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Il misterioso Kin e i narcos dell’eroina
Corrieri, fornitori, trafficanti e broker: il pool di Falcone già negli anni ‘80 aveva scoperto i meccanismi dell’industria moderna del narcotraffico. Tesori sepolti tra i faldoni del maxi processo
23 Maggio 2020
Luca Rinaldi

«Questo è il processo all’organizzazione mafiosa denominata “Cosa Nostra”, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e l’intimidazione, ha seminato e semina morte e terrore. Fino a tempi non molto lontani le conoscenze dell’apparato strutturale-funzionale di “Cosa Nostra” sono state frammentarie e parziale, correlativamente, episodica e discontinua è stata l’azione repressiva dello Stato diretta prevalentemente a colpire, con risultati ovviamente deludenti le singole manifestazioni criminose, viste in un’ottica parcellizzata e disancorata dalla considerazione unitaria del fenomeno mafioso».

Si apre con queste dieci righe l’ordinanza-sentenza del maxiprocesso a cosa nostra depositata l’8 novembre del 1985. Prima di allora i meccanismi interni della mafia siciliana erano qualcosa di insondabile, figurarsi l’inquadramento al suo interno del grande gioco del narcotraffico internazionale. In quest’ottica il merito dei magistrati del pool antimafia (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, coordinati dal giudice Antonino Caponnetto) è stato quello di aver ricostruito, partendo da episodi e da indagini apparentemente lontane e slegate tra loro, l’intera filiera e la rete di corrieri, fornitori, trafficanti, broker e “uomini d’onore” che hanno organizzato la moderna multinazionale della droga.

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Il frontespizio dell’ordinanza-sentenza del maxiprocesso di Palermo emessa l’8 novembre del 1985 | Foto: Lorenzo Bagnoli/IrpiMedia

Il corriere della droga – Bangkok-Orly solo andata

Aeroporto di Orly, Francia, 10 novembre 1981. Francesco Gasparini, noto trafficante di droga pregiudicato, viene fermato mentre fa scalo in Francia per tornare in Italia da Bangkok. In valigia 4 chili e mezzo di eroina e due documenti di identità falsi intestati a tali Pier Luigi Pavoni ed Ernesto Ciceroni. Con quest’ultima identità l’uomo si è recato appena due mesi prima nella capitale della Thailandia. «Da tale arresto – si legge nei 40 faldoni che compongono l’atto d’accusa del maxi processo – prendevano avvio complesse indagini che hanno consentito l’acquisizione di prove molto importanti sul traffico internazionale di eroina e sulle organizzazioni che lo gestiscono».

Un momento cruciale che permetterà ai giudici di Palermo e alle forze di polizia di mezzo mondo ricostruire rotte, uomini e maniere del grande narcotraffico mondiale dell’epoca. Dal paradiso mondiale dell’oppio del cosiddetto “triangolo d’oro” tra Birmania, Laos e Thailandia agli Stati Uniti, passando per la Turchia, la Grecia, Palermo e Milano. Risalendo la catena i magistrati del pool antimafia ricostruiranno e individueranno momenti, circostanze e nomi che hanno segnato il mondo moderno del narcotraffico.

I personaggi

Koh Bak Kin – Classe 1944, trafficante di Singapore, detto “il cinese”, è uno dei nomi di maggior spessore nella rete del narcotraffico dell’epoca e punto di riferimento per il traffico di eroina di cosa nostra. Si rifornisce direttamente al “triangolo d’oro” thailandese. Ha contatti in Italia grazie a un periodo di detenzione nel 1976 in cui conosce, tra gli altri, Gaspare Mutolo

Gaspare Mutolo – Braccio destro di Totò Riina (i due si conoscono in carcere nel 1963), diventerà poi un collaboratore di giustizia all’inizio degli anni ‘90. Prima uomo dei Riccobono, poi passato tra le fila dei corleonesi di Riina.

Vito Roberto Palazzolo – Considerato “cassiere di cosa nostra” e riciclatore delle cosche, ha sempre smentito con forza la propria appartenenza all’organizzazione criminale. Le autorità svizzere lo condannano per riciclaggio nel 1985. Durante un permesso premio fugge in Sud Africa dove avvierà svariate attività economiche. Arrestato nuovamente a Bangkok nel 2012, torna in carcere in Italia nel 2013. Dal marzo 2019 è affidato in prova ai servizi sociali.

Paul Edward Waridel – Svizzero di origine turca è uno degli artefici dell’adattamento delle rotte illegali del tabacco al traffico di droga. Processato in Svizzera insieme a Vito Roberto Palazzolo per il riciclaggio dei proventi dell’eroina verrà condannato a tredici anni.

