“SheCession”: la recessione è (ancora) donna

Le donne più degli uomini stanno pagando gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro tra differenze salariali, stereotipi culturali e politiche inefficaci

21 Dicembre 2021 | di Francesca M. Chiamenti

Siamo in piena Shecession. A differenza infatti della recessione che nel 2008 ha visto protagonisti gli uomini a causa della brusca perdita di posti di lavoro nei settori nell’edilizia e nell’industria manifatturiera (la Hecession o Mancession appunto), quella che il mondo sta vivendo ora è una crisi a dominanza femminile (da qui il termine she-cession, dove in inglese “she” corrisponde alla terza persona singolare femminile) dovuta in gran parte agli effetti sociali ed economici della pandemia globale da Coronavirus. Di sicuro c’è che la pandemia ha peggiorato sensibilmente le condizioni economiche delle lavoratrici di tutto il mondo. Ma la retorica sul fatto che ciò dipenda solo ed esclusivamente dal “fattore Covid” è un castello di carte che fatica a stare in piedi, e a dirlo sono prima di tutto i dati.

Nonostante infatti una leggera ripresa del tasso di occupazione nel 2021 dovuta all’allentamento delle restrizioni dovute al Covid – ripresa però che ha coinvolto entrambi i sessi, non solo quello femminile – le donne lavoratrici restano comunque sempre un passo più indietro. Secondo il report dell’Istat in collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Inps, Inail e Anpal dal titolo Il mercato del lavoro. Una lettura integrata (II trimestre 2021) sono il 67,% gli occupati uomini mentre solo il 49,3% le donne. Ed è anche l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ad evidenziare, in occasione della prima Giornata internazionale per la parità di retribuzione, come il gender pay gap, cioè la differenza salariale tra donne e uomini, sia una delle maggiori ingiustizie dell’attuale mercato del lavoro.

Donne & uomini

Il tasso di occupazione in Italia negli uomini e nelle donne tra il 2004 e il 2021, riferito al mese di gennaio di ciascun anno

Scrive infatti: «In Italia, il gap salariale di genere si attesta al 12 per cento, soprattutto a causa del minor accesso delle donne a posizioni apicali, la maggiore diffusione del part-time involontario, così come la discontinuità delle carriere professionali. Il part-time involontario, per esempio, ha un’incidenza sulle donne che è quattro volte superiore rispetto agli uomini. Questi – si legge nel report – sono alcuni dei fattori che “spiegano” la componente del divario retributivo di genere. Vi è tuttavia una componente “non spiegabile” che potrebbe mascherare situazioni di discriminazione di genere nell’impiego e nelle professioni».

Anche, ma non solo Covid

La pandemia ha notevolmente allargato la forbice tra occupazione femminile e maschile. Come ci racconta infatti la panoramica nazionale dell’Istat contenuta del documento Il mercato del lavoro 2020. Una lettura integrata, i tasti dolenti che hanno riguardato le lavoratrici italiane sono stati cinque. In primis la percentuale di donne che nel 2020 ha perso il lavoro è stata doppia rispetto a quella degli uomini (-1,3% di tasso di occupazione delle donne contro il -0,7% degli uomini). Secondo punto, tristemente prevedibile, è che il gender gap a livello lavorativo che si era palesato durante il lockdown non è stato colmato. Anzi: secondo le indagini Istat infatti, nel terzo trimestre del 2020 il tasso di disoccupazione femminile era dell’11% (registrando un +1,3% rispetto al 2019) contro il 9% maschile.

Terzo punto. A un calo della curva pandemica non è poi equivalso un sano reintegro della forza lavoro femminile. Solo il 42,2% dei 67 mila lavoratori che hanno fatto di nuovo ingresso nel mercato del lavoro dopo una precedente perdita dell’impiego era donna. Quarto elemento individuato dall’analisi è che anche le nuove assunzioni hanno penalizzato la parte femminile della popolazione. «Considerando i primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra un calo del 26,1% delle nuove assunzioni che hanno riguardato le donne a fronte della diminuzione del 20,7% dei contratti attivati per gli uomini», si legge nel report. Trend che si è mantenuto più o meno stabile per tutto il 2020. E queste assunzioni le donne, infine, le hanno dovute sudare di più anche in relazione al tempo impiegato per trovare lavoro: 100 giorni in media, tre mesi (21 giorni in più rispetto al 2019). Per gli uomini invece la media è di 76 giorni.

