#OpenLux

Lussemburgo, porto franco d’Europa
Cent’anni di privilegi fiscali. Ecco come il Granducato ha trovato il suo posto in Europa. La nuova fase della sua storia comincia nel 2014, l’anno di Luxleaks
08 Febbraio 2021

Lorenzo Bagnoli

Alle soglie del Ventesimo secolo, nessuno – nemmeno i suoi abitanti – avrebbe scommesso sulla sopravvivenza del Lussemburgo come Stato indipendente. Neutrale per Costituzione fino alla metà del Novecento, il Lussemburgo è sempre stato trattato dalle potenze confinanti – Francia, Germania e Belgio – come uno spazio da occupare. Del resto nasce proprio come Stato-cuscinetto per placare gli animi alla fine della guerra Franco-Prussiana, a metà Ottocento.

Per trovare un posto nello scacchiere europeo, il Granducato – l’unico al mondo a godere di questo status giuridico – a partire dal 1920 si è dato una Borsa e una legge per costituire le holding, società che non producono beni o servizi il cui oggetto sociale è detenere quote di altre società. Ha trasposto la sua neutralità politica alla fiscalità, diventando così un polo attrattivo per banche e gruppi d’investimento. «Specialmente la legge sulle holding ha permesso a un numero importante di società di eludere i sistemi fiscali dei propri Paesi», spiega a Le Monde – testata capofila del progetto #OpenLux – Benoît Majerus, professore di Storia contemporanea dell’Università di Lussemburgo.

#OpenLux

#OpenLux è un’inchiesta collaborativa, di cui IrpiMedia è partner, che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

«La legge sulle holding ha permesso a un numero importante di società di eludere i sistemi fiscali dei propri Paesi»

Benoît Majerus, Docente storia contemporanea Università del Lussemburgo

Un polo attrattivo per le banche di tutto il mondo

Nel 1929, con il crollo della Borsa di New York, anche l’economia lussemburghese ha subito una brusca frenata. La Seconda Guerra Mondiale ha rimandato l’ineluttabile ripresa agli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni del boom economico in tutto il mondo occidentale. È stato allora che i professionisti della finanza hanno riscoperto la vocazione della generazione precedente per i capitali dall’estero. L’attrazione si è concentrata da allora sugli istituti di credito: «Per le banche dei Paesi vicini, Belgio in particolare, il Lussemburgo era un laboratorio finanziario dove non vigevano le regole del proprio Paese d’origine», prosegue il professor Majerus.

Ancora oggi il 94% delle banche registrate in Lussemburgo ha la propria sede principale all’estero. I fondi d’investimento di base nel Granducato, grazie ai loro sottoscrittori globali, gestiscono un patrimonio netto di 4.500 miliardi di euro, secondo solo a quelli dei fondi statunitensi. Secondo il gruppo di società di consulenza Kpmg, a giugno 2020 il loro patrimonio è cresciuto del 9,5% rispetto all’anno precedente, a conferma del successo di questi strumenti finanziari anche in tempi di Covid-19.

Più della volontà del Parlamento è stata l’assenza di norme a permettere al Lussemburgo di diventare un centro finanziario. La finanza lussemburghese «è un potere dispotico, non c’è una legge che gli dia una cornice», commenta Majerus. Non ci sono dibattiti parlamentari a riguardo, perché la fiducia e il consenso intorno all’attrattività del sistema non si possono scalfire, aggiunge lo storico: «La stampa negli anni Settanta e negli anni Ottanta – sottolinea – è stata un grande sponsor degli investimenti in Lussemburgo». Essere un centro finanziario è connaturato al Lussemburgo, tanto che ogni volta che si accende il dibattito intorno all’inserimento o meno del Paese nelle varie liste nere dei paradisi fiscali – da quella italiana ne è uscito nel 2014 – nel Paese un pezzo dell’opinione pubblica lamenta il pregiudizio, soprattutto francese, verso la natura diversa del Granducato.

