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Il volto della Francia dietro il disastro ambientale nelle Antille

Negli anni ottanta la Francia autorizzó l'uso di un composto, già vietato negli Stati Uniti per il suo potenziale cancerogeno. L'insetticida è all’origine di un disastro ambientale e sanitario tuttora in divenire in Martinica e Guadalupa

#PesticidiAlLavoro

06.03.24

Christopher Knapp
Giada Santana
Juli Simond

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Francia
Inquinamento
Salute

È sterrata la strada che porta alla piantagione Bochet, in apparenza un piccolo villaggio di case corredate da balconi a cielo aperto. Oltre al verde bandiera delle piante di banana, c’è solo un cartello ad indicare che si tratta, in realtà, di un terreno agricolo di proprietà di una famiglia importante, gli Hayot. La piantagione è una di tante che si estendono nel nord della Martinica, uno dei territori francesi d’oltremare bagnato dall’Atlantico.

L’inchiesta in breve

  • L’utilizzo massiccio nelle piantagioni di banana di un composto chiamato clordecone, ingrediente alla base di vari pesticidi, ha avuto conseguenze catastrofiche sulla salute di circa ottocentomila cittadini delle antille francesi, in Martinica e Guadalupa
  • La regione registra a livello mondiale la più alta incidenza di cancro alla prostata, oltre ad alti tassi di Parkinson, parto precoce, malattie postnatali e cancri ormonali. In Martinica, circa il 90% della popolazione presenta un livello rilevabile di molecole tossiche nel sangue. Le conseguenze sono devastanti anche sull’ecosistema: sulle due isole, la maggior parte dei fiumi e circa la metà dei terreni agricoli è contaminata
  • Numerose battaglie legali legate al caso del clordecone sono sfumate nel nulla. A gennaio del 2023, la class action contro il governo francese più importante, costituita da associazioni delle vittime e singoli individui, si è conclusa con l’archiviazione del caso 
  • I risultati di questa inchiesta hanno confermato che l’uso del clordecone è stato possibile grazie al benestare di alcuni tra i più influenti politici dell’Eliseo, incluso il ministro dell’Agricoltura e la presidente della repubblica dell’epoca
  • Sebbene sia stato definitivamente vietato nel 1993, il clordecone continuerà a contaminare le Antille almeno per altri ottant’anni, secondo le stime più ottimiste

Viviane Lapointe, 65enne, vive in una delle prime abitazioni sulla destra. Spesso sta seduta in terrazzo, con il viso segnato dalle rughe rivolto verso il cammino che costeggia i campi. Eppure, da anni ha perso la vista, l’occhio destro coperto da una benda di cotone bianco. Con voce fioca racconta che, in questa piantagione in Martinica, ci ha passato quasi tutta la vita. Viviane inizia a lavorare nella banana all’età di diciannove anni, seguendo le orme della madre e della sorella che già lavoravano per la famiglia Hayot.

Nella piantagione fa di tutto: raccoglie e lava le banane, sparge circa dieci sacchi al giorno di fertilizzanti. I primi problemi di salute spuntano quando ha circa 40 anni, spiega Viviane pacatamente. La donna, però, elabora un sistema che pensa le permetterà di «portare il pane a tavola» per gli anni a venire: ogni volta che il dolore alle mani o agli occhi si fa insopportabile, fa visita al medico, che le prescrive giorni di permesso.

Una volta riposata, torna a lavorare. Viviane riesce così a mantenere il proprio impiego fino all’ispezione di un medico del lavoro, che la obbliga al pre-pensionamento, a soli 43 anni. Oggi, la donna è affetta da cecità e poliartrite reumatoide dovuta all’uso di pesticidi. «Sono arrabbiata con loro perché non sono onesti con noi», dice riferendosi ai funzionari di governo francesi, «perché se siamo in questo stato, è per colpa loro. Sono loro che hanno fatto tutto questo».

