10.04.26
Accade spesso che un’inchiesta, pur rivelando fatti di rilevanza pubblica, non generi immediatamente l’impatto sperato. È successo anche quando abbiamo documentato la presenza di elevate quantità di Pfas, sostanze altamente cancerogene, nelle tute antincendio dei pompieri italiani.
Per mesi, dopo la pubblicazione del nostro primo pezzo sull’esposizione ai Pfas dei vigili del fuoco, nel luglio 2023, non è successo nulla: nessuna reazione istituzionale, nessuna risposta dal ministero, nessuna interrogazione parlamentare, solo qualche debole comunicato dei sindacati, rivolto a istituzioni che rimanevano in silenzio.
In breve
- Nel 2023 IrpiMedia ha pubblicato un’inchiesta sulla presenza dei Pfas, sostanze altamente cancerogene, nelle tute antincendio dei vigili del fuoco italiani. Le analisi avevano rilevato valori fino a 16 volte superiori alle soglie di sicurezza
- Per oltre un anno, l’inchiesta non ha prodotto reazioni significative, il ministero dell’Interno ha sostenuto che le tute fossero sicure
- La svolta è arrivata da una via inaspettata: i familiari dei pompieri morti. Matteo Ralli ci ha contattati dopo che suo padre e altri tre vigili dello stesso comando erano deceduti per glioblastoma, un tumore raro che colpisce circa quattro persone ogni 100mila abitanti. Tra questi, anche suo padre. La storia ha portato alla luce altri 13 casi simili in Italia
- Dopo ulteriori analisi condotte da Greenpeace e dal sindacato Usb — che hanno riscontrato Pfas anche nel sangue di 16 pompieri testati — il ministero dell’Interno ha avviato un primo screening su circa 300 vigili, affidato all’Università di Bologna. I risultati non sono ancora pubblici
- Intanto anche tre Regioni — Liguria, Piemonte e Umbria — hanno approvato mozioni per avviare controlli sul sangue dei pompieri, ma senza fondi allocati gli screening non sono mai partiti
- L’impatto di questa inchiesta — imprevedibile nei tempi e nei canali aperti — continua a crescere e ha portato IrpiMedia a vincere il premio giornalistico Pietro Di Donato sulla sicurezza sul lavoro
Eppure, in teoria, il nostro lavoro da giornalisti l’avevamo fatto, dimostrando con prove certe che i dispositivi di protezione individuale che dovrebbero salvare la vita ai vigili del fuoco li espongono invece a sostanze cancerogene. Le tute antifiamma, le schiume antincendio, i guanti: tutto contiene Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche chiamate anche forever chemicals per la loro capacità di persistere nell’ambiente e negli organismi. Avevamo parlato con pompieri che ci raccontavano di essersi ammalati, di tumori sospetti tra i colleghi, di una correlazione ancora tutta da dimostrare, ma che andrebbe quantomeno indagata.
Purtroppo oggi, la semplice rivelazione di fatti di pubblico interesse, per quanto gravi, spesso da sola non basta a produrre cambiamenti. Noi di IrpiMedia lo sappiamo, e per questo da anni cerchiamo di accompagnare il nostro lavoro da reporter con una serie di azioni tese a aumentare l’impatto delle nostre inchieste.
Perché occuparsi dell’esposizione ai Pfas dei vigili del fuoco
IrpiMedia si occupa di Pfas dal 2020, quando stava per aprirsi a Vicenza il primo maxi-processo italiano per disastro ambientale legato a queste sostanze. Sul banco degli imputati i manager dell’azienda chimica Miteni, accusati di aver contaminato la seconda falda acquifera più grande d’Europa, avvelenando il sangue di migliaia di cittadini veneti. Quel processo si è concluso a giugno 2025 con la condanna in primo grado di undici ex dirigenti: pene da due anni e otto mesi fino a 17 anni e mezzo, superiori alle richieste dell’accusa.
