11.06.25
Quando, nel luglio 2023, IrpiMedia ha pubblicato il primo articolo sull’esposizione ai Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) tra i vigili del fuoco italiani, Antonio Ralli aveva scoperto da appena un mese di essere affetto da glioblastoma multiforme di quarto grado, un raro tumore cerebrale. È morto cinque mesi dopo la diagnosi.
Alla fine del 2024, suo figlio Matteo ci ha contattate per raccontare la sua storia e la battaglia legale intrapresa per far riconoscere la malattia del padre come professionale. Nei documenti allegati alla causa di servizio, oltre alla nostra inchiesta, si citano numerosi studi scientifici che evidenziano la correlazione tra alcuni tumori, incluso il glioblastoma, e l’esposizione ai Pfas.
L’inchiesta in breve
- Nel 2023 IrpiMedia ha rivelato la presenza di Pfas (sostanze chimiche tossiche) nei dispositivi di protezione individuale (Dpi) dei vigili del fuoco italiani
- Nonostante l’allarme, il ministero dell’Interno non ha avviato indagini approfondite sui Dpi né predisposto specifiche procedure di decontaminazione
- Nuove analisi indipendenti confermano la contaminazione da Pfas anche nei Dpi più recenti, inclusi guanti e pantaloni, a diretto contatto con la pelle
- Ad Arezzo e Matera, l’incidenza di glioblastoma è più alta della media nazionale. IrpiMedia è in grado di dimostrare che il comando di Matera aveva intuito il problema già dal 2020, senza avviare azioni specifiche
- Nel frattempo, tra i vigili del fuoco sono emersi numerosi casi di tumori cerebrali rari, con famiglie che chiedono il riconoscimento della malattia come professionale
- La direzione Salute del Corpo nazionale dei vigili del fuoco ha intanto avviato una prima indagine sul sangue dei pompieri, per valutare l’eventuale legame tra esposizione ai Pfas e l’insorgenza di questi tumori rari
I Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) sono noti come forever chemicals – sostanze chimiche perenni – per la loro persistenza nell’ambiente e per la capacità di accumularsi nel corpo umano. L’Unione europea ha già vietato la produzione e l’utilizzo di alcune di queste molecole, le più tossiche, mentre in Italia si è ancora lontani dalla loro messa al bando, nonostante in Veneto abbiano già provocato uno dei peggiori disastri ambientali della nostra storia nazionale.
Nel 2021, con analisi esclusive realizzate per noi da un’università americana, abbiamo scoperto che i Pfas sono presenti anche nei dispositivi di protezione individuale (Dpi) dei pompieri italiani, completamente inconsapevoli di essere esposti a queste sostanze potenzialmente cancerogene che, a determinate condizioni e temperature, possono penetrare nell’organismo umano, dove si accumulano nel sangue, nel fegato e anche in altri organi, come il cervello.
All’epoca, il ministero dell’Interno sostenne di non aver rilevato alcun elemento che giustificasse dubbi circa la sicurezza dei Dpi in uso ai vigili del fuoco italiani per quanto riguardava la presenza di Pfas, e aggiunse che «il completo antifiamma non viene mai utilizzato a contatto con la pelle, ma sono interposti più indumenti di separazione, fra cui l’uniforme da intervento».
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Per questo, negli ultimi due anni, le autorità hanno ignorato le nostre analisi e le richieste dei sindacati di avviare un’indagine epidemiologica sui pompieri, che potesse far luce sulle patologie più diffuse nella categoria e sulle possibili cause. A oggi, non risultano ancora indagini ministeriali sulla sicurezza delle tute antincendio e, inoltre, nessun protocollo ufficiale di decontaminazione post-intervento è mai stato condiviso con le caserme.
Ma la storia di Ralli, portata alla luce dalla sua famiglia, ha finalmente aperto il caso: raccontata prima su una testata locale e ripresa poi da media nazionali, ha raggiunto altri colleghi in situazioni simili che hanno scritto a Matteo. Sono venuti fuori altri 13 casi – a Venezia, Bologna, Genova, Matera, Cuneo, Pescara – dello stesso tumore raro tra i pompieri italiani e la Direzione centrale per la salute dei vigili del fuoco ha deciso di avviare una prima fase di accertamenti sanitari, ancora in corso.
