#ArchiviCriminali

Dalla Barbagia alla provincia lombarda, le fughe di “Gratzianeddu” Mesina
I rapimenti in Sardegna, i contatti con Epaminonda e Turatello a Milano, l’arresto del 1985 e le evasioni. Fino a dicembre 2021 è stato nella lista dei latitanti più pericolosi
10 Dicembre 2021

Andrea Ballone

Un campanello che suona nella notte. Pierina Gusella, portiera del condominio 59 di via D’Avalos a Vigevano, sessantamila abitanti in provincia di Pavia, guarda dalla finestra e vede delle facce poco raccomandabili. «Non gli avrei mai aperto». Confesserà poi ai giornalisti. Poco male. Quelli sfondano la porta e cominciano a salire le scale. Si sente uno scalpiccio e qualche rumore. Un’altra porta sfondata. Poi il silenzio.

Nell’appartamentino poco distante da Piazza Ducale, la principale attrazione della cittadina lombarda, c’è un uomo in mutande con la sua fidanzata. Almeno così racconteranno poi. Ha 43 anni ed è il più importante ricercato d’Italia. Si chiama Graziano Mesina e per tutti è la primula rossa del Supramonte, alle spalle ha diversi anni di carcere e molti altri ne farà.

Il “Robin Hood” di Orgosolo

A Orgosolo in Barbagia è una specie di eroe. L’ultimo dei balentes, che in Sardegna sono gli uomini valorosi. Specializzato in rapimenti ed evasioni dalle carceri, alcune rocambolesche, è conosciuto in tutta Italia e ha fan insospettabili, come il giornalista Indro Montanelli. Un bandito sì, ma con un codice d’onore. Per molti sardi della Barbagia, la regione più povera dell’isola, è un mito. «Mesina ruba ai ricchi, quelli che depredano da anni la Sardegna». «Mesina non tocca le donne e i bambini». E poi a dispetto dell’altezza (non esagerata) e di qualche chilo in più Mesina piace. Soprattutto alle donne. Gli scrivono lettere in carcere. Come Valeria Fusè, giornalista pubblicista, timida e di buona famiglia, figlia di un commerciante di Milano. Valeria ha seguito “Grazianeddu” nella fuga dal carcere di Porto Azzurro avvenuta sei giorni prima.

IrpiMedia è gratuito

Ogni donazione è indispensabile per lo sviluppo di IrpiMedia

Intanto i carabinieri lo portano in caserma. La voce corre tra i giornalisti locali. I fotografi vengono buttati giù dal letto. È la notte tra il 18 e il 19 aprile 1985 e lungo le rive del Ticino, tra le risaie, c’è ancora un po’ di umidità. Meglio portarsi un maglione. Qualcuno impreca. I giornali sono chiusi e il giorno dopo c’è sciopero. I giornalisti de l’Informatore, il settimanale locale, scriveranno in fretta nella notte e andranno a recuperare i giornali in tipografia con le loro auto per portarli direttamente in distribuzione. I carabinieri portano Mesina davanti ai flash dei fotografi.

Una curiosa storia che è girata tra i cronisti locali per anni dice che il bandito non si è rifiutato di parlare, ma l’avrebbe fatto solo in sardo stretto. Bisogna aspettare il collega della Nuova Sardegna che arrivi a tradurre.

Verità e leggenda come sempre nella storia del bandito sardo si mescolano. La domanda che tutti si fanno però è un’altra: «Come ci è finito Mesina a Vigevano?». Il processo, che si svolge nemmeno dieci giorni dopo, chiarisce gli aspetti ancora oscuri della vicenda, ma apre altri dubbi. Mesina non è rientrato da un permesso premio. Doveva recarsi dalla madre che si trovava a casa del fratello a Crescentino, centro in provincia di Vercelli a una cinquantina di chilometri da Vigevano. Ma lì non ci è mai arrivato. A dirla tutta non c’era nemmeno la madre. Una terribile disattenzione che fa infuriare gli uomini dell’Arma che senza mezzi termini accusano di poca attenzione la direzione del carcere. È come se fosse scomparso nel nulla.

I legami con la mala milanese

Tutta Italia lo cerca, la stessa madre lancia un appello, quasi lo minaccia: «Torna a casa». Si parla di una fuga d’amore, ma qualcuno teme che in realtà Mesina abbia paura per la sua incolumità in carcere. È legato a Francis Turatello, che solo quattro anni prima è stato ucciso barbaramente da Pasquale Barra, esponente di spicco della camorra cutoliana. Lui agli inquirenti racconta di essere stato accolto da Antonio Papalia, piccolo truffatore di Vigevano con qualche precedente penale, e dalla fidanzata Valeria Fusè, proprietari dell’appartamento in cui è stato trovato.

