Rifiuti e autoriciclaggio: il “capitale sociale” inesauribile della ‘ndrangheta lombarda
L’indagine “Cardine-Metal Money” ha portato alla luce un sistema con base a Lecco e fondato su traffico di rifiuti, riciclaggio, frode fiscale e usura. Al centro c’è Cosimo Vallelonga, ‘ndranghetista pregiudicato
20 Aprile 2021

Francesco Donnici
Sofia Nardacchione

«Do per scontato che la roba è italiana… ma fatta arrivare da dove? In cavi da Chernobyl questo, per avere una radioattività del genere? Ma lo sa che lo mettono in galera per quella roba lì?». La mattina del 2 maggio 2018 Fabrizio Motta è a bordo della propria autovettura mentre segue a ruota un autoarticolato. Alla guida c’è Benedetto Parisi e si sta dirigendo dalla zona industriale di Capriano del Colle, in provincia di Brescia, alla volta di Arcore (Monza-Brianza). I due stanno interloquendo telefonicamente perché il primo si è accorto che il telo utilizzato per coprire i materiali trasportati non è correttamente posizionato e si allarma alla vista di una pattuglia della Stradale.

Il camion contiene oltre 17 tonnellate di rame ad elevate emissioni di radioattività. Ad ordinare quel trasporto, per cui non esistevano certificazioni per attestare la tolleranza minima (cioè le soglie accettabili di radioattività, ndr), era stato Cosimo Vallelonga, nome storico della criminalità organizzata locale. Parisi e Motta, entrambi indagati, sarebbero invece soltanto due pedine del complesso sistema finalizzato a lucrare sul traffico illecito di rifiuti individuato dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano nell’ambito dell’inchiesta Cardine-Metal Money.

Motta, imprenditore classe 1976, è amministratore e socio unico della società All Metal Srl, una delle diverse entità che avrebbero permesso all’ampio sistema svelato dall’inchiesta di funzionare. L’imprenditore, stando alle indagini, avrebbe acquisto rifiuti “in nero”, anche pericolosi, per poi rivenderli «predisponendo – scrive la procura – la falsa documentazione necessaria a coprire la provenienza illecita degli stessi». Parisi, classe 1970, è invece individuato dagli inquirenti come il “corriere”. Mette a disposizione i mezzi della Sb Trasporti per effettuare il trasporto del materiale movimentato da società come appunto la All Metal, «in spregio a qualsiasi regola inerente la tracciabilità dei rifiuti», mette nero su bianco la procura.

Quella mattina i due compiono un errore di per sé banale e vengono fermati dagli agenti. Sulla merce viene effettuato un esame radiometrico che attesta una contaminazione della merce trasportata che verrà poi sequestrata, rappresentando uno degli snodi cruciali dell’indagine che lo scorso febbraio ha portato all’esecuzione di 18 arresti tra carcere e domiciliari, tra Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Nomi noti e meno noti nell’ambiente criminale lombardo e non solo, accusati di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, frode fiscale, autoriciclaggio, usura ed estorsione.
Non si tratta di semplice criminalità, ma di quella ‘ndrangheta che ha messo radici da decenni nelle regioni del Nord, a partire dalla Lombardia. In questo caso, con base a Lecco.

Traffico di rifiuti e autoriciclaggio: la nascita del sistema illecito

Facciamo un passo indietro. Nel maggio del 2017 vengono movimentate ingenti somme di denaro che conducono gli investigatori della Guardia di finanza verso alcuni pregiudicati di origine calabrese. Tra questi c’è Luciano Mannarino, classe 1989, originario di Crotone e socio unico di due società: la AM Metalli Srl e la ML Metalli. Le autorità lo identificano come persona «vicina alla “famiglia” Marchio» di Calolziocorte, in provincia di Lecco.