Le prime analisi sui completi antifiamma condotte da IrpiMedia
L’inchiesta pubblicata da IrpiMedia a luglio 2023, grazie alle analisi realizzate dal professor statunitense Graham Peaslee, ha rivelato che le tute antincendio in dotazione ai vigili del fuoco italiani almeno fino al 2018 contenevano Pfas, necessari a ottenere il Teflon (Ptfe). Tra i Pfas rilevati sono emersi il Pfoa e Pfos, già vietati a livello europeo per la loro pericolosità. Il Pfoa dal 2023 è nella lista dei cancerogeni certi per l’uomo dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), mentre il Pfos è un possibile cancerogeno.
In particolare, l’analisi di un giaccone antifiamma, appartenente a un vigile che aveva prestato servizio per anni, ha evidenziato concentrazioni significative di queste sostanze chimiche, suggerendo la necessità di ulteriori indagini sulla sicurezza dei dispositivi di protezione individuale forniti ai pompieri. Le analisi hanno mostrato che i Pfas non si trovano solo in forma residua, ma sono parte integrante della struttura dei materiali usati per rendere le tute idrorepellenti e resistenti alle alte temperature.
L’inchiesta ha inoltre documentato come in molti casi i vigili abbiano indossato queste tute per anni, anche dopo la pensione, per attività addestrative, manutentive o di volontariato, senza mai ricevere formazione specifica sui rischi legati alla composizione chimica degli indumenti.
Ma intanto i pompieri continuano a usare dispositivi di protezione individuale (Dpi) contenenti Pfas pericolosi. Il 9 giugno, nella sala stampa della Camera dei deputati, il sindacato autonomo Usb, in collaborazione con Greenpeace, ha presentato un dossier che include nuove analisi sui capi indossati dai pompieri e che conferma quanto già scoperto da IrpiMedia nel 2023. Su tutte e sette le tipologie diverse di Dpi analizzate, sia nuovi che utilizzati, sono stati trovati Pfas. Anche nei capi direttamente a contatto con la pelle dei pompieri, come i guanti e i pantaloni.
Nei kit antifiamma, in particolare, sono stati trovati oltre cinque grammi per chilo di fluoro totale (la somma di più molecole di Pfas). Una quantità significativa se si considera che queste sostanze sono piuttosto difficili da rintracciare.
La stragrande maggioranza dei Pfas non è infatti rilevabile con gli strumenti di monitoraggio standard attuali: meno dell’1% dei Pfas conosciuti può essere effettivamente individuato tramite analisi mirate, mentre oltre il 99% resta fuori dal controllo analitico corrente. La somma del fluoro totale può restituire quindi una stima della quantità di queste sostanze tossiche nei tessuti.
«È come se voi andate a misurare qualcosa con un righello che misura fino a venti. Qui abbiamo trovato una quantità di Pfas oltre i venti», ha dichiarato durante la conferenza stampa Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. «Colpisce la presenza di molecole datate, che le aziende non dovrebbero più produrre», ha aggiunto, sottolineando che le tute da loro analizzate siano state date in dotazione dopo il 2020. «Tutti questi dati stridono con il documento che IrpiMedia aveva già diffuso, dove il ministero certificava l’assenza di queste sostanze nei dispositivi individuali».
Nel 2023 infatti il ministero sostenne di aver controllato un documento di analisi di un completo antifiamma del 2018, rilasciato da laboratorio certificato, che, secondo i dati consegnati dall’azienda produttrice, presentava «una concentrazione di Pfoa e Pfos < 0,1 μg/m2 (inferiore a 0,1 microgrammo per metro quadrato, ndr)».

Le nostre analisi, e ora anche quelle di Greenpeace, confermano invece valori di Pfoa quattro volte maggiori rispetto alla soglia comunicata dal ministero, e di sedici volte maggiore per il Pfos.
