• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login

Nigeria, la speranza delle bonifiche con i soldi delle società petrolifere internazionali

Il villaggio di Bodo ha subito una devastante fuoriuscita di greggio nel 2008. Shell dovrà bonificare ma i lavori sono ancora indietro. Hyprep è l’agenzia che bonifica tutta la regione. Avanza tra ritardi, polemiche e qualche successo

07.11.25

Lorenzo Bagnoli, Davide Lemmi, Marco Simoncelli

Argomenti correlati

Africa
Inquinamento
Nigeria

«Puoi vedere il livello di contaminazione. Ce n’è ancora nel suolo». Il bastone affonda in una fanghiglia melmosa, grigiastra, che compatta insieme terra e fogliame. «Vedi… È petrolio». Sotto la terra affiora un liquido nero, denso. L’acqua che ristagna intorno alla riva, cullata da una lievissima onda, è iridescente e schiumosa, coperta da una sottile pellicola di materiale inquinante. 

L’attivista ambientale che saggia il fondo con il bastone è Anthony Aalo, una delle voci contrarie alla ripresa delle esplorazioni petrolifere a Ogoniland, regione dove abita una delle tante minoranze della Nigeria meridionale. Si trova a Bodo, una cittadina di pescatori nel cuore della terra degli Ogoni.

Sotto il profilo amministrativo, Ogoniland appartiene allo Stato di Rivers, uno dei nove che insistono sullo scacchiere di piccole isole disegnato dal delta del Niger. In tutto il delta, i letti dei fiumi hanno una conformazione geologica particolare, detta Benin Formation. Si tratta di un composto di sabbie grossolane e porose che nascondono ricchi giacimenti di greggio. Quello che contamina l’acqua non ci mette molto a filtrare nel terreno e nella falda, per osmosi, ammalando flora e fauna circostanti.

L’inchiesta in breve

  • A Ogoniland, in Nigeria, sono ancora visibili le cicatrici del petrolio. A Bodo, un villaggio di pescatori, tra il 2008 e il 2009 sono avvenute due delle peggiori fuoriuscite di petrolio della storia. L’ecosistema è stato completamente distrutto a causa di un problema nella manutenzione dell’oleodotto. La bonifica dell’area, però, cominciata cinque anni dopo, non ha ancora raggiunto risultati adeguati
  • «Non puoi più prendere pesci in questa zona. Quando getti la rete, non prendi niente, ma prima avresti tirato su un sacco di pesci», spiega Monday Saka, un pescatore di Bodo. Shell nel 2014 ha riconosciuto le proprie responsabilità e ha compensato la comunità con 75 milioni di euro circa
  • La comunità di Bodo ha portato a processo in Gran Bretagna Shell per chiedere un risarcimento per la mancata bonifica. Oggi in aula Shell è stata sostituita da Renaissance Africa, la società a cui ha venduto la sua controllata che gestiva gli impianti a terra in Nigeria a marzo 2025
  • Bodo non è il solo luogo da bonificare a Ogoniland. L’agenzia Onu per l’ambiente Unep nel 2011 ha descritto la zona come una delle più inquinate del pianeta. Hyprep è l’agenzia governativa incaricata della bonifica
  • Ha cominciato a lavorare solo nel 2016 e ancora ci sono addetti ai lavori che criticano il modo in cui ha gestito il suo budget, un miliardo di dollari secondo quanto stabilito da Unep. Ha davanti una grande sfida: ripristinare la biodiversità e bonificare falde acquifere e terreni contaminati. «C’è ancora un sacco di lavoro da fare», dice il responsabile di uno dei siti
  • Gio e Wakama sono due comunità mappate da Unep ma escluse dalla bonifica sperimentale di Hyprep. «Non abbiamo persone importanti che ci rappresentano», dice Moses Barine, presidente della comunità giovanile di Gio. Vorrebbero, come Bodo, intraprendere una causa legale per ottenere un risarcimento

«Non si prendono più pesci in questa zona. Quando getti la rete, non prendi niente, prima si tiravano su un sacco di pesci», spiega Monday Saka, un pescatore di una cinquantina d’anni che dal 2008, l’anno delle due grandi fuoriuscite di petrolio, tra le peggiori della storia, ha praticamente smesso di lavorare. Le bacinelle dove le donne raccolgono il pesce da cucinare nella giornata mostrano la scarsità delle catture. E il petrolio ancora impregna la terra, dopo anni. 

Eppure Bodo spera di essere il primo di una serie di siti contaminati a Ogoniland a ritornare alla vita, per due motivi: ha ricevuto un’importante somma di denaro da chi ha ammesso di aver contribuito al suo inquinamento ed è stato inserito in un piano di bonifica di tutta Ogoniland. Altrove, non c’è nemmeno questa speranza.

