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«Se pensate che la sicurezza sia costosa, provate un incidente». Recita così una famosa massima di Trevor Kletz, decano della sicurezza industriale. Del resto in Europa, nel corso del Novecento, gli incidenti sono stati il principale propulsore per le innovazioni legislative in questo ambito. Il disastro di Seveso e la gestione successiva ne sono stati un paradigma.
Il 10 luglio 1976, quando il reattore B dell’Icmesa di Meda rilasciò la sua nube tossica sulla Brianza, «una disciplina organica sul rischio industriale in realtà non esisteva», spiega a IrpiMedia Romualdo Marrazzo, responsabile della sezione Analisi integrata dei rischi industriali dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). «C’erano controlli più o meno approfonditi», continua l’esperto, che da vent’anni si occupa della normativa sui rischi industriali e rappresenta l’Italia nei tavoli tecnici europei.
In breve
- Dopo l’incidente all’Icmesa che causò il disastro di Seveso, l’Europa si accorse dei vuoti normativi in materia di sicurezza: nel 1982 viene approvata una direttiva Ue per il settore, ribattezzata proprio “direttiva Seveso”
- La direttiva controlla gli stabilimenti pericolosi e stabilisce un principio chiave: le aziende devono prevedere prima cosa può andare storto nei loro processi produttivi, cosa che con la diossina dell’Icmesa non avvenne
- Oggi, in Italia, i controlli spettano a commissioni multidisciplinari, con documenti consultabili su Ispra. Il tallone d’Achille è l’autodichiarazione: chi non notifica le sostanze rischia di sfuggire ai controlli
- Il sistema scricchiola per la carenza di personale e per impianti vecchi, e deve già affrontare nuovi rischi, dalla crisi climatica alla transizione energetica. Servono più risorse e aggiornamento costante dei controllori
Il disastro di Seveso matura in un vuoto, di controlli, di manutenzioni e di comunicazione. Ed è da quel disastro che nasce, nel 1982, la direttiva europea 82/501/CEE, “la direttiva Seveso”. Il provvedimento viene ribattezzato proprio col nome del Comune lombardo e, per la prima volta obbliga gli Stati europei a censire e controllare gli stabilimenti industriali pericolosi. L’Italia la recepirà nel proprio ordinamento a partire dal 1988 e poi, seguiranno altre due direttive in materia, anch’esse recepite negli anni successivi dal nostro Paese.
Da un atteggiamento reattivo a uno proattivo
Seveso, tuttavia, non fu il primo campanello d’allarme, fu solo il momento in cui si prese coscienza che fin lì qualcosa non aveva funzionato.
Un altro, nel 1974, è stato l’incidente della Nypro di Flixborough, in Inghilterra. Lì, a differenza di Seveso, ci furono anche esplosioni, incendi, morti e feriti: nell’impianto chimico inglese, l’esplosione e la conseguente formazione di una nube di cicloesano uccisero 28 persone.
Seveso e Flixborough, quindi, sono i due disastri che hanno dato luogo alla nozione di “incidente rilevante”.
Il concetto, che è definito dalla presenza di sostanze pericolose che creano un pericolo grave per le persone e l’ambiente, è un vero e proprio spartiacque tra le normative dedicate alla sicurezza industriale. Oggi, in Italia, sono circa un migliaio gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante censiti, un quarto dei quali in Lombardia.
«L’atteggiamento cui obbliga la “direttiva Seveso” è proattivo e non reattivo», riprende Marrazzo. Non più norme che intervengono dopo il danno, ma un sistema che obbliga il gestore dello stabilimento a dimostrare, prima e continuamente, di sapere che cosa può andare storto: l’analisi di rischio, «una fotografia iniziale dello stabilimento», e il sistema di gestione della sicurezza, che la traduce in procedure, formazione e risorse, seguendone l’evoluzione nel tempo.
Un obbligo che chiama in causa i vertici aziendali: «La cultura della sicurezza comincia dall’alta dirigenza», perché un operatore applica le regole solo «se l’alta dirigenza ci crede davvero», continua l’esperto.
La svolta vera, però, prosegue Marrazzo, arriva con la “direttiva Seveso II” del 1996, recepita in Italia nel 1999: «Quella è la pietra di paragone per tutte le attività che attualmente svolgiamo». La norma stabilisce il principio che più di ogni altro porta impressa la lezione dell’Icmesa di Meda: non conta il tipo di attività, conta la sostanza pericolosa all’interno dello stabilimento – reale o anche solo possibile.
A Meda, spiega l’esperto, «la diossina non faceva parte del processo, è stata una deviazione da condizioni anomale fino a portare a un’emergenza, a un evento incidentale vero e proprio». La norma, cioè, chiede alle aziende di dichiarare anche ciò che i loro impianti potrebbero generare perdendo il controllo. Esattamente ciò che a Meda non avvenne mai.
Come abbiamo ricostruito grazie alle relazione in archivio, l’Icmesa non aveva dichiarato che lavorava il triclorofenolo all’interno del suo stabilimento e, quindi, le autorità di controllo non erano a conoscenza del fatto che un incidente con quella sostanza avrebbe potuto sprigionare della diossina.
I miglioramenti in fatto di controlli e trasparenza
Oggi, il sistema italiano di controllo è disegnato dalla terza “direttiva Seveso”, recepita dal nostro Paese nel 2015. Ma chi deve verificare che le imprese facciano quanto dichiarano in materia di sicurezza?
