27.05.26
«Ad oggi, sulla base dei dati scientifici raccolti e degli studi sperimentali, non parrebbero emergere specifici rischi connessi all’attività lavorativa dei vigili del fuoco». Con queste parole l’ingegnere Ennio Aquilino, direttore generale della Direzione Salute dei vigili del fuoco, ha chiuso il convegno “Pfas: ricerca ed evidenze scientifiche al servizio della salute nel Cnvvf (Corpo nazionale dei vigili del fuoco, ndr)”, organizzato lo scorso 23 aprile presso l’Istituto superiore antincendi di Roma.
L’incontro è stato l’occasione per l’Università di Bologna di presentare i risultati delle analisi del sangue svolte su 387 vigili del fuoco su incarico della Direzione Salute. Secondo questi esami, i livelli di Pfas nel sangue del personale esaminato sarebbero «bassi» e «in linea con quelli della popolazione residente in Emilia-Romagna».
Per il ministero dell’Interno, responsabile del Corpo, non esiste nessuna esposizione professionale rilevante né una correlazione con i tumori riscontrati tra i vigili del fuoco. Ma queste rassicurazioni si fondano su dati preliminari, non ancora validati dalla comunità scientifica.
In breve
- Il ministero dell’Interno ha presentato il primo screening ufficiale sui Pfas nei vigili del fuoco italiani come rassicurante, ma lo studio non è ancora stato pubblicato su nessuna rivista scientifica né sottoposto a revisione tra pari
- La ricerca analizza 387 pompieri dell’Emilia-Romagna e di Arezzo, ma il campione è volontario, privo di criteri di selezione e non misura l’esposizione professionale: impossibile quindi stabilire se i Pfas trovati nel sangue vengano dal lavoro, dall’ambiente o dalla dieta
- Intanto le tute antincendio in dotazione ai vigili del fuoco italiani contengono ancora Pfas, non esistono protocolli obbligatori di decontaminazione post-intervento e chi sviluppa un tumore non ha quasi mai modo di dimostrare il nesso con la propria attività lavorativa
- IrpiMedia ha chiesto accesso ai dati disaggregati dello studio e un’intervista ai vertici del Corpo: entrambe le richieste sono state negate
Sappiamo che in Italia non esistono norme di decontaminazione che proteggano i pompieri dall’esposizione ai diversi contaminanti che toccano o respirano durante gli interventi. I Pfas si accumulano nell’organismo e, a seconda del composto, possono restarvi a lungo; la letteratura li associa a disfunzioni del sistema immunitario, a un aumento del rischio di tumori del rene e dei testicoli e a disturbi metabolici come obesità e diabete.
I Pfas erano presenti nelle schiume antincendio fino al 2019 e lo sono ancora nei dispositivi di protezione individuale (Dpi) che i pompieri indossano quotidianamente negli interventi. Sappiamo che questi Dpi non vengono sostituiti frequentemente: le tute ignifughe si logorano e potrebbero rilasciare sostanze cancerogene.
Per questi motivi, negli Stati Uniti e in Australia, i Dpi e le schiume contenenti Pfas sono stati già sostituiti con alternative più sicure, sulla spinta di studi scientifici che hanno dimostrato l’esposizione professionale a queste sostanze e la loro pericolosità per l’uomo. In Italia, siamo ancora all’anno zero.
Perché cercare i Pfas nel sangue dei pompieri
I Pfas — sostanze perfluoroalchiliche note come forever chemicals per la loro persistenza nell’ambiente e nel corpo umano — sono presenti nelle tute antincendio in dotazione ai vigili del fuoco italiani almeno dal 2014, come dimostrato da un’inchiesta di IrpiMedia del 2023.
Per essere resistenti al fuoco e idrorepellenti, i completi antifiamma contengono infatti Politetrafluoroetilene (Ptfe), più conosciuto come Teflon, e altri Pfas. Secondo studi statunitensi commissionati dall’International Association of Fire Fighters, queste sostanze rappresentano un rischio già indossando una tuta nuova.
A rendere più urgente la questione, studi condotti in Cina e negli Stati Uniti hanno evidenziato concentrazioni di Pfas nel sangue e nei tessuti cerebrali dei pompieri fino a quindici volte superiori rispetto alla popolazione civile.
Nel 2025, analisi indipendenti di Greenpeace e del sindacato Usb hanno confermato la presenza di Pfas in tutte e sette le tipologie di dispositivi di protezione individuale analizzate — tra cui guanti e pantaloni, a diretto contatto con la pelle — e nel sangue di 16 pompieri.
Nonostante ciò, a oggi non esiste un protocollo ufficiale di decontaminazione post-intervento condiviso con le caserme, né obblighi specifici di controllo o sostituzione dei dispositivi contenenti Pfas.
