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I ladri in legge, da criminali “romantici” a mafia internazionale
Nacquero nella Russia imperiale agli inizi del ‘900, in contrasto a qualsiasi forma di autorità. Il loro codice, allora inviolabile, è oggi piegato a un approccio capitalistico al crimine
25 Luglio 2020

Lorenzo Bodrero

Dostoyevsky li descriveva come «vanitosi, amanti del gioco delle carte e spacconi». Ma quelli che a prima vista possono sembrare un pugno di banditi disorganizzati e poco propensi al crimine rappresentano invece un network criminale tra i più antichi, con membri affiliati e attività criminali che vanno dall’Italia alla Germania, da Cipro alla Repubblica Ceca passando per gli Emirati Arabi e l’Australia e la cui origine è da ricercarsi nel vasto territorio dell’ex Unione Sovietica. Sono i vory-v-zakone, i “ladri in legge”. Un fenomeno sulla cui origine esiste un acceso dibattito tra accademici ed esperti del settore. Ma tutti su una cosa sembrano essere d’accordo: i vory oggi sono una mafia e hanno trovato terreno fertile anche nel nostro Paese.

Furti in appartamenti, estorsione, riciclaggio, produzione di documenti falsi. Sono tra le principali attività dei ladri in legge. Si tratta però dell’ultimo stato evolutivo dei vory i quali nascono oltre un secolo fa come gruppo auto-organizzato di detenuti regolati da un preciso codice etico. Un codice che proibiva l’accumulo di ricchezze, prediligeva la salvaguardia del gruppo a quella del singolo, consentiva l’uso della violenza solo in rare occasioni, imponeva il totale distacco da qualsiasi forma di autorità e regolava una cassa comune, la obshchak, da utilizzare per finanziare le attività del gruppo, corrompere i funzionari e supportare le famiglie dei detenuti.

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Caratteristiche che per molto tempo hanno contribuito a circondare i vory di un’aurea romantica, quasi eroica, ma che i ladri in legge di oggi hanno abbandonato in favore di un approccio capitalistico al crimine. «Una volta si eleggeva un nuovo vor ogni due anni circa e adesso sono sparsi in giro come semi di girasole. Oggi se rubi un pollo puoi diventare un vor!», ha dichiarato nel 2009 un ex detenuto georgiano a Gavin Slade, professore all’Università Nazarbayev. Una deriva, come direbbero molti vecchi vory, definitivamente sancita con la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Le carceri sovietiche, dove tutto ebbe inizio

La tesi più accreditata è che una forma di ladri in legge esistesse già prima della rivoluzione del 1917. A cavallo degli anni ‘20 l’Armata Rossa era impegnata su tutti i fronti nel reprimere sia moti rivoluzionari interni sia ingerenze straniere. E tra i più accesi oppositori alla transizione da impero a repubblica socialista vi era la Georgia con la conseguenza che, alle soglie degli anni ‘30, il numero di detenuti georgiani nei campi di prigionia era ben maggiore di quelli da altre zone dell’impero. È questo un fattore che, secondo molti studiosi, ha in parte facilitato la capillare diffusione dei vory di origine georgiana lungo tutto il territorio dell’Unione Sovietica.

I tatuaggi – Una stella indicava il grado di un ladro in legge in base al punto del corpo su cui veniva tatuata.

I vory-v-zakone emersero quale alternativa al potere statale, utilizzando le parole di Patricia Rawlinson, «come un’efficace struttura in contrapposizione al regime totalitario e volta all’auto-preservazione di un preciso gruppo di detenuti». E funzionava a meraviglia. Tra gli anni ‘20 e ‘50 il mondo carcerario sovietico ha vissuto il periodo di massima coesione interna, dove le differenze etniche e culturali erano inglobate sotto l’egida del codice vory.

