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Il bimotore King Air 200 sarebbe dovuto atterrare a Miami entro le 16:00, in tempo utile perché il suo carico sbrigasse i controlli doganali, venisse caricato su un altro aereo e raggiungesse Zurigo lo stesso giorno. Le dieci borse contenevano oro per più di sette milioni di euro, destinato a un complesso di edifici grigi ai piedi delle Alpi: la raffineria Argor-Heraeus.
Ma quando l’aereo proveniente da Curaçao, una minuscola isola caraibica a settanta chilometri dalla costa venezuelana, atterrò all’aeroporto di Miami, il 17 marzo 2015, non c’era alcun volo in coincidenza. «Non è possibile effettuare il collegamento in giornata… il nostro team a Miami lo sposterà sul volo di domani», scriveva un logista della società Brink’s al cliente esportatore del carico.
Ma bastò una notte in dogana a far finire sequestrati i lingotti. Ufficialmente, il sequestro era dovuto a un’incongruenza nella documentazione. Gli agenti in realtà stavano cercando di capire qualcosa di più sostanziale: da dove proveniva davvero quell’oro, dichiarato come scrap, cioè materiale riciclato, originario di Curaçao?
L’inchiesta in breve
- L’inchiesta svela i meccanismi di una filiera che, tra il 2012 e il 2018, ha fatto arrivare oltre 70 tonnellate di oro, in larga parte venezuelano – per un valore di circa due miliardi di dollari – a raffinerie in Italia e Svizzera. Raffinerie che riforniscono il settore dell’oreficeria ma soprattutto le aziende del big tech come Apple, Tesla e Nvidia
- Da molti anni l’industria mineraria del Venezuela è sinonimo di violenza, corruzione e devastazione ambientale. L’estrazione incontrollata ha distrutto oltre 2.500 chilometri quadrati di foresta
- L’oro venezuelano diventava made in Curaçao transitando dalla piccola isola caraibica priva di miniere. In meno di un decennio, dall’isola escono ripuliti oltre 110 tonnellate di metallo, per un valore di 4,5 miliardi
- Quest’oro veniva etichettato come scrap (oro vecchio, da riciclare), un espediente che permetteva di eludere i controlli più severi previsti per il metallo di nuova estrazione. Le raffinerie che lo hanno ricevuto sostengono che le proprie analisi escludessero la presenza di oro di miniera
- IrpiMedia è però entrata in possesso di alcuni risultati delle analisi interne condotte dalla stessa raffineria svizzera sull’oro ricevuto, e quei documenti, vagliati da esperti di primo piano del settore, raccontano un’altra storia: quel metallo arrivava, almeno in parte, dalle miniere, ed è compatibile con quello scavato in Venezuela, dove negli anni sono stati documentate violazioni di diritti umani e ambiente
«[Gli agenti] si sono concentrati molto sull’origine dell’oro e se provenisse dal Venezuela», scriveva in uno scambio di email interne un dirigente della Brink’s. All’epoca, l’industria mineraria in Venezuela era già ampiamente associata a gravi violazioni dei diritti umani, devastazione ambientale e al coinvolgimento di gruppi armati e reti criminali.
L’oro fu rilasciato soltanto due anni dopo, previo il pagamento di una sanzione, ha dichiarato il fornitore in una deposizione giudiziaria, di 300mila dollari — una procedura nota come civil forfeiture, utile a evitare un contenzioso penale. La storia si chiuse quindi senza che venissero formulate accuse formali.
Dieci anni dopo, una collaborazione giornalistica tra IrpiMedia, Armando.Info e Occrp svela che quella spedizione era soltanto una goccia in un fiume d’oro, la cui sorgente andava cercata, almeno in parte, nelle miniere illegali del Venezuela.
Centinaia di documenti riservati, tra cui fatture, estratti conto, email, certificati di raffinazione, deposizioni giudiziarie, svelano per la prima volta i meccanismi di una filiera che, tra il 2012 e il 2018, ha fatto arrivare oltre 90 tonnellate di oro venezuelano – per un valore di circa tre miliardi di dollari – a raffinerie in Italia, Turchia e, soprattutto, Svizzera. Raffinerie che a loro volta riforniscono il settore dell’oreficeria ma soprattutto le aziende del big tech come Apple, Tesla e Nvidia.