In quell’aula di tribunale abbiamo incrociato Laura Fazzini, giornalista freelance che ancora oggi si occupa del tema, sia a livello nazionale che europeo.
Laura era in contatto con Diane Cotter, una cittadina americana che nel 2014 aveva scoperto che le tute del marito vigile del fuoco, malato di cancro, contenevano Pfas e le rilasciavano costantemente. Negli Stati Uniti la sua battaglia ha portato a cambiamenti normativi, nuovi equipaggiamenti e 370 milioni di dollari investiti in screening oncologici per i pompieri.
In Italia, al contrario, non c’era ancora attenzione sul tema. Abbiamo quindi deciso di indagare. Ottenuta una tuta antincendio da una fonte, l’abbiamo fatta analizzare dallo stesso scienziato a cui si era rivolta Diane Cotter e i risultati hanno confermato i nostri sospetti: la composizione delle tute italiane è molto simile a quelle statunitensi. I valori delle due molecole più pericolose superavano di quattro volte la soglia di sicurezza indicata dal ministero per il Pfoa, e di sedici volte per il Pfos.
Tutti i vigili del fuoco intervistati ci hanno confermato di non sapere di essere potenzialmente esposti a queste sostanze tossiche, né di essere mai stati formati per evitare una contaminazione.
Come si lavora all’impatto di un’inchiesta
Il nostro obiettivo era che si arrivasse a un impatto simile a quello del lavoro di Cotter negli Stati Uniti: la sostituzione dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) dei vigili del fuoco con quelli senza Pfas; l’attivazione di uno screening sanitario continuo dei pompieri e studi epidemiologici su tutto il Corpo nazionale e, infine, l’inserimento dei vigili del fuoco all’interno delle tutele dell’Inail, con conseguente cambiamento delle procedure per la causa di servizio.
Per arrivare a questi risultati, il primo passo è stato individuare quali fossero i gruppi di persone da intercettare per raggiungere tali obiettivi. C’erano ovviamente i vigili del fuoco in servizio e in pensione, i volontari, i sindacati, i parlamentari e il ministero dell’Interno. Tutti target che abbiamo rintracciato tramite contatti diretti o indirizzi ufficiali.
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Le reazioni ci sono state, ma abbastanza timide. La Cisl ha chiesto attenzione del Dipartimento dei vigili del fuoco sull’esposizione del personale ai Pfas; dieci europarlamentari italiani hanno depositato un’interrogazione con richiesta di risposta scritta sul tema, ricevendo risposta dal Commissario al Lavoro.
La Direzione regionale dei vigili del fuoco del Piemonte ha organizzato un seminario di sensibilizzazione sui Pfas per i comandi provinciali.
Il Consiglio regionale del Veneto ha chiesto al ministero dell’Interno di autorizzare l’organizzazione di un seminario informativo per la comprensione delle problematiche connesse ai dispositivi di protezione individuale in dotazione ai pompieri, alla presenza o meno di concentrazioni di Pfoa nelle schiume antincendio in dotazione e un monitoraggio di un campione di vigili del fuoco.
A marzo 2024, i sindacati Conapo e Usb, citando la nostra inchiesta, hanno richiesto al ministro dell’Interno e a quello della Salute studi sull’incidenza dei Pfas nel Corpo dei vigili del fuoco e accertamenti sanitari sui vigili esposti a queste sostanze. Il ministero dell’Interno ha risposto che le analisi da loro visionate, realizzate da un laboratorio accreditato, hanno fornito «valori non significativi dal punto di vista della misura». Per il ministero, dunque, le tute utilizzate dai pompieri italiani non presentano quantità pericolose di Pfas.
La svolta, l’impatto tardivo
La risposta del ministero sembrava chiudere definitivamente questa storia. Ma a fine 2024 è arrivata una svolta e la nostra inchiesta ha smesso di essere un pezzo dimenticato in un sito web.