L’eterno fanalino europeo

Ampliamo però ora lo sguardo e spostiamoci in zona Europa perché l’Italia anche qui, nel confronto con gli altri ventisei Paesi, è riuscita a catalizzare l’attenzione su di sé. In negativo, di nuovo. Secondo i dati del rapporto Gender Equality Index 2021 riferiti all’Italia, infatti, con 63,8 punti su 100, il nostro Paese si posiziona al 14° posto nell’indice europeo di parità di genere. Il suo punteggio è di 4,2 punti al di sotto del punteggio dell’Ue. Come si legge nel report, che addolcisce nei modi linguistici una situazione decisamente critica: «Le prestazioni dell’Italia potrebbero essere notevolmente migliorate nel campo del lavoro, in cui ottiene 63,7 punti e si colloca costantemente all’ultimo posto tra tutti gli Stati membri dell’Ue. L’Italia è la più lontana dalla parità di genere nel sottodominio della partecipazione al lavoro, classificandosi 27° con un punteggio di 69,1 punti».

Per quanto riguarda la partecipazione al mondo del lavoro, l’Italia registra un tasso di occupazione a tempo pieno pari al 31% per quanto riguarda le lavoratrici e del 52% per i lavoratori. La media europea è invece del 41% per le donne e del 57% per gli uomini. E alle donne italiane non va meglio nemmeno in termini di durata della vita lavorativa che si registra sui 27 anni a fronte dei 36 degli uomini (in Europa si parla invece di 33 anni per le donne e 38 per gli uomini). Spostandosi poi in ambito retribuzioni le cose non sembrano migliorare. Il guadagno medio mensile (in standard di potere di acquisto) di una lavoratrice italiana è di 2.201 euro mentre quello di un lavoratore è 2.620 euro (in Europa le stime sono 2333 per le donne e 2819 per gli uomini). E a non migliorare è anche la situazione in relazione alla tipologia e libertà di movimento e crescita occupazionale offerta alle lavoratrici italiane in confronto a quelle europee.

In materia di “Segregazione nell’occupazione” – ovvero il fenomeno per cui alle donne è associata una gamma più ristretta di occupazioni rispetto agli uomini (chiamato segregazione orizzontale) e spesso legate anche a livelli di responsabilità più bassi (segregazione verticale) – i valori italiani sono rispettivamente del 26% per le donne e del 7% per gli uomini, mentre in Europa la media è del 31% per le donne e dell’8% per gli uomini. Così come per l’“Indice sulle prospettive di carriera” che segna un 52% per le lavoratrici italiane e un 56% per i lavoratori (63% e 64% le rispettive percentuali europee).

Forzatamente wonder women

Altra questione spinosa che ruota attorno alla galassia del lavoro femminile e al gender gap che lo caratterizza è inoltre quella del lavoro di cura non retribuito. Retaggio di una società che ancora non riesce a scrollarsi di dosso l’assunto per cui è compito della donna assolvere compiti di cura familiare e domestico, questo elemento finisce con il tramutarsi in un ulteriore impedimento nella già difficile corsa ad ostacoli per l’occupazione femminile. E a documentarlo è anche il Gender Equality Index 2021 che riporta come le donne italiane impegnate nell’assistenza dei figli, dei nipoti, degli anziani o delle persone con disabilità sono il 34% rispetto al 24% degli uomini; in una panoramica più ampia sono il 38% le donne che svolgono mansioni di cura non retribuita a livello europeo contro il 25% della controparte maschile. Stessa sorte nell’ambito di “Cucina e/o lavori domestici quotidiani” che vede l’80% dello svolgimento al femminile contro il 20% maschile.

Ma non andava meglio nemmeno l’anno precedente. Anzi. Il 2020, l’“anno del Covid” ha segnato una brusca frenata all’occupazione femminile che non solo ha visto uno stop forzato, come d’altronde anche quella maschile, ma ha anche perso un po’ di quelle “conquiste” raggiunte in tempi pre pandemici. Secondo analisi Istat, tenendo in considerazione la platea di donne lavoratrici tra i 25 e i 49 anni, «nel secondo trimestre 2020, il tasso di occupazione passa dal 71,9% per le donne senza figli al 53,4% per quelle che ne hanno almeno uno di età inferiore ai 6 anni». In maggiore difficoltà erano però le donne con figli piccoli soprattutto nel Mezzogiorno, dove ad avere un’occupazione è il 34,1% delle donne, contro il 60,8% del Centro e il 64,3% del Nord. E a voler tornare ancora indietro al 2019, prima del grande stop causa pandemia, stime Censis – contenute nel documento già citato – indicavano come una donna occupata su tre (il 32,4%, più di 3 milioni di lavoratrici) ha un impiego part-time, contro l’8,5% maschile.