L’oro è infatti un materiale essenziale per l’industria tecnologica: secondo il World Gold Council, il settore elettronico ne consuma oltre 270 tonnellate l’anno, più di qualsiasi altro comparto industriale. Questa inchiesta giornalistica ha ricostruito come alle raffinerie europee l’oro venisse venduto come scrap (oro vecchio, da riciclare), un espediente che permetteva di eludere i controlli più severi previsti per il metallo di nuova estrazione.
Le raffinerie sostengono che le proprie analisi escludessero la presenza di oro di miniera. IrpiMedia è però entrata in possesso di alcuni risultati delle analisi interne condotte dalla stessa raffineria svizzera sull’oro ricevuto, e quei documenti, vagliati da esperti di primo piano del settore, raccontano un’altra storia: quel metallo arrivava, almeno in parte, dalle miniere del Venezuela, dove negli anni sono stati documentate violazioni di diritti umani e ambiente. Queste rivelazioni sollevano una domanda più ampia: quanto metallo di miniera è entrato nei mercati internazionali dietro l’etichetta scrap?
L’isola senza miniere
Acque turchesi, spiagge di sabbia bianca, le iconiche facciate coloniali olandesi dipinte di giallo, rosa e azzurro. Curaçao è una cartolina dei Caraibi, meta di crociere e lune di miele. Ma l’isola ha un’altra faccia. Territorio olandese a soli 45 minuti di volo dal Venezuela, con una zona franca doganale e collegamenti diretti con l’Europa, rappresenta da sempre il punto di passaggio ideale per commerci leciti e illeciti.
Negli anni dieci del Duemila, Curaçao emerge come uno degli snodi più importanti del continente per il commercio di oro. In meno di un decennio, dall’isola escono oltre 110 tonnellate di metallo, per un valore di 4,5 miliardi.
Una circostanza difficile da spiegare: Curaçao non ha miniere e conta appena 150.000 abitanti. Per fare un confronto, l’intera produzione aurifera annuale della Colombia, uno dei maggiori produttori del Sudamerica, si aggira sulle 50 tonnellate.
«Non c’era una ragione plausibile perché grandi flussi dovessero passare per Curaçao», ha spiegato a IrpiMedia Alan Martin, responsabile dell’approvvigionamento etico della London Bullion Market Association (Lbma), l’associazione che stabilisce gli standard per il mercato dell’oro di Londra, il più grande al mondo.
Attorno al 2018, racconta Martin, la Lbma chiede ai propri membri di non accettare più oro dall’isola. «Se guardiamo ai volumi, non ci sono abbastanza gioiellerie per giustificarli. Per noi era evidente che non si trattasse di una fonte legittima».
Quanto oro di miniera è entrato nei mercati internazionali dietro l’etichetta scrap? Aiutaci a scoprirlo sostenendo le nostre inchieste.
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Ma alcune domande sono rimaste senza risposta. Da dove veniva tutto quell’oro? Chi lo aveva trasportato? E chi lo aveva raffinato, aprendogli di fatto le porte dei mercati globali? Per capirlo bisogna partire dalla foresta venezuelana.
Il prezzo dell’oro
Da molti anni l’industria mineraria del Venezuela è sinonimo di violenza, corruzione e devastazione ambientale. Nel cuore dell’Amazzonia, guerriglieri colombiani, sindicatos (bande criminali nate dai sindacati dell’edilizia) e unità militari si contendono il controllo delle miniere d’oro.
L’estrazione incontrollata, in buona parte artigianale, ha distrutto oltre 2.500 chilometri quadrati di foresta. Per separare l’oro si usano pompe ad alta pressione che devastano i letti dei fiumi e mercurio che contamina acqua, terra e aria. Le conseguenze sulla salute sono gravissime, e spesso sono i popoli indigeni a pagarne il prezzo.