Un nuovo pozzo petrolifero in costruzione nella zona di Nembe © Marco Simoncelli

Il caso Bodo alla corte inglese

«Abbiamo bisogno che Shell e il governo della Nigeria procedano a una bonifica adeguata utilizzando attrezzature migliori, in grado di scendere fino a 40 metri di profondità per distruggere tutto il petrolio», sostiene il pescatore Monday Saka. 

Secondo la comunità di Bodo, la prima marea nera del 2008 si è abbattuta sul villaggio il 28 agosto alla velocità di 3.900 barili al giorno per 72 giorni. La seconda, cominciata il 7 dicembre, per 75. Entrambi gli spill, parola inglese che definisce la fuoriuscita, sono partiti dagli oleodotti gestiti da Shell, ora di proprietà dell’azienda nigeriana Renaissance Africa.

Le aziende contestano la durata del primo spill, riducendola a 33 giorni. In ogni caso, il contenimento non ha impedito che l’ambiente si inquinasse. E più il tempo passa, più c’è il rischio che si compromettano anche terreno e falda acquifera, rendendo il lavoro di bonifica e ripristino dell’ecosistema molto più difficile.

Nel 2010 Shell propone una compensazione complessiva, per tutta la comunità, di un totale di appena quattromila sterline (circa 4.500 euro), una proposta rifiutata dai membri del villaggio. Nel 2011 un gruppo di cittadini di Bodo, assistito dallo studio legale britannico Leigh Day, porta Shell in tribunale per ottenere compensazioni più dignitose e il riconoscimento dell’estensione dell’incidente. Shell e la comunità nel 2014 raggiungono un accordo secondo cui la società riconosce il disastro ambientale provocato dall’erosione dell’infrastruttura. Nel testo si riconosce che la foresta di mangrovie è passata da una dimensione di oltre novemila campi da calcio a poco più di 2.600 a dicembre del 2013 e che Shell si sarebbe occupata di pagare la bonifica.

Scopri MyIrpi

Sostienici e partecipa a MyIrpi

Regala MyIrpi

Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.

Segnala

Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.

A realizzarne i lavori sul campo era già attivo un progetto, la Bodo Mediation Initiative (Bmi), istituito nel 2013 sotto la guida dell’ambasciatore olandese in Nigeria «per porre fine alla situazione di stallo e avviare le operazioni di bonifica e risanamento nella comunità di Bodo», si legge nel report conclusivo della missione. È stato il primo tentativo di coinvolgere chi ha inquinato, ossia Shell, nella gestione di un processo di bonifica. È l’applicazione del principio “chi inquina paga” (Ppp nell’acronimo inglese), concepito la prima volta nel 1972 dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e ora a parole adottato anche dall’Unione europea, almeno all’interno dei suoi confini.

In pratica, scrive la Corte dei conti europea in un report dedicato all’argomento pubblicato nel 2021, «è sempre chi inquina, e non il contribuente, a dover sostenere i costi che l’inquinamento comporta. In termini economici, ciò costituisce una “internalizzazione” di “esternalità ambientali negative”», quindi il costo del danno ambientale, l’esternalità negativa, viene riportato dentro i conti economici di chi ha inquinato. Nelle conclusioni del report si legge che «tale principio non è ancora pienamente applicato». Il caso di Bodo in particolare e più in generale della bonifica di Ogoniland dimostra le complessità che si presentano nell’applicare questo principio. 

Sul piano dell’assunzione delle responsabilità da parte di Shell, il caso di Bodo alla fine ottiene dei risultati. Dopo i primi fallimenti, anche a seguito della Bmi e di altre decisioni di tribunali internazionali che potevano fare giurisprudenza anche per il caso inglese, l’azienda petrolifera nel 2015 si accorda con la comunità per una compensazione da 55 milioni di sterline, l’equivalente di circa 75 milioni di euro. Di questi, 47 milioni sono andati ai pescatori — tremila euro ciascuno per i 15.600 firmatari dell’esposto — mentre i restanti 27 milioni sono stati destinati generalmente alla comunità di Bodo.

Monday Saka, uno dei pescatori che ha ricevuto questi soldi per le compensazioni individuali, definisce il quantitativo «piccolo rispetto al danno subito dai nostri fiumi».

Un pescatore osserva il suolo inquinato, con alle spalle il paesaggio del Delta del Niger completamente compromesso dalle fuoriuscite di petrolio nella comunità di Gio
Un pescatore osserva il suolo inquinato, con alle spalle il paesaggio del Delta del Niger completamente compromesso dalle fuoriuscite di petrolio nella comunità di Gio © Marco Simoncelli
Dettaglio dell’inquinamento sulle sponde del fiume Niger, nella località di Bodo
Dettaglio dell’inquinamento sulle sponde del fiume Niger, nella località di Bodo © Marco Simoncelli
Un volontario mostra il petrolio fuoriuscito nel mezzo della foresta a causa di una recente oil spill nella comunità di Etieama
Un volontario mostra il petrolio fuoriuscito nel mezzo della foresta a causa di una recente oil spill nella comunità di Etieama © Marco Simoncelli
A Bodo, un pescatore è appena uscito dall’acqua con il suo pescato: pochi piccoli pesci in un piatto. A causa dell’inquinamento provocato dalle fuoriuscite di petrolio in questa zona del fiume Niger, la pesca è ormai quasi scomparsa
A Bodo, un pescatore è appena uscito dall’acqua con il suo pescato: pochi piccoli pesci in un piatto. A causa dell’inquinamento provocato dalle fuoriuscite di petrolio in questa zona del fiume Niger, la pesca è ormai quasi scomparsa © Marco Simoncelli

