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A pochi metri dalla discarica Vallosa, nel comune di Passirano, in Franciacorta, cominciano i filari di una delle denominazioni vinicole più conosciute d’Italia. Nonostante la contaminazione da PCB, sul vino non sono mai stati eseguiti campionamenti e i terreni agricoli sono stati testati in parte nel 2014, senza approfondire l’evoluzione dell’inquinamento.
Tra la recinzione della discarica e i primi filari di vite ci sono solo tre metri. Siamo nel comune di Passirano, in Franciacorta, una delle denominazioni vinicole più conosciute d’Italia.
La discarica in questione, quella di Vallosa, una cava dismessa trasformata negli anni Settanta in un impianto per rifiuti industriali, ha ricevuto anche gli scarti pericolosi dello stabilimento Caffaro di Brescia. Dagli anni ’30 al 1984, lo stabilimento chimico Caffaro di Brescia ha prodotto policlorobifenili (PCB), sostanze altamente tossiche, persistenti e cancerogene. Gran parte sono state scaricate direttamente nelle rogge attorno alla fabbrica, come IrpiMedia e Il Giornale di Brescia hanno raccontato nel podcast Caffaro, l’ultima barriera, ma molte sono poi arrivate proprio nella discarica di Vallosa.
L’inchiesta in breve
- A Passirano, in Franciacorta, i vigneti arrivano a pochi metri dalla discarica Vallosa, che ha ricevuto anche i rifiuti pericolosi della Caffaro di Brescia. A 50 anni dai primi conferimenti, nei terreni circostanti la contaminazione da PCB persiste
- I PCB (policlorobifenili) sono sostanze altamente tossiche, persistenti e cancerogene. Sono state scaricate direttamente nelle rogge attorno alla fabbrica Caffaro e molte hanno raggiunto la discarica di Vallosa
- IrpiMedia ha seguito il percorso dei contaminanti dal terreno alle radici, alla vegetazione, all’uva e al vino. I PCB non erano mai stati cercati prima nel vino prodotto nell’area
- Nei sette vini analizzati non sono stati rilevati PCB in quantità rilevabili, ed è una buona notizia. Se ne trovano, però, nei terreni a 300-400 metri dalla Vallosa, con una concentrazione 45mila volte superiore alla soglia
- Per la prima volta nell’area sono stati cercati anche i metaboliti, poi individuati nel terreno e in alcune matrici vegetali. I loro effetti sono ancora poco studiati
- I risultati aprono un nuovo fronte nel monitoraggio della Vallosa: non basta misurare i PCB rimasti, ma occorre studiare anche come si sono trasformati nel tempo. La bonifica della discarica costerebbe 150 milioni di euro
Da un lato del recinto c’è il sito contaminato, dall’altro i vigneti della Franciacorta. Questa vicinanza preoccupa da anni le associazioni ambientaliste e i residenti, ma anche i viticoltori stessi, specialmente perchè, a parte un campionamento parziale effettuato oltre dieci anni fa, nel 2014, la maggior parte dei terreni e il vino stesso non erano mai stati testati per verificare la possibile contaminazione da PCB.
In partnership con l’Università degli studi dell’Insubria e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, grazie a un finanziamento del Journalism Science Alliance, IrpiMedia ha seguito il percorso dei contaminanti dalla terra alla pianta, all’uva e infine alla bottiglia, colmando un vuoto di conoscenza su un territorio dove da oltre vent’anni si coltiva accanto a una discarica tra le più pericolose d’Italia. Le analisi dimostrano che il vino è sicuro: i veleni della Caffaro non finiscono nei calici. Nei terreni, invece, ne sono stati trovati fino a 9,16 milligrammi per chilo, insieme alla firma chimica dell’azienda di Brescia; nelle radici e nella vegetazione il contaminante è ancora misurabile. E si è trasformato in nuove sostanze.