«Ci stiamo ammalando tutti»
Antonio Ralli ha prestato servizio come pompiere per 33 anni, dal 1982 al 2015, operando principalmente nel comando di Arezzo e nei suoi distaccamenti provinciali. Ha ricoperto ruoli operativi e di formazione, è stato istruttore sugli schiumogeni antincendio ed è diventato infine caporeparto.
«Il suo lavoro era per me motivo di orgoglio e non ho mai avuto la percezione del pericolo che poteva correre, nonostante io sapessi di pompieri morti per interventi difficili», racconta Matteo Ralli ricordando il padre. «Era un lavoro perfetto per lui. Gli piaceva aiutare gli altri ed era bravo in quello che faceva».
A giugno del 2023, all’età di 68 anni e già in pensione da otto, Antonio Ralli inizia a manifestare sintomi neurologici: iniziano a cadergli gli oggetti dalle mani, ha difficoltà nella coordinazione e confusione mentale. «Una mattina ci dice che non riesce ad alzarsi dal letto e chiede di chiamare l’ambulanza», ricorda Matteo. Gli esami diagnostici rivelano subito la presenza di una grossa massa cerebrale, non operabile perché in profondità.
La biopsia fatta all’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano conferma che si tratta di un glioblastoma multiforme di quarto grado, tumore particolarmente aggressivo e a rapida evoluzione.
Dopo la biopsia, il neurochirurgo chiede ai figli di Ralli che lavoro facesse il padre. Alla risposta, commenta: «Ah, un altro pompiere». Lo stesso medico, infatti, aveva già avuto in cura un altro vigile del fuoco di Arezzo, Maurizio Ponti, colpito dallo stesso tumore. «Lo aveva operato due volte e inserito in una sperimentazione clinica. È riuscito ad andare avanti per due anni», racconta Matteo.
Ralli inizia la radioterapia, ma i sintomi peggiorano e manifesta attacchi epilettici, amnesia a breve termine, paralisi, cecità. «Insomma, un fine vita indegno», commenta il figlio.
Il pompiere aretino, già prima della diagnosi, era preoccupato per la sua salute. «Mi diceva: “Ci stiamo ammalando tutti, non è possibile, qualcosa non funziona” – alludendo a storie come la sua che stava raccogliendo tra ex colleghi -. Era arrabbiato perché diceva che finché sei in servizio qualche controllo lo fanno, ma appena vai in pensione ti dimenticano.
Sognava una commissione di vigilanza per monitorare la salute dei vigili del fuoco, inizialmente ad Arezzo e poi in tutta Italia, con screening gratuiti. Diceva: “Non tutti possono permettersi di girare l’Italia per avere una diagnosi”».
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Quando nel 2022 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica la professione del pompiere come cancerogena, Ralli capisce di avere ragione. Cerca supporto nella Cisl: «Ma gli dissero che non c’erano evidenze, così se ne andò dal sindacato al quale era iscritto da una vita e tentò di avviare qualcosa con Confartigianato, ma non se ne fece nulla. Poi arrivò la diagnosi e la sua battaglia si fermò», racconta ancora suo figlio.
Antonio Ralli muore il 14 dicembre 2023. Alla camera ardente, i familiari di due suoi colleghi, Mario Maraghini e Maurizio Ponti, confessano a Matteo che anche i loro cari sono morti, rispettivamente nell’ottobre 2022 e nel maggio 2023, per la stessa patologia.
Tutti e tre avevano lavorato per anni nel comando di Arezzo.
Tre decessi in 14 mesi, per lo stesso tipo di tumore raro, in un corpo operativo di circa 200 persone. Un’incidenza alta se si considera che, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), il glioblastoma colpisce tre-quattro persone ogni 100mila abitanti, con circa 1500 nuove diagnosi ogni anno.
Interpellata da Arezzo Notizie, l’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) ha dichiarato: «Per quanto riguarda i casi di glioblastoma diagnosticati nella Regione Toscana si rileva una incidenza di 3,9 ogni 100mila abitanti e, scendendo più nel dettaglio territoriale, si riscontrano 4,1 casi ogni 100mila abitanti nell’Area Vasta Sud Est e 2,9 casi ogni 100mila abitanti nel Comune di Arezzo». I dati della città toscana sono quindi in linea con la media regionale.