Sul piano dei progetti comunitari da sviluppare a Bodo, la situazione è ancora più complessa, anche contando le conseguenze sanitarie di un’esposizione a così grandi concentrazioni di inquinanti nell’acqua e nella terra. Uno dei progetti che la popolazione locale aspettava era la realizzazione di un ospedale comunitario, che però ancora non riesce a funzionare efficacemente per mancanza di risorse.

«Se ti ammali di malaria, tifo o qualsiasi altra malattia, i farmaci che ti daranno non ucciderebbero nemmeno una formica. Cioè… niente farmaci, niente attrezzature, niente soldi, niente di niente», commenta l’attivista ambientale Anthony Aalo. Durante la nostra visita, l’ospedale è deserto, c’è solo un’infermiera di turno. Non è autorizzata a parlare, così come il medico raggiunto al telefono, che lavora nella struttura da oltre un anno. Parla in condizioni di anonimato e spiega che il centro di primo soccorso non funziona, che l’ospedale ha bisogno di manutenzione e di personale. Afferma di non aver avuto alcun supporto da Shell nella fornitura di medicinali e di macchinari, almeno da quando è presente.

In questo caso pesano molto anche le divisioni interne alla comunità in merito a come spendere i soldi della compensazione che Shell ha versato per i progetti comunitari, su cui c’è una grande divergenza di visioni.

La sentenza attesa dal tribunale inglese – il processo si è concluso lo scorso giugno – dovrebbe dare una risposta in merito alle eventuali responsabilità di Shell non solo nel disastro ambientale, per il quale l’azienda ha già pagato, ma anche per la mancata bonifica, dato che a oggi il degrado ambientale di Bodo è ancora molto pesante.

Shell ha una sua versione dei fatti, in merito ai risultati ancora deludenti della bonifica. «Il progetto di bonifica ha subito ritardi nel 2016 e per gran parte del 2017 perché l’accesso ai siti è stato ostacolato dalla comunità locale», scrive la società petrolifera nel report annuale del 2023. L’azienda, anche in altre cause, ha sostenuto che il vero problema del Delta del Niger siano «sversamenti di petrolio dovuti a furti, raffinazione illegale e sabotaggi, che causano i danni ambientali più gravi».

Il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite: «La Nigeria viene utilizzata come banco di prova per il disinvestimento senza bonifica»

Il gruppo di lavoro della Nazioni Unite su business e diritti umani il 2 luglio 2025 ha scritto a Shell, Eni, TotalEnergies, ExxonMobil e ai governi dove hanno sede perché teme che il processo di disinvestimento delle compagnie petrolifere possa provocare nuovi abusi sull’ambiente e sui diritti umani di 39 milioni di abitanti dei nove Stati nigeriani del delta del Niger. Con disinvestimento s’intende l’operazione finanziaria attraverso cui queste società petrolifere hanno venduto in parte o in tutto le concessioni petrolifere in acque poco profonde e a terra. 

Shell ha venduto la sua controllata Spdc, responsabile di queste operazioni, a Renaissance Africa per circa 2,4 miliardi dollari, secondo fonti giornalistiche. Nella lettera, il gruppo di lavoro dell’Onu indica Spdc come «di gran lunga il maggiore inquinatore nel delta del Niger». Eni ha venduto la sua controllata Naoc alla società nigeriana Oando per 783 milioni di dollari. Il gruppo di lavoro ricorda come Nosdra, l’agenzia che si occupa di regolamentare e gestire le operazioni petrolifere, abbia scritto a Naoc 162 volte tra il 2014 e il 2017 affinché l’azienda migliorasse i sistemi di sorveglianza di un oleodotto dove c’erano state 262 fuoriuscite di petrolio nello Stato del Bayelsa. TotalEnergies E&P Nigeria, controllata di TotalEnergies, ha venduto la concessione 58, nello Stato di Rivers, dove nel 2012 secondo la missiva «la grave negligenza di TotalEnergies durante un’operazione di trivellazione ha causato una catastrofica fuoriuscita di gas» che ha messo a repentaglio due comunità. ExxonMobil invece ha ceduto alla alla Seplat Energy le sue partecipazioni nella Mobil Producing Nigeria Unlimited (Mpnu), controllata di Exxon che ha causato «frequenti fuoriuscite di petrolio» alle comunità dello Stato di Akwa Ibom. 