A gennaio, quando andiamo a fare i campionamenti, le viti sono spoglie. Silvio Parzanini, presidente di Legambiente Franciacorta e da anni impegnato nelle battaglie ambientali della zona, stende sul tavolo le mappe dei controlli eseguiti dall’Arpa. Particelle catastali, strade, cascine, orti. Passa il dito tra i riquadri, poi si ferma. «Queste aree no, non risultano controllate».
Tra quelle che indica ci sono anche terreni agricoli e vigneti. Eppure, dal 2002 ordinanze comunali impongono precauzioni particolari in un’area di 500 metri attorno alla discarica: limitazioni alla movimentazione del terreno e alle nuove piantumazioni, prescrizioni per impedire che la terra venga trasportata all’esterno dei campi, pulizia delle ruote dei mezzi agricoli. Regole nate proprio perché la contaminazione non si è fermata alla recinzione della discarica.

«E poi c’è il fatto che tutti promettevano, tutti promettevano controlli e interventi, ma alla fine non si è mai fatto nulla. Hanno verificato soltanto alcune abitazioni e qualche orto, ma tutte queste aree agricole attorno non risultano essere mai state controllate» racconta Parzanini. Quelle ordinanze erano «contingibili e urgenti».
Più di vent’anni dopo sono ancora il modo con cui una parte della campagna di Passirano convive con i PCB, i policlorobifenili (sostanze tossiche), e metalli pesanti. Sappiamo da oltre vent’anni che fuori dalla Vallosa esistono terreni contaminati, ma fin dove arrivano quei PCB?
Il valore di un buco
La storia della Vallosa nasce da un calcolo semplice: tolta la sabbia, resta un vuoto. Il 4 agosto 1971 i fratelli Domenico e Giovanni Orizio, proprietari della cava di via Vallosa, chiedono al Comune di Passirano di trasformarla in una discarica per rifiuti solidi urbani. L’autorizzazione arriva il 9 marzo 1972, firmata dall’allora sindaco Enea Guarneri.
Formalmente l’operazione serve anche a ricomporre il terreno dopo l’attività estrattiva: riempire la cava e chiudere la ferita. Poi cambiano i rifiuti. E cambia anche il valore del buco. Negli anni successivi entrano in scena società che gestiscono scarti industriali, tra cui Italrifiuti ed Ecoservizi, entrambe con sede a Brescia. Nel marzo 1979, per alcune tipologie di rifiuto le tariffe arrivano fino a 500 lire al chilo. Dentro Vallosa cominciano a finire fanghi, liquidi e residui di lavorazioni industriali.
Tra questi ci sono gli scarti della Caffaro Chimica di Brescia. Per decenni lo stabilimento di via Milano ha prodotto composti chimici, tra cui i policlorobifenili.
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I PCB erano utilissimi all’industria proprio per la caratteristica che li avrebbe trasformati in un problema ambientale destinato a sopravvivere alla fabbrica: sono estremamente stabili, resistenti al calore e si degradano con difficoltà. La Caffaro interrompe la produzione tra il 1984 e il 1985. A Passirano, però, i segnali che qualcosa stava accadendo erano arrivati prima. Nell’estate del 1978, gli abitanti cominciano a denunciare odori insopportabili, morie di animali, vegetazione danneggiata.
Dario Mingardi, che a una manciata di metri dalla discarica è cresciuto insieme al fratello, oggi è un ex medico di base di Passirano e di fronte alla sua cascina racconta: «Alla Caffaro i bidoni vuoti venivano tagliati a metà, riempiti di pece di PCB e risaldati per essere trasportati alla Vallosa. Lì venivano aperti a colpi di pala e ruspa sul piazzale, mescolati ai rifiuti urbani e bruciati durante la notte. «L’olio chimico (utilizzato nei condensatori per le alte temperature) era un materiale molto ricercato dai contadini: lo portavano a casa per metterlo nei trattori o riutilizzavano i bidoni di plastica per l’irrigazione, spargendo così la contaminazione negli orti domestici» aggiunge il medico in pensione.