La letteratura scientifica ha esaminato da tempo il rischio di tumori associato alla professione di vigile del fuoco. Uno studio del 2019, in particolare, ha dimostrato un’incidenza significativamente più alta di diversi tipi di cancro rispetto alla popolazione generale. Il rischio di sviluppare un tumore al cervello o al sistema nervoso centrale, per esempio, è maggiore del 26%, mentre per il melanoma cutaneo sale al 34%. Anche i tumori al colon-retto (+13%), alla vescica (+18%), alla prostata (+26%) e al testicolo (+68%) mostrano incrementi preoccupanti.
Tra le neoplasie ematologiche, spicca il linfoma Non-Hodgkin, di cui avevamo parlato nella prima inchiesta, con un rischio aumentato del 37%. Per gli studi scientifici le principali cause di questa vulnerabilità oncologica risiedono nell’elevata esposizione a sostanze tossiche durante gli interventi, come fumo, amianto, idrocarburi e Pfas. Quest’ultimi sarebbero in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e accumularsi nel tessuto cerebrale.
Anche studi più recenti, condotti in Cina e negli Stati Uniti, hanno evidenziato concentrazioni elevate di queste sostanze nel sangue e nei tessuti cerebrali dei pompieri. In particolare, sono stati identificati composti come Pfos, Pfoa e Pfosa in concentrazioni fino a quindici volte superiori rispetto alla popolazione civile.
La ricerca cinese ha evidenziato in particolare la presenza di Pfdoa nell’80% dei vigili del fuoco, che di solito è assente nella popolazione generale: questo dato suggerisce che l’esposizione a questo composto è tipica della professione del vigile del fuoco. Gli studi hanno inoltre mostrato associazioni significative tra le sostanze perfluoroalchiliche e alcuni marcatori di proliferazione tumorale tipici dei gliomi, tra cui il P53, ritrovato anche in Antonio Ralli.
Fuori dall’Inail: il lungo percorso delle cause di servizio
Matteo Ralli ha scelto di portare avanti quanto suo padre aveva solo iniziato: l’ipotesi di un legame tra il tumore cerebrale e l’attività di vigile del fuoco lo ha spinto ad avviare una causa di servizio, strumento che permette di chiedere il riconoscimento ufficiale della malattia come conseguenza del lavoro svolto.
Come già raccontato, i vigili del fuoco, sia permanenti che volontari, non sono coperti dall’Inail per infortuni e malattie professionali. Questo li obbliga ad anticipare le spese mediche, che possono essere rimborsate solo se la patologia viene riconosciuta come legata al servizio, attraverso un iter lungo e incerto.
La procedura si attiva con una richiesta al comando di appartenenza, che la inoltra al Centro medico ospedaliero (Cmo) competente. Ce ne sono quattro in tutta Italia – Padova, La Spezia, Roma, Palermo – e accolgono le richieste provenienti da più Regioni. Il Cmo esprime un parere: «Ci sono due possibili esiti: se ti assegnano la categoria B, hai diritto a un indennizzo unico tra i 700 e i 1500 euro e la procedura si chiude lì, senza possibilità di ricorso. Se invece rientri nella tabella A, potresti ottenere una pensione vitalizia. In ogni caso, è il centro medico ospedaliero che fa la proposta», spiega a IrpiMedia Luca Cipriani, componente della struttura provinciale di Fp Cgil Vvf del comando di Verona e membro dell’Associazione nazionale vigili del fuoco del corpo nazionale, sezione di Verona.
Il parere del Cmo arriva al comando di appartenenza del pompiere, che lo inoltra poi alla Commissione medica centrale di Roma, la quale decide se accettare o meno la causa di servizio. Da lì, la pratica passa al ministero dell’Economia, dove spesso resta bloccata per mesi, prima di essere trasmessa all’Inps. Si fanno le visite mediche e si attende l’esito finale.