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Mannarino risulta intimamente legato a Vincenzo Marchio, figlio di Pierino Marchio, attualmente in carcere: il Tribunale di Lecco condannò quest’ultimo nel marzo del 2009 (con sentenza divenuta irrevocabile il 24 gennaio 2012) quale “esponente di spicco del “locale” di ‘ndrangheta di Lecco storicamente facente capo alla famiglia Coco-Trovato, egemone sul territorio fin dagli anni Sessanta e a una delle cosche più potenti del mandamento Centro di Reggio Calabria, i De Stefano.

La presenza di Mannarino induce la squadra mobile della questura di Lecco e la guardia di finanza a ipotizzare che dietro quel «pregiudicato di scarso rilievo», anche in virtù dei quantitativi di denaro movimentato, potesse celarsi qualcosa di più grande.

Gli inquirenti risalgono così ad un tempo ancora precedente e alla figura di Oscar Sozzi, imprenditore lecchese, classe 1973. A lui sono riconducibili due società operanti nel settore dei materiali ferrosi finite al centro delle cronache giudiziarie degli scorsi anni: la CFL e la Sara. Soprattutto la Sara riporta alla mente un episodio di cronaca avvenuto il 15 gennaio 2014, quando nei locali della società di Sozzi veniva aggredito e colpito da alcuni colpi di pistola il commerciante d’auto algerino Kamel Louhabi. Per quel fatto furono arrestati il rappresentante legale della Sara, Bruno Polito, e il fratello Mario. La vicenda si chiuse con un patteggiamento a 3 anni di reclusione per il primo e due anni e quattro mesi per il secondo.

La vicenda propizia la discesa in campo di Vincenzo e Raffaele Marchio conosciuti come “i gemelli di Calolziocorte”, che offrono a Sozzi la “protezione” della “famiglia” per evitare altri “spiacevoli avvenimenti” in cambio dell’assunzione.

In seguito, «per espressa volontà dello stesso Vincenzo Marchio» – come si legge nell’ordinanza dell’operazione Cardine-Metal Money – il 17 aprile 2014 Sozzi costituisce la Oggionese Metalli Srl, nominando rappresentante legale un cittadino libanese classe 1987, Al Zahr, che non risulta tra gli indagati. Di fatto, come accertato dalla Guardia di Finanza, «era Marchio il reale titolare» della società che acquistava “in nero” materiali e prodotti ferrosi per poi venderli – con la copertura di false fatturazioni – alle imprese utilizzatrici finali. In questo caso – come negli altri emersi con l’operazione – la normativa sui rifiuti veniva completamente scavalcata dalla logica del profitto portata avanti dal gruppo criminale.

I rifiuti ferrosi venivano infatti movimentati illegalmente e abusivamente, senza alcuna autorizzazione e con documentazione falsa: le 17 tonnellate di rame triturato sequestrato il 2 maggio del 2018, ad esempio, era stato certificato come “end of waste” (cioè un prodotto di fatto riutilizzabile e non più un rifiuto, ndr) e non come rifiuto speciale pericoloso contenente materiale radioattivo.

Rifiuti radioattivi, la relazione della commissione Ecomafie

I rifiuti radioattivi non derivano solo dal cosiddetto “decommissioning”, cioè lo smantellamento degli impianti nucleari e agli impianti legati al ciclo del combustibile nucleare: ci sono altre sorgenti radioattive, spesso al di fuori di ogni controllo. Si tratta delle cosiddette “sorgenti orfane”: come riportato nella Relazione sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Italia e sulle attività connesse della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti ambientali, pubblicata a marzo 2021, queste sorgenti, anche se caratterizzate da un elevato livello di attività, non sono sottoposte a controlli da parte delle autorità.

I motivi sono diversi: non sono mai state sottoposte a controlli e quindi non se ne conosce l’esistenza; sono state abbandonate, smarrite, collocate in un luogo errato; sono state sottratte illecitamente al detentore o trasferite ad un nuovo detentore non autorizzato o senza che il destinatario sia stato informato. I materiali dove più frequentemente si trovano sorgenti orfane sono rottami, semilavorati metallici o materiali di risulta. Ma, come si legge nella relazione, non c’è alcun piano programmatico di recupero e i controlli radiometrici non sono sistematici, per l’assenza di normativa e per gli alti costi di gestione dei portali radiometrici, che sarebbero fondamentali soprattutto nei luoghi di passaggio dei carichi: i depositi di rottami, i nodi di transito delle merci e gli impianti di riciclaggio dei rottami metallici.