Nel 2016 il governo di Nicolás Maduro ha istituito l’Arco Minerario dell’Orinoco, una zona di sfruttamento di 110mila chilometri quadrati nel cuore dell’Amazzonia venezuelana. L’obiettivo dichiarato era attrarre investimenti stranieri (che non sono arrivati) e compensare il crollo delle entrate statali.
Il risultato è stata un’accelerazione della catastrofe. I livelli di corruzione fuori controllo hanno causato l’aumento dell’attività mineraria illegale, talvolta controllata da una oligarchia vicina a Maduro stesso, che ha impoverito le tasche statali rimpinguando quelle private.

Secondo l’osservatorio Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), una parte rilevante di questo metallo ha seguito rotte di contrabbando, le stesse utilizzate per i narcotici.
La sezione venezuelana di Transparency International stima che tra il 70 e il 90 per cento dell’oro estratto nel Paese nel 2018 sia stato esportato illegalmente, spesso attraverso Stati vicini. Uno di questi è proprio Curaçao, che nel 2019 proibisce le importazioni del metallo prezioso dal Venezuela, riconoscendone l’associazione con attività delittuose, di narcotraffico e riciclaggio in Venezuela.
I documenti analizzati da IrpiMedia e interviste con alcune delle persone che muovevano oro da Curacao, confermano che l’oro caraibico arrivato in Svizzera provenisse perlopiù dal Venezuela, raccolto in loco e acquistato da intermediari con società registrate negli Stati Uniti.
Tra questi intermediari c’era Héctor Óscar Castellón, commerciante d’oro venezuelano attivo fin dagli anni Ottanta. Sentito come testimone nell’ambito di un procedimento civile negli Usa, ha spiegato da dove si procurava il materiale: «Una parte proveniva dai banchi dei pegni, ma la maggior parte dalle miniere».
Per operare, Castellón si avvaleva di numerose società intestate a conoscenti e familiari, che secondo la sua testimonianza sarebbero servite a non attirare l’attenzione delle banche. Documenti bancari analizzati da IrpiMedia mostrano che società intestate a persone a lui vicine hanno ricevuto circa 400 milioni di dollari dalle vendite dell’oro diretto in Europa.
Un secondo fornitore, Marco Antonio Flores Moreno, ha ricevuto tramite società intestate a lui o familiari stretti oltre 30 milioni di dollari per l’oro finito poi in Svizzera. Flores è stato indagato nel 2021 in Brasile come presunto membro di un’organizzazione dedita al traffico d’oro venezuelano (il processo è tuttora in corso). Secondo gli inquirenti, il gruppo dichiarava il metallo estratto dalle miniere come oro riciclato per eludere i controlli.
Una volta raccolto in Venezuela e fuso in lingotti grezzi, il metallo prezioso veniva caricato su piccoli voli privati e trasportato a Curaçao. Una volta nelle Antille olandesi, i fornitori dell’oro si affidavano a un intermediario che avrebbe aperto loro le porte delle raffinerie europee: Mario Pataro.
Pataro è un imprenditore che ha operato per anni tra Panama e Miami. La sua famiglia emigrò dopo la Seconda guerra mondiale dall’Italia a Panama, avviando un’attività di compravendita di oro e gioielli. Nel tempo, i Pataro divennero tra i più importanti grossisti d’oro nella Zona Franca di Colón, uno dei tra i maggiori hub commerciali duty-free al mondo.
Nel 2010, nella zona franca di Willemstad a Curaçao Mario Pataro fonda Curacao Precious Metals & Co (Cupremeco), società specializzata nell’import-export di metalli preziosi. Pataro ha sottolineato ai giornalisti di avere trattato via Curaçao unicamente oro proveniente dal Venezuela, e di non aver fatto controlli sulla tipologia dell’oro che commerciava, facendo affidamento alle dichiarazioni dei suoi partner commerciali, «che venga dalla miniera o dai denti di un poveraccio, io cosa ne posso sapere», ha detto.
Documenti della società di logistica Brink’s, incrociati con i dati delle dogane elvetiche, rivelano che la maggior parte dell’oro made in Curaçao — circa 70 tonnellate, per un valore dichiarato di 2,2 miliardi di dollari — ha raggiunto la raffineria ticinese Argor-Heraeus con paese di origine l’isola delle Antille olandesi. Secondo le norme sul commercio internazionale, il paese d’origine di una merce è l’ultimo in cui il prodotto è stato sostanzialmente trasformato (fuso, nel caso dell’oro).

