#OpenLux

Perché i criminali scelgono il Lussemburgo
Il Granducato è la casa di tutti: attori, cantanti, miliardari, sportivi, politici, multinazionali. Anche i criminali però, tra segretezza e fiscalità favorevole, lo hanno scelto
09 Febbraio 2021
Cecilia Anesi
Antonio Baquero
Roman Shleynov
Maxime Vaudano

Il termine impiegato dai professionisti è «ottimizzazione fiscale». In pratica, è la strategia attraverso cui una persona fisica o un’azienda possono legalmente pagare meno tasse. Insieme alla discrezione nel rivelare i nomi dei propri contribuenti, è il motivo per cui in tanti emigrano fiscalmente in Lussemburgo. Attori, cantanti, miliardari, sportivi, politici, multinazionali: il Granducato è la casa di tutti. La maggior parte di loro è animata da motivazioni solo economiche, poco opportune sul piano etico ma per lo più legali.

Esiste però una minoranza dei migranti fiscali che ha scelto il Granducato per nascondere i propri averi alle autorità giudiziarie del proprio Paese. Sono un’umanità composita: evasori fiscali, corruttori e corrotti, inquinatori, truffatori, faccendieri ed eredi di gruppi criminali. Anche di stampo mafioso.

Sono persone avvezze ai paradisi fiscali che di solito vogliono mantenersi nell’ombra. Molte sono solite nominare come rappresentanti legali delle teste di legno, spesso fiduciari locali il cui mestiere è gestire società per conto terzi.

#OpenLux

#OpenLux è un’inchiesta collaborativa, di cui IrpiMedia è partner, che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

Gabriel Zucman, professore di Economia all’Università di Berkeley, enumera per ogni paradiso fiscale una caratteristica particolare. Le Isole Vergine Britanniche e Panama sono predilette da chi vuole costituire società di comodo «in tempi rapidi e a prezzi modici». La Svizzera è scelta «per la gestione dei patrimoni privati in conti correnti offshore», mentre alle Isole Cayman vanno gli investitori di hedge fund locali. Il Lussemburgo è l’unico a offrire servizi per ogni esigenza: «Spostamento dei profitti di aziende multinazionali, creazione di fondi comuni di investimento, gestione del patrimonio, costituzione di società di comodo e così via», spiega. Lo stesso governo del Lussemburgo è consapevole dei pericoli della sua reputazione: «Il successo implica anche l’esposizione al fenomeno crescente del riciclaggio di denaro sporco e di finanziamento al terrorismo», si legge in un report del ministero delle finanze datato 2018.

Il Paese «ha un’importante funzione, cioè quella di connettere le imprese non europee con il mercato europeo», aggiunge Markus Meinzer, ricercatore di uno dei principali gruppi di pressione per l’equità fiscale, il Tax Justice Network. «Gli investitori non europei – aggiunge – possono investire denaro sporco nell’Ue attraverso il Lussemburgo, esentasse e in maniera coperta».

Italiani in Lussemburgo

La storia d’Italia è costellata di vicende giudiziarie che portano in Lussemburgo, a partire dal caso del Banco Ambrosiano. Nel 1975 Carlo Calvi ne è diventato presidente e ha fondato, a Lussemburgo, la Banco Ambrosiano Holdings Sa, la società-madre che controllava tutte le succursali del gruppo. È allora che la banca milanese si è legata all’Istituto per le opere di religione, lo Ior, la banca del Vaticano. È allora che ha anche cominciato la sua irresistibile ascesa fondata sul sostegno della loggia P2. Senza la discrezione dei paradisi fiscali, il sistema del Banco Ambrosiano non sarebbe stato possibile.