Nei nodi doganali, invece, i portali sono stati installati da tempo ma, denuncia la Commissione parlamentare, 30 portali radiometrici installati in 25 punti di frontiera nel 2003, non sono mai entrati in funzione, a causa di mancati accordi tra Ministeri e per l’inadeguata pianificazione delle risorse necessarie per la fase di gestione: «Nonostante siano state investite ingenti somme per l’acquisizione di apparecchiature – scrivono i parlamentari della Commissione – non è stato possibile offrire quelle garanzie di maggiore sicurezza che il legislatore, fin dal 1996, aveva richiesto per la prevenzione del rischio di esposizioni accidentali».

Ci sono poi luoghi dove la presenza inconsapevole di materiale radioattivo può dar luogo a maggiori rischi, per i lavoratori e per il pubblico, come le discariche di rifiuti ordinari: secondo le linee guida ministeriali, è richiesta la verifica di assenza di radioattività all’ingresso di alcuni impianti di gestione, cioè i termovalorizzatori. Per le altre tipologie di flussi di rifiuti, come i materiali e semilavorati metallici, si è ancora in attesa dell’emanazione di uno specifico decreto.

Dal fallimento della Oggionese Metalli è emerso come la società fosse una sorta di contenitore che veniva man mano svuotato attraverso molteplici prelievi di denaro contante. Uno schema mutuato per le società al centro dell’indagine Cardine, i cui rappresentanti legali (o le persone addette), per non lasciare traccia delle movimentazioni, «omettevano di tenere o distruggevano la documentazione contabile». Le circostanze vengono rese note agli inquirenti dallo stesso Sozzi in un interrogatorio del 28 febbraio 2018 e trovano riscontro in quelle del ragioniere della società.

Sozzi era stato arrestato il 18 giugno 2015 nell’ambito di una indagine della Dda meneghina, con l’accusa di aver smaltito, servendosi di documenti falsi, circa 50mila tonnellate di rifiuti per un valore di 82 milioni di euro. È proprio in questo frangente che Cosimo Vallelonga gli subentra nel business.

Cosimo Vallelonga, una lunga storia criminale

Nei suoi settantatre anni di vita, Cosimo Vallelonga ha sulle spalle diverse condanne per associazione mafiosa. Originario della provincia di Catanzaro, si è trasferito a Cremella, nel lecchese, nel 1970. Da allora ha vissuto a Oggiono, Nibionno, Perego e poi a La Valletta Brianza, tutti piccoli comuni in provincia di Lecco, dove ha avviato l’attività di mobiliere e non solo. È qua che emergono i suoi legami con la ‘ndrangheta: diversi sodali lo indicano come affiliato all’associazione mafiosa, attivo nel “locale” di Fino Mornasco – uno dei centri storici della ‘ndrangheta al Nord – sin dai primi anni Ottanta.

Cosimo Vallelonga nel 1991 aveva già la dote di “Santista”, nel 1993 quella di “Vangelo”, due delle cariche più alte

Nel 1997 il Tribunale di Milano lo condanna per associazione mafiosa a seguito dell’operazione La notte dei fiori di San Vito, facendo emergere i forti legami con la cosca dei Mazzaferro, potente clan che aveva esteso il suo controllo su un’ampia porzione del territorio lombardo. Nel 2010 è tra gli arrestati di Infinito, la maxi-operazione che svela la profondità del radicamento della ‘ndrangheta in regione: nel procedimento viene condannato a 12 anni per associazione mafiosa, quale affiliato del locale di Mariano Comense.
“Parrucchino”, come gli altri ‘ndranghetisti chiamano Vallelonga per via della parrucca che indossa, ha un ruolo di primo piano nell’associazione: nel 1991 aveva già la dote di “Santista”, nel 1993 quella di “Vangelo”, due delle cariche più alte. Un’ascesa che non viene fermata dagli arresti: «Una volta ces­sata di scontare la condanna – si legge nelle carte dell’operazione Cardine-Metal Money – ha ripreso i contatti e rivitalizzato il sodalizio criminoso, secondo schemi, simboli, modalità, suddivisione di zone di influenza analoghe a quelle già accertate nelle precedenti indagini».