In una deposizione giudiziaria, una collaboratrice dell’intermediario venezuelano Héctor Castellón ha spiegato che l’oro veniva nuovamente fuso a Curaçao per dichiararlo come proveniente da lì. Del resto, nel 2015, Cupremeco si presentava sul proprio sito come «una delle principali raffinerie nei Caraibi, specializzata in saggiatura, fusione e raffinazione di metalli preziosi».
Pataro, però, ha negato di essersi mai occupato della trasformazione dell’oro, limitando il suo ruolo alla sola intermediazione. E quando gli è stato fatto notare che il metallo risultava dichiarato con origine Curaçao, si è detto sorpreso: «ci deve essere stato un errore».
La chiave svizzera
Una volta a Curaçao, l’oro veniva imballato e spedito verso l’Europa. Talvolta transitava per Miami, in Florida. Più spesso prendeva un volo diretto della Klm, la compagnia di bandiera olandese, destinazione Svizzera. Sui documenti di vendita dell’oro spedito a Argor-Heraeus, l’acquirente non era direttamente la raffineria svizzera, ma un ulteriore intermediario, un contatto di Mario Pataro.
«Mario [Pataro] aveva una chiave che io non avevo», aveva spiegato Castellón durante una deposizione giurata. Quella chiave era un’altra società intermediaria, questa volta del Canton Ticino, la Precious Metals Services (Pms) di Marco Briccola.
Briccola è un commerciante d’oro ticinese con un consolidato rapporto di fornitura a Argor-Heraeus. Dai documenti emerge che Pms avesse al contempo un accordo commerciale con Cupremeco: rilevava l’oro dall’azienda di Curaçao, lo vendeva a Argor-Heraeus e ne incassava il controvalore.
Trattenuta una commissione per sé e per Cupremeco, la società girava i fondi ai fornitori venezuelani (Castellón, Flores e altri) su conti correnti negli Stati Uniti.
I documenti bancari mostrano che nel corso degli anni Argor-Heraeus ha versato a Pms circa un miliardo di dollari. (Questa inchiesta non è riuscita a determinare perché, a fronte di 2,2 miliardi di dollari di oro che risultano spediti, soltanto la metà risulta pagata da Argor a Pms).
Briccola ha spiegato a IrpiMedia che questo complesso sistema di trasferimenti di oro e pagamenti serviva ad aggirare i controlli valutari venezuelani, consentendo di fatto la conversione di bolívares in dollari a commissioni ridotte. Ha definito il meccanismo come «un aiuto che stavamo dando al Paese».
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Interpellata da IrpiMedia, Argor-Heraeus ha assicurato di non essere al corrente di questo sistema e che nulla, nella catena di approvvigionamento di Pms, aveva fatto scattare allarmi.
Una parte minore dell’oro esportato da Curaçao è arrivata anche in Italia, alla raffineria Italpreziosi di Arezzo. Secondo le bolle di accompagnamento della Brink’s, 900 chili sono entrati nella raffineria aretina nel 2018, anno successivo all’imposizione degli Usa di un embargo sul Venezuela.
In una deposizione, Hector Castellón identifica Italpreziosi come una delle destinazioni dell’oro che aziende a lui collegate spedivano tramite Cupremeco.
Italpreziosi ha dichiarato a IrpiMedia di non aver avuto rapporti commerciali con Cupremeco, ma che questa operava servizi di logistica e trasporto per fornitori di oro con origine dichiarata di Curaçao e Panama, negando che tra questi ci fosse Hector Castellón. Come nel caso di Argor-Heraeus, anche Italpreziosi ha affermato che si trattasse di oro scrap, e cioè riciclato, e che le analisi di laboratorio lo avrebbero confermato.

Italpreziosi ha inoltre fermamente sostenuto che «il processo di due diligence adottato dalla società Italpreziosi spa non ha evidenziato alcunché che potesse far ragionevolmente ritenere che l’origine della merce fosse venezuelana».