Tutto ruota attorno ai Comitati tecnici regionali presso le direzioni regionali dei Vigili del Fuoco, mentre le ispezioni sono affidate a commissioni composte da tre enti: il sistema delle agenzie ambientali (Ispra e Arpa), l’Inail e gli stessi Vigili del Fuoco. «Le tre anime – ambiente, sicurezza e salute, sicurezza antincendio – sono unite, miscelate nella commissione ispettiva, da costituire quindi un soggetto unico», sottolinea Marrazzo.
I poteri ispettivi sono ampi: «Da mandato, gli ispettori possono entrare in stabilimento, avere accesso a qualunque area, a qualunque documentazione», dice l’esperto. Tuttavia il sistema mostra il suo fianco più scoperto nel momento dell’autodichiarazione: è il gestore, quindi l’azienda, a dover notificare la gestione di un prodotto o di un procedimento a rischio.
Ci sono situazioni, per scarsa consapevolezza, in particolare nel mondo delle piccole e medie imprese, o per intenzione, in cui la notifica non viene trasmessa e dunque esistono realtà che maneggiano prodotti e processi pericolosi senza dichiararli. Così diventano fondamentali la preparazione e le segnalazioni delle Arpa territoriali, dell’autorità giudiziaria, ma anche degli stessi cittadini.
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Vi è poi la questione della trasparenza, che mancò totalmente durante il disastro di Seveso, quando ci vollero nove giorni per comunicare la fuoriuscita della diossina e altri nove per procedere alla prima evacuazione dei residenti più vicini all’Icmesa.
Oggi, grazie alla convenzione di Aarhus, che dal 1998 ha aperto le porte alle informazioni ambientali a tutti i cittadini che ne fanno richiesta, i documenti delle aziende a rischio incidente rilevante sono consultabili direttamente sul portale dell’Ispra. Inoltre, nel momento in cui avviene un incidente rilevante, questo viene registrato all’interno di una banca dati europea, eMars.
Meno personale e impianti più vecchi
Dove il sistema scricchiola? Primo: le risorse. «Sono entrato in questa struttura circa vent’anni fa: le persone dedicate a questa attività sono man mano diminuite» e le possibilità di fare contratti a tempo indeterminato, dopo i concorsi, sono «ormai ridotte al lumicino», spiega Marrazzo.
I dati sulle tipologie contrattuali adottate da Ispra confermano le sue parole: nell’ultimo decennio, il personale è rimasto sostanzialmente stabile, ma sono cresciuti i contratti a tempo determinato (dal 6,3 per cento all’8,9 per cento del totale) e diminuiti quelli a tempo indeterminato (da 1.138 a 1.107 unità).
Secondo: l’età degli impianti. Il grosso dell’industria italiana è figlio del boom economico degli anni ‘60, e oggi «spesso giriamo per “cadaveri”: realtà industriali che chiudono, parti degli impianti fermi», con investimenti in tecnologia difficili da sostenere.
Per questo, in occasione dei controlli ispettivi, è stato introdotto l’obbligo di valutazione dell’ageing, l’invecchiamento degli impianti e – aggiunge Marrazzo – della stessa forza lavoro.
«Non di rado l’età degli operai impiegati nel settore è quella ormai prossima alla pensione». C’è chi si chiede, inoltre, se la normativa possa in qualche modo spingere l’industria a delocalizzare. Su questo punto la storia recente ha visto sì delocalizzazioni ma da parte di soggetti industriali tutt’altro che irreprensibili. Significativo è il caso dello smontaggio dello stabilimento ex Miteni di Trissino (Vicenza), tra i responsabili della contaminazione da Pfas in Veneto, e il relativo trasporto e montaggio in India dove al momento le normative per l’utilizzo e la produzione di Pfas sono molto meno rigide.
I rischi che verranno da crisi climatica e transizione energetica
L’ultima frontiera è quella dei rischi emergenti. I primi riguardano la crisi climatica e gli incidenti tecnologici innescati da eventi naturali. «Da sempre – precisa Marrazzo – la direttiva Seveso ha obbligato il gestore a valutare, nella sua analisi di rischio, tra le cause, anche quelle esterne legate ad eventi naturali».
Il cambiamento climatico, però, ne moltiplica intensità e frequenza: fulminazioni, allagamenti e, novità recente, gli “incendi di interfaccia”, i roghi boschivi che lambiscono gli impianti, come già accaduto in Grecia e Portogallo. Un tema che, con le raffinerie concentrate in Sicilia, l’Italia non può permettersi di ignorare.
L’altra grande categoria di rischi emergenti è legata alla transizione energetica. I Bess, per esempio, sono grandi container di accumulo elettrico a servizio della produzione di energia eolica e fotovoltaica e, in caso di difetti. possono innescare reazioni fuggitive con rilascio di gas tossici.
«Lo sviluppo tecnologico non sempre va di pari passo con le normative, che arrancano dietro», conclude Marrazzo. «Non dobbiamo arrancare, dobbiamo almeno allinearci, anche mediante il continuo e costante aggiornamento dei soggetti deputati alle attività di valutazione e controllo». Un obiettivo importante ma complicato, che ha bisogno di risorse e personale adeguati.
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