E infatti, uscito dal carcere dopo la condanna comminata nel processo Infinito, Vallelonga riprende le attività, i legami, i rapporti con gli altri ‘ndranghetisti, ma anche con professionisti e imprenditori locali, che fanno parte di quello che già nel 2010, era stato definito il “capitale sociale” della ‘ndrangheta.

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Insomma, anche dopo anni di carcere, il suo potere è rimasto intatto. È lui che, secondo quanto emerso in Cardine, mantiene i contatti con esponenti di spicco della ‘ndrangheta calabrese e lombarda. È lui che eroga prestiti alle vittime di usura fissando i relativi tassi di interesse ed il costo del denaro contante venduto riscuotendo i relativi crediti con modalità estorsive, anche attraverso l’uso di armi. Ed è lui che si occupa della progettazione e dell’avvio di attività imprenditoriali nel settore del commercio dei rifiuti, attraverso la costituzione e il controllo di svariate società: finanzia, organizza e amministra di fatto le società tra cui AM Metalli, ML Metalli, All Metal e Copper Point, insieme a Vincenzo Marchio.

Il flusso di denaro

“Follow the money”, segui il denaro: la linea che segue il flusso dei capitali movimentati da Mannarino conduce ad una serie di società e prestanome che fanno da schermo per il duo Vallelonga-Marchio. L’analisi delle segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio, infatti, consente di accertare l’esistenza di un sistema rodato che comprende diverse componenti. Società di più o meno recente costituzione, che operavano come scatole vuote benché capaci di movimentare ingenti quantitativi di rifiuti e somme di denaro, per un ammontare complessivo quantificato, per il periodo 2015-2018, in circa 60 milioni di euro.

Già tra il 6 marzo 2015 (data del sequestro dei beni della Oggionese) e l’arresto di Sozzi, viene costituita la AM Metalli Srl, cartiera di «primo livello», la definiscono gli inquirenti, con il fine di emettere false fatture, quindi fornire «copertura contabile» alle cessioni di materiale metallico acquistato in nero. È il primo atto della collaborazione sull’asse Marchio-Vallelonga.

L’organigramma inizierà a evolvere il 5 ottobre 2015 con la costituzione della ML Metalli (sulla falsariga della “AM”). Tra il 2016 e il 2017 vengono costituite la Metal Point di Pace Vincenzo, una “cartiera” di “secondo livello” per le movimentazioni di denaro contante, nonché per i trasferimenti dei flussi di denaro da e per le altre società del gruppo; la Copper Point Srl che nasceva, di fatto, al fine di affittare il ramo d’azienda della Mega Metal Srl di cui acquisirà anche le licenze e le autorizzazioni amministrative per il trasferimento dei rifiuti ferrosi. Quest’ultima viene però dichiarata fallita nell’ottobre del 2017, motivo che induce l’asse criminale di vertice a sostituirla con un’altra società, la All Metal, attiva nel commercio e nella gestione di rifiuti ferrosi, costituita il 18 luglio 2016 proprio da quel Fabrizio Motta implicato nel sequestro del maggio 2018.

Qualche mese dopo arriva la Torinese Metalli (con la stessa funzione della Metal Point).

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Il sistema nel tempo era diventato sempre più sofisticato rispetto a quello originariamente elaborato da Marchio e si fondava su una distinzione parziale delle società coinvolte tra “cartiere” e “utilizzatrici”. Le “cartiere” si distinguono a loro volta tra “primo” e “secondo livello” rispettivamente per fornire copertura contabile agli acquisti “in nero” e alle movimentazioni di denaro. Queste ultime sono società intestate a prestanome, con operatività limitata nel tempo, carenti di strutture organizzative e di mezzi aziendali per lo svolgimento delle attività istituzionali e infine caratterizzate dalla totale mancanza di certificazioni e dal mancato assolvimento obblighi tributari.

