Opl 245, le richieste delle difese Eni e i velati contrasti con Shell

Le difese dei top manager del Cane a sei zampe chiedono l’assoluzione e prendono le distanze dall’operato del colossso anglo-olandese nel caso Nigeria

21 Ottobre 2020 | di Lorenzo Bagnoli

«Assoluzione con formula piena». È la richiesta delle difese di Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, numero uno e due di Eni nel 2011. Il processo è quello per cui la principale società petrolifera italiana è coimputata con Shell e altre 12 persone per il reato di corruzione internazionale (la presunta tangente per il blocco petrolifero Opl 245 sarebbe stata di 1,1 miliardi di dollari). Enrico de Castiglione e Paola Severino, i difensori dei due manager, ritengono che il «fatto non sussista» e che la procura basi tutto il suo castello accusatorio su una visione parziale e distorta di quanto accaduto. Le loro arringhe del 30 settembre e del 14 ottobre scorso influenzano gli interventi degli altri avvocati difensori che seguiranno, e segnano una distinzione più netta tra la posizione di Eni e quella di Shell all’interno del processo. Nell’ultimo miglio, ogni imputato corre da solo.

La sentenza di primo grado è attesa per i primi di gennaio, a due anni dall’inizio del processo. Entro Natale dovrebbero chiudersi arringhe e controdeduzioni, per lasciare al collegio giudicante, presieduto da Marco Tremolada, la pausa di fine anno per formulare il verdetto. Del settembre 2018 la prima sentenza, in rito abbreviato, per due degli imputati: i presunti intermediari della tangente Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, entrambi condannati a quattro anni di reclusione.

Obi e Di Nardo: chi sono gli intermediari

Sono due dei principali intermediari dell’affare, secondo quanto riporta la sentenza di primo grado a loro carico del Tribunale di Milano. Gianluca Di Nardo è un finanziere con una lunghissima carriera alle spalle amico del faccendiere Luigi Bisignani. Tra i suoi precedenti, uno significativo riguarda un patteggiamento con la Securities and Exchange Commission (Sec), la Consob americana, per un caso di insider trading che riguardava le azioni di Finmeccanica (oggi Leonardo). Di Nardo, secondo i pm di Opl 245, avrebbe svolto il ruolo di tramite con Emeka Obi, businessman che disponeva di una banca d’affari a Londra e vantava ottime entrature nel governo nigeriano. Di Nardo sosteneva che Obi, proprietario della società di consulenza registrata alle Isole Vergini Britanniche Energy Venture Partner Ltd (Evp), fosse in grado di sbloccare la partita del blocco petrolifero Opl 245. Bisignani, interrogato dai pm milanesi il 16 aprile 2014, dichiara che «nel 2009» Di Nardo gli parla di questo possibile affare e lo invita a chiedere a Paolo Scaroni se Eni vuole essere della partita.

La figura di Armanna e il “complotto”

Il personaggio più controverso dell’intera storia processuale è Vincenzo Armanna, manager in Nigeria, imputato e al contempo principale accusatore dei vertici di Eni. Il suo difensore Angelo Staniscia è stato il primo degli avvocati a parlare, il 21 settembre. Ha ammesso di non avere contatti con il suo assistito da febbraio e di avere avuto l’intenzione di rinunciare al mandato di difesa. Sarebbe stato il terzo legale di Armanna dall’inizio del processo. Alla fine, però, ha deciso di concludere il lavoro per chiedere l’assoluzione perché il fatto non sussiste, oppure, in via subordinata, «per non aver commesso il fatto».

La difesa Armanna si basa su due elementi. Il primo è che nonostante il titolo di «vice president exploration & production in Africa subsahariana», secondo l’avvocato Staniscia, il suo assistito era «privo di qualsiasi potere negoziale». Era «l’occhio di Eni», ma niente a che vedere con la figura del «project manager» che guidava in prima persona i negoziati indicata dalla procura. In qualità di osservatore Armanna è poi diventato «sicofante», per dirla con Staniscia, appellativo che definisce un whistleblower dell’antica Grecia.

Armanna il “whistleblower”

Nel luglio 2014 Vincenzo Armanna ha rilasciato spontaneamente undici ore di dichiarazioni ai pm milanesi che seguivano il caso Opl 245. Le indagini erano già cominciate, le parole di Armanna hanno contribuito a spingerle più avanti. In quell’occasione e in un’intervista rilasciata a Repubblica nell’ottobre dello stesso anno ha parlato esplicitamente di “retrocessioni” per manager di Eni. L’atto di denunciare un illecito di cui si è venuti a conoscenza in prima persona è definito whistleblowing. Nel caso di Armanna, la denuncia è stata fatta dopo che il suo rapporto di lavoro in Eni era già terminato.