Papalia conferma: «L’ho raccolto mentre faceva l’autostop». Spavaldo come sempre Mesina spiega anche il perchè della sua fuga. «Sarei rientrato – dice – la mia è una formula di protesta». Ma contro chi protesta? Contro il sistema carcerario? Contro il trattamento che riceve? Assolutamente no. Mesina lo dice a chiare lettere: protesta contro Angelo Epaminonda detto “il Tebano”, il re delle bische milanesi, l’amico nemico del boss Francis Turatello, e soprattutto il primo pentito di mafia del Nord. Perchè da qualche mese Epaminonda ha iniziato a “cantare”. A convincerlo è stato un magistrato, Francesco Di Maggio, che è riuscito a entrare nella psicologia dell’efferrato criminale. L’ha convinto a parlare e a pentirsi.

#ArchiviCriminali

Epaminonda è un fiume in piena. Fa nomi e racconta due decenni di criminalità a Milano.Tra i vari episodi ne spunta uno che coinvolge anche Mesina. Quando il bandito sardo era in carcere aveva stretto amicizia con Francis Turatello, che gli avrebbe promesso protezione quando ne avesse avuto bisogno. Ad esempio durante la latitanza dopo un’evasione. E così è stato. Nel 1976 Mesina evade dal carcere di Lecce e arriva a Milano dall’amico Turatello. Come prima cosa questi dice ai suoi di dotarlo di un parrucchino per renderlo irriconoscibile. Poi ordina di sfamare, vestire e soprattutto far divertire l’amico nella Milano degli anni ’70 che è ai piedi del boss che gestisce le bische.

Mesina parteciperà anche con la banda Turatello a un blitz in una bisca di un clan avversario. Più che una rapina è un atto dimostrativo. I banditi entrano con i mitra spianati, tengono sotto tiro industriali e cumenda della Milano non ancora da bere, e davanti a loro bevono Champagne. «Vedete cosa succede a venire a giocare in queste bische? Ce ne sono altre di più sicure», chiosa Turatello. Cioè le sue. Poi apre i cassetti e riempie le tasche di milioni. Le sue, degli amici e del bandito sardo. Che però prima di rimontare in macchina si ferma da un parcheggiatore per dargli un po’ di bigliettoni: «Alla fine sei anche tu uno che lavora». Le macchine sgommano via nella notte e del blitz non si parlerà più. Rimarrà sepolto nella memoria dei banditi, come quegli anni di piombo, cocaina e soldi facili. Solo il Tebano in pieno flusso di coscienza ricorderà l’episodio chiamando in correità Mesina. Che però non ci sta. Lui non c’era, il Tebano nemmeno lo conosce.

Nella città del Maestro di Vigevano

Così il bandito sardo che ha girato le carceri di tutta Italia, sempre cercando di non mescolarsi con nessuno, tenendo un basso profilo e scegliendo spesso la solitudine, si trova immischiato in una faccenda di cui non vuole saperne. Quindi scappa e finisce a Vigevano, città con la quale non risultano contatti in precedenza. A metà anni ’80 Vigevano non è più la capitale della scarpa, ma comunque un’operosa città del Nord, che da qualche anno ha scoperto la mafia. A inizio anni ’70 il clan Guzzardi con Luciano Leggio ha compiuto uno dei primi sequestri di mafia e da un paio d’anni in città si registrano omicidi riconducibili alla criminalità organizzata.

Secondo il vice questore Giorgio Pedone sul territorio operano alcuni clan di calabresi, che si sono affermati grazie all’usura e al riciclaggio di denaro, soprattutto in attività riconducibili alla ristorazione.

Vigevano negli anni del boom ha visto una massiccia immigrazione dal sud Italia. Lo scrittore cittadino Lucio Mastronardi dopo il fortunato Maestro di Vigevano (da cui è ispirato l’omonimo film con Alberto Sordi) ha scritto anche Il meridionale di Vigevano. Uno di loro è proprio Antonino Papalia. Al processo dirà poche parole: «Li ho raccolti mentre facevano l’autostop, non sapevo chi fossero». Eppure in casa dell’ospite di Mesina ci trovano 1.700.000 lire e diversi viveri. Ma chi è Antonio Papalia?

Ragioniere in pensione ha alle spalle piccoli precedenti per truffa. Piccolino, con i baffetti un po’ retrò e molto cortese. Nei giorni successivi al blitz dei carabinieri suonerà tutti i campanelli dei vicini chiedendo scusa per il «trambusto», come se avesse effettuato un trasloco invece di coprire un latitante. Ma Papalia non è la persona comune che vuol fare credere di essere.