Inoltre, si legge, «lungi dal rappresentare una forma di emancipazione e una libera scelta, il lavoro a tempo parziale è subito per mancanza di alternative da circa 2 milioni di lavoratrici (è involontario per il 60,2% delle donne che hanno un impiego part-time). Del resto, il 63,5% degli italiani riconosce che a volte può essere necessario o opportuno che una donna sacrifichi parte del suo tempo libero o della sua carriera per dedicarsi alla famiglia». Ma quante erano le donne lavoratrici italiane? Secondo il Censis quasi 6 milioni le lavoratrici con figli minori, di cui 2,4 milioni sono capofamiglia e 2 milioni hanno almeno tre figli minori. Tra le donne occupate con almeno tre figli inoltre «quasi 1,3 milioni (il 63,5%) lavora a tempo pieno e 171.000 (l’8,5% del totale delle occupate) sono dirigenti, quadri o imprenditrici».

Anche nel 2018, inoltre, le lavoratrici italiane continuavano a portare avanti, senza troppe libertà di scelta, la pratica per cui toccava loro modificare la propria attività lavorativa per combinare il lavoro retribuito con lavoro di cura non retribuito, esempio le esigenze di cura dei figli. Precisamente il 38,3% delle madri occupate (oltre un milione) contro poco più di mezzo milione di padri, l’11,9%.

Nodo pensioni

L’occupazione è un tasto dolente, ma non va diversamente nemmeno guardando alle pensioni. Anche in questo ambito le donne italiane non sono per nulla immerse in un humus politico-economico favorevole. Secondo il documento Quei 16 milioni di pensionati in Italia pubblicato dall’Istat il 2 marzo 2021, «le donne, nel complesso, sono oltre la metà di coloro che percepiscono una pensione, ma in termini economici ricevono poco meno del 44% del totale della cifra erogata». Disparità questa che l’Istat descrive come causa di un pericoloso mix di: tasso di occupazione inferiore rispetto agli uomini, carriere più brevi e discontinue, salari mediamente più bassi che equivalgono ad assegni pensionistici più modesti.

Alta invece la percentuale delle pensioni di reversibilità erogate alle donne italiane, il 90%, conseguenza della loro maggiore longevità. Ma il malessere in tema pensionistico ce lo tiriamo dietro da anni. Secondo il report pubblicato a novembre 2019 dal Censis Donne: lontane dagli uomini e lontane dall’Europa, il gender gap nel lavoro già nel 2017 il gap salariale per genere in questo ambito stimava a 5 milioni le donne che percepivano una pensione (con un importo medio annuo di 17.560 euro) mentre a 6 milioni gli uomini (con importo di 23.975 euro).

E tornando a oggi? Come è valso per l’anno scorso, anche per il prossimo anno il Governo ha deciso di riconfermare Opzione donna, ovvero la possibilità di pensionamento a 58 anni per le lavoratrici dipendenti e 59 anni per le autonome (sommati ad almeno 35 anni di contributi). Diversi però i giudizi non pienamente soddisfatti, con molte voci hanno lamentato dapprima un innalzamento di due anni per i requisiti di accesso al pensionamento e in seguito un ritorno a ciò che essenzialmente era già stato concesso in precedenza. Senza contare che, costrette in molti casi a lavorare part-time per adeguarsi alle esigenze di cura familiare, le lavoratrici finiscono per percepire somme pensionistiche nettamente inferiori dei lavoratori uomini.

Imprenditoria femminile: tra piccoli rilanci e soffitti di cristallo

Ambito che invece sembra riservare una recente controtendenza è quello dell’imprenditoria. Come consolidato dalle ultime stime italiane ed europee, quello dell’imprenditoria sembra essere l’unico settore in cui l’occupazione italiana intravede un rialzo. E di conseguenza anche l’imprenditoria femminile. Secondo il Rapporto imprenditoria femminile 2020 realizzato da Unioncamere in collaborazione con Si.Camera sono 1 milione e 340 mila le imprese femminili in territorio nazionale, il 22,0% del totale.