Questo significa che le sostanze depositate su tute, guanti e mezzi possono continuare a entrare in contatto con il personale anche lontano dal fronte dell’incendio: in caserma, negli spogliatoi, negli ambienti comuni. E con l’usura, gli strati interni delle tute si deteriorano, aumentando ulteriormente l’esposizione.
I rappresentanti del Corpo nazionale dei vigili del fuoco hanno più volte sottolineato la volontà di «andare a studiare e approfondire ogni campanello di allarme», ma intanto al convegno non si è fatto alcun cenno al fatto che nel 2022 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) ha classificato l’intera professione del vigile del fuoco come «sicuramente cancerogena», con un’associazione accertata in particolare con cancro alla vescica e mesotelioma. Tra le sostanze indicate come concause figurano i Pfas.
Le ragioni per preoccuparsi non terminano qui. Uno studio australiano eseguito nel 2023 su 130 pompieri ha confermato che le schiume antincendio contenenti Pfas, in uso fino al 2015, erano responsabili di alti valori di queste sostanze nel sangue dei pompieri, e che la sostituzione di queste schiume ha invece ridotto la presenza complessiva di Pfas nel sangue dei soggetti testati.
È questo un vero biomonitoraggio: più analisi nel tempo, costruite per individuare con studi integrativi le fonti di inquinamento e misurare l’effetto delle azioni correttive. Un modello lontano da quello presentato a Roma, e invece molto simile a quello utilizzato dal Centro di ricerche sul cancro della società medica danese, che nel 2024 ha pubblicato uno studio su 11mila vigili del fuoco arruolati tra il 1968 e il 2021, analizzando i tumori correlati all’esposizione a idrocarburi, bisfenoli, metalli pesanti e Pfas. Lo studio ha confermato la correlazione tra questi inquinanti e i tumori a prostata, vescica e testicolo.
In Italia, al contrario, se un vigile del fuoco sviluppa un tumore anni dopo, è quasi impossibile ricostruire in modo documentato a cosa è stato esposto nel corso della carriera, perché non esiste un sistema che raccoglie in modo dettagliato le esposizioni durante le operazioni.
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Questo rende difficile, se non impossibile, ottenere il riconoscimento della causa di servizio, come IrpiMedia ha raccontato nel caso di Antonio Ralli, pompiere deceduto ad Arezzo per un tumore cerebrale raro. Lo studio danese del 2024, invece, aveva fatto del confronto fra i dati medici di ogni pompiere e la lista dei singoli interventi da lui effettuati il suo punto di forza.
Scienza o fantascienza?
«Dobbiamo cercare di fare scienza e non fantascienza», ha dichiarato al convegno il direttore Aquilino, sottolineando la necessità di «un raccordo molto importante con tutta la comunità scientifica».
Eppure nello stesso incontro l’amministrazione presentava come dati consolidati i risultati di uno studio non ancora pubblicato su alcuna rivista scientifica internazionale, né sottoposto a revisione tra pari.
La nostra richiesta di accedere ai dati disaggregati della ricerca non è stata soddisfatta. Interpellata sulla questione, la dottoressa Jennifer Pascali, che ha condotto lo studio, ha risposto che «il lavoro scientifico sarà inviato a un’opportuna rivista scientifica indicizzata quanto prima» e che è «in fase di revisione da parte degli autori».
Aquilino, invece, ha fatto sapere che i materiali del convegno verranno pubblicati presto online, senza però essere in grado di indicare una data precisa.
I risultati dello studio
Il primo screening ufficiale del ministero dell’Interno, definito dalla ricercatrice Jennifer Pascali uno «studio snapshot», cioè una fotografia dei valori nel sangue in un momento preciso, ha analizzato 387 vigili del fuoco dell’Emilia-Romagna cercando 23 molecole Pfas.
Ne sono state trovate dodici, ma solo cinque erano presenti in più del 40 per cento dei campioni, la soglia minima perché un dato possa essere considerato rappresentativo della popolazione nel suo complesso. Solo sette partecipanti — l’1,8 per cento — superano i venti nanogrammi per millilitro, limite oltre il quale l’Accademia Nazionale delle Scienze americana raccomanda una valutazione individuale.
All’interno del campione emergono però differenze significative: valori più alti tra chi ha più di cinquant’anni o più di vent’anni di servizio, tra i permanenti rispetto ai volontari, e tra chi lavora nella zona romagnola, dato collegato alla contaminazione marina e al consumo di pesce.
Anche l’uso di materiali idrorepellenti nella vita quotidiana risulta associato a concentrazioni maggiori. Curiosa l’associazione inversa con chi evita i cibi processati: valori più alti, non più bassi, probabilmente perché chi mangia fresco e locale in Romagna si espone attraverso altre vie. Lo studio non dice però da dove vengono i Pfas trovati nel sangue, se dall’esposizione lavorativa, dall’ambiente o dalla dieta.