Il trafficante – Le cartoline del misterioso Kin

Gasparini quando viene fermato a Orly è in libertà provvisoria in seguito a un’indagine per truffa aggravata, ma qualche tempo prima aveva fatto conoscenza al carcere dell’Ucciardone di alcuni uomini delle cosche palermitane. Lo stesso Gasparini aveva in precedenza confidato a un’amica, poi interrogata dai magistrati, di essere un corriere di valuta e di aver fatto la conoscenza di Tommaso Buscetta in persona. Tra documenti e appunti che Gasparini ha con sé al momento dell’arresto investigatori e magistrati trovano contatti con Gaspare Mutolo, il più stretto collaboratore di Totò Riina, e una cartolina conservata da Gasparini e inviata dalla Thailandia da «un non meglio identificato “Kin”». E quel Kin sarà uno dei nomi fondamentali per riannodare i fili del narcotraffico fino ai vertici della “cupola” di cosa nostra.

Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta sul narcotraffico contenute nell’ordinanza-sentenza del maxiprocesso di Palermo

Una seconda cartolina rinvenuta nell’abitazione palermitana di Mutolo durante una perquisizione della polizia avvenuta il 22 aprile del 1982 riporta gli inquirenti sulla pista del misterioso Kin. Il mittente il 27 febbraio avvertiva Mutolo che da lì a poco sarebbe partito per Bangkok dopo un periodo in Cina. Quando la polizia entra in casa oltre allo stesso Mutolo si trova davanti un marcantonio di un metro e ottantacinque per 90 chili. Si tratta di Fioravante Palestini, un marinaio di Giulianova che pochi anni prima era stato protagonista dello spot della Plasmon: l’uomo che scolpiva la colonna. Cosa ci facesse l’uomo Plasmon in casa Mutolo lo scopriremo più avanti.

In seguito alla perquisizione partono le intercettazioni telefoniche sull’utenza di Gaspare Mutolo. Ulteriori indagini dimostrano anche contatti tra Mutolo e il clan Santapaola: è un dettaglio importante perché dimostra come colui che diventerà uno dei più stretti collaboratore del boss dei corleonesi, Totò Riina, si relazionasse anche con il capomafia di Catania . «Le intercettazioni sull’utenza del Mutolo – si legge agli atti – consentivano di accertare, inoltre, che il medesimo era in contatto con un individuo dall’accento straniero – e più precisamente orientale – per motivi sicuramente attinenti al traffico di stupefacenti e che il nipote di Mutolo si recava in Roma per incontrarsi con lo straniero». L’eroina sequestrata a Gasparini, quindi, è di pertinenza di cosa nostra palermitana.

Il pentito – L’eroina è cosa nostra

In seguito i magistrati tornano a interrogare Gasparini, rinchiuso nel carcere francese di Creteil. Quando Giovanni Falcone si reca in Francia nell’aprile del 1983, Gasparini decide di collaborare: si sente abbandonato dall’organizzazione mafiosa, che fino a quel momento, ritiene l’uomo, ha fatto poco per tirarlo fuori dai guai. Fa due importanti rivelazioni. La prima è che gli uomini della mafia, in seguito all’individuazione nel palermitano di diversi laboratori di eroina, avevano ritenuto più opportuno acquistare direttamente in Estremo Oriente grosse partite di eroina purissima per continuare ad alimentare il traffico verso gli Stati Uniti d’America. La seconda è l’identificazione del misterioso orientale “Kin”: si tratta di Koh Bak Kin, un singaporiano già arrestato nel 1976 all’aeroporto di Roma perché trovato in possesso di 20 chili di eroina.

Ma c’è di più perché la svolta che permette al pool antimafia di riannodare il traffico di eroina dall’Estremo Oriente al cuore del maxi processo è l’incontro nel 1981, riferito da Gasparini e arricchito di particolari, tra lo stesso trafficante di Singapore e due pezzi da novanta della mafia siciliana come Rosario “Saro” Riccobono, boss di Partanna Mondello e componente della “commissione” dal 1974 e Benedetto “Nitto” Santapaola.