Arrivato in Oltrepo negli anni ’50 Antonino Papalia si era trasferito a Vigevano solo in un secondo tempo a casa del fratello Arcangelo, medico all’ospedale di Mortara, piccolo centro di quindicimila abitanti in provincia di Pavia e assessore socialista al comune di Vigevano, proprio in via D’Avalos, dove verrà ritrovato il latitante. Il fratello invece è piuttosto chiacchierato. Assessore socialista a Vigevano a metà degli anni ’70 è stato coinvolto nello scandalo delle “Licenze d’oro”, nel quale alcuni consiglieri comunali chiedevano tangenti per dare licenze ai commercianti. Non si capisce come Mesina però sia entrato in contatto con Antonino Papalia. Anche perché il bandito è quanto di più lontano ci sia dal piccolo truffatore vigevanese.

Le tante evasioni di “Grazianeddu”

La vicenda di Mesina inizia nel 1956 quando riceve la prima denuncia per porto d’armi abusivo. È poco più che un ragazzo e per la prima volta ha a che fare con la giustizia. La prima di una lunga serie di evasioni è del 1960. Scappa dalla caserma dei carabinieri di Orgosolo, il paese dove è nato, nella quale è detenuto per aver sparato in un luogo pubblico. È un ragazzo difficile che cresce in una regione povera e con mille contraddizioni come la Barbagia. Ma non è ancora un bandito. Il salto lo farà un anno dopo. Graziano è ancora in carcere e i suoi fratelli vengono ingiustamente accusati di aver rapito e ucciso Pietrino Crasta. Una lettera anonima fa ritrovare il cadavere dell’uomo in un loro possedimento. I fratelli verranno prosciolti ma i problemi non sono finiti. Grazianeddu viene accusato di aver sparato a Salvatore Mereu, zio di uno degli accusatori. Viene condannato a 16 anni di carcere.

Dopo tre evade rimanendo per tre giorni in una conduttura dell’acqua. È l’inizio del mito della Primula Rossa. Che si dà alla latitanza. Ma per poco. Gli uccidono il fratello e lui ricompare il 13 novembre 1962 in un bar dove fa fuoco uccidendo Andrea Muscau, considerato il responsabile dell’uccisione di suo fratello. Sarà l’unico omicidio riconosciuto. Mesina questa volta viene condannato a 24 anni di carcere, dal quale evaderà nel 1966 con il compagno Miguel Atienza, con il quale darà vita alla stagione dei sequestri in Sardegna.

L’Italia sta cambiando. L’isola comincia a diventare una meta turistica nella quale affluiscono persone facoltose. Alcuni si trasferiscono e i rapimenti diventano un modo per applicare una sommaria giustizia sociale. Niente di particolarmente ideologico. Anche se Giangiacomo Feltrinelli, il miliardario rosso, cercherà di entrare in contatto con Grazianeddu per farne una specie di Che Guevara isolano. È forse in questa occasione che Mesina per la prima volta entra in contatto con i servizi segreti italiani.

Di sicuro c’è che non avrà il tempo di diventare un guerrigliero di un esercito rivoluzionario perché nel 1968 verrà catturato in un normale controllo a Orgosolo. Finirà in carcere per un lungo periodo accompagnato da una certa aura di eroismo. Solo nel 1977 riuscirà a evadere per l’ultima volta, prima di essere catturato di nuovo. Nel 1985 Mesina è quindi in pieno percorso di recupero. Ha ormai più di 50 anni. Con gli altri detenuti solidarizza poco. Le sue imprese riguardano il passato. E lui sembra ormai fuori da tutto. Non c’è nemmeno più Turatello a proteggerlo, visto che nel 1981 ha perso la vita in carcere ucciso da Pasquale Barra detto “o’animale” in uno degli omicidi più efferati che si ricordino in Italia. «Perché quindi fuggire?», si chiedono in molti.

IrpiMedia è gratuito

Ogni donazione è indispensabile per lo sviluppo di IrpiMedia

Per i giornali è una fuga d’amore. Gli estremi della favola ci sono tutti. Lui il bandito bello e dannato, lei la giovane timida di buona famiglia che nel tribunale di Vigevano durante il processo rimane in disparte. I giornali non sono teneri con lui. Non risparmiano nelle loro cronache il particolare secondo il quale sarebbe stato sorpreso in mutande. Ma nell’aria a distanza di anni aleggiano due dubbi. «Come è arrivato Mesina a Vigevano?» e «Come ci sono arrivati i carabinieri».

