Salerno, Varna e Sousse il triangolo dietro i container di rifiuti bloccati in Tunisia
Intermediazioni, interessi e bolle portano anche in Calabria e Bulgaria: indaga l’antimafia, ma l’inchiesta è ferma per la mancata collaborazione internazionale
07 Maggio 2021

Sara Manisera
Arianna Poletti
RaiNews24

Il 2 novembre 2020 in Tunisia è stata aperta un’indagine per traffico di rifiuti dopo che – tra maggio e luglio 2020 – sono entrati nel Paese 282 container di rifiuti provenienti dall’Italia. A distanza di oltre sette mesi, 212 container sono ancora bloccati al porto di Sousse, 170 chilometri a sud della capitale Tunisi. L’inchiesta, dopo i primi arresti, sembra essersi arenata in Tunisia, mentre in Italia hanno cominciato a indagare anche due Direzioni distrettuali antimafia: quella di Salerno, porto dal quale sono partiti i rifiuti italiani, e quella di Potenza competente per il Vallo di Diano dove ha sede la società campana Sviluppo Risorse Ambientali. Nuovi documenti allargano il perimetro delle persone coinvolte: non più solo l’azienda campana, ma anche una calabrese con interessi che portano fino in Bulgaria. A questo si aggiunge una sorta di facilitatore dell’affare tra Italia e Tunisia, che a IrpiMedia spiega però di essere disposto a chiarire il suo ruolo solo alla magistratura. Una fonte vicino a una delle due inchieste italiane sostiene che la «mancata collaborazione» delle autorità tunisine stia impedendo alle autorità di andare avanti.

La normativa internazionale sui movimenti transfrontalieri dei rifiuti, sancita dalla Convenzione di Basilea, prevede che in un caso come questo i rifiuti sospetti debbano rientrare al Paese di partenza. Invece, da mesi, la Regione Campania, che ha autorizzato le spedizioni, e la società coinvolta, la Sviluppo Risorse Ambientali srl (SRA) di Polla, si rimbalzano la responsabilità. La Sviluppo Risorse Ambientali srl si è rivolta prima al Tar della Campania, poi a quello del Lazio per evitare di farsi carico dei costi del rimpatrio: entrambi i ricorsi sono risultati inammissibili. L’azienda è in attesa di una terza decisione dal tribunale di Roma.

Nel frattempo la Arkas, la società turca incaricata del trasporto e del noleggio dei container, ha inviato una richiesta di risarcimento danni del valore di circa 10 milioni di euro alla Regione Campania, al ministero dell’Ambiente italiano e alla società di Polla Sviluppo Risorse Ambientali. Secondo l’atto di citazione dei legali di Arkas, «la Regione Campania è responsabile per avere ritardato le procedure di rientro in Italia dei rifiuti sia prima che dopo le segnalazioni delle competenti autorità tunisine». Inoltre, Arkas sostiene che dopo il blocco dei container «c’è stata una fitta corrispondenza tra il Ministero dell’Ambiente italiano e il Ministero dell’Ambiente tunisino di cui l’esponente [Arkas, ndr] è tuttora all’oscuro e che dimostra il pieno coinvolgimento del Ministero italiano e la piena conoscenza da parte dello stesso dei termini della questione», ossia la permanenza dei container al porto di Sousse, con il conseguente danno per Arkas.

Solo nel 2019 la Regione Campania ha rilasciato autorizzazioni all’esportazione per oltre 500mila tonnellate di rifiuti. Com’è possibile che abbia potuto sbagliare una procedura così comune? Il dirigente Antonello Barretta, contattato da IrpiMedia, glissa e scarica la responsabilità sull’azienda di Polla che ha segnalato l’Agenzia per la Promozione dell’Industria di Sousse (API Sousse) come autorità competente per approvare l’esportazione. L’autorizzazione spetterebbe invece al focal point – il punto di contatto previsto dalla normativa internazionale sui rifiuti – in Tunisia. Nel frattempo, la Regione Campania ha annullato in autotutela i due decreti dirigenziali che autorizzavano la SRA a esportare in Tunisia.