Nessuna distinzione di razza né di ceto sociale. O eri un ladro in legge o non lo eri. Se ne avevi l’onore, le regole erano rigide, i contrasti regolati da un tribunale interno, le punizioni indiscutibili e neanche il trasferimento da un campo di prigionia all’altro metteva al riparo dalla sentenza. Paradossalmente, l’ampia rete su cui erano distribuiti i gulag sovietici fu una condizione essenziale per la diffusione e il perdurare della cultura dei vory-v-zakone fino ai giorni nostri. Con circa tre milioni di detenuti trasferiti da un campo all’altro nel solo periodo tra il 1934 e il 1947, il mezzo di comunicazione più efficace erano i detenuti stessi. E così, un tradimento in un carcere di Mosca era punito a Vladivostok, o l’incoronazione di un nuovo vor a San Pietroburgo veniva prima approvata in un carcere nel Caucaso.

I tatuaggi – Una chiesa ortodossa. Il numero di cupole solitamente indicava il numero di sentenze subite.

Arrivò la Seconda Guerra Mondiale a stravolgere non solo le sorti del mondo ma anche quelle dei ladri in legge. Con l’avanzare delle truppe naziste in territorio sovietico l’Armata Rossa reclutò circa un milione di soldati tra i suoi carcerati. Tra loro anche i vory. Un oltraggio gravissimo per un ladro in legge quello di indossare una divisa, il cui codice proibiva tassativamente qualsiasi forma di rapporto con il potere, fosse questo uno Stato, un partito, un dittatore, un lavoro come amministratore pubblico o l’accettare un barattolo di fagioli da una guardia carceraria.

I tatuaggi e l’inviolabilità del codice

Ma qual è la “legge” a cui fa riferimento il termine vory-v-zakone? La loro, naturalmente. Il codice d’onore, la legge dei vory, antica quanto i vory stessi, è giunto fino ai giorni nostri intatto, formato delle medesime regole che regolavano la vita dei detenuti nelle carceri imperiali prima e sovietiche poi. Ciò che è mutato drasticamente è l’atteggiamento del vor verso il codice.

Il corpo di un vory è costellato di tatuaggi. Figure iconografiche sono spesso accompagnate da frasi dal forte senso religioso: angeli in preghiera, crocifissi, cuori trafitti da coltelli e riferimenti alla devozione verso Dio. Il tatuaggio era un modo per distinguere il vor dagli altri detenuti e per comprenderne il rango o l’anzianità all’interno della fraternita. Nel caso di un trasferimento in un altro campo di lavoro, spesso distante migliaia di chilometri, un vor veniva riconosciuto immediatamente. La pena per chi indossava un tatuaggio senza possederne il titolo era la morte. Inoltre, i ladri in legge comunicavano in una lingua tutta loro. Una sorta di dialetto dalla struttura grammaticale russa ma con un vocabolario diverso. Questo permetteva loro di dialogare in tutta tranquillità, senza che le guardie carcerarie potessero intromettersi.

«Come giovane uomo, mi appresto ora a intraprendere la via dei ladri. Giuro sollennemente di fronte ai ladri presenti a questa riunione di essere un ladro meritevole e di non incappare negli inganni degli sbirri»

Era questo il giuramento che il nuovo affiliato doveva recitare durante l’assemblea dei vory, la skhodka. L’assemblea era l’occasione per “incoronare” i nuovi affiliati, regolare le dispute interne e mettere in atto le punizioni. Ma le incoronazioni erano l’eccezione piuttosto che la regola, riservata solo ai più meritevoli. La richiesta di una nuova affiliazione doveva essere “sponsorizzata” da almeno due vory anziani i quali facevano da garanti per il nuovo adepto. Inoltre, una condizione essenziale era costituita dall’aver trascorso diversi anni in prigione. La reclusione in campi di lavoro o nei penitenziari costituiva un “percorso di formazione” essenziale senza il quale la candidatura non veniva neanche presa in considerazione.

Era inoltre proibito punire un vor senza il beneplacito della skhodka. Le sanzioni potevano essere uno schiaffo ricevuto in pubblico davanti agli altri membri, la revoca del titolo di ladro in legge e dunque l’espulsione dalla fraternita e, in casi estremi, la morte. La skhodka era un vero e proprio tribunale, le decisioni erano inappugnabili e raggiungevano l’interessato anche a migliaia di chilometri di distanza.