I pochi che usano oggi questo termine, di solito, vogliono dare una connotazione negativa, di spia e calunniatore, al whistleblower. Forse involontariamente, ma l’avvocato Staniscia ha rappresentato a pieno l’idea di Armanna che si sono fatte le difese dei manager di Eni. L’avvocatessa Paola Severino, infatti, nella sua arringa a difesa di Claudio Descalzi ha paragonato il «metodo-Armanna» a quello dei «servizi segreti deviati». Severino non ritiene l’imputato-accusatore credibile: «Parte da una circostanza verosimile per rendere attendibile qualcosa che viene falsamente asserito, si prepara e costruisce una storia non per la verità ma per raggiungere un risultato che si prefigge».

Il secondo elemento della difesa di Staniscia è il fatto che Vincenzo Armanna fosse in aperto contrasto con Emeka Obi, l’intermediario condannato in primo grado in rito abbreviato. Questa circostanza è confermata dalla ricostruzione di alcune mail e telefonate ed è stata usata durante la requisitoria dei pm. Accogliendo la versione dell’accusa che Emeka Obi è l’intermediario di Eni per poter entrare nell’affare e cominciare a trattare con il proprietario della licenza, la Malabu Oil & Gas dell’ex ministro del Petrolio Dan Etete, Staniscia afferma che Armanna «non può essere stato il collettore delle mazzette», come invece ipotizzano i pm. L’accusa ha chiesto per Vincenzo Armanna una condanna a 6 anni e 8 mesi.

A luglio 2019, quando Armanna ha parlato, sembrava che il processo potesse mutare corso e ampliarsi. Invece quello spettro evocato in udienza è stata solo una parentesi. È la storia del “complotto”.

Di fronte al tribunale, Armanna ha dichiarato di essere prima stato partecipe di un tentativo di dirottare l’inchiesta con un falso dossier, poi di essere entrato in contatto con Eni per addolcire alcune delle sue vecchie dichiarazioni, allo scopo di essere reintegrato nell’azienda petrolifera. Scopo iniziale del “falso complotto” era aprire un nuovo fascicolo dell’inchiesta a Siracusa, dove tutto è nato con la collaborazione di un pm che si ritiene corrotto. La nuova inchiesta avrebbe così interrotto il processo che si sta celebrando a Milano.

Il tentativo di dirottamento è stato fermato con un’altra inchiesta della procura di Milano e il principale promotore della trappola, l’avvocato Piero Amara, è finito in carcere per scontare condanne accumulate in altri procedimenti in cui era coinvolto. La vicenda quindi appare conclusa. I pm di Milano avrebbero voluto sentire Amara nel corso del dibattimento su Opl 245, ma dato il coinvolgimento dello stesso nel procedimento parallelo del cosiddetto “complotto”, la corte non ha ammesso la sua testimonianza.

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Le ombre su Armanna, che restano tali senza la possibilità di sviscerare il “complotto”, si allungano a ogni rivelazione trattata e ritrattata. Questo è un tema per l’accusa, per la quale le dichiarazioni del manager, almeno in parte, sono un elemento importante su cui poggia l’impianto accusatorio.

Lo specchio deforma o no?

Durante la sua requisitoria, il pm Fabio De Pasquale ha introdotto la formula «specchio olandese», metafora alla quale hanno attinto anche i difensori dei manager Eni. Per l’accusa, l’espressione intende il modo con cui è possibile vedere riflesso l’operato di Eni dai documenti recuperati in Shell a seguito della perquisizione del 2016 negli uffici del gigante anglo-olandese del petrolio. Non c’è alternativa, visto che Eni non teneva traccia documentale allo stesso modo delle fasi negoziali.

Secondo le difese, invece, lo «specchio» è un’immagine evocativa ma ingannevole: «Visto che i pm definiscono le mail di Shell “lo specchio olandese”, ricordo allora che nella pittura fiamminga lo specchio olandese era appunto lo specchio deformante», commentava Paola Severino, avvocato difensore di Claudio Descalzi all’inizio della sua arringa. «Il significato delle email non è per nulla univoco, ma è documentale che non sono arrivate nelle mani di dirigenti Eni, in particolare Scaroni», appuntava invece l’avvocato de Castiglione durante il suo intervento.