Dagli anni Ottanta in avanti il Lussemburgo si è popolato di truffatori travestiti da broker finanziari. Un gruppo nutrito, almeno fino agli anni Duemila, ha proposto strumenti finanziari inventati, convincendo risparmiatori piccoli e grandi a rivolgersi per ottenere prestiti, fideiussioni e garanzie bancarie, investimenti. Insieme ai professionisti, sono arrivati anche i politici. Durante Tangentopoli, l’ultimo segretario di Bettino Craxi, Mauro Giallombardo, ha raccontato ai magistrati che l’ex presidente del Consiglio aveva nel 1997 un conto corrente nel Granducato con una giacenza di 17 miliardi di lire. In Lussemburgo aveva anche delle società Silvio Berlusconi. Negli anni appena precedenti lo scandalo di Mani Pulite, aveva ottenuto proprio da Craxi leggi su misura per mantenere il monopolio dell’emittenza privata.

La Corte di Cassazione nel 2013 ha condannato Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale

Da questo privilegio è nato l’impero di Fininvest prima e Mediaset poi. Nel processo All Iberian, dal nome della società con sede alle Isole del Canale che ha ricevuto fondi attraverso la finanziaria lussemburghese “Silvio Berlusconi Sa”, Sua Emittenza – come lo chiamavano i giornali dell’epoca – è stato rinviato a giudizio per finanziamento illecito ai partiti. Dopo la condanna in primo grado, è stato prosciolto per sopraggiunta prescrizione dalla Corte di Cassazione nel 2000. Da questo processo se ne è innescato un altro, con al centro sempre i soldi usciti dalla Silvio Berlusconi Sa di Lussemburgo in direzione questa volta di due società delle Isole Vergini Britanniche: il processo Mediaset. In questo procedimento, la Cassazione nel 2013 ha condannato Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale. Il sistema, dice la sentenza, prevedeva la cessione tra società gemelle di diritti televisivi e cinematografici che mano a mano ne facevano salire il prezzo. Lo scopo finale era costruire fondi neri offshore e aggirare il fisco.

Nel 2015, invece, in Lussemburgo sarebbero finiti denari della Lega. Attraverso la Cassa di Risparmio di Bolzano, il partito avrebbe occultato in un fondo lussemburghese 10 milioni di euro, facendone poi rientrare tre nel 2018 per coprire le spese della campagna elettorale. Una manovra che secondo l’ipotesi della procura di Genova era finalizzata a nascondere parte dei 49 milioni euro che il partito è stato condannato a risarcire per frode sul finanziamento pubblico ai partiti sancito da una condanna definitiva del 2013. Accuse smentite dalla banca di Bolzano e dalla Lega, i quali sostengono che il denaro portato in Lussemburgo non sia del partito ma appunto dell’istituto di credito. L’inchiesta è ancora in corso.

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Da ultimo, in Lussemburgo si trovano anche nomi di imprenditori vicini alla ‘ndrangheta. L’organizzazione criminale «guarda al Lussemburgo con interesse per investire e riciclare capitali proprio per la presenza, in quello Stato, di sistemi finanziari e “casseforti” discrete, molto appetibili per chi ha necessità di occultare provviste illecite e fondi neri», spiega a IrpiMedia Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Alcuni di loro, vedremo nelle prossime puntate, sono giovani promesse della ‘ndrangheta che nel Granducato hanno aperto una serie di ristoranti. Ma tra i soggetti calabresi presenti in Lussemburgo, ci sono anche «persone legate da vincoli di parentela con soggetti che avevano operato in quei territori in periodi in cui l’attenzione investigativa non era particolarmente alta».

‘Ndranghetisti rimasti nell’ombra fino adesso per i quali non sono mai stati aperti processi a loro carico. Altri imprenditori, come l’immobiliarista Andrea Nucera, calabrese di origine ma sempre attivo in Liguria, hanno deciso di trasferire in Lussemburgo la propria società madre. Rientrato in Italia nel marzo 2019 dopo otto anni di latitanza, è definito dagli inquirenti «capitale sociale» delle cosche, per via dei legami in odore di mafia di alcuni suoi soci storici. La sua società madre, la Geo Luxembourg Sa, poi trasportata in Italia e rinominata Ager Holding Spa, è stata protagonista di un fallimento nel 2012. Il crac è il motivo per cui in Italia è sotto processo per bancarotta fraudolenta e ha scontato i domiciliari come misura cautelare. Secondo le ipotesi dell’accusa, nel Granducato distraeva denaro con operazioni fittizie e l’accredito bancario che otteneva dopo aver nascosto i debiti e sopravvalutato le sue attività. Cercava di approfittare della riservatezza di cui godono i clienti delle banche dei paradisi bancari.