Argor-Heraeus, dal canto suo, ha affermato di avere ricevuto tramite Pms oro venezuelano, colombiano ed ecuadoregno, e sostiene di aver cessato di accettare oro dal Venezuela a partire dal 2017.
Tanto Mario Pataro quanto Marco Briccola sostengono invece che il materiale da loro trattato tramite Curaçao non aveva altra origine che il Venezuela. Che fosse o meno interamente proveniente dal Venezuela, le quantità erano anomale per il mercato dell’oro riciclato.
«L’idea che grandi quantità di oro riciclato provengano dal Venezuela è impossibile», ha dichiarato Mark Pieth, ex presidente del Basel Institute of Governance e autore del libro Gold Laundering. «La popolazione è impoverita. Se l’oro viene dal Venezuela, la conclusione che si tratti di doré [di miniera] è inevitabile». Cosa c’era quindi davvero in quelle barre? Oro vecchio o oro fresco di miniera?
L’impronta geologica
Approvvigionarsi di oro di miniera è un processo lungo e complesso. Secondo le linee guida della Lbma è necessario conoscere l’esatta provenienza del metallo, effettuare visite in loco ed esercitare particolare cautela nell’accettare oro da Paesi segnati da conflitti o ad alto rischio di violazioni dei diritti umani.
Accettare oro riciclato è più semplice: le verifiche si fermano alla figura dell’aggregatore, spesso un compro oro. «È impossibile risalire fino alla persona che ha venduto anelli e catene», ha detto a IrpiMedia Bernhard Schnellmann, co-direttore di Argor-Heraeus tra il 2001 e il 2020.
Tutti gli attori che hanno risposto a IrpiMedia e Occrp (Cupremeco, Pms, Argor-Heraeus e Italpreziosi) hanno affermato che l’oro in questione fosse riciclato, senza alcuna connessione con le miniere venezuelane.
Argor-Heraeus sostiene di aver condotto un’analisi di fluorescenza a raggi X (Xrf) sull’oro proveniente da Cupremeco, rilevando che «i livelli di purezza e le quantità sono coerenti con oro da riciclo derivante da un mix di scarti di gioielleria e lingotti».
Analisi di purezza: 469 campioni d’oro inviati da PMS ad Argor-Heraeus
Ogni punto rappresenta un campione di oro fornito da PMS SA ad Argor-Heraeus. Alta purezza e stretta correlazione tra livelli di oro e argento (indice di Pearson: -0,97) sono state indicate da esperti del settore come difficilmente compatibili con oro riciclato
IrpiData | Creato con: Flourish
I test Xrf sono utilizzati dalle raffinerie per determinare le quantità di oro, argento e altri elementi nelle barre che ricevono. La raffineria ha poi inviato i risultati di questi test a un esperto indipendente, GeoBlock International, che ha confermato quanto sostenuto.
«Entrambe le analisi confermano al di là di ogni dubbio che non vi era alcuna evidenza di un’origine da materiale primario», hanno scritto gli avvocati della raffineria.
IrpiMedia, Armando.Info e Occrp hanno ottenuto in modo indipendente 469 analisi emesse da Argor-Heraeus a Pms. Il campione, che copre circa 6,5 tonnellate di oro raffinato, è quasi interamente relativo al 2016, con una manciata di analisi risalenti al 2014 e 2015.
Abbiamo condiviso questi dati con sei tra geologi ed esperti di metallurgia forense e il verdetto è stato unanime: quel materiale era composto perlomeno per almeno la metà da oro di miniera, il cosiddetto doré, con un profilo geochimico compatibile con i giacimenti dell’Arco dell’Orinoco in Venezuela. La chiave sta nel rapporto tra oro e argento.
«Una quantità di oro così grande non è realisticamente ottenibile dal solo oro vecchio. La spiegazione più logica è che si tratti di oro bullion di origine mineraria, oppure di una miscela di oro riciclato e oro di miniera, in cui quest’ultimo rappresenta la componente principale», ha dichiarato a IrpiMedia Richard Goldfarb, professore di geologia alla Colorado School of Mines.