Negli anni successivi la contaminazione emerge nelle analisi, negli orti e nei terreni circostanti. Nel 2013 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) classificherà i PCB nel gruppo 1, quello dei cancerogeni certi per l’uomo. I PCB sono una famiglia di 209 composti. Non tutti si comportano allo stesso modo nell’ambiente e trovare un contaminante nel terreno non significa automaticamente trovarlo in ciò che quel terreno produce. Per sapere fin dove arrivano, bisogna cercarli.
Pochi metri, risultati diversi
A gennaio, durante uno dei sopralluoghi per i campionamenti, nelle provette finiscono terra e vegetazione raccolte a pochi metri dalla discarica. Dal terreno, i campioni prendono due strade: all’Università dell’Insubria i ricercatori si concentrano sui PCB originari; all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri sui loro prodotti di trasformazione.
Prima di arrivare agli strumenti, però, bisogna estrarre le sostanze della terra. All’Insubria ne bastano due grammi, che vengono mescolati a un solvente e immersi per un’ora in un bagno a ultrasuoni «con un sonicatore, gli stessi strumenti che si usano per lavare i gioielli, giusto per darvi un’idea: la stessa cosa, un po’ più grande» chiarisce il team scientifico. È soltanto uno dei passaggi necessari per separare i contaminanti dal resto del campione. Alla fine, «uno spettrometro di massa permette di identificarli e misurarne la concentrazione».
L’indagine prosegue poi quattro mesi più tardi in un’area privata a destinazione agricola situata a circa 300 metri dalla discarica. L’11 maggio vengono prelevati tre campioni di terreno a poca distanza l’uno dall’altro. Quando arrivano i risultati, la prima informazione è che tutti e tre contengono altissime concentrazioni di PCB. La
seconda è che bastano pochi metri perché la quantità cambi enormemente. Nei tre punti, infatti, la concentrazione varia da circa 1,2 a 9,16 milligrammi per chilogrammo di terreno secco (a fronte di un limite per i terreni agricoli pari a 0,02 mg/kg). Il campione più carico contiene quindi oltre sette volte la quantità misurata in quello meno contaminato.
«Una variabilità così marcata è coerente con ciò che ci si aspetta nei suoli contaminati da PCB da lungo tempo», conferma Antonio Di Guardo, professore di ricerca Environmental Modelling Group Department of Science and High Technology University of Insubria. «II PCB 209 compare in tutti e tre i campioni: la sua presenza costituisce una firma distintiva della contaminazione originata dallo stabilimento Caffaro. Questi valori sono più alti rispetto a quelli che si riscontrano mediamente in Lombardia».
Per capire la scala bisogna uscire per un momento dalla Vallosa.
Nei suoli agricoli non interessati da contaminazioni specifiche presi come riferimento dai ricercatori, le concentrazioni riportate sono nell’ordine di 0,15-0,2 nanogrammi per grammo: serve a capire quanto sia anomalo il terreno che abbiamo campionato. Nel punto più contaminato di Passirano la concentrazione è circa 45mila volte superiore a quel valore di confronto. Ma il numero forse più importante è la distanza: pochi metri separano un campione da 1,2 milligrammi per chilogrammo da uno che supera i 9.
È ciò che i ricercatori definiscono «chiara variabilità spaziale»: la contaminazione non forma una superficie uniforme, può cambiare bruscamente da un punto all’altro. Questo impedisce due scorciatoie opposte, come chiarisce Di Guardo: «Un valore elevato descrive quel punto, così come un risultato negativo non permette da solo di descrivere ciò che accade intorno. È sempre buona cosa riuscire a fare più campioni e con un solo stile di campionamento».
Non possiamo prendere il valore di 9,16 milligrammi e attribuirlo a tutta la Franciacorta. Ma non possiamo neppure misurare un punto e considerare automaticamente conosciuto ciò che succede nel campo accanto. In un territorio nel quale non tutte le particelle agricole sono state caratterizzate, è precisamente ciò che non sappiamo a diventare importante.
