delle uniformi vere, delle mitragliette e una finta macchina dei carabinieri, che arrivò sotto casa dell’obiettivo con le sirene accese, a poche centinaia di metri, tra l’altro, dalla vera stazione dell’Arma. Qua finsero un controllo, dissero alla moglie di far scendere Ruggiero e lo uccisero.

Ma il primo obiettivo della faida non era né Vasapollo né Ruggiero, era lo stesso Paolo Bellini, che però non venne rintracciato: si decise, quindi, di procedere con Nicola Vasapollo, che allora era ai domiciliari.

Quando Antonio Valerio si autoaccusa, accusa anche altre persone, le stesse che a distanza di 28 anni sono state imputate in Aemilia 1992 per omicidio volontario, premeditato e con l’aggravante del metodo mafioso: Nicolino Grande Aracri – che prese il potere della cosca emiliana nel 2004, dopo l’uccisione di Antonio Dragone -, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose. A queste si aggiunge Nicolino Sarcone che era già stato condannato in abbreviato a 30 anni di carcere per gli omicidi insieme allo stesso Valerio, condannato a 8 anni. Oggi Nicolino Grande Aracri, boss di primo piano all’interno della ‘ndrangheta, sconta già diversi ergastoli, oltre a centinaia di anni di carcere per reati che vanno dall’omicidio al traffico illegale di sostanze stupefacenti fino a truffe e frodi ai danni dello Stato

Due omicidi. Un ergastolo. Quattro assoluzioni. Per capire la sentenza, che si smarca in maniera evidente dalla richiesta dell’accusa, rappresentata dalla pm Beatrice Ronchi che al termine della sua requisitoria aveva chiesto quattro ergastoli, bisognerà aspettare le motivazioni. Intanto un capitolo si chiude, mentre tra le aule bunker di Reggio Emilia e di Bologna continuano ad andare avanti il processo Aemilia e i suoi filoni, segno di una ‘ndrangheta radicata che resiste anche alle operazioni più grandi, che cresce e si modifica, ancora oggi.

Editing: Lorenzo Bagnoli / Foto: vista dall’alto sulla città vecchia – Bellena/Shutterstock

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