Il confronto al maxiprocesso tra Koh Bak Kin e Gaspare Mutolo nell’udienza dell’11 luglio 1986
Al centro della discussione, avvenuta al 5 di via Ammiraglio Cagni a Palermo alla presenza di altri boss di cosa nostra, c’è l’acquisto di una partita da mezza tonnellata di eroina che, si legge nelle carte del maxiprocesso, «sarebbe stata trasportata dalla Thailandia a Palermo per mezzo di una nave procurata dal Santapaola; il pagamento della partita di eroina sarebbe stato effettuato con denaro proveniente dagli Stati Uniti». Del resto sono gli anni della “Pizza Connection” e Oltreoceano le cosche sono una potenza.
Pizza Connection
“Pizza Connection” è il nome di un’inchiesta giudiziaria condotta negli Stati Uniti d’America dall’Fbi tra il 1979 e il 1984. Le indagini, partite dopo l’assassinio del boss Carmine Galante, individuarono la rete di distribuzione, che si avvaleva della copertura di pizzerie e ristoranti italiani per importare l’eroina da Palermo, e i legami con le famiglie mafiose siciliane. Alle indagini collaborò anche Giovanni Falcone. Il processo, a carico del boss Gaetano Badalamenti e altri 18 imputati, iniziò il 24 ottobre del 1985 a New York e terminò il 22 giugno del 1987 con 17 condanne e un’assoluzione. Parallelamente a Lugano si svolse il processo ai riciclatori della “Pizza Connection”, tra cui Vito Roberto Palazzolo e Paul Edward Waridel. Molte delle risultanze di quelle indagini furono assunte dal pool di Palermo nel corso dell’istruttoria del maxi processo.
Riccobono e i suoi quel carico non lo vedranno mai arrivare in porto: il primo carico da 230 chili, che avrebbe fruttato cifre a nove zeri delle vecchie lire, viene fermato il 24 maggio 1983 nel canale di Suez a bordo della nave Alexandros G. A effettuare il sequestro sono l’antidroga statunitense, la Dea, e la polizia greca.

«Che tale ingente carico di eroina fosse destinato alla organizzazione mafiosa di Rosario Riccobono emergeva fin dall’inizio perché – scrivono i magistrati nell’istruttoria del maxiprocesso – a bordo della nave, oltre all’equipaggio, composto di sette uomini tutti di nazionalità greca, vi era Fioravante Palestini», l’uomo Plasmon, ex modello da Giulianova e trovato a casa di Mutolo dalla polizia durante la perquisizione avvenuta circa un anno prima.

Il carico da 230 chili, che avrebbe fruttato cifre a nove zeri delle vecchie lire, viene fermato il 24 maggio 1983 nel canale di Suez a bordo della nave Alexandros G.

Il sequestro – Il carico della Alexandros fermato a Suez

Questo non basta e dal momento del sequestro la procura di Palermo avvia le indagini con le prime rogatorie internazionali. Da una parte si recano in Grecia e in Egitto un funzionario del Servizio centrale antidroga, Enzo Portaccio, e il maggiore Stefano Pitino della Guardia di finanza, dall’altra invece Gianni De Gennaro della narcotici di Roma si mette sulle tracce di Koh Bak Kin volando in Thailandia.

I primi ricostruiscono la genesi di quel carico, caricato su una nave al largo delle coste thailandesi, e la dimensione finanziaria del traffico di stupefacenti che porta fino in Svizzera, mentre il secondo indagherà e porterà Bak Kin in Italia da Bangkok.

Mentre per la prima volta durante una missione dello Space Shuttle l’equipaggio si avvia a una camminata spaziale, la nave “Alexandros G.” salpa da Eleusi (Grecia). È il 4 aprile del 1983 e apparentemente a bordo si trova un carico di cemento diretto a Port Sudan, dove giunge il 12 aprile successivo. Prosegue poi per la Thailandia dove arriva il 3 maggio dello stesso anno. Lì, a circa 15 miglia dalla cosa di Ko-Fra-Kong, due pescherecci caricano a bordo della Alexandros undici cartoni imbottiti di eroina, e una partita di armi. Sale a bordo anche Palestini, dopo di che la nave riprende il largo diretta sulla strada del ritorno. La Alexandros viene sorvegliata lungo tutto il tragitto e il 24 maggio una volta giunta a Suez la polizia egiziana, su segnalazione di quelle greca, la perquisisce. Vengono così alla luce i 233 chili di eroina e scattano le manette per l’equipaggio e per lo stesso Palestini, che passerà più di vent’anni in un carcere egiziano.

Palestini racconta ai finanzieri che vanno a interrogarlo di aver incontrato Kin a Bangkok e che se la nave non fosse stata fermata a Suez «la droga sarebbe stata trasbordata su un’altra nave nel Mediterraneo, in un punto che sarebbe stato comunicato successivamente al passaggio di Suez».

La vicenda della Alexandros collega definitivamente cosa nostra al traffico di eroina e mette in discussione la credenza, ancora ben radicata a quel tempo, che la mafia siciliana non traffichi stupefacenti, per ottemperare a un presunto “codice d’onore”.