«Si tratta – si legge nel report – di una imprenditoria, a confronto con quella non femminile, prevalentemente più piccola di dimensione, più presente nel Mezzogiorno, più giovane, guardando sia agli imprenditori under 35 sia all’età dell’impresa. I settori a maggior presenza di donne sono quelli legati al Wellness, Sanità e assistenza sociale, manifattura, Moda, Istruzione e Turismo&Cultura, mentre dal punto di vista geografico le regioni più femminili sono Molise, Basilicata e Abruzzo per il Mezzogiorno, Umbria, Toscana e Marche per il Centro, e Valle d’Aosta per il Nord».

Imprese che contano circa 75,297 addetti. Ma che strutture hanno, a proposito di addetti, queste imprese femminile? Secondo i dati di Unioncamere riferiti al 2019, le imprese con a capo una donna composte da 0-9 addetti sono il 96,5% (94,5% quelle a guida maschile) e i settori in cui si sviluppano maggiormente sono Servizi finanziari e assicurativi (99,6%), Attività di servizi alla persona (99,3%), Agricoltura, silvicoltura e pesca (99,1%), Commercio (98,4%), Altri servizi 98,3%, Attività professionali, scientifiche e tecniche (97,9%). Le imprese femminili individuali vedono invece uno stacco maggiore rispetto a quelle maschili: 62,3% le prime, 48,7% le seconde.

Italia fanalino di coda

Il tasso della partecipazione femminile al lavoro nei Paesi dell’Unione europea

Nonostante la crescita registrata nell’ultimo anno dall’imprenditoria a guida femminile, a pesare sul futuro lavorativo delle donne italiane vi è – sempre e comunque – il fenomeno del cosiddetto “soffitto di cristallo”, che metaforicamente sta a indicare quel limite oltre il quale una lavoratrice non può spingere la propria carriera. Un limite trasparente che rende il gender gap negli ambienti di lavoro perfettamente limpido, cristallino, sotto gli occhi di tutti ma che nonostante ciò continua a essere alimentato.

«Le donne – ribadisce in un comunicato Antonella Giachetti, presidente Aidda (Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda) – si trovavano rispetto agli uomini in posizioni lavorative più fragili (posizioni meno decisive e meno indispensabili per l’impresa) e quindi più facilmente “eliminabili”, poi sicuramente ha giocato un ruolo importante il maggior bisogno di cura avvertito nella famiglia (per tutte le problematiche connesse alle restrizioni pandemiche) che ha fatto sì che nella famiglia chi si è ritirato dal lavoro fossero prevalentemente le donne e non gli uomini, infine sono stati proprio i settori a maggior vocazione di occupazione femminile (turismo, ospitalità, artigianato) ad essere più colpiti dalla crisi pandemica».

In merito alla questione “imprenditoria femminile” qualche movimento sembra esserci stato. Lo scorso 2 ottobre infatti è stato varato dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti il decreto sul Fondo impresa Donna che ha sbloccato il finanziamento di 40 milioni di euro. Aggiungendosi ai promessi 400 milioni delle risorse del PNRR, questa misura ha l’intento di incentivare e fornire supporto economico per l’avvio di nuova attività a guida femminile, con un particolare focus sui progetti con contenuti innovativi.

Gli aiuti economici per eliminare il gender gap nel mondo del lavoro sono misure necessarie e imprescindibili ma, come puntualizza la direttrice dell’Istat Linda Laura Sabbadini intervenuta in un evento organizzato da Aidda, «bisogna fare i conti con la resistenza culturale che esiste, in particolare, nel nostro Paese. Dobbiamo sapere ad esempio che al sud più del 60% delle donne laureate lavora, contro poco più del 20% di chi ha la licenza media. Dobbiamo abbattere questi stereotipi culturali, spesso inconsapevoli, investendo sulle persone fin da bambini, con una formazione continua. Dobbiamo dire basta ai libri di testo dove le donne sono rappresentate come casalinghe e gli uomini come dei capi. Serve una rivoluzione culturale».

Foto: HollyHarry/Shutterstock | Infografiche: Lorenzo Bodrero | Editing: Luca Rinaldi

IrpiMedia è gratuito

Ogni donazione è indispensabile per lo sviluppo di IrpiMedia

Share via
Copy link
Powered by Social Snap