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SaluteSedute di psicoterapia gratuite o a prezzo agevolato, gruppi di auto-mutuo aiuto, workshop sulla gestione dello stress, training sull’elaborazione del trauma, supporto alle vittime di violenza e molestie. Sono tanti gli strumenti che possono essere messi in campo per tutelare la salute mentale dei giornalisti e delle giornaliste, strumenti che però in Italia quasi sempre mancano. Sono pochi gli spazi di condivisione e dialogo, e molto raramente le redazioni mettono a disposizione un sostegno psicologico per i propri dipendenti e collaboratori. Ecco perché non è facile, per chi fa questo mestiere, ammettere di avere un problema e di vivere un momento di debolezza.
Dall’indagine realizzata da IrpiMedia, attraverso un questionario anonimo distribuito a 558 giornalisti, risulta che solo il 5% di coloro che hanno partecipato ha ricevuto supporto sul lavoro rispetto alla propria salute mentale. Il 62% riterrebbe utile accedere a sedute individuali gratuite di psicoterapia, il 50% vorrebbe gruppi di condivisione e auto-mutuo aiuto, il 37% workshop e training su giornalismo e wellbeing, il 20% un numero verde e una chat di supporto.


Quali di questi aiuti esistono oggi? Nessuno, purtroppo. L’Ordine dei giornalisti mette a disposizione degli iscritti alcuni strumenti come lo sportello legale, ma ancora non prevede sostegni dal punto di vista della salute mentale. Rispondendo alla richiesta di IrpiMedia, la presidenza nazionale ha messo in chiaro che «non rientra nei compiti stabiliti dalla legge per l’Ordine quello di fornire assistenza sanitaria diretta agli iscritti all’albo, il che non significa non avere attenzione a tutti i problemi della categoria e in particolare a quelli di freelance e autonomi». E poi aggiunge: «L’Ordine segue con attenzione, e si confronta, con gli altri enti di categoria: tra questi c’è la Casagit che, nello specifico, si occupa di fornire prestazioni sanitarie, compreso il supporto psicologico».
Casagit Salute è la cassa di assistenza sanitaria dei giornalisti. Facendo una verifica risulta che solo alcuni piani prevedono la copertura delle spese per percorsi di psicoterapia (fino a un certo limite annuale), e comunque si tratta di piani sottoscrivibili solo da giornalisti che hanno un contratto: i liberi professionisti non possono accedere. Chi lavora come freelance può sottoscrivere invece uno dei piani sanitari cosiddetti “aperti”, ossia indirizzati a tutte le categorie di lavoratori: ne esistono quattro tipologie, ma in nessun caso sono coperte le spese per le visite psicologiche. Quest’anno Casagit ha lanciato anche il piano W-in Plus, prosecuzione del precedente W-in: si tratta di un piano finanziato dall’Inpgi (l’ente previdenziale dei giornalisti) che copre le spese mediche a oltre 2.700 giornalisti liberi professionisti con un reddito annuo tra 2.100 e 30.767 euro lordi. Anche in questo caso, però, tra le prestazioni incluse non ci sono le visite psicologiche o psicoterapeutiche.
Lo stress da lavoro correlato nelle redazioni
«Il tema dello stress da lavoro correlato è sempre più centrale oggi», afferma Andrea Artizzu, consigliere del cda di Casagit. «Il malessere è tanto. Nelle redazioni ci sono molti pensionamenti, mentre le assunzioni sono poche: il risultato è che il carico di lavoro per persona aumenta». Per questo nel 2022 Casagit ha lanciato la prima indagine sullo stress da lavoro correlato, realizzata insieme al Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (Cnop) e rivolta solo a giornalisti con contratto. La ricerca, che è stata supervisionata da un comitato scientifico, è stata sviluppata dallo spin off dell’Università di Bologna Unveil Consulting: a partire da una serie di focus group realizzati con gruppi di giornalisti divisi in tre aree geografiche (nord, centro e sud Italia), si è poi strutturata un’intervista scritta somministrata a 50 giornalisti selezionati.
In questa fase sono stati registrati i fattori di rischio maggiormente percepiti: sulla base di essi sono state selezionate le scale psicologiche di riferimento ed è stato elaborato un questionario, che ora sta venendo diffuso tra i giornalisti contrattualizzati iscritti a Casagit. I risultati verranno pubblicati nel 2024. «L’obiettivo è anche di individuare dei correttivi e offrire nuove possibilità a chi prova un disagio sul posto di lavoro – spiega Artizzu –. Grazie a un accordo con il Cnop, daremo l’opportunità agli iscritti a Casagit di usufruire di uno sconto del 20% sui servizi di supporto psicologico e psicoterapia con i professionisti che hanno aderito alla convenzione».