C’era un gruppo di persone che non avevamo in un primo momento considerato, qualcuno non direttamente interessato all’esposizione ai Pfas, ma che comunque ne subiva le conseguenze: i familiari dei vigili del fuoco deceduti per malattia.
Alla fine del 2024 siamo stati contattati da Matteo Ralli, figlio di Antonio Ralli, pompiere di Arezzo morto poco dopo la pubblicazione della nostra inchiesta. Ci ha raccontato che tra ottobre 2022 e dicembre 2023, nella sua città, sono morti quattro vigili del fuoco dello stesso comando, tra cui il padre. Tutti per glioblastoma di quarto grado, un tumore cerebrale aggressivo. Quattro colleghi della stessa caserma con la stessa malattia, un tumore che colpisce tre-quattro persone ogni 100mila.
Matteo Ralli ha avviato una causa di servizio per ottenere il riconoscimento della malattia professionale del padre. Tra la documentazione allegata ci sono anche il nostro articolo e le analisi che avevamo commissionato sul giaccone antifiamma. Ci racconta che suo padre, prima di morire, aveva letto la nostra inchiesta, trovando una possibile conferma ai dubbi che lo tormentavano da anni, da quando, ancora in servizio, vedeva i colleghi ammalarsi e morire uno dopo l’altro. La storia di Ralli è diventata poi nota anche a livello nazionale e ha portato alla luce almeno altri 13 casi dello stesso tumore raro tra i vigili del fuoco italiani.
Subito dopo, Greenpeace e l’Usb si sono uniti per condurre nuove analisi sui dispositivi di protezione dei vigili del fuoco e sul sangue di un piccolo campione di pompieri. I test sugli indumenti — più recenti rispetto a quelli esaminati da noi — hanno confermato i nostri dati sulla presenza di Pfas nei Dpi. Ma non solo: hanno dimostrato che quelle stesse sostanze erano presenti nel sangue di tutti e 16 i vigili coinvolti nello studio. Un campione sicuramente limitato, ma un nuovo punto da approfondire.
Nonostante ciò, a marzo 2026 il Dipartimento dei vigili del fuoco ha respinto, dopo due anni dalla richiesta, la domanda di riconoscimento della causa di servizio per la morte di Antonio Ralli. Il comitato di verifica ha motivato il diniego sostenendo che, pur riconoscendo la pericolosità della professione e la presenza di Pfas negli equipaggiamenti, le evidenze scientifiche attuali non provano un nesso causale diretto e specifico tra l’attività lavorativa e questo tipo di tumore, e che per farlo servirebbero studi epidemiologici rigorosi. Gli stessi studi che IrpiMedia, i sindacati e le famiglie dei pompieri deceduti chiedono da anni, senza ottenere risposta dal ministero.
Le azioni istituzionali e sindacali
A questo punto il ministero dell’Interno non ha potuto fare altro che avviare un primo screening: circa 300 vigili del fuoco si sono sottoposti volontariamente ad analisi del sangue e del capello per verificare la presenza di Pfas nel loro organismo. Lo studio è affidato all’Alma Mater di Bologna e per questo la gran parte dei pompieri analizzati arriva dall’Emilia-Romagna. Nel gruppo anche una cinquantina di vigili del fuoco aretini.
I risultati non sono ancora pubblici. Né il ministero né l’università hanno risposto alle nostre richieste sui tempi di pubblicazione.
Per approfondire
Nel frattempo, la Direzione Salute del Corpo nazionale dei vigili del fuoco — a seguito di 36 esposti fatti dall’associazione Isde Medici per l’ambiente — ha richiesto ai singoli comandi locali di verificare quali azioni abbiano intrapreso gli enti territoriali competenti, come Arpa e Asl, per accertare la presenza di Pfas nell’ambiente e di condividere eventuali risultati nelle matrici ambientali.