La firma della Caffaro
C’è poi qualcosa che permette di leggere non soltanto quanto PCB c’è nel terreno, ma anche una parte della sua storia. Nei tre terreni compare il PCB 209, con concentrazioni comprese tra 110,82 e 175,76 nanogrammi per grammo. Il rapporto scientifico lo definisce «marcatore specifico della contaminazione originata dallo stabilimento Caffaro S.p.A. di Brescia».
La sua impronta chimica è ancora leggibile nella terra ma non si ferma lì. In una frazione radicale di erba l’Università dell’Insubria misura 29,15 nanogrammi per grammo di PCB. Nella parte della stessa pianta che cresce sopra il terreno il valore scende a 6,38. In un campione di cotico erboso arriva a 46,13.
Nelle altre matrici vegetali analizzate, invece, le concentrazioni restano sotto il limite che il metodo riesce a quantificare: «La presenza nelle radici e nelle porzioni erbacee – spiega il team di ricercatori dell’Università degli studi dell’Insubria – suggerisce che il contatto con il terreno rappresenti una possibile via di esposizione della vegetazione, ma non permette di dimostrare un trasferimento lungo una sequenza suolo-radice-parte aerea-frutto».
In altre parole, trovare PCB nella terra non significa automaticamente ritrovarli nel frutto. E infatti nell’uva analizzata non sono quantificabili.
L’ultimo passaggio è quello che fino a quel momento mancava: la bottiglia. Ma se non è mai stato fatto, come si cercano PCB e suoi prodotti nel vino? «Si parte da metodi e da letteratura già esistenti e si cerca di adattare i metodi al nuovo tipo di campione», spiega Renzo Bagnati, professore di ricerca del Centro di Spettrometria di Massa, Dipartimento Ambiente e Salute, Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS. «Nel vino – racconta – l’alcol può interferire con l’analisi: il laboratorio ha quindi dovuto mettere a punto un sistema specifico per estrarre e concentrare i composti da cercare». Questo – aggiunge Di Guardo mentre ci accompagna nella raccolta dei campioni nell’area agricola – perché quando si mette a punto da zero un metodo si deve dimostrare che funziona, altrimenti uno alla fine dice: non vedo la sostanza perché non c’è o non vedo perché non funziona?».
Le ricercatrici Alessia Lanno e Alice Passoni coordinate da Bagnati per l’istituto Mario Negri, da un lato, Elisa Terzaghi e Valentina Liboni, sotto la regia di Di Guardo, dall’altro, hanno portato nei laboratori ed esaminato sei bottiglie di Franciacorta e una di Valdobbiadene, utilizzato come controllo. «Tre dei Franciacorta provengono da cantine di Passirano situate a circa 400, 600 e 700 metri dalla Vallosa» sottolinea Passoni. L’esito delle analisi esclude la presenza di PCB e suoi derivati. Nessuno dei due contaminanti è stato rilevato all’interno del vino in concentrazioni quantificabili», scrivono gli scienziati. «Il Franciacorta può essere ottenuto assemblando uve certificate provenienti da vigneti diversi all’interno dei diciannove comuni della denominazione. Una bottiglia prodotta a poche centinaia di metri dalla discarica non contiene quindi esclusivamente uva cresciuta a poche centinaia di metri dalla discarica» specifica Passoni».
Il viaggio dei PCB si ferma quindi prima della bottiglia. Ma tornando indietro, nel terreno, l’analisi ha mostrato che la contaminazione lasciata dalla Caffaro si trasforma. “Sotto la vigna”, è stato trovato qualcosa che i controlli ordinari sui PCB non raccontano.
I PCB non stanno fermi
I policlorobifenili sono definiti «inquinanti persistenti». La parola può trarre in inganno: persistente non significa immobile. Nel terreno queste sostanze possono trasformarsi in altri composti: «Si chiamano prodotti idrossilati, sulfonati e idrossi-sulfonati». Sono composti molto meno studiati dei PCB da cui derivano. «La storia di queste molecole è estremamente recente, per questo ha bisogno ancora di molti approfondimenti ed è difficile trarre conclusioni al riguardo» spiegano i ricercatori del Mario Negri.
