#OperazioneMatrioska

Come i pensatoi ultracattolici influenzano la Corte europea dei diritti dell’uomo
Agiscono in Europa, finanziati dagli Stati Uniti. La loro rete di donatori è opaca. Appartengono alla rete di lobbying informale che ha come riferimento politico Trump e alleati in tutto il mondo
25 Novembre 2020

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Dal 2008 a oggi, le principali associazioni di conservatori cristiani degli Stati Uniti hanno speso all’estero più di 280 milioni di dollari. Di questi, almeno 90 milioni sono arrivati in Europa, mentre il resto è confluito in Africa e Asia. A rivelarlo un’analisi di OpenDemocracy in cui le autrici Claire Provost e Nandini Archer hanno analizzato migliaia di documenti finanziari di 28 gruppi statunitensi perlopiù cristiani oltranzisti, con forti legami con la destra più conservatrice, a volte con quella estrema.

Molti di questi hanno tra i loro fondatori e seguaci alcuni stretti collaboratori dell’uscente amministrazione Trump. Negli ultimi anni, anche grazie a questi investimenti, hanno goduto di una crescente influenza sulla politica americana e internazionale. I fondi hanno infatti il preciso scopo di sostenere sia iniziative, sia altre associazioni satellite in tutto il mondo, le quali a loro volta lavorano per condizionare l’opinione pubblica, le leggi e le politiche nazionali, per impedire l’affermazione dei diritti sessuali e riproduttivi.

Dieci di questi gruppi sono partner del Congresso Mondiale delle Famiglie, un network ultraconservatore che promuove la cosiddetta “famiglia tradizionale”. È stato definito un hate-group (gruppo d’odio) anti LGBTQI e incubatore per estremismi da alcuni osservatori per i diritti civili, come il Southern Poverty Law Center e lo Human Rights Campaign. Fondato dopo un incontro tra ultra conservatori americani e russi nel 1997, organizza meeting regionali e internazionali in tutto il mondo, il più recente a Verona nel 2019.

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L’opacità dei finanziamenti che partono dagli Stati Uniti

La legge americana autorizza questi gruppi a sovvenzionare enti simili, nazionali e internazionali, purché i fondi vadano ad attività di beneficenza. Le sovvenzioni all’estero sono distribuite direttamente dall’organizzazione americana ma una volta erogate è difficile ricostruirne il percorso e soprattutto individuarne la destinazione finale.

«Le leggi nazionali di molti Stati membri dell’Unione Europea non impongono alle organizzazioni pubbliche neanche requisiti minimi sulla trasparenza delle loro operazioni finanziarie», spiega a IrpiMedia Neil Datta, segretario dello European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights (EPF), forum che raggruppa parlamentari da tutta Europa. Secondo quanto risulta a OpenDemocracy, gran parte delle transazioni verso l’Europa sono state effettuate da due gruppi: l’American Center for Law and Justice (ACLJ) e l’Alliance Defending Freedom (ADF).

L’American Center for Law and Justice (ACLJ) e il suo ramo europeo European Center for Law and Justice (ECLJ), di cui IrpiMedia ha scritto nello scorso aprile, sono stati fondati da Jay Sekulow, l’avvocato che ha difeso Donald Trump nel Russiagate. Sekulow risulta al contempo sia finanziatore, sia beneficiario dell’ACLJ: il sito Charity Navigator, portale che tiene traccia dei finanziamenti del mondo no-profit americano e ne valuta la trasparenza, ha assegnato un’etichetta di «preoccupazione moderata» all’ACLJ proprio per alcune «atipiche attività finanziarie emerse», facendo riferimento ai milioni di dollari che il gruppo avrebbe pagato negli anni a Sekulow per la sua attività come legale.

L’Alliance Defending Freedom (ADF) vanta tra le famiglie fondatrici quella di Betsy DeVos, una delle maggiori donatrici del partito repubblicano e segretaria all’istruzione dell’amministrazione Trump.