I giornali parlano di una lunga rete investigativa seguendo Papalia, che sarebbe stato notato in alcuni ristoranti della Brianza, mentre pranzava con alcuni rapinatori. Gli uomini dell’Arma avrebbero capito che Papalia stava proteggendo qualcuno, anche perchè tenendolo sotto osservazione si sono accorti di come la sua spesa fosse per più di una persona. Non pensavano dunque di trovare Mesina a casa sua, ma comunque un latitante.

La versione di Papalia ai giornalisti sembra troppo macchinosa e poco verosimile. In tribunale sarà uno dei carabinieri di Monza a fare chiarezza: «Abbiamo ricevuto una soffiata e siamo andati a colpo sicuro». Il processo dura una sola udienza, al tribunale di Vigevano non c’è tanta voglia di approfondire come il bandito sia arrivato in città. Mesina sarà condannato a sette mesi e la fidanzata Valeria Fusè assolta perchè il fatto non sussiste. Un anno e sei mesi sarà la pena comminata ad Antonino Papalia, in assoluto la più pesante. Il processo non scioglie tutti i dubbi sul come Mesina sia arrivato a Vigevano. Si ipotizzò che l’ospitalità a “Grazianeddu” non l’avesse data il solo Papalia, ma addirittura che attorno a Vigevano ci fosse una rete di protezione dei latitanti, che giustificherebbe anche la presenza di un milione e 700 mila lire nell’appartamento.

In un’informativa dell’Interpol si fa il nome di Giovanni Cotroneo, boss vigevanese dall’ndrangheta, legato alle famiglie Buda, Imerti e Condello, come possibile “gancio” per far arrivare latitanti in zona. Il suo nome in questa storia ricorrerà ancora. Mesina dell’episodio non parlerà più, nemmeno quando anni dopo un giornalista gli chiederà se davvero sia stato sorpreso in mutande, e nemmeno ritornerà sulla questione Epaminonda. Valeria Fusè, presto si ritirerà a vita privata e non penserà più al matrimonio sognato con il bandito in fuga.

E Antonino Papalia? Che fine ha fatto l’omino cortese con i baffi? Abbandonerà la città di Vigevano e si ritirerà nella sua villa in Oltrepo a Mornico Losana con la moglie e i figli. Ma durerà poco. Al citofono dell’abitazione dirà alla moglie e ai figli una frase sibillina: «Vi saluto tutti». Prenderà un fucile, andrà in una dependance della villa, e praticamente davanti ai famigliari, che lo stavano raggiungendo, si spara.

Grazianeddu invece il 18 ottobre 1992 ottiene la libertà condizionale e dopo 29 anni di carcere si stabilisce a San Marzanotto, una frazione di Asti. Rimane pochi anni lontano dai riflettori, perché durante uno dei suoi permessi il bandito interviene durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, nel tentativo di trattare la liberazione del bambino rapito dall’Anonima Sequestri, non senza uno strascico di polemiche. Nel 1993 a causa di un ritrovamento di armi in un casale ad Asti, Mesina deve ritornare in carcere per scontare l’ergastolo. Nel 2001 richiederà la scarcerazione, che gli verrà rifiutata. Fino alla concessione della grazia nel 2004.

La vita del bandito della Barbagia però non scorre tranquilla a lungo, nonostante trovi lavoro come guida turistica. Nel 2013 viene di nuovo arrestato, perché sospettato di progettare un sequestro, reato per il quale verrà condannato a trent’anni e si vedrà revocata la grazia. Nel 2019 verrà scarcerato per decorrenza dei termini, ma nel 2020 la Cassazione rigetta il ricorso legale. Il 2 luglio 2020 i carabinieri si recano a casa sua per arrestarlo per l’ultima volta. Ma non trovano nessuno. A 78 anni la Primula Rossa della Barbagia è di nuovo latitante, scomparso nel nulla, forse inghiottito da quei monti che per anni hanno protetto la sua libertà. Oggi è inserito nella lista dei latitanti dalla massima pericolosità.

Aggiornamento del 18 dicembre 2021: nella notte a cavallo tra il 17 e il 18 dicembre 2021 Graziano Mesina è stato arrestato in un’operazione dei militari del Ros in collaborazione con quelli del Gis, del Comando provinciale di Nuoro e dello Squadrone eliportato carabinieri cacciatori Sardegna.

Deve scontare una condanna a 24 anni di reclusione che gli era stata notificata dalla Procura generale della Corte d’appello di Cagliari.

CREDITI

Autori

Andrea Ballone

Editing

Luca Rinaldi

Illustrazioni