«Ma i ritardi sono siderali», commenta Cipriani.
Nel caso di Arezzo, il Cmo di riferimento è quello di La Spezia. Per Antonio Ralli, la pratica è stata avviata a marzo 2024, ma formalizzata solo ad agosto per ritardi legati alla mancanza di personale medico. L’udienza si è tenuta solo a dicembre.
Matteo ha nel frattempo raccolto la documentazione scientifica a sostegno dell’ipotesi di una correlazione tra il glioblastoma e l’esposizione a sostanze chimiche come i Pfas. La pratica è stata trasmessa alla Commissione di Roma solo a maggio 2025, ma al momento l’ente risulta sciolto e non attivo.
Le speranze di ottenere il riconoscimento di malattia professionale sono comunque ridotte: i tumori primitivi, come quello diagnosticato ad Antonio Ralli, non rientrano tra le malattie professionali previste, a eccezione di quelle causate da amianto. I Pfas, al momento, non sono riconosciuti come sostanze tossiche a cui i pompieri sono professionalmente esposti. Anche l’analisi dei campioni biologici conservati, come il vetrino della biopsia, si è rivelata impraticabile per ritrovare tracce di Pfas con le tecnologie oggi disponibili, a causa della quantità limitata di materiale.
Anche per gli altri due pompieri aretini morti di glioblastoma, Ponti e Maraghini, è stata avviata la procedura per la causa di servizio. Nel primo caso la richiesta è stata respinta per assenza di “prova di causalità”; la seconda è ancora in fase di valutazione.
L’ipotesi di una connessione causale diretta tra l’attività professionale e il glioblastoma resta difficile da provare, ma i familiari chiedono che venga comunque approfondita.
Il caso Matera
Il caso dei pompieri aretini ha portato attenzione mediatica sul problema dell’esposizione dei pompieri ai contaminanti chimici. Grazie a ciò sono emersi altri 13 casi simili a quello di Arezzo, distribuiti in tutta Italia, con altre tre cause di servizio avviate.
Matera merita un’attenzione particolare: anche presso il comando lucano, infatti, sono stati registrate quattro diagnosi di glioblastoma tra i pompieri, di cui la caserma era informata almeno dal 2020, come dimostra un documento di cui IrpiMedia è entrata in possesso.
Ad agosto 2020, il comando provinciale dei vigili del fuoco di Matera chiede all’Irccs Crob di Rionero in Vulture (Potenza), il Centro di riferimento oncologico della Basilicata, di essere informato sull’eventuale esistenza di un’indagine epidemiologica condotta dal Crob, che fornisse dati sull’incidenza di glioblastomi o altri tumori cerebrali diagnosticati a Matera nel periodo 2014-2018.
La richiesta era motivata dal fatto che, tra il 2015 e il 2017, si erano verificati tre decessi tra i vigili del fuoco del comando materano, tutti causati dalla stessa patologia: glioblastoma multiforme di quarto grado.
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L’ospedale risponde a dicembre 2020, precisando di non aver condotto alcuna indagine epidemiologica specifica sui glioblastomi o, più in generale, sui tumori cerebrali «negli anni per i quali il registro tumori ha i dati di incidenza (2005-2017), in quanto l’analisi dei dati regionali per il periodo non ha evidenziato necessità di approfondimenti a riguardo».
Il Crob allega poi un documento che riporta i dati regionali sui tumori cerebrali per il periodo 2005-2017, sottolineando che «i casi segnalati potrebbero essere legati a fattori occupazionali piuttosto che alla residenza». In calce allega alcuni degli studi scientifici che certificano un rischio aumentato – seppur lieve o moderato – di incidenza e mortalità per tumori cerebrali tra i vigili del fuoco.
Dopo questa richiesta non risultano indagini epidemiologiche condotte sui pompieri di Matera e il comando non ha risposto alle nostre domande.