Viviane è una delle migliaia di vittime di uno scandalo che, da ormai vent’anni, implica lo Stato francese come responsabile di un disastro ambientale e sanitario tuttora in divenire in Martinica e Guadalupa.

Al centro di questa vicenda, un composto cancerogeno chiamato clordecone, ingrediente di vari pesticidi commercializzati fino agli anni Novanta. Il suo utilizzo massiccio nelle piantagioni di banana ha avuto conseguenze catastrofiche sulla salute dei circa ottocentomila cittadini delle antille francesi. La regione registra a livello mondiale la più alta incidenza di cancro alla prostata, oltre ad alti tassi di Parkinson, parto precoce, malattie postnatali e cancri ormonali.

In Martinica, circa il 90% della popolazione presenta un livello rilevabile di molecole tossiche nel sangue. Le conseguenze sono devastanti anche sull’ecosistema: sulle due isole, la maggior parte dei fiumi e circa la metà dei terreni agricoli è contaminata, secondo le istituzioni locali. La situazione è preoccupante anche per quanto riguarda l’inquinamento sulla costa: in Guadalupa tutte le spiagge dell’isola sono in cattivo stato, secondo la direttiva europea sulla qualità dell’acqua.

Il caso del clordecone è stato portato davanti ai tribunali francesi in seguito allo scoppio di uno scandalo partito da un’inchiesta del giornale Libération, che denunciava l’arrivo di prodotti contaminati dal clordecone in Francia continentale, all’inizio degli anni Duemila.

La coltivazione delle banane è un’attività lavorativa ad alta intensità, che richiede numerose operazioni manuali durante tutto il ciclo di crescita della coltura. Soprattutto nelle piantagioni più piccole, lontani dai terreni più pianeggianti, la mancanza di accesso ai trattori significa che gran parte della raccolta viene effettuata a mano © Eddie Stok

La coltivazione delle banane è un’attività lavorativa ad alta intensità, che richiede numerose operazioni manuali durante tutto il ciclo di crescita della coltura. Soprattutto nelle piantagioni più piccole, lontani dai terreni più pianeggianti, la mancanza di accesso ai trattori significa che gran parte della raccolta viene effettuata a mano © Eddie Stok

Negli anni, numerose battaglie legali legate al caso del clordecone sono sfumate nel nulla. A gennaio del 2023, la class action contro il governo francese più importante, costituita dalle associazioni delle vittime, si è conclusa con l’archiviazione del caso. Secondo i giudici di Parigi, all’epoca dei fatti, le conoscenze scientifiche non erano abbastanza avanzate perché lo stato potesse prendere una decisione informata sul clordecone.

Le indagini, durate due decenni, hanno però svelato una fitta corrispondenza tra l’Eliseo e gli industriali della banana. In queste lettere, impiegati ufficiali, parlamentari e ministri del governo assicurano di fare il possibile per proteggere gli interessi economici del mercato bananiero. «Abbiamo vinto la lotta per la verità, ma non ancora quella per la giustizia», dice Harry Durimel, avvocato guadalupense della class action.

A contribuire alla chiusura del caso, quasi vent’anni di documenti governativi sui rischi del clordecone sono scomparsi dagli archivi nazionali, e senza di essi è difficile provare chi sapesse cosa e quando. In ogni modo, gli eventuali reati, commessi tra gli anni Settanta e Novanta, sarebbero caduti in prescrizione, secondo la sentenza. Durimel non è d’accordo: finchè il clordecone continua ad intossicare la popolazione d’oltremare e ad inquinare le acque e le terre in cui questa vive, il fatto costituisce ancora reato, i danni continuano ad accumularsi. La battaglia legale continuerà in appello e alla Corte europea, se necessario, ribadisce il guadalupense.

«Vogliamo che i colpevoli siano portati in giudizio e riconosciuti come responsabili», dice, «c’è bisogno di giustizia popolare». 