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Container dell’azienda turca Arkas in Tunisia – Foto: IrpiMedia

Mentre la Regione Campania e la ditta italiana continuano a dilatare i tempi, i 212 container contenenti 7.900 tonnellate di rifiuti restano nel porto di Sousse. I restanti 70 container sono invece depositati in un hangar a 15 chilometri dalla città, nel remoto villaggio agricolo di Moureddine, dove la ditta tunisina Soreplast suarl ha affittato un deposito.

Soreplast suarl, una società “totalmente esportatrice” tornata attiva due mesi prima della firma del contratto con la ditta di Polla Sviluppo Risorse Ambientale srl, a settembre 2019, avrebbe dovuto riciclare i rifiuti di tipo 191212 trasformandoli in tubicini di plastica per poi esportarli nuovamente. Ma per il responsabile della Convenzione di Basilea in Tunisia nei container non ci sarebbero rifiuti misti non pericolosi come dichiarato nei documenti di trasporto, bensì rifiuti domestici indifferenziati non riciclabili, destinati a inceneritore o alla discarica. Secondo il Ministero dell’Ambiente, inoltre, la Tunisia non ha impianti idonei al trattamento dei rifiuti. Quindi, secondo le convenzioni internazionali sui rifiuti, la spedizione della SRA è da considerarsi illecita e l’Italia se li deve riprendere.

Cosa sono i rifiuti 191212

Il numero 191212 indica la composizione del rifiuto secondo il Codice Europeo del Rifiuto (CER). Corrisponde alla dicitura: «Rifiuti (compresi materiali misti) prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti urbani». L’Italia produce circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani l’anno e dovrebbe riciclarne almeno il 65%, obiettivo che però non riesce a raggiungere. Come ci impone la legislazione europea, l’indifferenziata va infatti selezionata una o più volte per separare la frazione riciclabile dallo scarto finale, che andrà poi smaltito in discarica o incenerito. Ma questo ha un costo e in Italia mancano gli impianti necessari.

«Una piattaforma raccoglie l’indifferenziata e seleziona la parte pregiata, che sarà consegnata ad un consorzio nazionale, mentre la parte residuale, il cosiddetto scarto, viene bollato con il codice 19 – spiega Claudia Silvestrini, direttrice del consorzio Polieco -. Il rifiuto 19 può essere inviato ad un’altra piattaforma che lo riseleziona oppure viene spedito in altri Paesi, dove poi bisogna vedere se l’impianto finale esiste ed è in condizione di riceverlo». Dalla Campania proviene il 95% dei 191212 esportati da tutta Italia, che a loro volta rappresentano il 17% del totale dei rifiuti mandati all’estero. A riceverli sono principalmente Spagna, Portogallo, Danimarca ed Est Europa.

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Un contratto tra l’azienda calabrese e quella campana

A richiedere alla Regione Campania l’autorizzazione all’export è stata la Sviluppo Risorse Ambientali srl, una società di Polla che raccoglie e ricicla i rifiuti urbani dalla provincia di Salerno e da altre regioni, come la Basilicata e la Calabria. Ed è proprio una ditta calabrese a cedere alla Sviluppo Risorse Ambientali srl il contratto stipulato il 10 settembre 2019 con la tunisina Soreplast: si tratta della Eco Management S.p.a di Soverato, in provincia di Catanzaro. Come si legge sul contratto ottenuto da IrpiMedia, è la società calabrese ad aver affidato per prima all’azienda tunisina le operazioni di «conferimento, selezione e avvio al recupero di rifiuti speciali CER 191212» per un quantitativo di 10.000 tonnellate mensili fino a un tetto massimo di 120.000 tonnellate. La Sviluppo Risorse Ambientali recupera quindi un accordo già stipulato, pagando 50 mila euro alla Eco Management per l’intermediazione più 22 euro a tonnellata per la cessione, e firmerà un secondo contratto con la Soreplast il 30 settembre 2019.