La proposta, per il futuro, è passare da uno studio trasversale a uno longitudinale, monitorando le concentrazioni nel tempo per vedere se e come cambiano. Un’altra matrice di analisi già in cantiere è il capello, che incorpora le sostanze nel corso dei mesi e potrebbe offrire una misura dell’esposizione media nel tempo e non solo istantanea. Dati, insomma, che la stessa autrice descrive come un punto di partenza e non di arrivo.
A guardare più da vicino come questo studio è stato costruito e confrontandolo con le ricerche internazionali già citate, sono diverse le ragioni per cui invocare la scienza come scudo appare quantomeno prematuro.
Il campione poco rappresentativo. I circa quattrocento vigili del fuoco coinvolti hanno partecipato volontariamente e la Pascali ha confermato a IrpiMedia di non aver applicato «criteri di esclusione/selezione». L’Istituto superiore di Sanità (Iss), presente al convegno tramite il ricercatore Stefano Lorenzetti, è esplicito sui requisiti che uno studio di questo tipo deve soddisfare: è essenziale definire il numero e le caratteristiche dei partecipanti, i criteri di inclusione ed esclusione, e selezionare casualmente il gruppo di individui, così da garantirne la rappresentatività statistica.
L’esposizione professionale non è stata misurata. Per isolare il contributo professionale da quello ambientale servono gruppi di controllo e un disegno dello studio costruito apposta per valutare l’esposizione lavorativa. Lo stesso comunicato ufficiale del convegno lo ammette implicitamente, riconoscendo che «rimane complesso distinguere il contributo delle esposizioni ambientali rispetto a quelle di origine professionale».
E infatti, il questionario somministrato ai partecipanti, che la stessa dottoressa Pascali ha definito «molto semplice», perché non potevano «rubare troppo tempo ai lavoratori» non chiedeva al partecipante di specificare se e quante volte avesse indossato una tuta antincendio o usato schiume a base di Pfas, le due principali fonti di esposizione professionale ai Pfas per i pompieri.

I confronti sono viziati. I «dati incoraggianti» annunciati al convegno poggiano su paragoni che presentano, per ammissione degli stessi autori, bias geografici, di genere, di età o di distanza temporale. Lo studio ha confrontato i vigili del fuoco italiani con quattro gruppi: le donne in gravidanza della zona di Bologna, i residenti esposti in Veneto, i partecipanti allo studio americano Nhanes del 2017-2018 e i vigili del fuoco australiani.
La stessa Pascali ha ammesso che le donne in gravidanza — che trasferiscono i Pfas al feto abbassando sistematicamente i propri livelli ematici — «sono un po’ diverse dalla popolazione che abbiamo analizzato», composta «prettamente da uomini con più di cinquant’anni», e che i dati europei «risalgono al 2017-2018, quindi abbiamo un bias di diversi anni rispetto alla nostra popolazione del 2025». Confrontare misurazioni del 2025 con altre vecchie di un decennio, in un campo in cui le concentrazioni ambientali di Pfas sono in costante evoluzione, introduce un’incertezza che lo studio non quantifica.
E la porta si richiude
Al convegno non ci è stato permesso di fare domande ai dirigenti del Corpo dei vigili del fuoco. Abbiamo successivamente richiesto un’intervista, che ci è stata negata perché «per ragioni di carattere istituzionale e in virtù di precise disposizioni interne, è stato attualmente disposto il divieto di rilasciare interviste o dichiarazioni ufficiali alla stampa sulla tematica in oggetto».
Nel mezzo, ci sono circa 37mila vigili del fuoco in servizio in Italia che ogni giorno indossano tute contenenti Pfas, entrano in edifici in fiamme, respirano i prodotti della combustione e tornano a casa spesso senza procedure di decontaminazione adeguate.
Alcuni di loro hanno partecipato volontariamente a uno studio che avrebbe dovuto chiarire i rischi a cui sono esposti, ma non lo ha ancora fatto. Meno se ne parla, meglio è, sembra essere il modus operandi adottato dal Corpo, che non «vuole creare allarmismi».
Ma forse qualche preoccupazione è nata anche in seno all’amministrazione che, il 5 maggio, dodici giorni dopo il convegno rassicurante sui Pfas, sedeva all’Osservatorio bilaterale per le politiche sulla sicurezza, sul lavoro e sanitarie — l’organo che monitora la salute dei lavoratori e dovrebbe prevenire le malattie professionali — e, lontano dai riflettori, annunciava un sistema strutturato di sorveglianza sanitaria per i vigili del fuoco «in corso di definizione» con il ministero della Salute, riguardante sia i Pfas sia l’esposizione ad altre sostanze cancerogene, non ancora monitorate.
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