Dopo le prime resistenze, il governo federale nigeriano ha approvato le cessioni di queste società, prosegue la lettera, ricordando che inizialmente la vendita di Spdc a Renaissance era stata rifiutata due volte «per via della situazione finanziaria dell’acquirente». Nel caso Eni-Oando, invece, il gruppo di lavoro sottolinea che una commissione della Camera dei deputati nigeriana ha evidenziato che «il disinvestimento è stato approvato senza che fosse stato istituito un fondo di smantellamento e abbandono interamente finanziato». La lettera sottolinea anche la responsabilità dei governi: quello nigeriano nel «non aver protetto dagli abusi dei diritti umani provocati dalle operazioni delle compagnie petrolifere nazionali e internazionali», quelli di provenienza delle società petrolifere internazionali per non aver impedito che ciò accadesse. La valutazione complessiva è che «i processi di dismissione, che hanno mancato di trasparenza, comportano un alto rischio di perpetuare gli impatti sui diritti umani e di ostacolare qualsiasi bonifica ambientale e accesso agli sforzi di riparazione». 

Hanno risposto alla lettera sostenendo di aver agito nel pieno rispetto delle regole internazionali il governo della Gran Bretagna, dove ha sede Shell; quello olandese, dove Shell ha avuto sede fino al 2022 e quello italiano, dove ha sede Eni. Silenzio da Francia, Nigeria e Stati Uniti, gli altri tre governi coinvolti. 

Hanno risposto tutte invece le compagnie petrolifere, tra il 4 agosto (Eni) e il 26 settembre (Shell).

«Shell ritiene che vi sia una significativa sovrapposizione tra le informazioni che avete ricevuto e le accuse formulate in un caso che Shell plc e Renaissance stanno attualmente difendendo dinanzi ai tribunali inglesi – si legge nella risposta della società britannica –. Contestiamo l’accuratezza dei fatti e delle circostanze esposti nella vostra lettera. Non concordiamo inoltre con la descrizione incompleta e fuori contesto contenuta nella lettera della sentenza preliminare emessa dal tribunale inglese nel giugno 2025».

Eni scrive del suo impegno per il rispetto dell’ambiente e dei diritti umani e aggiunge che l’autorità di controllo nigeriana «ha riconosciuto Oando come operatore responsabile nel mercato locale in grado di adempiere al proprio ruolo nel rispetto delle normative vigenti, sia in termini di sicurezza che di conformità ambientale».

«Si fa presente – è la posizione di TotalEnergies – che alcune questioni citate nella vostra comunicazione sono oggetto di procedimenti giudiziari in corso presso tribunali nigeriani e stranieri. È quindi comprensibile che ci riserviamo di esprimere commenti al fine di rispettare l’integrità dei procedimenti legali».

«È nostra politica rispettare tutte le leggi e i regolamenti ambientali applicabili e condurre la nostra attività in modo compatibile con le esigenze ambientali ed economiche equilibrate delle comunità in cui operiamo», è la risposta di ExxonMobil.

Intanto in Nigeria anche l’Ong Heda Resource Center nel corso del 2025 ha aperto dei procedimenti contro il governo federale, Shell-Renaissance ed Eni-Oando per il mancato rispetto delle leggi nigeriane in materia di attività estrattive nella cessione delle quote societarie e delle concessioni. Anche Ong come la Stakeholder Development Network ha espresso «preoccupazioni» in merito all’effettiva capacità delle società nigeriane di intervenire in caso di incidenti.

Il progetto di bonifica dell’intero Ogoniland

Bodo è un importante centro all’interno di Ogoniland. La battaglia legale condotta in Gran Bretagna l’ha reso un simbolo di tutte le comunità del delta del Niger che avrebbero bisogno di una bonifica. 

Ogoniland è un hub da cui passa la Trans-Nigerian pipeline, la principale autostrada del petrolio del Paese. Qui gli spill sono cominciati fin da subito, all’inizio degli anni Sessanta, e si sono aggravati nel corso di tanti momenti di tensione, come la guerra in Biafra tra il 1967 e il 1970. «Ci sono molteplici cause di fuoriuscite, che vanno dalla corrosione al malfunzionamento delle infrastrutture, ai guasti alle apparecchiature, alle interferenze di terzi. Recentemente si sono aggiunti anche il bunkeraggio, la raffinazione artigianale e tutto il resto», spiega Evidence Ep-Aabari Enoch-Zorgbara, ingegnere ambientale con un’esperienza ventennale nel campo. Ha lavorato con Shell, con agenzie governative e con aziende nigeriane. Oggi è un consulente.

«Le fuoriuscite da fonti puntuali (cioè quelle identificate e localizzabili, ndr) nell’Ogoniland sono causate principalmente dalla corrosione – chiarisce ulteriormente –. Abbiamo attrezzature obsolete che sono lì dal 1968, da oltre 20 anni non sostituite». Un’opinione diversa da quella di Nosdra, l’Agenzia Nazionale per la rilevazione e la risposta alle perdite di Petrolio, che indica gli atti vandalici come causa primaria delle fuoriuscite.