Banane a caro prezzo 

Il clordecone, un composto chimico parte della famiglia degli organoclorurati, compare per la prima volta sul mercato americano negli anni Settanta. È prodotto dalla compagnia americana Allied Chemical con l’obiettivo di essere il più resistente possibile a livello chimico al fine di avere un effetto duraturo sull’ambiente. E con successo.

Fino a pochi anni fa, la comunità scientifica riteneva che il clordecone addirittura non fosse biodegradabile. La ricercatrice guadalupense Sarra Gaspard ha scoperto che spezzare i legami chimici della molecola è possibile, ma solamente in mancanza di ossigeno. Il clordecone ha la tendenza ad ancorarsi chimicamente al suolo in maniera stabile, il che rende il processo di decontaminazione del suolo e dell’acqua estremamente lungo e costoso, spiega la ricercatrice. Sebbene sia stato definitivamente vietato nel 1993, il clordecone continuerà a contaminare le Antille almeno per altri ottant’anni, secondo le stime più ottimiste.

C’è un aspetto cruciale che portò il governo francese ad autorizzare l’uso massiccio di clordecone: proteggere i profitti del mercato della banana, e, soprattutto, la ricchezza dei béké, famiglie di bianchi creoli, grandi proprietari terrieri dai tempi della schiavitù. Come gli Hayot, la famiglia per cui lavorava Viviane.

La storia della banana martinicana affonda infatti le radici in un passato coloniale con il quale l’isola non ha mai fatto veramente i conti. Dal punto di vista storico, gran parte della ricchezza accumulata dai béké proviene infatti dal commercio coloniale della banana, anche se queste famiglie controllano anche le maggiori industrie della Martinica. In cima a questa piramide sociale si trovano gli Hayot, la famiglia più facoltosa dell’isola.

Da patrons, così li chiamano ancora i braccianti della banana più anziani, a businessmen di tutto rispetto, gli Hayot hanno mantenuto il semi-monopolio di un’industria che negli ultimi cinquant’anni ha affrontato crisi economiche, catastrofi naturali e la diffusione del punteruolo della banana.

1642 – Luigi XIII autorizza la tratta degli schiavi nelle colonie francesi.

1664 – Martinica e Guadalupa diventano proprietà della Compagnia delle Indie Occidentali. 

1831 – A Saint-Pierre, in Martinica, gli schiavi danno fuoco alle piantagioni al grido di «Libertà o morte».

1848 – La schiavitù viene abolita nelle colonie francesi. I proprietari di schiavi, inclusa l’aristocrazia dei béké, vengono risarciti con un’indennità pari a 126 milioni di franchi.

1946 – Guadalupa e Martinica diventano dipartimenti francesi d’oltremare.

Quando nel 1990 si discuteva di proibire l’uso di clordecone, l’industria si trovava proprio davanti alla diffusione di questo parassita, il punteruolo della banana, e alla spietata concorrenza del mercato latinoamericano, che produceva banane più in fretta e a basso costo. All’epoca, in Martinica e Guadalupa, le piantagioni di banana costituivano la principale fonte di impiego in molte regioni dove, altrimenti, la disoccupazione era dilagante. La crisi economica metteva dunque a rischio la coltura più redditizia sul territorio delle Antille.

Per proteggere le banane destinate all’esportazione da difetti estetici, i frutti vengono fatti maturare in sacchetti di plastica. Sfortunatamente, questo non serve a nulla contro i parassiti al centro dello scandalo del clordecone, poiché il tonchio della banana attacca le radici della pianta, e non i frutti © Eddie Stok

Per proteggere le banane destinate all’esportazione da difetti estetici, i frutti vengono fatti maturare in sacchetti di plastica. Sfortunatamente, questo non serve a nulla contro i parassiti al centro dello scandalo del clordecone, poiché il tonchio della banana attacca le radici della pianta, e non i frutti © Eddie Stok

È citando queste circostanze che Yves Hayot, al contempo presidente dell’organizzazione più grande di produttori di banana e direttore di una delle più grandi aziende di produzione di pesticidi a base di clordecone, intesse una fitta rete di scambi con l’Eliseo che gli permetterà di prolungare il commercio di clordecone fino al 1993 solo per le Antille.