É tuttavia un fatto che circa il 90% delle società registrate in Lussemburgo siano controllate da soggetti non lussemburghesi. Oltre 250 membri presenti nella lista dei miliardari stilata da Forbes ha società nel Granducato, e nessuno di loro è lussemburghese. Inoltre circa il 40% delle società presenti sono state costituite per detenere quote di altre società senza generare, di fatto, altre attività economiche sul territorio.

I fondi d’investimento di base nel Granducato, grazie ai loro sottoscrittori globali, gestiscono un patrimonio netto di 4.500 miliardi di euro, secondo solo a quelli dei fondi statunitensi

Come funziona una segnalazione di operazione sospetta

Ovunque si applichino i protocolli internazionali di lotta al riciclaggio, le segnalazioni di operazioni sospette sono comunicazioni che obbligatoriamente i soggetti come banche, intermediari e professionisti del settore finanziario devono inoltrare all’ufficio antiriciclaggio della propria banca centrale di fronte al sospetto che dietro una certa transazione ci siano proventi di un reato originale (quindi si stia commettendo riciclaggio) oppure si stiano finanziando organizzazioni criminali o terroristiche. Banca d’Italia scrive che il sospetto «può essere desunto da caratteristiche, entità e natura delle operazioni, dal loro collegamento o frazionamento o da qualsiasi altra circostanza conosciuta dai segnalanti» e che «deve fondarsi su una valutazione compiuta di tutti gli elementi delle operazioni – oggettivi e soggettivi – a disposizione dei segnalanti». A ogni latitudine, però, è aperto il dibattito in merito all’obbligatorietà della segnalazione e sulla responsabilità dei professionisti in caso di mancata comunicazione. Fa giurisprudenza, in Lussemburgo, un caso del 2014 in cui la sostanza è che un professionista che in buona fede omette una comunicazione non commette alcun reato, visto che rischia di essere accusato dal cliente di violazione del segreto professionale quando segnala senza solidi sospetti. Per di più, soprattutto nel caso di potenziali crimini commessi in altre giurisdizioni, gli uffici antiriciclaggio non sanno quante delle loro segnalazioni innescano effettivamente un’indagine delle procure competenti. A settembre 2020 con l’inchiesta FinCEN files, i giornalisti di Icij hanno rivelato che l’ufficio antiriciclaggio degli Stati Uniti, il Financial Crimes Enforcement Network, tra il 1999 e il 2017 ha ricevuto segnalazioni su transazioni bancarie per un valore di circa 2.000 miliardi di dollari. È tuttavia successo in termini di procedimenti penali per riciclaggio nei confronti dei principali istituti di credito segnalati. Il timore, fondato, è che valga la stessa regola in tutto il mondo.

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Lo spartiacque LuxLeaks

Vista la dipendenza dal capitale estero, l’opinione pubblica internazionale esercita una forte pressione sullo Stato. Le maglie dei controlli sulle operazioni finanziarie si sono fatte più strette, infatti, solo a seguito di scandali finanziari, una costante nelle cronache dei Paesi casseforti di tutto il mondo.

La storia del Paese è segnata da uno spartiacque, in particolare. Anno domini 2014, mese di novembre: LuxLeaks. È lo scandalo che ha svelato i segreti della finanza lussemburghese, il meccanismo attraverso cui più di 300 aziende hanno spostato i loro profitti in Lussemburgo in modo da eludere il fisco e pagare meno tasse.

L’ex dipendente della società di auditing PricewaterhouseCoopers Antoine Deltour ha condiviso con i giornalisti dell’International Consortium of Investigative Journalism (Icij) 28mila pagine di documenti riguardanti gli accordi presi dall’amministrazione pubblica lussemburghese sulle aliquote da applicare a 340 multinazionali. Le rivelazioni sono costate a Deltour un processo, chiusosi con l’assoluzione nel 2018, dopo una condanna in primo grado.