Sono 225 le fuoriuscite di petrolio registrate nel 2024 e 2025 nello stato Fiumi (Nigeria), di cui 10 all’interno di Ogoniland
Sono 225 le fuoriuscite di petrolio registrate nel 2024 e 2025 nello stato Fiumi (Nigeria), di cui 10 all’interno di Ogoniland © IrpiData su dati Nosdra

La Unep, l’agenzia Onu che si occupa della protezione dell’ambiente, ha analizzato tra il 2006 e il 2011, su richiesta del governo federale nigeriano, più di 200 siti inquinati in Ogoniland. Ha poi suggerito di istituire un’agenzia che si occupasse della loro bonifica, cominciando con una prima sperimentazione su un numero limitato di siti. L’agenzia è stata annunciata nel 2012 ma per molto tempo non è riuscita a svolgere alcuna mansione. Il piano sperimentale per la bonifica prende in considerazione 65 siti contaminati, dura cinque anni e prevede la creazione di un fondo iniziale con una dotazione di un miliardo di dollari.

Secondo Unep, «il fondo dovrebbe essere istituito con contributi finanziari da parte degli operatori dell’industria petrolifera con interessi prevalenti nell’Ogoniland (cioè all’epoca principalmente Shell ndr) e del governo federale della Nigeria in qualità di azionista di maggioranza di entrambe queste entità».

Un pescatore lancia una rete nel fiume Niger tra le piroghe del piccolo porticciolo di fronte al villaggio di Bodo. Nel 2008 qui si verificarono due ingenti fuoriuscite di petrolio e l’acqua è ancora pesantemente inquinata © Marco Simoncelli

Dal porticciolo di Bodo in cui sono arenate le piroghe dei pescatori, si vedono alcuni ciuffi verde acceso, lungo la riva opposta del Niger, stagliarsi in netto contrasto con il resto del panorama: il nero del terreno, il cielo color panna, il verde scuro della vegetazione. Sono le prime mangrovie piantumate dopo il disastro, la speranza di Bodo di rivedere nascere della biodiversità tra le anse del fiume.

Accanto, altrettanto evidente, si staglia una persona incapsulata in una tuta bianca che porta la scritta Hyprep. La sigla sta per Hydrocarbon Pollution Remediation Project, ovvero l’agenzia federale sotto il ministero dell’Ambiente nigeriano costituita per volere della Unep e finanziata principalmente con i soldi delle compagnie petrolifere.

Dopo la fine della Bmi, chiusa nel 2015, Hyprep a Bodo ha preso in gestione la pulizia delle coste e la piantumazione delle mangrovie, insieme ad altre attività come la fornitura di acqua potabile. Oltre Bodo, poi, c’è tutto il resto di Ogoniland, dove Hyprep ha la difficilissima missione di recuperare l’ecosistema perso dopo anni di contaminazione da idrocarburi, insieme a un’altra serie di progetti che il governo federale le ha accollato, andando ben oltre il suo scopo iniziale.

Come funziona l’Ogoni trust fund, la cassaforte di Hyprep

L’Ogoni trust fund (Otf) ha tra i suoi compiti principali supervisionare e finanziare le attività di Hyprep. Rispondendo alle richieste di commento dei giornalisti, Shell ha dichiarato che la sua controllata Spdc, prima di essere venduta alla società nigeriana Renaissance Africa nel marzo 2025, «aveva versato 270 milioni di dollari al Otf e 80 milioni di dollari per la bonifica delle fuoriuscite di petrolio a Bodo». Spdc è la principale società che finanzia Hyprep e anche sotto la nuova proprietà «continua a operare come parte della joint venture e rimane responsabile della bonifica delle fuoriuscite dagli impianti della joint venture», risponde Shell.

La Spdc Jv è una società che si occupa di gestione di diversi oleodotti e impianti in Nigeria. La proprietà è del 55% dello Stato nigeriano attraverso la società petrolifera nazionale (Nnpc). Il 30% è stato venduto a marzo 2025 dalla controllata di Shell Spdc a Renaissance Africa, una società energetica nigeriana. È la quota che permette di gestire in prima persona gli asset. Un altro 10% è di TotalEnenergies.

A settembre 2025 le autorità di controllo nigeriane avevano approvato la cessione all’azienda nigeriana Chappal energies ma l’affare poi non si è concluso. «Abbiamo ritenuto che non fosse ragionevole concludere l’affare con il presunto acquirente – ha dichiarato l’amministratore delegato Patrick Pouyanné il 30 ottobre, durante la presentazione dei risultati del terzo trimestre –. Ora stiamo discutendo, abbiamo avviato trattative con altri due nuovi acquirenti, che ritengo seri».