Alcuni di questi prodotti di trasformazione possono avere mobilità, capacità di bioaccumulo e caratteristiche tossicologiche diverse dai PCB da cui derivano. Per alcune classi, sostengono i ricercatori, «gli effetti ecotossicologici sono ancora poco conosciuti. Anche il loro comportamento nel passaggio tra suolo e piante e la possibilità che entrino nelle catene alimentari non sono stati ancora chiariti a sufficienza». Nei terreni di Passirano sono stati trovati.


Nel primo campione analizzato dall’Istituto Mario Negri, le tre famiglie ricercate compaiono in concentrazioni dell’ordine di alcune decine di nanogrammi per grammo. Nel terreno con la maggiore concentrazione di PCB originari – quello da 9,16 milligrammi per chilogrammo – aumentano tutte: circa 150 nanogrammi per grammo di PCB idrossilati, 156 di sulfonati e 163 di idrossi-sulfonati. Il risultato scientificamente più rilevante, però, non è il singolo valore: «Il dato più importante che emerge è questa convergenza: dove ci sono i PCB ci sono anche i metaboliti», spiega Di Guardo. I numeri raccontano insomma soprattutto una relazione.
La contaminazione lasciata dalla Caffaro, dunque, non è un fossile chimico sepolto nel terreno. Le molecole che vi sono finite decenni fa possono rimanere a lungo nell’ambiente e, nel frattempo, trasformarsi in altri composti, la cui ecotossicità – si legge nelle conclusioni dei ricercatori – resta ignota, perché la possibilità di ingresso nelle catene alimentari «non è stata adeguatamente chiarita».
Gran parte del monitoraggio ambientale è costruito per cercare gli inquinanti che già conosciamo. Ma una contaminazione che resta nel terreno per decenni continua a interagire con ciò che la circonda. Per questo i ricercatori dei due team sostengono che le valutazioni ambientali non dovrebbero fermarsi ai PCB originari, ma considerare anche ciò che quei PCB diventano: «Dei metaboliti non si conoscono neppure gli effetti sulla salute. Non possiamo dire che siano dannosi ma neppure il contrario, possiamo però ora certificare innanzitutto che esistono. E ora vanno studiati e approfonditi» ribadisce Di Guardo.
La Caffaro ha smesso di produrre PCB più di quarant’anni fa. Nel terreno di Passirano, la loro storia chimica non si è fermata.
I timori del Consorzio Franciacorta
Durante il progetto, il lavoro si interrompe per alcune settimane. Il Consorzio Franciacorta viene a conoscenza dell’indagine e prende contatto con l’Istituto Mario Negri. I vertici del Consorzio vengono ricevuti all’Istituto di Milano: «Erano preoccupati, volevano capire come stava andando la ricerca», racconta il coordinatore delle Ricerche della sede di Milano dell’Istituto Negri, Christodoulos Xinaris.
La conferma arriva dallo stesso presidente del Consorzio, Emanuele Rabotti: «Noi eravamo preoccupati e in allerta: la discarica c’è, ma non l’abbiamo creata noi, ce la siamo ritrovata qui e viene purtroppo spesso associata automaticamente alla parola Franciacorta, che è una denominazione vinicola che ha un prestigio. Per questo eravamo e siamo i primi interessati alla salvaguardia del territorio. In quell’occasione l’Istituto ci ha comunicato che il nostro vino non contiene PCB né metaboliti e che c’è stata una consulenza».
Ciclicamente, l’ente bresciano effettua delle verifiche: «Ogni anno facciamo un’analisi dei vini sui residui cercando i metalli», ma PCB e metaboliti – prima di questa inchiesta – non erano mai stati ricercati. Rabotti tiene a specificarlo: «L’esito è parzialmente positivo per noi: da un lato, siamo tranquilli per la nostra produzione in questo momento grazie al risultato di questa ricerca scientifica, che ci mette al riparo ora da qualsiasi tipo di strumentalizzazione. Ma, dall’altro lato, è chiaro che la questione facilmente si ripresenterà: sarà quindi necessario ripetere queste analisi nel tempo. Qualsiasi ricerca o percorso che permetta di avere un quadro nitido della situazione ci vede favorevoli: non dobbiamo essere tranquilli solo oggi, ma anche fra tre, cinque e dieci anni».