Lo conferma ad IrpiMedia lo stesso Alfonso Palmieri, membro del consiglio di amministrazione della ditta di Polla, che sostiene di esser entrato in contatto prima con Francesco Papucci, uno dei soci della Eco Management spa, poi con l’amministratore Innocenzo Maurizio Mazzotta, perché la ditta calabrese convogliava per conto di Corepla (il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il recupero degli imballaggi in Plastica) una parte degli imballaggi verso la ditta campana.

Ma chi c’è dietro la ditta Eco Management spa? E perché la società calabrese firma un contratto che viene ceduto il 16 settembre 2019, dopo solo sei giorni, alla società campana SRA?

I legami con la Bulgaria

La Eco Management spa è un’azienda nata nel 2015 che si occupa della raccolta dei rifiuti solidi urbani e industriali e della lavorazione dei rifiuti differenziati di diversi Comuni della zona di Soverato, in provincia di Catanzaro. La società è stata interessata lo scorso ottobre da due incendi, presso l’impianto di trattamento dei rifiuti a Squillace. L’amministratore delegato della Eco Management è Innocenzo Maurizio Mazzotta, ex vice presidente del cda della Schillacium spa, un’azienda di rifiuti fallita nel 2017.

Tra i soci della Eco Management, oltre a membri della famiglia Mazzotta e della famiglia di Francesco Papucci di Soverato, compaiono nomi di azionisti bulgari. Tra questi c’è Yordanova Lyubka e la società Europe Waste Managment S.A. con sede a Varna. Come dimostrano le immagini girate da RaiNews24, presso lo stesso indirizzo dell’azienda bulgara esiste solo una casella postale e un ufficio vuoto dove hanno sede altre sei società, tutte riconducibili ad investitori italiani. Innocenzo Mazzotta risulta inoltre essere all’interno di un’altra società bulgara di rifiuti, la Cafren Recycle SA, insieme a Dimitar Stefanon Georgiev e Yulianov Zhelyazkova.

Proprio la Bulgaria, insieme ad altri Paesi dell’Europa dell’Est come la Romania, è finita al centro degli ultimi grandi scandali di traffico illecito di rifiuti provenienti dall’Italia. Il meccanismo usato in Bulgaria assomiglia a quello della vicenda tunisina: nel Paese balcanico che sembrava essersi trasformato nella destinazione preferita dagli italiani sono state esportate tonnellate di rifiuti CER 191212 destinati ad operazioni di riciclo più convenienti, in realtà inesistenti.

Come in Tunisia, i recenti scandali ambientali legati al traffico illecito di rifiuti hanno portato alle dimissioni dell’ex ministro dell’ambiente bulgaro Neno Dimov. Mustapha Laroui, ex ministro dell’ambiente tunisino, è stato arrestato il 21 dicembre 2020, un mese dopo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria per traffico illecito di rifiuti ancora in corso. «Dopo gli scandali del 2019-2020 in Europa dell’Est, e in particolar modo in Bulgaria, gli imprenditori dei rifiuti cercano nuove rotte che sembrano portare verso il Nord Africa e l’Africa subsahariana», spiega ad IrpiMedia Claudia Salvestrini, direttrice del Consorzio Polieco (Consorzio per il riciclaggio dei rifiuti di beni a base di polietilene, ndr).

Le dimissioni di Neno Dimov

Neno Dimov è stato ministro dell’Acqua e dell’Ambiente in Bulgaria tra il maggio 2017 e il gennaio 2020. È stato arrestato con l’accusa di aver lasciato senz’acqua i 122mila abitanti di Pernik, deviando l’acqua proveniente dall’unica fonte di approvvigionamento – la diga di Studena – verso un centro abitato più piccolo e alcuni complessi industriali. Dopo l’arresto, ha rassegnato le sue dimissioni dalla carica di ministro. Dalla crisi idrica di Permik, l’indagine bulgara si è poi allargata anche allo scandalo della gestione dei rifiuti.