In merito al finanziamento della Spdc Jv, oggi chiamata anche Renaissance Jv, l’azienda petrolifera francese risponde così a IrpiMedia: «Abbiamo pienamente adempiuto ai nostri obblighi finanziari relativi al finanziamento delle attività di bonifica ambientale e di ripristino del sito a favore della joint venture Renaissance, contribuendo con la sua quota del 10%, compreso l’impegno finanziario totale a favore del progetto di bonifica dall’inquinamento da idrocarburi dell’Unep. Tutti i pagamenti sono stati effettuati in conformità con gli accordi della joint venture e nel pieno rispetto degli standard di governance e trasparenza». L’azienda specifica inoltre di non avere «alcun controllo nel coordinamento e nell’attuazione dei progetti di bonifica». Eni, che ha una quota del 5%, non ha annunciato vendite né ha specificato in bilancio il pagamento della quota per l’Ogoni Trust Fund. L’azienda italiana non ha risposto alle domande dei giornalisti.

Il governo nigeriano non ha risposto alle richieste di intervista di IrpiMedia per avere contezza dei contributi a disposizioni di Hyprep. L’agenzia, dopo il media tour, non ha concesso ai giornalisti l’intervista in merito alla situazione finanziaria di Hyprep. Nel frattempo la Camera dei deputati della Nigeria, a ottobre, ha dato avvio a una commissione ad hoc per investigare l’agenzia per presunta malversazione.

Il professor Nenibarini Zabbey, coordinatore di Hyprep, ha difeso l’operato dell’agenzia in diverse interviste con la stampa nigeriana. Anche attivisti come Celestine AkpoBari – intervistato da IrpiMedia nella puntata precedente – sostengono che la commissione d’inchiesta sia un’ingerenza del governo centrale su una vicenda che riguarda Ogoniland

Un operatore di Hyprep (Hydrocarbon Pollution Remediation Project), l’agenzia federale sotto il Ministero dell’Ambiente nigeriano incaricata della bonifica in Ogoniland, è impegnato a piantare delle mangrovie a Bodo
Un operatore di Hyprep (Hydrocarbon Pollution Remediation Project), l’agenzia federale sotto il Ministero dell’Ambiente nigeriano incaricata della bonifica in Ogoniland, è impegnato a piantare delle mangrovie a Bodo © Marco Simoncelli
Dettaglio dei semi di mangrovia che l’Hyprep sta cercando di ripiantare a Bodo
Dettaglio dei semi di mangrovia che l’Hyprep sta cercando di ripiantare a Bodo © Marco Simoncelli

Basteranno i soldi di Hyprep?

Il cortile della sede di Hyprep è affollato di minivan, di suv e di personale di sicurezza che cerca di passare il tempo. Indossano divise militari e ciascuno ha un fucile a tracolla. La spedizione per visitare i progetti dell’agenzia è composta da due mezzi: uno con a bordo i giornalisti e uno con guardie armate. Per quanto nello Stato di Rivers regni la calma, c’è sempre il rischio che sia solo apparente, dato che il governo centrale dagli anni Novanta ha una relazione difficile con gli Ogoni e con Port Harcourt, la capitale dello Stato.

A marzo, il presidente del governo federale Ahmed Bola Tinubu ha dichiarato lo stato di emergenza giustificandosi così: «Gli ultimi rapporti sulla sicurezza che mi sono stati forniti mostrano che tra ieri e oggi si sono verificati inquietanti episodi di vandalismo alle condutture da parte di alcuni militanti, senza che il governatore abbia intrapreso alcuna azione per porvi fine. Naturalmente ho dato ordini severi alle forze di sicurezza affinché garantiscano la sicurezza delle persone dello Stato di Rivers e delle condutture petrolifere».

Hyprep dovrebbe poter contare su un fondo da un miliardo di euro, che le società petrolifere hanno almeno parzialmente già finanziato, ma invece non esistono dati sulle sue spese.

«In termini di buone pratiche globali – precisa il tecnico ambientale Evidence Ep-Aabari Enoch-Zorgbara, un tempo impiegato di Shell e oggi dipendente di una società locale e parte di un comitato di esperti che partecipa alla creazione di un centro universitario in Ogoniland – direi che un miliardo di dollari non sono sufficienti per realizzare il progetto». Bonifiche più “semplici”, come quella di BP nel Golfo del Messico alla piattaforma Deepwater Horizon sono costate 30 miliardi di dollari, ricorda. Per quanto coprisse una superficie estremamente vasta, sotto il profilo tecnico quell’intervento ha richiesto solo il contenimento di una chiazza di petrolio e non la bonifica della falda come in Ogoniland. A questo si aggiunge un problema di spesa: il fondo «non è stato utilizzato in modo adeguato».

Hyprep comunica molto. Ci sono un giornale, un canale Youtube, diversi profili social. Troupe televisive internazionali visitano spesso i luoghi del progetto, che ormai è ben più ampio della sola bonifica. Ci sono nuove centrali per la distribuzione dell’acqua potabile (uno degli ultimi proprio a Bodo), una centrale elettrica, un centro universitario di eccellenza per il recupero delle mangrovie, un nuovo ospedale.