«Visto che i pm definiscono le mail di Shell “lo specchio olandese”, ricordo allora che nella pittura fiamminga lo specchio olandese era appunto lo specchio deformante»

Paola Severino, legale di Claudio Descalzi

Se per una parte consistente del processo le difese si sono mosse in sostanziale sintonia, ora questa sintonia sarà difficilmente riproponibile. Da un lato proprio per la questione dello specchio: Shell ha dei documenti vergati dalla sua squadra di negoziatori (Peter Robinson e i due ex agenti del MI6, i servizi segreti britannici, John Copleston e Guy Colegate) dai quali l’accusa ha tratto numerose conclusioni. Eni ha per lo più intercettazioni e incontri riportati da Shell e sembra percorsa da correnti diverse, che si dividono anche rispetto a chi debba rappresentare l’azienda in Nigeria durante la fase negoziale. Le difese degli imputati di Eni, evocando le deformità dei riflessi dello specchio olandese, sembrano quindi cercare di ridurre le rivelazioni interpretabili dalle parole di Shell a speculazioni di un’azienda terza che con Eni ha il duplice rapporto di socia e rivale nella competizione su Opl 245.

A questo si aggiunge un dato storico: Shell è immischiata nella partita della licenza petrolifera contesa dal 2001; Eni entra in gioco a dicembre 2009. Per quanto l’indagine copra un arco di tempo che va dall’ingresso degli italiani fino 2014, la “preistoria”, come è stata definita nel processo, è il momento in cui si delineano i problemi che si protraggono fino al momento in cui Eni e Shell, ad aprile 2011, firmano il resolution agreement, il documento che approva la transazione finanziaria conclusiva. Per l’accusa, è il momento in cui la tangente passa – via governo nigeriano – al distributore delle prebende, Dan Etete. Per le difese dei manager Eni, invece, quell’accordo governativo è la prova della non esistenza della corruzione internazionale e la giustificazione di una trattativa così lunga e complessa.

La “mappa giudiziaria” della vicenda legata all’assegnazione di Opl 245 – Infografica: Lorenzo Bodrero/IrpiMedia

In aggiunta, le difese di Scaroni e Descalzi hanno sottolineato come il management di Eni fosse pronto a rinunciare all’affare (interpretazione sulla quale l’accusa non è per nulla d’accordo). De Castiglione ha citato un’email di Descalzi del dicembre 2010, cioè il momento in cui Eni stava cercando di chiudere il negoziato. L’allora direttore generale scrive: «Si ritiene importante proseguire le verifiche necessarie e monitorare il contesto durante i prossimi giorni prima di eventualmente riprendere le discussioni con le controparti interessate per arrivare ad un’informativa/raccomandazione finale per il Consiglio di Amministrazione». Il sottotesto, nella visione delle difese, è che Eni entra nella vicenda Opl 245 ma ne può uscire. La logica conseguenza, mai espressa dalle difese in questi termini, ovviamente, è che Shell, invece, è nella ben più scomoda posizione di aver già investito nel blocco e di doverselo aggiudicare a tutti i costi.

Quelle intercettazioni rimaste a Napoli

Nella sentenza in rito abbreviato del dicembre 2018 la giudice per le indagini preliminari Giuseppina Barbara cita per intero una conversazione tra Claudio Descalzi e Luigi Bisignani, faccendiere legato a logge dai tempi della P2, molto vicino a Paolo Scaroni. Risale all’ottobre 2010: «Dimostra in modo inoppugnabile – si legge nel dispositivo – come Claudio Descalzi, all’epoca il “numero 2” della più importante azienda italiana nonché primaria società petrolifera mondiale, in quel momento fosse prono di fronte alle pretese di Luigi Bisignani, cioè di un privato cittadino il cui nome era già emerso in alcune delle inchieste più scottanti e note della storia giudiziaria italiana». La frase dell’intercettazione che viene sottolineata la pronuncia Descalzi: «lo comunque l’offerta, finché non siamo d’accordo io e te, non la mando avanti». “L’offerta” è quella che Eni deve triangolare con Shell e il governo nigeriano per Opl 245, sulla quale si lavorerà fino a dicembre.

Nell’ipotesi accusatoria la figura di Bisignani – il cui avvocato difensore interverrà il 9 novembre prossimo – avrebbe un ruolo soprattutto in quanto stretto amico di Paolo Scaroni. Bisignani avrebbe partecipato alla trattativa in quanto portatore di molti contatti e possibile beneficiario di parte delle retrocessioni di denaro (inesistenti secondo le difese e necessarie solo a puntellare la narrazione dell’accusa). Per quanto importante, questo snodo è stato sviscerato poco in dibattimento in proporzione al suo peso specifico nella vicenda. Uno dei motivi sta nel fatto che una parte di intercettazioni su Bisignani è rimasta a Napoli, dove i magistrati Henry John Woodcock e Francesco Curcio lo stavano indagando in relazione alla sua partecipazione alla cosiddetta P4, organizzazione segreta nata per gestire informazioni, nomine, affari nella quale sono incappati i magistrati italiani. Bisignani in quel processo ha patteggiato 19 mesi di condanna, divenuta definitiva nel 2012.