Secondo Yves Hayot, i pesticidi a base di clordecone erano fondamentali a mantenere gli obiettivi di produttività delle piantagioni. Per convincere di questo l’amministrazione, utilizza tutte le risorse in suo potere, approfittando della sua posizione che gli garantiva accesso privilegiato al governo e senza che il suo conflitto di interesse gli venisse mai contestato.

Ancora oggi, più del 10% della produzione francese di banane proviene dalle piantagioni degli Hayot, la famiglia che ha giocato un ruolo fondamentale nello scandalo clordecone. Con una produzione di circa duecento mila tonnellate l’anno, Martinica e Guadalupa costituiscono la totalità del mercato francese della banana. Oggi come allora, la maggior parte dei produttori di banana antillese fa parte di un’unica associazione, Banamart. Banamart divide i profitti, organizza la divisione dei sussidi europei, e controlla trasporto e smistaggio, per il quale i produttori pagano una tassa annua.

L’industria della Banana sudamericana

Come abbiamo raccontato nella serie #Narcofiles e in particolare nell’inchiesta La culla del potere dei narcos, l’industria bananiera sudamericana ha avuto un forte impulso negli anni Novanta dettato anche dalla grande crescita del potere dei narcos colombiani e dal boom del mercato della cocaina.

Le grandi industrie colombiane delle banane, e i latifondisti del Paese in generale, hanno favorito la nascita dei vari gruppi paramilitari, che si sono poi riuniti sotto l’”ombrello” delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). 

Nati proprio come bande armate private per affrontare la guerriglia rivoluzionaria, i paramilitari colombiani si sono macchiati di innumerevoli crimini a favore dei proprietari terrieri: massacri, rapimenti ed espropri di terre, che in diversi casi sono finite in mano alle aziende bananiere.

Lo stesso Salvatore Mancuso Gómez, uno degli uomini al vertice delle AUC fino alla loro smobilitazione, conferma come «l’industria delle banane guadagna miliardi di dollari all’anno, di cui ai gruppi di autodifesa rimaneva […] un centesimo di dollaro a scatola».

Se i paramilitari hanno beneficiato di finanziamenti diretti da parte delle industrie bananiere, è indubbio che anche queste ultime ci abbiano guadagnato, garantendosi grazie alla violenza delle AUC facilità nell’acquisire terre e manodopera, aumentando così i loro margini di profitto.

Un crimine senza colpevoli

In cerca di giustizia, undici associazioni di vittime si sono costituite parte civile in una class action iniziata nei primi anni Duemila in Guadalupa e continuata a Parigi. I risultati delle indagini dei giudici di Parigi, pubblicate nel 2023, hanno svelato che l’uso del clordecone è stato possibile grazie al benestare di alcuni tra i più influenti politici dell’Eliseo dell’epoca, nonostante le prove che la molecola fosse pericolosa per la salute umana e per l’ambiente.

Attraverso le falde acquifere, il clordecone ha raggiunto anche i corsi d’acqua e l’oceano, dove si è sedimentato nei fondali. Secondo rapporti dell’Ufficio francese per la Biodiversità e dell’Ufficio dell’Acqua, il clordecone rimane uno dei pesticidi più inquinanti dei fiumi di Martinica e Guadalupa © Eddie Stok

Attraverso le falde acquifere, il clordecone ha raggiunto anche i corsi d’acqua e l’oceano, dove si è sedimentato nei fondali. Secondo rapporti dell’Ufficio francese per la Biodiversità e dell’Ufficio dell’Acqua, il clordecone rimane uno dei pesticidi più inquinanti dei fiumi di Martinica e Guadalupa © Eddie Stok

Nel 2021, l’ex ministro dell’Agricoltura Louis Mermaz ha dichiarato sotto interrogatorio di non aver mai sentito la parola clordecone durante il suo mandato e insiste che se ne fosse stato a conoscenza, si sarebbe opposto. Eppure, quest’inchiesta ha rivelato prove che contraddicono chiaramente queste affermazioni.