Nelle quasi 500 analisi analizzate emerge una regolarità matematica precisa: ogni volta che la purezza dell’oro scende, la quantità di argento sale in modo proporzionale. In gergo tecnico si chiama correlazione inversa. Se qualcuno avesse fuso insieme centinaia di vecchi anelli, bracciali, denti d’oro e lingotti da investimento i dati mostrerebbero un caos chimico.
I gioielli contengono rame, zinco e leghe diverse, in proporzioni che variano di frequente. Invece, le analisi di Argor-Heraeus mostrano un ordine pulito, quasi clinico. È estremamente implausibile che 469 carichi di oro vecchio si comportino tutti come se provenissero dalla stessa vena geologica.

Anche il dott. Wendell Fabricio-Silva, geologo forense, è giunto alla medesima conclusione. «La firma composizionale osservata è più coerente con oro primario parzialmente lavorato che con oro precedentemente raffinato reimmesso sul mercato come rottame», ha detto Wendell ad IrpiMedia. «I risultati non escludono un’origine mineraria; anzi, nel loro complesso, sono più coerenti con oro doré proveniente da operazioni estrattive, potenzialmente anche di tipo artigianale».
Più di un terzo del campione analizzato presenta una purezza pari o superiore al 90 per cento. Un dato difficilmente compatibile con l’oro scrap da gioielleria, la cui purezza si aggira solitamente attorno al 75 per cento, corrispondente a 18 carati, e raramente lo supera.
La letteratura geologica indica invece che quei livelli di purezza sono compatibili con quelli riscontrati in natura nell’oro estratto nell’Arco minerario dell’Orinoco, in Venezuela.
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«Respingiamo le conclusioni contrarie di esperti non identificati, la cui metodologia e i cui risultati non ci sono stati condivisi integralmente – ha dichiarato Argor-Heraeus – Le accuse si basano su un dataset dichiaratamente incompleto, che copre soltanto il 2016 con alcuni dati relativi al 2014 e 2015, e limitato al solo contenuto di oro e argento» e ancora «di aver sempre superato i requisiti della Lbma previsti dalle norme e dai regolamenti vigenti all’epoca».
Due diligence
La definizione che la Lbma dà all’oro riciclato è quella di «qualsiasi materiale contenente oro che non provenga direttamente da una miniera nel suo primo ciclo di vita».
Una definizione ampia, che lascia la porta socchiusa all’ingresso dell’oro estratto illegalmente e che ha passato anche solo un passaggio intermedio di lavorazione. Si sono riportati casi in cui il minerale appena estratto viene appositamente fuso in rudimentali bracciali.
Si tratta di un problema noto da tempo. Già nel 2016 l’Ocse aveva messo in guardia: l’etichetta «oro riciclato» può diventare una maschera per il metallo illecito. Le linee guida dell’organizzazione parigina segnalano come campanello d’allarme i casi in cui l’oro dichiarato come riciclato sia stato raffinato in un Paese attraverso il quale transita notoriamente l’oro proveniente da zone di conflitto o ad alto rischio. Com’è il caso di Curaçao.
«Le aziende che si riforniscono di oro non possono prendere per buone le dichiarazioni d’origine o le affermazioni sul materiale riciclato», spiega a IrpiMedia Luca Maiotti, analista politico dell’Ocse. «Ci si aspetta che le raffinerie monitorino proattivamente i rischi in evoluzione come parte del loro processo di due diligence».
La stessa preoccupazione è stata ribadita dalla Commissione europea in un rapporto del febbraio 2025, nel quale giudica lo schema della Lbma solo «parzialmente allineato» agli standard europei.
Tra le carenze più gravi identificate, il rapporto segnala che «la due diligence sulle catene di approvvigionamento dell’oro riciclato deve essere rafforzata, sia in termini di requisiti dello schema che di implementazione da parte delle raffinerie e degli auditor».
Il rapporto conclude che questo sistema di controlli, «per quanto ben intenzionato, non funziona efficacemente», e che potenzialmente consente alle raffinerie Lbma di «supportare indirettamente riciclatori di denaro o gruppi armati, pur essendo allo stesso tempo in grado di dimostrare che il loro oro proviene da fonti legittime».