Il rispetto verso gli altri vory e in particolare verso il codice d’onore doveva essere totale, pena l’espulsione. Inoltre, il ladro in legge doveva contribuire mensilmente al mantenimento di una cassa comune, la obshchak, che veniva utilizzata per il bene della fraternita, per corrompere i poliziotti e per supportare le famiglie dei carcerati. La obshchak veniva finanziata tramite attività estorsive, o con i proventi del gioco delle carte, e dal contributo dei vory liberi. Coloro che operavano all’esterno raccoglievano denaro e piccoli beni materiali che venivano poi consegnati ai “fratelli” in carcere. Una volta libero, il ladro in legge doveva guadagnarsi da vivere unicamente attraverso attività illegali, niente infatti doveva contribuire al benessere della società e dello Stato.

«Fu allora che nacque il mito dei vory, gli affascinanti eroi del mondo criminale che preferivano morire piuttosto che tradire i loro ideali»

Federico Varese

Università di Oxford

Ladri ma non assassini. L’uso della violenza era rigidamente regolato dal codice d’onore e nel compiere i suoi crimini il vor doveva evitare ogni spargimento di sangue. La morte era considerata accettabile solo nel momento in cui era necessaria a difendere l’onore di un fratello ma anche così colui che causava la morte di qualcuno doveva giustificarne il gesto di fronte a tutta la società.

La Seconda guerra mondiale: l’inizio della fine

A cavallo del secondo conflitto mondiale, i ladri in legge erano ormai un network criminale di livello nazionale, all’interno del territorio più vasto del pianeta. Ma negli anni ’50 i vory-v-zakone cambiarono per sempre. Al termine della guerra i ladri “traditori” furono rispediti nei campi e privati del titolo di vor da coloro che si erano rifiutati di impugnare il fucile. Un gran numero di voenshchina (truppe) abitavano ora i gulag, insieme a un numero imprecisato di cittadini comuni, contadini e criminali. Nel 1953 la popolazione carceraria raggiunse i 2,5 milioni di detenuti e la maggior parte di loro aveva servito il proprio Paese in guerra. Questa nuova generazione di reclusi rappresentava ora una grave minaccia al codice dei vory-v-zakone. Le nuove leve incoraggiavano l’uso della violenza, consentivano i rapporti con le guardie, chiudevano un occhio sull’accumulo di beni e rigettavano l’autorità degli “anziani”: tutte pratiche vietate dalla legge dei vory.

Ebbe così inizio la “Guerra delle puttane” che alla fine degli anni ’50 spazzò via quasi interamente i ladri in legge, spesso fomentata – come da testimonianze dirette – dalle stesse autorità carcerarie. A molti fu concesso di scegliere tra l’abbandonare il vecchio codice a favore del nuovo e la morte. Molti preferirono salvarsi, aggregandosi alle nuove generazioni di detenuti. Tra morti violente e “abdicazioni” volontarie, alla fine degli anni ’50 di ladri in legge non ne rimanevano che poche dozzine in tutta l’Unione Sovietica. «Fu allora che nacque il mito dei vory, gli affascinanti eroi del mondo criminale che preferivano morire piuttosto che tradire i loro ideali», scrive Federico Varese, autore e professore di criminologia all’università di Oxford.

Tra tutte le repubbliche ex sovietiche, la Georgia è il Paese che più di altri ha sviluppato un peculiare rapporto con i vory. Per il piccolo Stato caucasico rappresentano una contrapposizione morale verso il potere, una «cultura alternativa particolarmente seducente in un Paese i cui cittadini non sentono alcuna lealtà nei confronti dell’autorità», scriveva Slade. Una tale ostilità era particolarmente pronunciata durante la dittatura sovietica e in gran parte si è protratta ben oltre l’indipendenza.

Il rapporto che lega i vory-v-zakone al paese caucasico acquisisce una marcata peculiarità a cavallo degli anni ’80 e ’90 quando un noto ladro in legge, Jaba Ioseliani, diventa uno degli uomini di Stato più influenti della Georgia.