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Chi non può usufruire di questa possibilità dovrebbe comunque potersi rivolgere al Servizio sanitario nazionale per chiedere assistenza psicologica, ma attualmente è molto difficile ottenere un appuntamento: solo il 3,5% delle risorse pubbliche destinate alla sanità riguarda la salute mentale, e quasi sempre la presa in carico avviene solo per i casi più gravi. I dati più recenti a disposizione del ministero della Salute mostrano che nel 2020 solo il 6% delle prestazioni erogate dai servizi territoriali riguardava percorsi di psicologia o psicoterapia. Il risultato è che chi ha la possibilità economica paga privatamente un professionista, chi non può, invece, quasi sempre rinuncia all’assistenza.
Proprio per allargare la platea di chi ha accesso a percorsi di psicoterapia, a dicembre 2021, il governo Draghi ha introdotto il “bonus psicologo”: per il 2022 sono stati stanziati 25 milioni di euro, a cui si sommano 10 milioni per il 2023. I fondi vengono erogati attraverso un voucher di massimo 600 euro che varia in base all’Isee, e che serve a sostenere le spese per le sedute da psicologi e psicoterapeuti privati. La misura però si sta rivelando insufficiente: nel 2022 sono state soddisfatte meno del 10% delle oltre 360 mila domande presentate. In alternativa in alcuni territori è possibile rivolgersi agli “psicologi di base”, che offrono consulenza psicologica gratuita: in Veneto l’esperimento è partito già dal 2014, seguito nel 2015 dalla città di Bologna, nel 2020 dalla regione Campania e infine nel 2022 dalla Lombardia. Ma ancora manca una legge nazionale per istituzionalizzare questi percorsi, che comunque sono limitati e non sono specifici per la categoria.
Nuovi progetti dal basso per sostenere i freelance
Alcuni giornalisti allora stanno avviando progetti dal basso, per creare una rete di supporto e mutuo aiuto. Tra questi c’è il gruppo Linkedin Giornalistǝ italianǝ, uno spazio sicuro «di confronto, di conforto e di dibattito» – come si legge nella descrizione – per persone che lavorano nel giornalismo. «Ci interroghiamo su molte questioni: quanto sono utili le scuole di giornalismo? Che vantaggi dà l’iscrizione all’Ordine? Quale dovrebbe essere l’equo compenso per il nostro lavoro?», spiega il fondatore Francesco Guidotti, che in precedenza aveva creato il progetto Lo Spioncino dei Freelance, con l’obiettivo di rendere trasparenti le tariffe delle testate attraverso un database pubblico alimentato dalle segnalazioni degli stessi freelance. «Alla base c’è l’idea di scardinare le dinamiche competitive per favorire la collaborazione tra colleghi. Nel gruppo tutti possono chiedere indicazioni e suggerimenti, oppure avviare una discussione su temi che hanno a che fare con il lavoro, le redazioni, il precariato, le innovazioni nel giornalismo».
Con lo stesso spirito nasce la rete creata da Fada Collective, pensata per chi vuole uscire dalla competizione ed entrare in una logica di aiuto reciproco, condividendo sia risorse concrete che riflessioni su compensi e diritti. Negli ultimi mesi la rete, che usa un gruppo Whatsapp e un canale Slack, si sta strutturando per diventare anche uno spazio sicuro per condividere questioni legate alla salute mentale. Parallelamente, anche il Centro di giornalismo permanente ha avviato un gruppo di lavoro sulla condizione dei freelance in Italia, che mette insieme una serie di organizzazioni e professionisti per raccogliere informazioni e realizzare un report. Tra i punti toccati c’è anche quello della salute mentale.
Parallelamente anche il sindacato dei giornalisti Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana) dà un supporto ai liberi professionisti attraverso la Commissione lavoro autonomo, che ha il compito di monitorare le condizioni di lavoro dei giornalisti freelance e fornire assistenza sindacale, legale e previdenziale. «Quando si parla di freelance, la difficoltà è riuscire a organizzarsi e costruire una rappresentanza collettiva, per farsi riconoscere dalla controparte», spiega il consigliere di Fnsi Mattia Motta, che è anche rappresentante per l’Italia all’interno del Freelance rights expert group della European Federation of Journalists. «Quando si riescono a creare coordinamenti di giornalisti freelance di un gruppo o una testata, il tema della salute mentale emerge sistematicamente e con forza: si tratta di una vera propria emergenza, che va in parallelo all’emergenza del lavoro dignitoso».