In una delle lettere custodite negli archivi nazionali e inviata nella primavera del 1992, il ministro ringrazia un deputato martinicano, Guy Lordinot, per avergli fatto presente le preoccupazioni degli agricoltori in merito all’imminente divieto di utilizzo del clordecone. Gli conferma inoltre che ne prorogherà il permesso fino a febbraio 1993. La lettera, però, non è firmata ufficialmente. Questo novembre, in Martinica, Guy Lordinot ha confermato di aver parlato con il ministro in persona delle difficoltà del mercato della banana, anche se si è mostrato restio a confermare che Mermaz fosse a conoscenza del clordecone.

«Se ha risposto alla mia lettera, è perché lo sapeva», si limita a concludere. Non è stato però possibile contattare l’ex ministro per un commento. La corrispondenza epistolare arriva persino all’ufficio del primo ministro dell’epoca, Édith Cresson.

«È evidente che lo Stato non abbia rispettato i suoi obblighi costituzionali», dice Harry Durimel, uno degli avvocati più importanti della causa. In contrasto con l’arringa dell’avvocato, il tribunale penale di Parigi ha finito per scagionare lo Stato e i suoi agenti da qualsiasi responsabilità penale, sulla base delle leggi in vigore all’epoca dei presunti reati, secondo le quali gli agenti statali non possono essere perseguiti penalmente per azioni compiute in veste ufficiale.

Per la corte, non ci sono le basi per iniziare un processo, visto che eventuali trasgressioni sono comunque cadute in prescrizione: l’inizio dello scandalo clordecone risale ormai a circa cinquant’anni fa. Quando ha ricevuto la notizia che il caso era stato archiviato, Yvon Serenus, 58, non è rimasto sorpreso. «Siamo una colonia, tutto è permesso», dice Yvon, presidente del collettivo dei lavoratori e lavoratrici agricoli avvelenati dai pesticidi. La gravità della situazione non sembra scalfirlo più dopo anni di lotte. Da decenni fa sensibilizzazione nelle zone più contaminate della Martinica, insieme ad un gruppo di militanti conosciuti tra le file degli scioperi per i diritti dei lavoratori.

È con loro che nel 2019 ha deciso di co-fondare il collettivo, che offre consulenza legale ai lavoratori e lavoratrici vittime del clordecone, inclusa Viviane. In breve tempo, Yvon Serenus, e il collettivo di riflesso, sono diventati il punto focale del dibattito sul clordecone. Soprattutto per quanto riguarda il ruolo del  governo francese. Secondo il collettivo, gli sforzi dell’Eliseo per porre rimedio alla situazione hanno portato solo a mezze misure e parole vuote. Viviane aspetta ancora di percepire la pensione d’invalidità, nonostante l’insistenza di Yvon e degli altri volontari del collettivo di fronte all’amministrazione pubblica. 

Una serie di errori di Stato 

Gli occhi di Eric Godard, ex funzionario di Stato, diventano subito lucidi quando si parla di clordecone. Seduto al tavolo di mogano della sua cucina, con le dita tormenta pagine e pagine di documenti che narrano il percorso della sua carriera, da ingegnere di punta nella ricerca sul clordecone fino alle sue dimissioni nel 2013. «Mi è stato chiesto di stare zitto perché le mie parole creavano troppa ansia», racconta mentre cerca di trattenere le lacrime.

Le campagne di sensibilizzazione finanziate dal governo incoraggiano i cittadini della Guadalupa e Martinica a «imparare a vivere senza clordecone». Purtroppo, il clordecone è una realtà inevitabile per la maggior parte degli abitanti delle isole, a causa della contaminazione della rete idrica e del prezzo proibitivo dei prodotti “declordeconati” che vengono importati dall’estero © Eddie Stok

È lui a dare l’allarme nel 1998, poco dopo il suo trasferimento in Martinica. L’ingegnere aveva letto rapporti pubblici che, già anni prima, avevano sottolineato come la prossimità tra piantagioni e corsi d’acqua potesse creare le condizioni perfette per la diffusione dei pesticidi nelle falde acquifere.