Le “cartiere”, nel sistema Vallelonga-Marchio, servivano invece per emettere fatture necessarie per fornire alle “utilizzatrici”, la copertura contabile per la cessione di carichi di prodotto acquistati “in nero” oppure di provenienza illecita.

Le società “utilizzatrici” corrispondevano quindi pagamenti a mezzo bonifico bancario e le somme incassate dalle “cartiere” erano, grazie ad una falsa documentazione contabile, trasferite su rapporti intestati ad altre società (dove confluivano e venivano ripuliti i capitali).

L’ultimo step porta alla costituzione, il 26 febbraio 2018, della GC Auto Srls e il successivo 3 marzo 2018 della Monti Auto. Entrambe attive nel commercio di autovetture e utili per riciclare parte dei proventi del traffico illecito di rifiuti. Successivamente, nel mese di ottobre 2018, l’oggetto sociale della GC Auto viene ampliato all’attività di ristorazione, con la conseguente intestazione alla predetta società anche del ristorante La Karboneria a Curno, dove viene investita un’altra parte dei proventi illeciti.

Le società costituite sono tutte attive nel settore commerciale dei rifiuti, tutte gestite e controllate dai vertici del sodalizio pur essendo le cariche sociali intestate a prestanome.

Le “teste di legno” coinvolte nel sistema erano accomunate dall’essere soggetti trovatisi in rapporti con Marchio o Vallelonga che si mettevano a disposizione o erano costretti in quanto debitori dello stesso Vallelonga. Quest’ultimo, come la Dda ha ricostruito nella medesima indagine, portava avanti in parallelo una fitta attività incentrata su usure ed estorsioni riuscendo ad attrarre nella morsa molti imprenditori del territorio. Sarà però proprio uno di loro nel febbraio 2018, dopo aver fatto da prestanome per un certo periodo, a denunciare Vallelonga e Marchio dando il via alle indagini nei loro confronti.

Dopo il sequestro

Dopo il sequestro del 2 maggio 2018 le dinamiche criminali del gruppo cambiano: il timore che possano scattare le indagini è altissimo. Il 14 maggio, quindi, c’è un importante incontro nel negozio di Vallelonga a La Valletta Brianza: all’ordine del giorno c’è l’individuazione di nuove strutture societarie e nuove persone con cui portare avanti il sistema di frode già avviato con le vecchie società. Nel negozio, tra gli altri, oltre a Vallelonga e altri due indagati, Roberto Bonacina e Carmelo Tinè, si trova anche Angelo Sirianni, ritenuto esponente di spicco della ‘ndrangheta, affiliato al locale di Lecco e componente del locale di Calolziocorte. Durante l’incontro Bonacina e Tiné, spinti da Sirianni, si rendono disponibili ad entrare in prima persona nelle strutture societarie facenti capo a Vallelonga e a trovare nuove aziende, in modo da garantire la prosecuzione degli affari illeciti nel commercio di metalli e rifiuti ferrosi.

Così, anche dopo l’importante sequestro, l’attività va avanti, grazie ai legami e alla forza della ‘ndrangheta lombarda. Lo stesso Vallelonga in quella riunione del 14 maggio afferma che l’associazione mafiosa è unica: le attività commerciali anche se sono formalmente solo sue e di Marchio costituiscono, commentano gli inquirenti, parte del cosiddetto “capitale sociale” della ‘ndrangheta. Quindi, le società – e i conseguenti profitti – non sono considerate di proprietà esclusiva, ma società e profitti co­muni, soldi dell’organizzazione. La stessa in grado di rigenerarsi anche dopo l’operazione Crimine-Infinito che in questi periodi vede i primi “fine pena” di quei boss che non hanno mai reciso i legami col territorio.

CREDITI

Autori

Francesco Donnici
Sofia Nardacchione

Editing

Luca Rinaldi

Foto

Optimarc/Shutterstock
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