La sua carriera di vor comincia già da adolescente e nell’arco della sua vita trascorrerà ben 25 anni in carcere. Il rispetto e l’autorità acquisita dietro le sbarre si riveleranno cruciali per i suoi successi politici. Le tensioni interne all’Unione Sovietica e in Georgia in particolare sul finire degli anni ’80 lo indussero a creare un gruppo paramilitare, i Mkhedrioni. Uomo istruito e abile politico, Ioseliani “si trovava a proprio agio sia in mimetica sia in abito elegante”, scrisse il Los Angeles Times. Con il suo piccolo esercito, che riuscì a far riconoscere come un’organizzazione legale, giocò un ruolo chiave nel sanguinoso colpo di stato che rimosse – fisicamente ma non formalmente – nel gennaio del 1992 il neo-eletto primo Presidente della Repubblica di Georgia, Zviad Gamsakhurdia. Iniziò allora l’era di Eduard Shevardnadze di cui Ioseliani rimase consigliere per i successivi quattro anni.

Il crollo dell’URSS e dei vory

È impossibile dunque non tenere in considerazione la specificità della Georgia quando si parla di ladri in legge. Il Caucaso è stato allo stesso tempo culla e rinascita dei vory-v-zakone, ma anche la loro tomba. Una dipendenza reciproca che spesso induce alla confusione. La mafia russa è la mafia dei vory? E ancora, i ladri in legge sono una caratteristica esclusiva della Georgia?

I tatuaggi – Un plotone di esecuzione non avrebbe aperto il fuoco sulle immagini di Lenin o di Stalin tatuate sul corpo di un vor.

Non è semplice distinguere tra la mafia russa e i ladri in legge. Così come è impreciso utilizzare il termine vory-v-zakone per indicare la malavita georgiana nella sua interezza.

La fine dell’impero socialista portò grandi incertezze nelle ormai ex repubbliche sovietiche, in Georgia in particolare. Circondati ancora da un’aurea quasi mitologica, durante i primi anni dell’indipendenza i vory potevano ancora contare su un sostanziale apporto da parte della popolazione. Moltissimi cittadini preferivano infatti affidarsi a loro per risolvere dispute o per accaparrarsi quella protezione che lo Stato, corrotto e inefficiente, non era più in grado di offrire. Per tutti gli anni ’90 i vory operarono nella totale impunità, si impossessarono di larghe fette dell’economia nazionale e contavano sull’appoggio di “fratelli” infiltrati nel parlamento nazionale. In questo senso è sintomatico un episodio avvenuto nel 2003 quando il presidente Shevardnadze espresse tutto il suo disappunto alla notizia che dei dipendenti delle Nazioni Unite, tenuti ostaggio sulle montagne georgiane, furono liberati solo dopo la mediazione di un importante ladro in legge.

E poi arrivò la Rivoluzione delle Rose. Dopo due lunghe settimane di proteste nella capitale Tblisi a sostegno dell’irregolarità delle elezioni parlamentari, il 23 novembre 2003 il presidente Shevardnadze fu costretto a dimettersi. Due mesi più tardi cominciava l’era di Mikheil Saakašvili, e con lui un approccio alla lotta alla criminalità mai visto prima nelle repubbliche ex-sovietiche.

Con tre provvedimenti inaugurati nel 2005, Saakašvili diede il via ad una campagna anti-crimine senza precedenti. Criminalizzò il solo fatto di possedere il titolo di vor, istituì la confisca di beni e fece costruire nuove prigioni specificamente progettate per ospitare i ladri in legge in un regime carcerario simile al nostro 41-bis. Purgò gli uffici istituzionali di 17.000 dipendenti ritenuti corrotti e, infine, mise in moto una campagna sociale per «educare alla legalità». Nel giro di pochi anni la popolazione carceraria crebbe del 300% e nel 2007, in un sondaggio nazionale, solo il 7% della popolazione georgiana aveva ancora un’attitudine positiva verso i ladri in legge.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Illustrazioni

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