I progetti di Hyprep si sono moltiplicati, nonostante i dubbi sul budget. La speranza è attrarre partner nazionali e internazionali, che dovranno portare il denaro necessario a proseguire con il progetto. Nei documenti pubblici però non si parla mai di soldi. E per ora, più che incassare, Hyprep ha speso: la China Civil Engineering Construction Corporation (Ccecc), società statale cinese che si è aggiudicata l’appalto da 42 miliardi di naira (23 milioni di euro) per realizzare il centro di eccellenza universitario. 

Un giovane della comunità di Ikarama soffre di una malattia della pelle, probabilmente causata dal contatto con le acque contaminate della zona
Un giovane della comunità di Ikarama soffre di una malattia della pelle, probabilmente causata dal contatto con le acque contaminate della zona © Marco Simoncelli
Operai e macchinari al lavoro in un sito di bonifica nel Gokana LGA gestito da Hyprep (Hydrocarbon Pollution Remediation Project), un’agenzia governativa in gran parte finanziata da Shell, incaricata di recuperare le terre dell’Ogoniland e riportarle alle condizioni originarie
Operai e macchinari al lavoro in un sito di bonifica nel Gokana LGA gestito da Hyprep (Hydrocarbon Pollution Remediation Project), un’agenzia governativa in gran parte finanziata da Shell, incaricata di recuperare le terre dell’Ogoniland e riportarle alle condizioni originarie © Marco Simoncelli

Un sacco di lavoro ancora da fare

Il lotto 32 è a rischio medio. Si trova lontano dagli abitanti di Kegbara-Dere, il villaggio più vicino. Uno studio citato da un gruppo di lavoro delle Nazioni Unite lo indica come la comunità con il maggiore rischio di parti prematuri, un tasso di crescita neonatale più lento e un tasso di morbilità neonatale più elevato rispetto alle aree non inquinate dal petrolio a 6 settimane dalla nascita. Però è un sito che presenta tutte le complessità: ci sono bacini per raccogliere gli strati d’acqua contaminati, cave da cui si prende la terra inquinata, biocelle dove trattare con dei prodotti chimici il terreno sbancato per toglierne gli inquinanti. Quando viene ripulito – cioè arriva sotto una certa soglia di inquinanti – allora può essere utilizzato di nuovo per le attività tradizionali, cioè quello che chiedono le persone come Monday Saka. 

Prima, le aziende che lavorano per Hyprep hanno trattato i siti “semplici” cioè quelli in cui la contaminazione del terreno non è filtrata nella falda. Rispetto ai risultati, addetti ai lavori come Evidence Ep-Aabari Enoch-Zorgbara e auditor indipendenti come l’ong Stakeholder development network (Sdn) contestano la scelta e il modo in cui sono stati condotti i lavori. L’agenzia Unep ha invece espresso nel tempo pareri favorevoli e con l’inizio del 2024 ha concluso il suo mandato.

«Il riempimento del terreno scavato nella fase uno non funziona», spiega Samuel Paul, project manager di Sdn che lavora a Port Harcourt. In sostanza, i terreni ripuliti con la fase uno non sembrano ancora in grado di tornare per uso agricolo. Intanto il tempo passa, l’accuratezza dell’immagine fornita dallo studio di Unep “invecchia” e gli inquinanti possono percolare ancora più in profondità nella falda. Secondo uno studio citato dal gruppo di lavoro Onu su business e diritti umani, le concentrazioni di idrocarburi nel terreno oggi superano anche di 850 volte i limiti stabiliti dalla legge. Con costi aggiuntivi e nuove difficoltà tecniche. 

Il lavoro da fare, quindi, è immenso. «Per l’intera fase due dei lavori, abbiamo circa cinque milioni di metri cubi di terreno da trattare – dice camminando per il sito con indosso la sua tuta arancione e il casco di protezione Israel Siglo, team lead remediation execution in Hyprep – Abbiamo molto lavoro da fare e stiamo cercando di farlo al meglio delle nostre capacità».

Secondo Evidence, l’ingegnere ambientale che lavora per una compagnia Ogoni dell’oil&gas, «siamo intorno al 20-30%» del progetto, perché mancano del tutto le bonifiche delle falde. Rispetto alla sua prima versione, è anche un progetto più ambizioso perché sono stati aggiunti lavori come la pulizia della costa. «Abbiamo fatto abbastanza? Direi di no. Abbiamo speso bene i soldi? Direi di no. Abbiamo fatto qualcosa? Sì», sintetizza l’esperto. «La vita sta tornando nei torrenti – racconta Paul Samuel project officer di Ong che spesso in passato ha criticato Hyprep, la Stakeholder Development Network –. Cominciano a vedersi i mezzi di sussistenza di base. Sono in corso il ripristino delle littorine di mare (una tipologia di mollusco tipica della regione, ndr) e di altre specie. Il processo di ripristino delle mangrovie è completato al 93%».