In Liguria, Piemonte e Umbria, le Regioni, su spinta del Movimento 5 Stelle, hanno approvato una mozione per avviare controlli sul sangue dei vigili del fuoco per misurare i livelli di Pfas ma, non essendo stati allocati fondi per gli screening, questi non sono ancora partiti.
In Liguria però, Stefano Giordano, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle ed ex pompiere, insieme all’Usb, ha fatto analizzare in autonomia dieci colleghi, anche in pensione. Uno di loro ha mostrato valori allarmanti: 40 nanogrammi per millilitro di Pfos. È morto agli inizi di febbraio, come un altro vigile del comando di Matera, di cui avevamo parlato nel nostro secondo approfondimento.
La Fp Cgil ha riconosciuto che i Pfas restano al momento l’unico trattamento affidabile per la repellenza agli idrocarburi nei Dpi, mentre le alternative fluorine-free non hanno ancora raggiunto lo stesso livello di efficacia. Il sindacato ha però chiesto con forza la piena trasparenza sui dati dello studio dell’Università di Bologna e l’istituzione di un tavolo tecnico permanente su decontaminazione, gestione dei Dpi e monitoraggio dei Pfas. Ha inoltre proposto l’introduzione di una specifica indennità economico-previdenziale già nel rinnovo contrattuale 2025-2027, per tutelare i lavoratori esposti a sostanze tossiche anche dopo il pensionamento.
Lavorare all’impatto di un’inchiesta per IrpiMedia è anche dialogare con le istituzioni e i sindacati coinvolti, e prendere parte ai convegni o ai tavoli di lavoro dedicati ai temi di cui ci occupiamo. In questo caso, per esempio, abbiamo partecipato come relatrici a un seminario sui rischi professionali dei vigili del fuoco organizzato dalla Cgil al comando di Arezzo, invitate da Nunzio Di Nigris, coordinatore provinciale della Cgil a Torino.
Di Nigris è il primo rappresentante dei pompieri italiani a sedere, da ottobre 2025, al tavolo europeo Etuc (European Trade Union Confederation) che ha il compito di modificare la normativa europea relativa alla fabbricazione dei dispositivi di protezione individuali. Al tavolo siedono i produttori e le sigle sindacali dei vigili del fuoco di tutta Europa, con l’obiettivo di elaborare una procedura di decontaminazione capace di ridurre l’esposizione agli inquinanti nella fase successiva all’incendio.
Tra frustrazioni e risultati
IrpiMedia continua a lavorare sull’esposizione dei vigili del fuoco ai Pfas e ad altri possibili contaminanti, non senza difficoltà, perché non sempre c’è la collaborazione attesa da fonti e istituzioni.
Nel caso dei kiwi di Latina, un’altra inchiesta in cui abbiamo lavorato accuratamente sull’impatto da ottenere, il percorso era stato diverso: reazioni rapide da alcuni soggetti coinvolti, iniziative più facili da pianificare, un dibattito pubblico ancora in corso, alimentato anche dalle cronache sul caporalato. Per i pompieri è successo l’opposto: l’impatto è arrivato quando l’inchiesta sembrava destinata al silenzio, innescato da lettori che non avevamo previsto.
L’impatto di un’inchiesta può quindi sfuggire alla pianificazione: Antonio Ralli aveva letto il nostro articolo prima di morire, trovando forse conferma ai suoi dubbi. Non è riuscito a vedere cosa sarebbe successo dopo, ma quella lettura è arrivata in tempo per altri pompieri.
Il 14 dicembre 2025, proprio nel secondo anniversario della sua morte, abbiamo ricevuto il premio giornalistico Pietro Di Donato sulla sicurezza sul lavoro, organizzato dal Comune di Taranta Peligna in collaborazione con l’Inail d’Abruzzo. Nelle motivazioni: «A due anni dalla prima inchiesta, recenti analisi rafforzano l’urgenza di un’indagine epidemiologica e di dispositivi di protezione privi di contaminanti». Obiettivi che speriamo di raggiungere presto.
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