Quello che manca ancora
Dopo l’inchiesta del 2023, il ministero non ha provveduto ad analizzare in modo indipendente i completi antifiamma dei pompieri, né risultano specifiche formazioni ai pompieri sulla pericolosità dei Pfas, né tantomeno sono state diffuse procedure sicure di decontaminazione post-intervento, oltre a quelle ormai seguite per l’esposizione all’amianto, arrivate comunque con anni di ritardo.
Al momento quindi i pompieri non hanno un protocollo da seguire per non venire a contatto con i Pfas, o con altre sostanze potenzialmente pericolose, incontrate durante un intervento e rimaste sulla superficie dei loro Dpi. «Non c’è neanche un regolamento che ti proibisce di lavare a casa i Dpi utilizzati per spegnere un incendio», specifica un pompiere di Arezzo.
«Noi dobbiamo usare i Pfas come il cavallo di Troia per implementare procedure di decontaminazione, perché il problema maggiore che noi abbiamo adesso è legato a tutto quello che ci rimane sui nostri Dpi alla fine di un incendio, anche piccolo. Se io non decontamino in modo giusto, rischio di contaminare i vestiti sotto la tuta, rischio di contaminare quando vado a mangiare, quando entro nell’ufficio del comandante», spiega a IrpiMedia Nunzio De Nigris, coordinatore provinciale di Torino per la Fp Cgil vigili del fuoco.
A questo si aggiunge che le normative italiane in materia di sicurezza del lavoro non prevedono ancora obblighi specifici di controllo o sostituzione dei Dpi contenenti Pfas.
Un pompiere in servizio ad Arezzo ci ha confermato che, dopo la consegna dei due completi antifiamma che spettano a ciascun vigile, nessuno ne monitora più le condizioni, e questi vengono sostituiti solo quando il pompiere decide di farlo, perché pensa siano usurati e inutilizzabili. «Il Dpi è solo nelle tue mani. Non c’è nessuno scadenziario, nessuno che ti viene a cercare e ti dice che il tuo Dpi va sostituito».
La sostituzione non andrebbe fatta solo per usura del capo. Il Centro Tessile Cotoniero e Abbigliamento S.p.A., che certifica la sicurezza delle tute ignifughe in dotazione al Corpo nazionale dei vigili del fuoco, ha spiegato a IrpiMedia che le norme europee sugli indumenti di protezione, compresi quelli usati dai pompieri, richiedono che siano certificati per resistere ad almeno cinque cicli di lavaggio. Questo è il minimo obbligatorio per ottenere la certificazione Ue.
Non è chiaro però quanti lavaggi al massimo un Dpi di questo tipo possa reggere senza perdere di efficacia: «Un numero maggiore di cicli di manutenzione rimane una scelta opzionale del fabbricante che naturalmente, se dichiarata in etichetta o nelle istruzioni d’uso, deve essere verificata prima dell’emissione del certificato».
Nella precedente inchiesta, il Centro aveva spiegato che la gran parte dei completi che analizzano – indipendentemente dall’azienda produttrice – perde sicuramente le sue qualità protettive dopo 25 lavaggi.
Sulle etichette dei Dpi dei vigili del fuoco non è indicato il numero massimo di cicli di lavaggio che gli indumenti possono sostenere. Nemmeno nei capitolati da noi consultati è stato possibile reperire questa informazione. Inoltre, secondo diverse fonti, le lavanderie accreditate per il lavaggio dei completi non tengono traccia del numero di lavaggi effettuati da ciascun capo, né è prevista la loro sostituzione in base a questo parametro.
Molti, inoltre, segnalano tempi lunghi per ottenere un nuovo Dpi, che vuol dire continuare a utilizzare tute antifiamma potenzialmente pericolose. Secondo alcuni pompieri intervistati, inoltre, fino a qualche anno fa i Dpi dismessi dai pompieri ordinari venivano distribuiti ai volontari.
Eppur si muove: i primi passi del ministero dell’Interno
La morte dei vigili del fuoco ad Arezzo ha comunque acceso l’allarme sulla possibile correlazione tra l’esposizione a sostanze tossiche, come i Pfas, e l’insorgenza di gravi patologie oncologiche e ha fornito l’occasione per sollevare nuovamente le criticità che derivano dalla mancata copertura dell’Inail e delle procedure di decontaminazione.