La legge americana autorizza questi gruppi a sovvenzionare enti simili, nazionali e internazionali, purché i fondi vadano ad attività di beneficenza

Gudrun Kugler e Paul Coleman dell’ADF International

Gudrun Kugler è un’avvocata, docente dell’Istituto Teologico Internazionale di Vienna, creato dal Vaticano, e attivista nei movimenti pro-vita. Nel settembre 2017 è stata eletta nel parlamento austriaco con il Partito Popolare Conservatore Austriaco (ÖVP). Ha ricoperto molti incarichi presso la Santa Sede.

Nel 1999 contribuisce a fondare la World Youth Alliance-Europe, un’organizzazione che mobilita i giovani contro l’aborto e i diritti LGBTQI. Nel 2006 fonda l’Osservatorio sull’Intolleranza e la Discriminazione contro i cristiani in Europa (OIDAC), che ogni anno pubblica un report sui dati di queste discriminazioni. Col marito e altri intellettuali cristiani fonda “Europe for Christ!”, un’iniziativa che incoraggia i cristiani a prendere parte attivamente alla politica. Kugler è una delle ideatrici di Agenda Europa, rete informale di associazioni a sostegno del movimento pro-vita in Europa.

Paul Coleman è il direttore esecutivo di ADF Internazionale nella sede centrale di Vienna. Specializzato in diritti umani e Diritto Europeo, è stato coinvolto in più di venti casi presso la Cedu. Coleman ha partecipato al Summit di Agenda Europa nel 2013 firmando con la Kugler il manifesto comune Ristabilire l’Ordine Naturale: un’Agenda per l’Europa.

«Il loro obiettivo finale è spogliare alcune categorie di persone di alcuni loro diritti, ovvero chi possono amare, sposare, come avere figli e fondare una famiglia»

Neil Datta

Segretario European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights (EPF)

Sebbene sia l’ACLJ che l’ADF si presentino come semplici gruppi di avvocati a difesa dei diritti umani, in realtà il loro scopo è molto più politico, a tutela di posizioni conservatrici affini al mondo ultracattolico. La possibilità di intervenire presso le corti europee e internazionali è infatti uno strumento per esercitare attività di lobbying e influenzare le normative nazionali.

La loro strategia è complessa e integrata e conta su un’intera galassia di associazioni simili. Entrambi i gruppi sono parte di Agenda Europa, una rete informale di associazioni riunitesi per la prima volta nel gennaio 2013 con l’intento di sviluppare un gruppo di pensiero europeo di ispirazione cristiana e sostenere il movimento “pro-vita” in Europa. A riportarlo è l’EPF, in un report che riunisce i documenti di questa rete, tenuti segreti fino al 2017 e resi pubblici da un fonte ancora anonima dopo una fuga di notizie. «Questi attori anti-gender hanno creato reti transnazionali dove si incontrano regolarmente e si scambiano strategie e imparano l’uno dall’altro», dichiara Neil Datta. «Sono pericolosi – aggiunge – perché il loro obiettivo finale è spogliare alcune categorie di persone di alcuni loro diritti, ovvero chi possono amare, sposare, come avere figli e fondare una famiglia».

Al Summit del 2014, Gudrun Kugler e Paul Coleman dell’ADF International hanno sottolineato che le organizzazioni della rete dovrebbero accreditarsi in tutte le istituzioni rilevanti, aggiornandosi reciprocamente su ciò che avviene all’interno dell’ONU, del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OCSE) e presso la Corte Europea per i diritti umani. È uno degli obiettivi principali che si prefigge il manifesto di Agenda Europa.

Anche Grégor Puppinck, avvocato di punta dello European Centre for Law and Justice, ha sostenuto l’importanza di «portare le persone giuste nelle giuste istituzioni, identificando una lista di posizioni chiave all’interno delle principali istituzioni europee che diventeranno vacanti». Strategia già intrapresa dall’ECLJ, che dal 2007 ha acquisito lo status speciale consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC). «Un altro canale di influenza è usare gli strumenti di democrazia partecipativa come le petizioni e le iniziative popolari per compromettere alcuni diritti umani, in particolare il diritto al matrimonio e alla salute delle donne», continua il segretario dell’EPF.