Come hanno in precedenza raccontato Occrp, Rise Romania, Bivol e Irpi in un’inchiesta transnazionale del 2019, la Bulgaria, insieme alla Romania, è stata per anni la destinazione finale di rifiuti italiani erroneamente classificati e destinati a diventare combustibile per cementifici e centrali termoelettriche, invece di essere stoccati in discarica come sarebbe previsto dalla normativa. Proprio la città di Permik è stata una delle mete principali dei rifiuti italiani, entrati nel Paese grazie anche al contributo di organizzazioni criminali e broker compiacenti. Secondo le accuse, Dimov sarebbe stato al corrente del traffico di rifiuti.

Macchinari italiani spediti in Tunisia

L’Eco Management spa non si limita però a cedere il contratto alla Sviluppo Risorse Ambientali. A marzo 2020, a qualche settimana dal primo decreto della Regione Campania che autorizza le spedizioni di rifiuti 191212 dal porto di Salerno verso Tunisia, è la stessa società calabrese a fornire alla Soreplast i macchinari necessari per poter giustificare le operazioni di riciclo: una pressa per rifiuti del 1996, cabina e nastro di selezione e altro materiale per un totale di 104.500 euro a carico dell’azienda tunisina, confermano quattro fatture ottenute da IrpiMedia.

I container contenenti i macchinari partono dal porto di Salerno, ma questa volta approdano a La Goulette (il porto di Tunisi) dove restano fermi due mesi. I macchinari inviati dall’Eco Management alla Soreplast si trovano oggi nel deposito di Sidi El Hani (30 km da Sousse) in un secondo capannone affittato da Moncef Noureddine, proprietario della ditta tunisina, per poter scaricare il contenuto dei 212 rimasti bloccati al porto. I rappresentati della Sviluppo Risorse Ambientali srl hanno dichiarato durante la conferenza stampa del 6 febbraio che la Soreplast al momento della firma del contratto disponeva di una parte dei macchinari necessari per procedere al riciclo. Ma quando il contratto viene ceduto alla ditta di Polla, il 16 settembre 2019, i macchinari spediti dalla Eco Management non hanno ancora lasciato la Calabria.

Chi ha facilitato l’affare?

Da una mail inviata a SRA il 27 gennaio 2021 risulta che l’affare tra la società calabrese Eco Management spa e la tunisina Soreplast suarl «sia stato concluso per il tramite dell’intermediazione» di un certo Paolo Casadonte. Originario di Montepaone, in provincia di Catanzaro, Casadonte in Tunisia è proprietario della G.C. Service sarl, attiva da aprile 2019 ma già in default secondo la visura consultata da IrpiMedia tramite il Registro Nazionale delle Imprese Tunisine. Casadonte, detto “Paul” tra i suoi contatti a Sousse, ha già lavorato nel Paese nordafricano nell’ambito dei rifiuti metallici e conosce personalmente il proprietario della ditta tunisina che avrebbe dovuto smaltire i rifiuti, Moncef Noureddine.

Un’ulteriore conferma del ruolo di Casadonte in questo affare risulta dalla delega, pubblicata sui social network, che Antonio Cancro, amministratore della società campana, fornisce a Casadonte perché possa recarsi a ritirare il plico contenente i documenti di notifica e il contratto presso la sede dell’Agenzia della Promozione Industriale (API) di Sousse. Contattato sulla vicenda, Casadonte risponde attraverso il suo avvocato Serena Riccio chiarendo che «Casadonte non è stato consulente, né intermediario di queste società e che la contrattualistica o eventuali dichiarazioni a riguardo è disposto a fornirle agli organi competenti».

Nonostante manchino ancora molti elementi per far chiarezza, questo primo export di rifiuti dalla Campania verso la Tunisia sembra essere l’apripista di una nuova destinazione dei rifiuti italiani.