L’impatto dello scandalo finanziario è stato tanto potente che il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ministro delle finanze e primo ministro del Granducato tra gli anni Novanta e il 2013, un mese dopo le rivelazioni ha dovuto ammettere: «Sono stato indebolito perché Luxleaks suggerisce che abbia partecipato a sistemi in cui si infrangono le basilari regole dell’etica e della morale». Giusto dieci giorni prima della pubblicazione, è stato eletto presidente della Commissione europea.

Durante l’ultimo anno in sella all’esecutivo del Granducato, Juncker aveva già dovuto rinunciare al segreto bancario, cioè l’obbligo imposto agli istituti di credito in Lussemburgo di mantenere anonimi i propri correntisti a meno che non ci fosse esplicito consenso. È stata la carta attraverso cui il Lussemburgo è uscito dalla black list dei paradisi fiscali. L’esperto di giurisdizioni offshore Hans-Lothar Merten in un’intervista al Suddeutsche Zeitung aveva fatto notare già all’epoca che «per gli investitori privati ​​più piccoli, il Lussemburgo era già poco interessante». Le tecniche di seduzione fiscale, più che sui piccoli investitori, sono sempre state rivolte ai grandi gruppi industriali e finanziari.

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Le segnalazioni di operazioni sospette

È un fatto che insieme alle prime pagine dei giornali su scandali planetari di elusione ed evasione fiscale, siano arrivate anche le segnalazioni al Crf, il corrispettivo dell’Unità d’informazione finanziaria della Banca d’Italia in Lussemburgo, che si occupa di segnalare le operazioni a rischio riciclaggio. L’ufficio antiriciclaggio nel 2015 ha visto il numero di segnalazioni di operazioni sospette schizzare da poco più di 6 mila a oltre 11 mila; nel 2016, l’anno della pubblicazione dei Panama Papers, le segnalazioni hanno superato il muro delle 30mila per poi arrivare a un record di 55 mila nel 2018. Nel 2019, le segnalazioni per sospette operazioni di riciclaggio sono state 51.930, 46mila delle quali per attività o operazioni con “portafogli online” come PayPal, che infatti ha sede in Lussemburgo.

Un’isola nel cuore dell’Europa

Gli accordi sul regime di tassazione e la “neutralità” del fisco spiegano in buona parte il motivo della scelta del Lussemburgo come meta privilegiata dove spostare le holding, le società-madre di un gruppo. Amazon, per esempio, ha spostato la sua holding europea nel Granducato dopo aver negoziato un accordo nel 2003, quando Juncker era ministro del Tesoro, che secondo quanto stabilito da un’indagine della Commissione europea ha portato uno sconto fiscale di tre quarti del profitto, cioè 250 milioni di euro. Un aiuto di Stato mascherato, riporta l’indagine della Commissione. A incassare lo sconto sarà, paradossalmente, sempre il Lussemburgo. Con gli sconti fiscali è così, si guadagna anche quando si è colpevoli.

Secondo il professor Majerus quelle che per altre istituzioni sono regole del gioco truccate in Lussemburgo sono per lo più percepite come cattivi comportamenti degli investitori esteri. Il Granducato, secondo un rapporto Oxfam del 2017, aveva un Pil che per il 25% dipendeva dalle tasse sulle multinazionali. Da piccola e orgogliosa nazione in perenne rischio di invasione, il Lussemburgo è diventato un’inattaccabile cittadella fortificata dalla finanza mondiale. Nell’Unione europea è un’isola a sé.

Offshore, nel gergo finanziario, s’intende come «fuori dalla giurisdizione nazionale», ma letteralmente significa «lontano dalle coste». È in atolli incontaminati che sono sorti, infatti, alcuni dei regimi fiscali agevolati per eccellenza come le Isole Vergini Britanniche o le Mauritius. Paesi che non avevano nulla da vendere se non la loro posizione geografica protetta ma lungo rotte commerciali marittime. Seppur circondato da centinaia di chilometri quadrati di terraferma, il Lussemburgo è un’isola nel bel mezzo dell’Europa, incastonata nell’area più infrastrutturata del mondo, il Benelux. Un porto franco con un secolo di storia.

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Lorenzo Bagnoli

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Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

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