A fine marzo, la Direzione Salute del Corpo nazionale dei vigili del fuoco ha avviato una prima indagine scientifica, in collaborazione con l’Università di Bologna, per valutare l’eventuale legame tra esposizione ai Pfas e l’insorgenza di neoplasie rare. Parallelamente, sono stati attivati controlli ambientali nelle sedi operative della provincia di Arezzo e verranno sottoposti a screening clinici volontari 300 vigili del fuoco dell’Emilia-Romagna, sia in servizio che in pensione, con l’obiettivo di estendere poi il monitoraggio a più regioni. Le analisi sono iniziate a fine aprile e in questa prima fase coinvolgeranno una cinquantina di pompieri di Arezzo.
Lo studio prevede il prelievo di un campione di sangue e di un capello. I capelli possono trattenere a lungo le sostanze a cui si è stati esposti, anche quelle che non si legano alle proteine del sangue, mentre sangue e urine tendono a eliminarle più rapidamente.
Al momento del prelievo viene inoltre somministrato un questionario anonimo sulle attività lavorative svolte dai vigili del fuoco, per raccogliere informazioni utili all’analisi dei dati.
Le sostanze analizzate dall’indagine includono circa 23 molecole di Pfas, tra le più diffuse all’interno della popolazione generale. I risultati, secondo quanto dichiarato dalla Direzione, saranno trasmessi in forma anonima.
Nel frattempo Usb e Greenpeace hanno condotto un’indagine su 16 pompieri che si sono sottoposti volontariamente a prelievi del sangue, per accertare l’eventuale presenza di Pfas nel siero.
«Pur non evidenziando valori particolarmente elevati, i dati superano la prima soglia di rischio individuata dalla National Academy of Sciences e suggeriscono l’avvio di un biomonitoraggio periodico per il personale. Oltre al Pfoa (noto cancerogeno) e al Pfos (possibile cancerogeno), desta particolare preoccupazione la presenza nel siero di uno specifico composto: l’Adv che, in base a quanto noto, viene prodotto solo nello stabilimento ex Solvay, oggi Syensqo, di Alessandria», hanno dichiarato le due organizzazioni durante la conferenza stampa alla Camera, chiedendo al ministero di spiegare come mai anche i pompieri lontani dalla provincia piemontese siano esposti a questo specifico Pfas.
Vincenzo Cordiano, ematologo e presidente della sezione regionale del Veneto dell’associazione Medici per l’ambiente (Isde), ha commentato a IrpiMedia i dati di questa analisi indipendente: «Non vedo valori eccedenti la media nazionale, ma la presenza di Pfas (nel sangue dei pompieri, nda) è confermata, e questo rende necessario un monitoraggio più esteso, che riguardi anche chi si occupa della manutenzione dei Dpi e di chi lavora nelle caserme, considerando anche l’assenza di pratiche di decontaminazione».
Il ministero al momento non ha commentato i risultati di Usb e Greenpeace. La Direzione Salute ha rifiutato la nostra richiesta di intervista.
Intanto negli Stati Uniti stanno prendendo scelte più drastiche. Nel Massachusetts, entro il 2027, verranno cambiati tutti i Dpi dei vigili del fuoco. La decisione è arrivata dopo l’approvazione di una legge a firma del senatore Mike Moore, che comprende anche uno stanziamento di 250mila dollari per gli esami del sangue specifici per i Pfas.
«L’argomento è davvero spinoso e intricato. Non mi aspetto che lo screening del ministero porti subito a una soluzione, ma è un bene che sia iniziato», commenta a IrpiMedia Matteo Ralli. «Spero comunque che partano analizzando i tumori più comuni, perché trovare la causalità tra Pfas e un tumore raro come il glioblastoma è ancora più difficile. Servirà del tempo in ogni caso».
Per Matteo Ralli, inoltre, bisognerebbe andare anche oltre i Pfas, perché i pompieri, per le caratteristiche dei loro interventi, potrebbero essere esposti a diversi contaminanti ugualmente pericolosi.
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