Tra gli affari di cui discuteva Bisignani, a un certo punto affiora anche Opl 245. I pm Spadaro e De Pasquale già avevano ricevuto parte del fascicolo per competenza a Milano, ma la corte ha deciso per l’inammissibilità dei documenti nel processo Opl 245. Lo stesso Bisignani ne aveva anticipato parte dei contenuti ai magistrati di Napoli: «Le conversazioni si riferiscono alla possibilità dell’Eni di subentrare a una concessione petrolifera nigeriana». Bisignani aveva un suo uomo per la partita: Emeka Obi, chiamato al telefono «il ragazzo della giungla». Mentre la procura ritiene che Obi sia l’intermediario di Eni per entrare in trattativa con Malabu, la società detentrice della licenza di proprietà dell’ex ministro del petrolio Dan Etete, al contrario le difese ritengono che Obi fosse già nello scacchiere ben prima dell’interessamento di Eni.

I nuovi fronti legali contro la Nigeria

Il 9 ottobre Eni ha aperto un nuovo fronte legale con il governo nigeriano. La disputa, da risolvere in sede di arbitrato internazionale a Washington, riguarda la ritardata conversione della licenza esplorativa in licenza per sfruttamento. In Nigeria un blocco petrolifero per essere effettivamente sfruttato e produrre introiti all’azienda che l’ha in gestione passa da due diverse licenze: la prima esplorativa (Opl – Oil Prospecting License) e la seconda estrattiva (Oml – Oil Mining License). In pratica, Eni vuole che il governo di Abuja paghi per il ritardo provocatole nella gestione del blocco petrolifero. Shell non è parte dell’arbitrato.

Tre giorni prima dell’arbitrato a Washington Eni ha depositato un’altra richiesta di arbitrato, questa volta in Delaware, lo Stato americano famoso come paradiso fiscale. Eni ritiene che ci siano «interessi occulti» di terze parti nelle azioni legali intraprese dal governo di Abuja contro l’azienda italiana «a spese dei diritti contrattuali di Eni e degli interessi nazionali della Nigeria», riporta Bloomberg. L’azienda italiana ha quindi citato in giudizio Drumcliffe Partners Llc, società che sta aiutando nelle causeJohnson&Johnson, società di consulenza legale messa a sua volta sotto contratto direttamente dall’esecutivo di Abuja allo scopo di recuperare i soldi pubblici persi in tangenti e malaffare.

Le fasi dell’inchiesta Eni-Nigeria – Infografica: Lorenzo Bodrero/IrpiMedia

Una serie di inchieste di Finance Uncovered e di Premium Times ha già rivelato ad agosto scampoli del contratto tra Drumcliffe e il governo nigeriano. Effettivamente lo stesso contratto pare contenere una stranezza: la fetta da liquidare alla società di consulenza in caso di vittoria è pari al 35%, almeno il quadruplo delle tariffe normali. Non è tuttavia chiaro a cosa vada applicata questa tariffa, visto che ancora mancano dei dettagli del contratto.

C’è un fondamento nei dubbi di Eni: in Nigeria è forte il timore che soldi recuperati attraverso lunghi e tormentati procedimenti giudiziari possano tornare nuovamente in mano a pubblici ufficiali corrotti schermati da qualche società offshore. In una nota Re:Common ha tuttavia sottolineato come Eni non abbia presentato prove della trama di supposte terze parti a sostegno della sua affermazione e che invece il governo della Nigeria è mosso dalla più che legittima volontà di recuperare il proprio denaro pubblico.

A Milano Eni si difende – anche dal proprio sito – ricordando che l’accordo per Opl 245 è stato «siglato unicamente e direttamente con lo Stato nigeriano». Paradossalmente, però, lo stesso governo è accusato in due diversi tribunali statunitensi di avere interessi oscuri nel colpire Eni. Seguire il denaro della Nigeria, che sia in entrata o in uscita, sembra avere sempre un problema: è molto difficile risalire a chi sia davvero il beneficiario ultimo.

Editing: Luca Rinaldi | Foto: Il tribunale di Milano – Luca Ponti/Shutterstock

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