I freelance possono anche scegliere di rivolgersi a reti internazionali che aiutano i giornalisti indipendenti, come quella del progetto Media Freedom Rapid Response, che fornisce sostegni concreti come la sostituzione dell’attrezzatura danneggiata, l’assistenza medica e anche il supporto psicologico. Il sostegno è rivolto ai giornalisti che lavorano nei Paesi membri dell’Unione europea e nei Paesi candidati ad aderirvi: per fare domanda è sufficiente mandare la propria candidatura sul sito. «Ogni intervento è ritagliato su misura per venire incontro ai bisogni del singolo giornalista», spiega Serena Epis, che lavora al progetto per conto di Osservatorio Balcani e Caucaso. «Il nostro sostegno è rivolto a chi per via del proprio lavoro subisce minacce di vario tipo, tra cui violenza, molestie e intimidazioni».
Cosa succede all’estero?
In altri Paesi, il sostegno psicologico ai giornalisti è già una realtà. Esistono testate che mettono a disposizione strumenti ad hoc per i propri dipendenti: negli Stati Uniti Bloomberg News ha avviato il Concern employee assistance program, e in parallelo realizza meditazioni virtuali quotidiane e formazioni sul tema della “resilienza”. Anche il Financial Times offre ai suoi dipendenti una serie di workshop motivazionali con un career coach, e corsi con tecniche di self-management. Hearst Newspapers ha assunto una terapeuta a tempo pieno per offrire sessioni gratuite ai suoi dipendenti in California e Texas. Nel Regno Unito, il National Council for the Training of Journalists – la principale organizzazione che si occupa di formazione giornalistica – ha reso obbligatoria la formazione sulla “resilienza”, che fornisce strumenti per affrontare situazioni che «possono causare angoscia o disagio».
Oltre alle testate e alle associazioni di categoria, esistono anche diverse organizzazioni che forniscono supporto psicologico ai giornalisti. Il Dart Center for Journalism and Trauma mette a disposizione dei giornalisti di tutto il mondo una serie di risorse per tutelare la propria salute mentale: training, schede tematiche di approfondimento, app di auto-aiuto, percorsi di yoga e meditazione strutturati per persone che hanno subito traumi, e un database di terapeuti formati per lavorare con i giornalisti. Nel 2023 il Dart Center ha avviato anche il Journalist Trauma Support Network, per fornire un vero e proprio percorso psicologico gratuito con terapeuti esperti di stress e traumi connessi al giornalismo. Attualmente il programma è sospeso, dovrebbe riaprire nell’estate del 2024.
Per monitorare le nuove iniziative e gli strumenti a supporto della salute mentale dei giornalisti, due anni fa, la giornalista spagnola Maria Miret ha lanciato la newsletter Broken souls. Tra le organizzazioni più attive c’è The Self Investigation, nata in pandemia per offrire consulenza alle redazioni e ai singoli giornalisti sul benessere psicologico sul lavoro: è poi stata fondata un’Academy che realizza una serie di corsi, alcuni dei quali gratuiti. Anche The Headlines network fa formazione e consulenza alle redazioni e ai giornalisti sul tema della salute mentale: tra i materiali gratuiti a disposizione c’è una guida per riconoscere e affrontare il burnout da lavoro e un’altra per affrontare notizie potenzialmente traumatiche.
Per quanto riguarda le minacce che vengono dalla rete, la Coalition against online violence mette a disposizione una serie di risorse tra cui una guida interattiva di auto-aiuto e un supporto sette giorni su sette, 24 ore al giorno, per le emergenze legate alla salute mentale, alla violenza online o alla sicurezza digitale. Anche la International women’s media foundation ha raccolto diversi materiali per sostenere i giornalisti e in particolare le giornaliste donne e afrodiscendenti: c’è un manuale per tutelare la salute mentale di chi è vittima di violenza online e una serie di esercizi pratici sulla respirazione e sulla gestione dell’ansia, dello stress, degli attacchi di panico e dell’insonnia.
La maggior parte dei progetti sulla salute mentale dei giornalisti sono partiti nei Paesi anglosassoni, ma oggi il tema sta prendendo piede anche nei paesi dell’Europa meridionale. In Portogallo il Sindicato dos Jornalistas (SJ) ha avviato un percorso per sostenere i giornalisti sia contrattualizzati che freelance, che consiste in un’indagine conoscitiva, tre workshop su salute mentale e competenze digitali, alcuni corsi online di follow-up e una serie di podcast di sensibilizzazione. In Grecia, la testata indipendente Solomon ha lanciato il Solomon media lab, un centro di formazione che nel 2022 ha pubblicato un kit di sostegno alla salute mentale e al benessere dei giornalisti, creato attraverso una serie di focus group: «Contrariamente all’immagine del giornalista “invincibile”, ci rendiamo conto che non possiamo fare affidamento solo sulle nostre forze per elaborare le situazioni emotivamente forti e i sentimenti complessi che emergono nel nostro lavoro – scrivono –. Tutto questo richiede uno sforzo collettivo da portare avanti all’interno della comunità del giornalismo, e un cambiamento negli standard e nelle abitudini quotidiane».