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La replica dei legali di SRA

1. La Convenzione di Basilea non contempla – in una vicenda quale la presente – l’obbligo di rimpatrio.
Tanto poiché pur volendo qualificare la fattispecie in termini di spedizione illegale (art. 9 Convenzione di Basilea), come fatto in un primo momento dalla Regione Campania, il rimpatrio nel luogo di origine è previsto solo e a condizione che ricorrano entrambi i seguenti presupposti (art. 9, comma 2, Conv. cit.):
– Sussista la responsabilità del notificatore;
– Non sia possibile smaltire i rifiuti in altri impianti del luogo di destinazione secondo mezzi ecologicamente sostenibili.
In difetto di ciò trovano applicazione i commi 3 e 4 del citato testo.
Ovvero:
– lo smaltimento nel luogo di origine (comma 3: allorquando sussista la responsabilità del notificato);
– la soluzione sul piano diplomatico (comma 4: nei casi in cui non sia possibile individuare responsabili).
Nel nostro caso è palmare che la S.R.A. non è responsabile di alcunché, laddove la possibilità di smaltire alternativamente i rifiuti non è stata previamente riscontrata.

2. La Convenzione di Basilea, inoltre, non vieta l’ingresso in Tunisia né dei rifiuti pericolosi, né dei rifiuti Y46.
La circostanza è palese dal testo della Convenzione nonché a più riprese affermata dalla Regione Campania e dal Ministero della Transizione Ecologica nei propri atti ufficiali (nonché in quelli processuali).
Gli stessi organi nazionali e regionali italiani escludono a priori che si tratti di rifiuti pericolosi e urbani.
Inoltre, occorre evidenziare è da dicembre che con plurimi atti ufficiali spediti alla Presidenza del Consiglio, alla Regione, alla Tunisia e a vari Ministeri la S.R.A. (che, per inciso, ha apposto i sigilli a ciascuno dei 282 containers, nonché è in possesso di circa 2.500 reperti fotografici dei rifiuti spediti e dei relativi certificati di analisi di laboratori indipendenti) chiede una caratterizzazione in contraddittorio del rifiuto, inspiegabilmente negata.
Ad oggi in assenza di caratterizzazione ci si chiede come possa affermarsi (almeno non seriamente) che i rifiuti de quo non sono idonei e che non esistono impianti alternativi in Tunisia.
Ed è paradossale che la Regione Campania abbia previsto la caratterizzazione del rifiuto quale attività prodromica ed imprescindibile, non appena i rifiuti faranno (o almeno dovessero fare) ingresso in Italia.
La domanda è: non si poteva farlo (o pretenderlo) prima?

3 L’unico testo che vieta i rifiuti sub 2. è la Convenzione di Bamako che, però, non essendo mai stata firmata dall’Italia, non è applicabile nel nostro Paese (e non può esserne certo imposta la sua applicazione, trattandosi di norma inter alios, ovvero solo tra gli stati suoi firmatari).
La circostanza è pacificamente ammessa in più atti anche processuali dall’Avvocatura Generale dello Stato nonché da quella Distrettuale di Napoli nei vari processi tuttora in corso.

4. La richiesta di rimpatrio tunisina poggia in sostanza sulla errata individuazione del Focal Point estero da parte della sola Regione Campania (la S.R.A. è stata sempre estranea a tale scelta, né il procedimento amministrativo di autorizzazione è frutto dell’autogestione del privato), non nuova a spedizioni transnazionali, e sulla presunta violazione della Convenzione di Bamako.
La Tunisia addirittura è arrivata a contestare alla Regione di non essere andata sul sito web della Convenzione di Basilea (accessibile tramite Google) ove risulta a chiare lettere il rispettivo Focal Point.
In tale contesto, anche alla luce di quanto sopra è da escludere ogni responsabilità della mia assistita come pure l’obbligo di rimpatrio.
E tanto è vero che il Tribunale Civile di Roma ha, valutato la documentazione, sospeso l’escussione delle polizze fideiussorie di circa 7.000.000 di Euro.
Tanto dovevo perché sia fatta luce sulla vicenda in una prospettiva serena e veritiera, nell’interesse Vostro e di tutti i cittadini.

CREDITI

Autori

Sara Manisera
Arianna Poletti
RaiNews24

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

In collaborazione con

Inkyfada

Foto copertina

Lo scalo merci del porto di Sousse, Tunisia
(Liz Miller/Shutterstock)

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