Al tempo, anche alcune organizzazioni ambientaliste insistevano che le fonti d’acqua fossero contaminate dai pesticidi, ma le analisi di laboratorio sembravano smentire queste dichiarazioni. Questo fino a quando Godard ha scoperto che i laboratori con sede in Francia metropolitana non avevano inserito la molecola di clordecone tra i composti tossici da ricercare nell’acqua. «Dato l’uso di questo prodotto e la sua persistenza, non aver messo in atto un piano per monitorare le conseguenze è molto imbarazzante – alcuni direbbero criminale», dice Godard.

I rapporti del funzionario vengono messi sotto embargo per sei anni e l’amministrazione gli ordina di non concentrarsi più sull’agricoltura. Godard persiste, parla ai giornali e fa pressione sulle parti politiche. Lo Stato inizia un piano per raccogliere le scorte di clordecone rimaste sul territorio, e chiude l’accesso ad alcune fonti d’acqua in Guadalupa. 

Nulla viene veramente preso sul serio fino a che, nel 2002, un’inchiesta in prima pagina del giornale francese Libération parla di un carico di patate dolci contaminato, arrivato dalla Martinica a Dunkirk, e distrutto sul posto. «Il vero motivo per cui il caso è stato portato davanti ai tribunali di Parigi», commenta Godard. Lo scandalo innesca una lenta presa di coscienza rispetto alla gravità del disastro che ha portato alla contaminazione di terreni, distese d’acqua, bestiame e vita sottomarina e intossicato larga parte della popolazione.

Solo nel 2021, il governo ha veramente iniziato ad investire nel Piano clordecone, un pacchetto di aiuti atti a mitigare gli effetti del pesticida su ambiente e salute pubblica attraverso investimenti sul territorio. Quest’anno stanzierà 130 milioni di euro. Secondo Yvon Serenus e gli attivisti del collettivo, la somma è irrisoria. Basti pensare che la Francia ha preventivato una spesa di 1.4 miliardi di euro per pulire un solo fiume, la Senna, in vista dei Giochi Olimpici.

Per Harry Durimel, le azioni del governo lasciano a desiderare, e la lotta per la giustizia deve continuare nelle aule di tribunale. «Per coloro che nasceranno senza colpe e che dovranno vivere su questa terra, i figli dei nostri figli, non abbiamo il diritto di lasciare loro una terra avvelenata. Perciò ci sentiamo obbligati ad andare fino in fondo», dice l’avvocato. Durante le indagini preliminari, alcune preziose testimonianze hanno fatto luce su dettagli importanti della storia del clordecone. Molti degli attori principali di questo scandalo sono anziani o deceduti, ma l’avvocato insiste: «Vogliamo che i colpevoli siano processati e ritenuti responsabili». 

I fatti

Isabelle Plaisant ha appena 27 anni quando si ritrova a far parte del comitato tossicologico francese, detto Comtox, un organo statale incaricato di valutare l’approvazione di prodotti chimici sul mercato. L’anno è il 1981, e Isabelle, come gli altri 50 membri della commissione, è chiamata a votare su vari prodotti, fra cui il curlone, un pesticida a base di clordecone.

Poco prima di iniziare la sessione, il presidente della commissione René Truhaut si appella ai presenti: il centro di ricerca sul cancro ha da poco classificato il clordecone come una sostanza potenzialmente cancerogena. In quanto presidente, Truhaut non può votare, e per questo cerca di influenzare i membri del Comtox. Anche Plaisant è preoccupata e vota contro. La testimonianza dell’ingegnere è fondamentale, perché contraddice le conclusioni della corte di Parigi, che sostiene che non ci fossero gli elementi all’epoca per sapere quanto il clordecone fosse pericoloso, visto che la ricerca scientifica a riguardo era ancora in itinere. Eppure, già negli anni Ottanta serpeggiava preoccupazione tra gli uffici dei funzionari di Stato.