Anche perché la Franciacorta non è solo un territorio agricolo, è anche un marchio. Nel 2025 sono state commercializzate oltre 18,9 milioni di bottiglie, il prezzo medio allo scaffale è stato di 24,45 euro. Mentre le vendite complessive sono diminuite dell’1%, l’export è cresciuto del 5,3%: Svizzera, Stati Uniti, Germania, Giappone e Belgio figurano tra i principali mercati esteri. È dentro questo paesaggio economicamente prezioso che, a Passirano, sopravvive la Vallosa.
Il dato che manca
Qual è il parametro di riferimento per i PCB e i loro derivati nel vino? Lo abbiamo chiesto all’Autorità europea per la sicurezza alimentare.
Come chiarito nel report del 2026, nei dati trasmessi all’Efsa da 24 Paesi europei per la valutazione dell’esposizione alimentare a diossine e PCB non risultano campioni classificati specificamente come uva da tavola, uva da vino o vino. Questo non significa che il vino europeo non venga controllato, ma che nel database non erano disponibili dati specifici su queste matrici. Come mai?
Se la mappa della contaminazione storica nel Bresciano è ormai tracciata, quello che succede a queste molecole col passare degli anni è un terreno ancora quasi del tutto inesplorato. Il punto centrale emerso dal lavoro d’indagine riguarda i derivati della degradazione, come i PCB solfonati, gli idrossi-solfonati e gli idrossilati. Si generano nei campi per via biologica o per effetto degli agenti atmosferici e portano con sé un’incognita nuova.
Rispetto alle molecole originarie, questi prodotti di trasformazione si muovono con dinamiche differenti, modificando sia la velocità di dispersione sia le forme di assorbimento da parte degli organismi. I rilievi condotti dimostrano una tendenza netta all’accumulo nella fauna del suolo, a partire dai lombrichi, mentre la misura reale della loro tossicità e il passaggio diretto verso la vegetazione restano interrogativi aperti.
L’attività di campionamento svolta attorno alla Vallosa, incrociando analisi del terreno e delle biomasse vegetali, ha permesso di mappare il raggio d’azione della contaminazione e le vie attraverso cui queste sostanze riescono a penetrare.
L’Autorità considera limitato l’effetto di questa lacuna sulla stima complessiva dell’esposizione, perché frutta e bevande alcoliche contribuiscono in misura marginale rispetto agli alimenti di origine animale.
Sui limiti normativi chiarisce: «L’Efsa fornisce le valutazioni scientifiche del rischio». Anche la gestione delle attività agricole a ridosso dei siti contaminati non spetta all’Autorità: prescrizioni e controlli dipendono dalle autorità nazionali e locali. «L’Efsa non fornisce indicazioni operative agli operatori del settore alimentare in merito alla gestione dei terreni contaminati», chiarisce l’agenzia.
Il sistema dei controlli agroalimentari non prevede verifiche mirate sulla viticoltura in aree contaminate. In mezzo restano le coltivazioni agricole situate a ridosso della recinzione della discarica. A Passirano significa tornare alle mappe che Parzanini aveva aperto sul tavolo.
I campi che non conosciamo
Attorno alla discarica le istituzioni misurano lo stato di salute delle acque da anni attraverso dei piezometri fissi (una serie di pozzi grazie ai quali l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente preleva dei campioni). Arpa ha documentato la contaminazione fuori dal perimetro della discarica e, dal 2002, esistono ordinanze che impongono particolari precauzioni in un raggio di 500 metri.