Insomma, i segnali sono positivi. Il rischio però è che alcuni progetti, senza l’arrivo di altri fondi, diventino cattedrali nel deserto: lavori che hanno prodotto appalti più che un’effettiva trasformazione di Ogoniland.

Vista dall’alto della città di Yenagoa, capitale del Bayelsa State © Marco Simoncelli

Dove la bonifica non arriva

Per quanto sia in ritardo, Hyprep rappresenta comunque una possibilità di futuro per l’ambiente. Ma i siti la cui falda acquifera è contaminata – 65 – non sono niente a confronto della devastazione di Ogoniland, che Unep ha riscontrato in oltre 200 siti. E Ogoniland, a sua volta, rappresenta solo una minima porzione del delta del Niger inquinato dalle attività legate all’estrazione del greggio. 

Moses Barine, 41 anni, da un decennio ricopre il ruolo di presidente dei giovani della comunità di Gio, una delle comunità monitorate da Unep ma non inserite nella sperimentazione di Hyprep. Il petrolio fuoriuscito a Bodo nel 2008 ha raggiunto anche le anse del fiume che bagna questo villaggio. I dati di Unep dicono che la concentrazione di idrocarburi nel suolo supera di 200 volte i livelli di guardia.

Il paesaggio che resta, anni dopo, è spettrale, soprattutto ora che il fiume è in secca. Pescare è uno sforzo inutile. Fuori dalle case del villaggio, il nylon delle reti stese ad asciugare ha preso il nero del petrolio.

«La maggior parte dei nostri figli e delle nostre figlie non va a scuola perché la pesca è l’unica fonte di sostentamento che abbiamo per la nostra gente qui», spiega Barine, che è padre di quattro figli. Alla domanda perché a Gio la situazione è così diversa rispetto a Bodo, risponde: «Perché non abbiamo un “big man”».

È un’espressione che ricorre, tra gli esclusi. Significa avere chi garantisce protezioni ad Abuja, sede del governo centrale. Ovunque ci sia la politica, in Nigeria, aleggia l’accusa di corruzione, a volte anche senza dati di fatto. Nel caso di Hyprep, si sono avvicendati tre diversi direttori dal suo lancio, spesso travolti da polemiche legate a ritardi e presunte corruzioni, finora mai provate in tribunale. Rispetto ai predecessori, però, l’attuale direttore Nenibarini Zabbey, figura che proviene dal mondo dell’ambientalismo, sembra godere di maggiore credito, almeno stando a quanto raccolto tra gli attivisti Ogoni. 

La newsletter  mensile  con le ultime inchieste di IrpiMedia

Iscriviti

A Wakama, a qualche chilometro di distanza da Gio, la secca del fiume lascia vedere le mangrovie morte e l’assenza di vita, eccezion fatta per piccoli granchi che zampettano sulla spiaggia. Il paesaggio è desertico. A riempire il silenzio sono i canti che provengono da due chiese evangeliche, una di fronte all’altra. Il paese ne è pieno. 

George Tom, ex pescatore che si è dato all’agricoltura, spiega che anche in questo caso il primo grosso spill di petrolio ha coinciso con quello di Bodo, nel 2008. Poi ce n’è stato uno nel 2022 e uno nel 2024. Ricorda l’ultimo disastro: «Il petrolio galleggia ovunque, emanando un odore sgradevole e danneggiando tutte le nostre mangrovie. Raccogliamo le littorine (piccoli molluschi marini, ndr) per sopravvivere, ma ora non ci sono più né littorine né pesci, non c’è più niente. Stiamo soffrendo come mai prima d’ora».

Nessuna compensazione da Shell, aggiunge, perché nessuno sa come muoversi per ottenerla. E ora, a Wakama, sperano che il loro caso assuma un’eco internazionale e che qualcuno possa iniziare una causa legale, per chiedere i soldi alle compagnie petrolifere e ricominciare a vivere di pesca. Come insegna la speranza di Bodo.

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli
Davide Lemmi
Marco Simoncelli

Editing

Giulio Rubino

Fact-checking

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Fada Collective
Recommon

Foto di copertina

Petrolio separato dal terreno e dalle falde acquifere dopo i lunghi e complessi procedimenti di bonifica, ora contenuto all’interno di una tanica © Marco Simoncelli

Condividi su

Potresti leggere anche

#TheNigerianCartel
Inchiesta

Eni-Nigeria: l’appello dei pm tra inchieste parallele e veleni in procura

13.08.21
Bagnoli
#TheNigerianCartel
Inchiesta

Opl 245, le richieste delle difese Eni e i velati contrasti con Shell

21.10.20
Bagnoli
#TheNigerianCartel
Inchiesta

Pirateria: il business dei rapimenti che sostiene l’economia nel Delta del Niger

06.08.20
Bagnoli
#TheNigerianCartel
Feature

Sospeso in Nigeria il poliziotto delle indagini sulla maxi-tangente Eni-Shell per Opl 245

20.07.20
Bagnoli

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube

Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}