Il problema emerge dai dati della stessa Lbma. Secondo le statistiche più recenti disponibili, riferite al 2022, l’oro riciclato rappresenta circa il 64 per cento del metallo raffinato dai membri della Good delivery list, le raffinerie accreditate dall’associazione.
Appena l’un per cento risulta provenire da miniere artigianali e di piccola scala (Asm, dall’inglese Artisanal and small-scale mining), le più difficili da controllare e spesso associate ad attività illegali e violazioni dei diritti umani. Questo dato è difficile da conciliare con i dati della Banca Mondiale, secondo cui le miniere artigianali producono circa il 20 per cento dell’oro mondiale. I numeri non tornano.
Interpellata da IrpiMedia, la Lbma ha risposto tramite un portavoce che le sue linee guida «si fondano sul principio di mitigare, ma non eliminare, i rischi lungo la catena di approvvigionamento», rimarcando che i meccanismi di supervisione sono in costante evoluzione per stare al passo «con le mutevoli vulnerabilità» e con «i cambiamenti nel panorama dell’approvvigionamento etico».
Un ultimo favore
Nel 2017, in risposta alla repressione del governo Maduro contro l’opposizione e alla crescente crisi umanitaria, gli Stati Uniti imposero sanzioni contro il Venezuela che colpirono anche il commercio di oro. La Svizzera si adeguò, e la Lbma chiuse ufficialmente le porte all’oro venezuelano.
Ma nei due anni successivi Cupremeco ha continuato ad inviare ad Argor-Heraeus, sempre tramite Pms, almeno altre 16 tonnellate di metallo prezioso, per un per un valore dichiarato che sfiorava il mezzo miliardo di dollari. Briccola e Pataro affermano che si trattasse ancora di oro venezuelano, cosa che Argor-Heraeus nega fermamente.
L’anno seguente però fu Curaçao a bloccare gli ingressi. L’oro del Venezuela era ormai considerato troppo compromesso: i collegamenti con il crimine organizzato e l’estrazione illegale erano accertati, documentati. Per Cupremeco e la rotta delle Antille olandesi fu la fine. Eppure ci fu un’ultima operazione, un carico finale che l’importatore ticinese Briccola descrisse come «un favore» per un cliente di fiducia.
Era il maggio del 2019. La rotta di Curaçao era ormai impraticabile, così l’oro prese una via tortuosa: prima la Repubblica Dominicana, poi le Isole Cayman. A fornire il metallo era Marco Flores Moreno, il fornitore oggi sotto processo in Brasile.
Il primo invio arrivò a destinazione. Il secondo no. Le autorità britanniche e delle Cayman sequestrarono il carico e aprirono un’indagine, che tuttavia non riuscì a determinare se l’oro sequestrato fosse legato ad attività criminali. Questo però fu sufficiente affinché, dopo quasi un decennio, la relazione tra Argor-Heraeus e Cupremeco si concludesse.
«In linea con le nostre rigide linee guida, ci disimpegniamo immediatamente dalle catene di approvvigionamento o dai partner commerciali ogni volta che vi sia il sospetto di comportamenti fraudolenti», ha dichiarato Argor-Heraeus ai giornalisti. Ma a quel punto l’oro era già entrato nel mercato.
«Una volta che la raffineria lo trasforma in quei lingotti lucenti con il proprio marchio, l’oro diventa legittimo. Si perde ogni tracciabilità: entra nel sistema monetario internazionale, nell’elettronica di consumo, nella gioielleria. In tutto», ha detto a IrpiMedia Quinn Kepes di Verité, organizzazione non profit che aiuta le aziende a identificare i rischi di sfruttamento lavorativo nelle proprie filiere.
Decine di tonnellate di oro sporco del Venezuela sono oggi disperse nelle filiere globali. Nel frattempo, il suo valore è più che quadruplicato: quelli che all’epoca erano quattro miliardi di dollari oggi corrispondono a oltre sedici. Quanto un’intera manovra finanziaria italiana. E l’oro, una volta riciclato, lo è per sempre.
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