Sebbene il clordecone sia uno dei problemi di salute e sicurezza di più alto profilo dell’industria bananiera francese, non è certo l’unico che devono affrontare i lavoratori e coloro che vivono nei dintorni delle piantagioni © Eddie Stok
Molti ex lavoratori delle piantagioni di banane vivono la loro pensione circondati dalle piantagioni in cui hanno lavorato © Eddie Stok

I dubbi non bastano a frenare il corso degli eventi: i votanti contro sono in minoranza, e i pesticidi a base di clordecone vengono provvisoriamente messi sul mercato francese. Secondo l’ingegnere, ormai in pensione, l’esito della sessione non fu del tutto indipendente. «All’epoca, eravamo molto influenzati dalle lobby agricole», spiega. In un documento dell’epoca, si può leggere che almeno sei membri del Comtox facevano parte dell’industria agrochimica. Plaisant non ricorda se fossero presenti a questo voto in particolare: presenziare alle sessioni non è obbligatorio. 

Poco dopo, nel 1990, il Comtox fa marcia indietro e vieta il clordecone, che nel frattempo è stato proibito in parte dell’Unione europea. Emette, però, un’eccezione temporanea per Guadalupa e Martinica, gli unici luoghi in cui veniva comunque utilizzato. Grazie a diverse proroghe, l’uso del pesticida rimane in vigore per altri tre anni, fino al 1993. Con l’uso continua anche il commercio di clordecone, per via di una autorizzazione in extremis inviata personalmente da un funzionario di governo.

L’imminente divieto stimola le vendite di clordecone, che salgono alle stelle, anche grazie alle riviste di settore, che continuano a promuoverne il consumo. Persino quando il divieto entra in vigore, le vendite continuano per almeno un altro anno, secondo le indagini del tribunale. In totale, verranno utilizzate nelle Antille più di 300 tonnellate di clordecone, circa un sesto della produzione mondiale.

L’operazione fruttò centinaia di migliaia di euro alla famiglia Hayot, ancora oggi la più facoltosa in Martinica, con un patrimonio di 250 milioni di euro. Viviane si è chiesta a lungo se gli Hayot fossero a conoscenza della gravità delle proprie azioni, e ha affrontato il nipote di Yves Hayot, Jean-Michel, l’uomo a capo della piantagione in cui ha lavorato per ventitré anni, per chiedergli cosa sapesse.

«“No, Viviane, non lo sapevamo”, mi ha detto», racconta, «mi sono detta: forse non vuole dirmi la verità, forse mente». Ai lavoratori, i capi di piantagione ordinavano spesso di non bere né mangiare dopo aver sparso il clordecone, perché «prodotto pericoloso», dice Viviane. «Certo che lo sapevano», incalza Yvon.

Seduto accanto a Viviane, sul balcone di casa incorniciato dalle piante di banana, il presidente del collettivo parla di resistenza contro le ingiustizie razziste che hanno segnato il nord della Martinica. Degli anni Settanta, quando è cominciato lo scandalo clordecone, degli scioperi dei lavoratori nelle piantagioni, della lotta del vicinato Bochet per proteggere quelle case dall’essere rase al suolo e trasformate in un ranch privato e di come Viviane sia riuscita a comprare la sua proprietà proprio dalle mani degli Hayot. «Lei si batte per i suoi diritti, e noi ci battiamo con lei», dice, «abbiamo ancora molto da fare».

Crediti

Autori

Christopher Knapp
Giada Santana
Juli Simond

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Con il supporto di

Foto di copertina

Piantagioni di banane a ridosso di appezzamenti residenziali a Martinica © Eddie Stok

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