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Nel Summit del 2014 è stata individuata anche la necessità di beneficiare dei finanziamenti che l’Unione Europea eroga alla società civile: «Questo aumenterebbe il nostro budget e, allo stesso tempo, diminuirebbe quello dei nostri avversari», sosteneva Puppinck. Avversari che loro individuano nelle “lobby” dell’aborto, delle lesbiche e dei gay, delle femministe radicali e degli atei militanti.

Le battaglie a Strasburgo

Tra le istituzioni in cui accreditarsi, c’è la Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), dove l’ECLJ e l’ADF, sono intervenuti come “parti terze” in almeno sei casi contro i matrimoni dello stesso sesso, i diritti delle persone trans e delle donne.

La CEDU ha sede a Strasburgo e sovrintende al rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo firmata dai 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. Le sentenze della CEDU sono vincolanti per le parti in causa. Gli Stati devono adottare le misure necessarie affinché la violazione non si ripeta, pena sanzioni o addirittura l’esclusione dal Consiglio d’Europa. Può essere necessario, a volte, approvare nuove leggi nazionali, per colmare una lacuna legislativa. È quello che è successo in Italia, con la legge sulle unioni civili. Alla base di questa infatti c’è la sentenza 138 del 2010 della Corte Costituzionale italiana e il caso Oliari e altri contro Italia, presentato alla CEDU.

Cosa sono le “parti terze”

L’intervento di terzi è regolato dall’art. 36 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 44 del Regolamento della Corte. Il Presidente della Camera di giustizia può, nella buona amministrazione della giustizia, invitare o autorizzare qualsiasi persona interessata diversa dal ricorrente a presentare osservazioni scritte o, in casi eccezionali, a partecipare all’udienza. Chiunque ritenga di avere competenza sulla materia del caso trattato può richiedere di intervenire entro un termine massimo di 10 giorni stabilito dal Presidente della Camera.

Le parti terze sono definite dalla giurisprudenza amicus curiae – amico della corte: il Presidente della Camera verifica che ne siano soddisfatte le condizioni, valutando la competenza sulla materia del caso e se le opinioni presentate possano aiutare la Corte a elaborare la sentenza finale, senza commenti o condizionamenti ma solo informazioni e punti di vista. Gli avvocati delle parti in causa o altre terze parti, pur avendone possibilità, quasi mai obiettano sulla presenza di gruppi come l’ECLJ o l’ADF, anche perché quasi nessuno conosce la loro storia.

Nel 2010, l’Associazione Certi Diritti ha fatto partire un’iniziativa per il riconoscimento del matrimonio di coppie dello stesso sesso, che prevedeva vari passaggi in tribunale fino ad arrivare eventualmente alla CEDU. Hanno aderito alla proposta «solo sedici coppie in tutta Italia, nonostante l’associazione sostenesse le spese legali», racconta Enrico Oliari, che insieme al suo compagno è tra coloro che hanno partecipato all’iniziativa. Hanno chiesto all’anagrafe le pubblicazioni matrimoniali, ma hanno avuto un diniego, così hanno provato alla Corte d’Assise di Trento e alla Corte costituzionale.

Quest’ultima ha dato ragione alle coppie, chiedendo che il parlamento legiferasse per riconoscere le unioni omosessuali. «Mi ricordo che dopo la sentenza della Corte costituzionale andai a parlare con un giudice che mi disse: “Se in un anno non legiferano, tornate da noi”», ricorda Oliari. Il parlamento non è intervenuto così il caso è approdato alla CEDU. Come ricorrenti erano rimaste solo tre coppie e l’associazione ha smesso di sostenere economicamente i ricorrenti stessi: «Non appoggiarono il ricorso alla Corte europea perché convinti che avremmo perso».

Nel 2015, la CEDU ha dato ragione ai ricorrenti e condannato l’Italia. Ma non senza che le associazioni cristiane americane provassero a intervenire per orientare il giudizio diversamente. È stato l’ECLJ a intervenire come “terza parte”, presentando un’opinione secondo cui sarebbe stato illusorio consentire alle coppie omosessuali di sposarsi, data la loro impossibilità di procreare e quindi fondare l’unica famiglia possibile: padre, madre e figli. Accettare il matrimonio omosessuale avrebbe quindi comportato l’accettazione della procreazione assistita per le coppie femminili e la maternità surrogata per le coppie maschili, «con le conseguenze che ciò avrebbe avuto per i figli concepiti in tal modo».