Corsi e ricorsi storici

Le vicende degli italiani in Lussemburgo hanno delle curiose coincidenze storiche. Il padre di Nucera, infatti, era l’ex braccio destro di un tesoriere di Bettino Craxi, mentre Paolo Del Bue, banchiere prescritto nel processo Mediaset in cui è stato condannato Berlusconi, è stato identificato come il cugino del commercialista Michele Scillieri, uno dei protagonisti che ha lavorato per il Carroccio. Lo ha dichiarato Luca Sostegni, uno degli imputati del processo milanese correlato alla caccia al tesoro leghista in corso a Genova.

I difetti del registro dei beneficiari ultimi

Le nebbie intorno al Granducato dovrebbero diradarsi a partire dal 2020, quando è entrato in vigore il registro dei beneficiari ultimi, ossia un’anagrafe dei proprietari reali delle aziende lussemburghesi. Il Granducato è stato tra i primi a implementare una direttiva europea sulla lotta al riciclaggio di denaro sporco e il suo registro potrebbe diventare un modello per altri paradisi fiscali.

Il primo impatto è stato che nel corso dell’ultimo anno in Lussemburgo si sono chiuse più società di quante non ne siano state aperte. Non era mai successo nella storia centenaria del Paese. Rispondendo alle domande di Occrp, il ministro delle Finanze ha detto di aver «adottato con risolutezza la trasparenza fiscale» e di essere in linea con tutte le direttive europee.

Senza ombra di dubbio la situazione odierna è meglio rispetto a quella di cinque anni fa. Resta, tuttavia, un problema: una volta adottato, il registro dei beneficiari ultimi va anche compilato e reso utilizzabile. Invece non è possibile fare ricerche per nome e il 48% delle società ancora non ha un proprietario reale, secondo quanto risulta all’analisi del team di #OpenLux.

La mancata dichiarazione comporta una sanzione tra i 1.500 euro e i 1,25 milioni di euro. L’unica comminata ad oggi risale al luglio 2020, per un totale di 2.500 euro.

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Thom Townsend, direttore dell’ong inglese Open Ownership, solleva altre criticità. Il personale del registro è sottodimensionato: ci lavorano 59 impiegati, a cui spetta la verifica delle informazioni. Per fare un confronto, la Consob lussemburghese, l’Autorità di vigilanza sul settore finanziario (Cssf), ne ha 900. Un azionista, aggiunge, è considerato beneficiario quando ha quote che superano il 25%, mentre la soglia andrebbe abbassata al 10 o 15%. Non mantiene nemmeno lo storico dei cambi di proprietà, che sono un elemento importante in un’inchiesta, sottolinea Townsend.

In una nota mandata ai giornalisti di OpenLux, il ministero delle Finanze ha sottolineato come la responsabilità della trasparenza ricada non solo sulle istituzioni che detengono il controllo del registro ma anche sui professionisti e sulle banche che devono svolgere i controlli necessari per legge.

La richiesta che i giornalisti di #OpenLux hanno raccolto tra gruppi di pressione internazionali, attivisti per la trasparenza e investigatori è sempre la stessa: aprite il registro. Aggiornatelo, rendetelo efficace. Senza l’adozione delle direttive europee è solo un provvedimento di facciata. Dal governo, però, al ministero delle Finanze replicano che l’accesso a pagamento è un punto di equilibrio tra l’esigenza di «salvaguardare la privacy di chi si è iscritto (al registro imprese lussemburghese, ndr)» e la trasparenza. Certe prerogative non si possono abbandonare del tutto. La discrezione nel Granducato è ancora un valore.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi (IrpiMedia)
Antonio Baquero (Occrp)
Roman Shleynov (Istories)
Maxime Vaudano (Le Monde)

In partnership con

Le Monde
Occrp

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

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