Perché s’indaga il «capitalismo di Stato» russo

L’analisi di reti e relazioni permette di decifrare equilibri economici e politici interni che hanno riflessi internazionali. Equilibri delicati, come dimostra la perquisizione dell’Fsb a casa del giornalista Roman Anin

23 Aprile 2021 | di Lorenzo Bagnoli

La crisi tra Russia e Ucraina è tornata a livelli che ricordano il 2014, l’anno in cui Mosca ha annesso la Crimea alla Federazione. Il presidente Vladimir Putin ha ammonito gli avversari a non varcare «la linea rossa», cioè a non commettere azioni mirate a destabilizzare il Paese internamente. Il più longevo presidente dopo Josif Stalin vorrebbe provare a mantenere il potere fino al 2036. In questo contesto, comunque, l’opposizione che si riconosce nell’attivista Alexey Navalny ha cercato di organizzare una manifestazione di piazza in tutto il Paese. 

Gli equilibri del potere sono sempre difficili da leggere a distanza. Questo discorso è ancora più vero in Russia, Paese spesso raccontato con lenti che distorcono sia la popolarità, sia l’impopolarità di Putin. A Mosca sono le cerchie del potere degli uomini d’affari di partito che condizionano, più che altro, la stabilità. Sono quelli che nei giornali si chiamano “oligarchi”. Dallo scorso anno, per leggere queste dinamiche a IrpiMedia ci affidiamo spesso ai colleghi di iStories.

Il raid a casa di Roman Anin

iStories è il sito partner di Occrp di base a Mosca. È nato nel 2020, con la direzione di Roman Anin, giornalista investigativo che ha lavorato per anni con Novaya Gazeta. Il 9 aprile scorso i servizi segreti russi dell’Fsb sono andati a casa di Anin per perquisirla. Non è stato mai chiarito il motivo del raid, durato sette ore, anche se il giornalista e il team legale di iStories ipotizzavano che il motivo fosse una querela intentata dall’azienda petrolifera di Stato Rosneft a Roman nel 2016, quando ancora lavorava alla Novaya Gazeta.

Questa ipotesi alla fine si è rivelata corretta: il 12 aprile è stato convocato di nuovo dall’Fsb per rispondere ad alcune domande. Come ha raccontato Anin al giornale Meduza, tra gli oggetti sequestrati dall’intelligence ci sono anche i dispositivi elettronici della sua compagna, oltre a documenti acquisiti in anni successivi alla pubblicazione dell’articolo incriminato. Molta della documentazione riguarda il periodo che Anin ha trascorso negli Stati Uniti, nell’ambito di una borsa di studio giornalistica tra il 2018 e il 2019.

Roman Anin – iStories

Una volta arrivato di fronte al comitato investigativo dei servizi segreti, il timore di Anin e dei suoi legali era che il reporter potesse finire in carcere, come già avvenuto ad altri giornalisti od oppositori. Secondo quanto riporta Occrp, invece, Anin è stato sentito dall’Fsb in qualità di «persona informata sui fatti», anche se comunque in realtà la perquisizione in casa è giustificata dall’articolo del codice penale che rientra nel reato di «invasione della privacy» commesso, a dire delle autorità moscovite, durante l’attività di giornalista. Non sarà di certo l’ultima volta che Anin dovrà deporre di fronte al comitato investigativo. 

L’articolo di Roman Anin che ha scatenato l’irruzione riguarda lo yacht di proprietà di Olga Rozhkova, allora moglie dell’attuale numero uno di Rosneft, Igor Sechin. Il St. Princess Olga è un’imbarcazione di lusso che potrebbe essere costata intorno ai 190 milioni di dollari. Il tema delle ricchezze di un top manager di Stato è molto dibattuto in Russia: non è infatti chiaro quanto sia il loro compenso annuale e la possibilità di avere conti correnti e proprietà all’estero deve sottostare a una serie di regole. Il caso della St. Princess Olga è stato il primo in cui la stampa è riuscita a mappare le ricchezze di un manager di Stato e forse è anche questo il motivo di tanto interesse.

Dall'Italia: l’assoluzione di Borzi e Bonazzi nel caso Banca Nuova

di Luca Rinaldi

Avevano rivelato nel novembre del 2017 l’esistenza di conti correnti intestati a uomini dei servizi segreti in Banca Nuova, banca del gruppo Popolare di Vicenza sul Sole 24 Ore e su La Verità, subendo poi perquisizioni e sequestri degli archivi digitali. Indagati e rinviati a giudizio con l’accusa di rivelazione di segreto di Stato, rischiando una pena a cinque anni di carcere, i giornalisti Nicola Borzi e Francesco Bonazzi sono stati assolti lo scorso 22 aprile dal tribunale di Roma.