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Sullo sfondo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo. In primo piano frammenti del muro di Berlino – Foto: Francois/Wikimedia

Il caso crocifissi in classe

C’è un caso che racconta quanto sia dura la battaglia legale condotta da questi gruppi nelle aule giudiziarie europee. È il caso Lautsi, meglio conosciuto come il caso dei crocifissi in classe. Soile Lautsi è la mamma di Dataico e Sami Albertin. Nell’anno scolastico 2001-2002 i due frequentavano l’istituto ”Vittorino da Feltre”, di Abano Terme (Padova), dove, in ogni aula, era presente un crocifisso.

Durante un incontro del Consiglio d’Istituto, il primo a chiedere la rimozione dei crocifissi, in quanto considerava la loro presenza una violazione del principio di laicità dello Stato, era stato il padre dei due ragazzi, Massimo Albertin, attivista dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR). Dopo il rifiuto del dirigente scolastico, la famiglia Albertin ha fatto ricorso prima al TAR del Veneto e poi al Consiglio di Stato. I giudici hanno considerato il crocifisso «parte del patrimonio storico-culturale d’Europa e delle democrazie occidentali» e per questo non hanno ritenuto la sua presenza contraria al principio di laicità dello Stato.

La famiglia Albertin allora si è rivolta alla CEDU, che, in una prima sentenza del 3 novembre 2009, ha condannato all’unanimità l’Italia per aver violato il diritto sulla libertà di pensiero, convinzione e religione. Gli Albertin, in seguito, hanno ricevuto telefonate minatorie, insulti e addirittura minacce di crocifissione. L’Italia avrebbe dovuto pagare cinquemila euro di danni morali alla Lautsi e ai suoi figli.

La CEDU in una prima sentenza del 3 novembre 2009 ha condannato all’unanimità l’Italia per aver violato il diritto sulla libertà di pensiero, convinzione e religione

Il governo Berlusconi allora in carica, però, ha presentato ricorso alla Grande Chambre della CEDU, una sorta di cassazione a livello europeo, che ha convocato le parti in causa in un’udienza pubblica, il 30 giugno 2010. Per quell’occasione, il ministro degli Esteri di allora, Franco Frattini, ha inviato ai suoi corrispettivi nei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa una lettera in cui spiegava la posizione italiana in merito alla questione, sperando di ottenere un intervento degli Stati come terzi, a favore dell’Italia. A differenza della prima udienza, infatti, sono state presentate e accettate le opinioni di “terze parti”, tra queste, oltre a numerosi Stati esteri, anche organizzazioni italiane e straniere, incluso l’ECLJ. Il 18 marzo 2011, la CEDU si è nuovamente espressa con una sentenza che ha ribaltato la prima decisione. L’Italia è stata assolta per mancanza di elementi che provassero il condizionamento degli alunni provocato dal crocifisso.

«Le motivazioni date dalla Corte sono fasulle – ha dichiarato a IrpiMedia Massimo Albertin -. Durante il periodo delle scuole elementari e medie, nonostante i miei figli non partecipassero all’ora di religione, erano costretti durante le altre ore a costruire Gesù bambino per il presepe. La presenza del crocifisso giustificava questo tipo di atteggiamenti». Come negli altri casi, anche questa volta i ricorrenti non hanno partecipato direttamente alle udienze, circostanza che secondo i ricorrenti spesso non aiuta a prendere decisioni a loro favore.

La sentenza è stata accolta con entusiasmo sul sito dell’ECLJ: «Questa mobilitazione senza precedenti ha portato la Corte a cambiare la prima sentenza. Il risultato può essere considerato come la più bella vittoria dell’ECLJ e ha permesso di solidificare un’alleanza contro il secolarismo tra cattolici e ortodossi».

L’azione di questi gruppi, quando partecipano come terzi alle udienze della CEDU, ha un preciso scopo politico. Nuovi meccanismi di trasparenza sono necessari: sapere chi li finanzia aiuterebbe a definire i loro intenti reali.

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

In partnership con

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino
Lorenzo Bagnoli