Ma non tutti i terreni sono stati caratterizzati. La differenza sembra irrilevante soltanto finché non si guardano tre dei nostri campioni. Sono stati raccolti nella stessa area agricola, a poca distanza tra loro. Nel meno contaminato sono stati rilevati circa 1,2 milligrammi di PCB per chilogrammo di terra. Nel più contaminato oltre 9: insomma, per sapere cosa c’è in un campo non basta sapere cosa è stato trovato nel campo accanto.

Sopra una parte di quei terreni, intanto, si continua a coltivare. Non perché le istituzioni ritengano che non siano contaminati, ma dentro un sistema di prescrizioni pensato proprio per consentire alcune attività riducendo il rischio di esposizione: non spostare terra senza precauzioni, non trascinarla fuori dai campi, lavare i mezzi. Misure nate come contingibili e urgenti sono diventate parte della normalità.
È uno dei paradossi che accompagna Vallosa da più di vent’anni: servono regole straordinarie per rendere possibile l’uso ordinario di un territorio contaminato.
«Vogliamo continuare ad avere un quadro della situazione che sia il più approfondito possibile anche per capire quali possono essere le future problematiche da affrontare – sottolinea Emanuele Rabotti – non bisogna dimenticare che noi in questo territorio non lavoriamo solamente, ci viviamo. Ed è nostro interesse metterlo in sicurezza».
Ecco perché il Consorzio Franciacorta è disponibile a farsi carico, da qui in avanti, di ripetere le indagini ciclicamente. «Mentre chi se ne deve occupare e ha la competenza per farlo decide da anni come risolvere il problema della Vallosa, da parte nostra l’impegno ora è a continuare a condurre ricerche ed analisi per verificare e certificare che lo status attuale relativo alla produzione del vino, e quindi alla coltivazione della vite, non venga inficiato in alcun modo. Noi siamo imprenditori, quando le certezze non arrivano da altri, ci diamo da fare: mentre aspettiamo e assistiamo a questo dibattito, dobbiamo essere pratici».
La soluzione definitiva, intanto, costa molto più di quanto Passirano possa permettersi. Bonificare la discarica costerebbe, secondo le stime riferite dall’assessore regionale all’Ambiente Giorgio Maione, circa 150 milioni di euro, mentre una messa in sicurezza si aggira attorno agli 80 milioni. Regione Lombardia sta cercando risorse dal governo: «Se non si trovano fondi, spero che la bonifica non la debbano pagare i contribuenti, perché non vedo altra via d’uscita: non possiamo rischiare che gli inquinanti arrivino, tra qualche anno, a fare ulteriori danni» commenta l’assessore. Cinquantacinque anni dopo la richiesta di trasformare la cava in una discarica, il problema è ancora quello con cui questa storia era cominciata: che cosa fare del buco.
Una preoccupazione, questa, di cui anche Rabotti parla esplicitamente: «Su quella discarica sono stati fatti diversi progetti e interventi. Noi non siamo degli esperti di bonifica, quindi non
siamo in grado di dire quale sia la strada migliore per risolvere a monte il problema: è chiaro che ci piacerebbe che sparisse, se avessimo una bacchetta magica che non abbiamo». Da qui l’appello: «Io auspico che sulla Vallosa si trovi presto una soluzione definitiva che chiuda tombalmente l’argomento. C’era chi sosteneva che la prima messa in sicurezza della discarica fosse sufficiente, poi è saltato fuori che invece non è sufficiente. Ripeto: non siamo esperti in bonifiche, certo è che non vogliamo che, dopo anche una eventuale seconda messa in sicurezza, ci si ritrovi tra cinque o dieci anni con l’evidenza che non sia andata bene neanche quella. La soluzione definitiva dev’essere certa, sicura e non deve lasciare strascichi».
Oggi, tra la recinzione della discarica e i primi filari ci sono tre metri. Le analisi condotte sul vino dimostrano che è privo di PCB e dei suoi prodotti di trasformazione. Sotto la vigna, nelle radici e nei terreni agricoli, invece, la storia della Caffaro non è ancora finita.