I due cronisti avevano ottenuto e poi pubblicato l’elenco dei pagamenti a personale di Dis, Aisi e Aise e dei conti correnti aperti nella filiale romana di Banca Nuova, gruppo Popolare di Vicenza. Gli articoli uscivano in concomitanza con nuove fasi dell’inchiesta sul crack dell’istituto che ha portato recentemente alla condanna in primo grado a sei anni e sei mesi dell’ex presidente dell’istituto vicentino Giovanni Zonin e a una confisca che sfiora il miliardo di euro oltre a una sanzione da 364 milioni di euro.

Prestiti baciati (quando cioè una banca propone ai clienti dei prestiti a condizioni molto favorevoli in cambio dell’acquisto di azioni della banca stessa), «operazioni simulate» e «false comunicazioni» hanno fatto partire l’indagine della procura di Vicenza, che è poi sfociata nel processo di primo grado che si è chiuso lo scorso marzo tra condanne e confische. Le difese degli imputati hanno fatto sapere che una volta lette le motivazioni impugneranno la sentenza ricorrendo in appello.

«L’azienda non può commentare le azioni delle forze dell’ordine e il corso delle misure investigative», si legge in un comunicato stampa di Rosneft che fa seguito alla notizia dell’interrogatorio di Anin. Secondo la società l’episodio «è stato utilizzato da media senza scrupoli per denigrare l’azienda» nell’ambito di «una guerra dell’informazione su larga scala, alla quale partecipano anche interessi stranieri». La campagna sul caso Anin e la solidarietà espressa sia dai media sia da istituzioni politiche in Europa sarebbero quindi una minaccia per la stabilità «non solo per Rosneft, ma per il Paese (la Russia, ndr) nel suo insieme». L’azienda dice anche di essersi già difesa sul piano legale, tanto è vero che sull’articolo incriminato già era Rosneft aveva depositato una querela nel 2016.

I manager di Rosneft in Italia

Igor Sechin sulla stampa internazionale è soprannominato il Darth Vader di Vladimir Putin. È il cavaliere oscuro che accompagna il presidente fin dai primi passi nella politica, negli anni Novanta. Per questo il presidente – che con Sechin condivide un passato come agente segreto in quello che ancora era Kgb – ha affidato all’amico la gestione di uno dei gioielli di Stato, l’azienda petrolifera Rosneft.

Il fatto che sia un’azienda di Stato che si muove in simbiosi con il Cremlino ha fatto sì che Rosneft finisse tra le aziende russe sanzionate da Stati uniti e Unione europea dopo l’annessione della Crimea. Questa circostanza ha nei fatti reso più complicato per Rosneft investire all’estero. Eppure tracce dell’azienda di Stato si trovano anche in Italia, attraverso una sorta di azienda prestanome, il gruppo Region, di cui abbiamo scritto nell’inchiesta sull’acquisizione di Rosneft di una quota in Pirelli.

Il sistema tra Region e Rosneft sembra rispondere non solo a interessi personali ma a un vero e proprio sistema. È quello che si definisce il «capitalismo di Stato», una gestione del potere economico attraverso entità private ma che rispondono a un preciso disegno del Cremlino. Non è un caso che la giustizia russa sia stata usata come un’arma per colpire anche uomini d’affari fino a poco tempo prima ritenuti vicini a Vladimir Putin (un esempio è Boris Mints, di cui abbiamo scritto) dal momento in cui qualcosa non torna. Gli affari privati sono possibili solo se c’è un accordo sul disegno più ampio.

Per approfondire

Operazione Matrioska

Una serie di inchieste su come Putin sia diventato una figura di riferimento per le destre di tutto il mondo. Un’operazione in tre fasi: economica (il Laundromat), culturale (l’ascesa degli identitari) e politica (il Russiagate)

Lo status di manager di Stato o di oligarca permette anche di perseguire con il beneplacito di Mosca interessi personali. Può essere il possesso di uno yacht di lusso, oppure di una serie di proprietà immobiliari. È il caso del numero tre di Rosneft, Petr Lazarev, anch’egli investitore via proxy, ossia attraverso la moglie Galina Lazareva. La donna è proprietaria di immobili a Verona e Trieste, oltre ad aver venduto parte del proprio patrimonio in altri Paesi europei sempre a uomini d’affari riconducibili al gruppo Region e ad altre sue propaggini, come abbiamo raccontato su IrpiMedia.

Proprio per la condizione degli oligarchi in Russia, che abbiano il favore o meno del Cremlino, spesso diventa necessario anonimizzare gli investimenti attraverso veicoli offshore e fiduciari collettivi. Il sistema che nelle ipotesi investigative è stato inizialmente congegnato con il supporto del Cremlino è quello che su Occrp ha raccontato nella Lavanderia russa, di cui anche IrpiMedia si è occupato. Gli altri investitori “minori” o “in disgrazia”, come i Gazaryan di Siena, portatori degli interessi dei Magomedov, devono trovare altri strumenti. In questa rete di relazioni e affari che si realizza fuori dalla Russia si specchiano gli equilibri economici e politici che attraversano il Paese e si propagano a livello internazionale. Per questo continuiamo a raccontarli.

Foto: Vista del Cremlino – EvgeniT/Pixabay

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