La vicenda della Alexandros collega definitivamente cosa nostra al traffico di eroina e mette in discussione la credenza, ancora ben radicata a quel tempo, che la mafia siciliana non traffichi stupefacenti, per ottemperare a un presunto “codice d’onore”

La rete criminale attorno a Kin

Un rapporto della narcotici di Roma e della Guardia di finanza del giugno del 1983 riconduce a Kin alcuni sequestri di eroina avvenuti in mezza Europa, oltre ai due quintali di Suez. Gli inquirenti sono in grado di ricostruire i suoi contatti anche con il mondo criminale romano: Kin si incontra infatti nella Capitale anche con Gianfranco Urbani, detto Er Pantera, esponente della banda della Magliana e in grado di stringere rapporti non solo con un boss di cosa nostra come lo stesso Nitto Santapaola. Kin, Urbani, e Mutolo, si sono conosciuti in carcere a Sulmona nel 1976. Il trafficante di Singapore ci era finito dopo essere stato arrestato a Fiumicino in possesso di 20 chili di eroina. Una volta fuori, poco meno di quattro anni dopo, i rapporti fra i tre sono rimasti.

Il 12 luglio 1983, dopo aver incrociato i dati a disposizione e aver messo in fila i suoi contatti, la procura di Palermo emette un mandato di cattura per Kin. Nella sua abitazione di Bangkok gli investigatori trovano gli appunti con gli indirizzi di Gaspare Mutolo, di Fioravante Palestini e dello stesso Gasparini. Consapevole del suo destino, il trafficante si consegna alle autorità italiane senza attendere l’esito della domanda di estradizione. Una volta in Italia Kin riempie centinaia di pagine di verbali, ma i giudici di Palermo sono convinti che altrettante questioni siano rimaste irrisolte e che Kin porti con sé ulteriori segreti.

Una cronaca del giornale L’Unità del 24 aprile 1984 

Tuttavia dal verbale di Kin emergono spaccati interessanti sulla filiera dell’eroina dalla Thailandia alle piazze italiane. Il fornitore di Kin è un tale Tan Song, di cui Kin riferisce solamente che sia alto 1 metro e 68 di circa quarant’anni. Tan song si rifornisce direttamente al Triangolo d’oro, zona a nord della Thailandia dove si trovano estese piantagioni d’oppio e dove si trovavano numerosi laboratori per la produzione dell’eroina. Il beneficiario ultimo di quella zona “prosperosa” è un signore della guerra, Chang Chi Fu, detto Khun Sa, principe prosperoso.
Il “re del triangolo d'oro”
Chang Chi Fu, soprannominato “il re del Triangolo d’oro”, dopo l’addestramento nell’esercito nazionalista cinese Kuomintang e la militanza nell’esercito regolare, forma un esercito personale di alcune centinaia di uomini. Nel 1963, grazie alla lealtà al governo birmano, l’esercito di Chang Chi Fu arriva a toccare quota 10mila uomini, riportano alcune fonti ufficiali. Obiettivo della milizia è quello di combattere per l’indipendenza del popolo dello Shan. Dopo un periodo di detenzione, tra il 1969 e il 1974 riafferma il suo potere nella zona e negli anni ‘80 è ritenuto l’uomo in grado di controllare il 70% del commercio di eroina nel Triangolo d’oro e il 40% dell’eroina che entrava negli Stati Uniti. Tanto che il governo Usa offrì una taglia di 2 milioni di dollari per la sua cattura. Chang Chi Fu propone quindi nel 1989 al allo stesso governo di acquistare l’intera produzione di oppio per impedire che questo fosse venduto sul mercato. Non se ne farà nulla e l’uomo prosegue la sua carriera fino al 1996 quando tramite un accordo segreto col governo birmano si consegna alle autorità che gli garantiscono la non estradizione verso gli Stati Uniti.
Così dal 1981 inizia il rapporto stabile tra Kin e l’Italia per l’invio dell’eroina. Prezzo fissato: 55 milioni delle vecchie lire al chilo, con la sostanza che viaggia per il mondo tra navi, treni, aerei e doppi fondi di valigie e bagagliai. Ed è proprio in questo periodo che Kin racconta dell’incontro a Palermo con un certo “Roberto”. Un siciliano di circa quarant’anni «che appariva come un personaggio molto autorevole». Una pista che porterà le indagini fino in Svizzera: quel Roberto, arriveranno a concludere i magistrati di Palermo, altri non è che Vito Roberto Palazzolo, colui che anni dopo sarà indicato come «il cassiere di cosa nostra». Nomi e circostanze che si intrecciano all’inchiesta americana “Pizza Connection” e al ruolo della Svizzera come luogo del riciclaggio dei proventi del narcotraffico. E del resto i magistrati di Palermo ricostruiscono nel corso delle indagini i rapporti tra Kin e Palazzolo, oltre alle transazioni economiche avvenute a Zurigo e Lugano scaturite dal traffico di eroina tra Thailandia, Europa e Stati Uniti d’America. Al termine di quel percorso è dunque chiaro, si legge agli atti, «comprendere quale fosse l’organizzazione che ha pagato l’eroina sequestrata a Suez», ma cosa ancora più importante, secondo l’obiettivo di giudici istruttori del maxi processo, dimostrare «l’unicità e complessità dell’organizzazione mafiosa che gestisce il traffico di stupefacenti».

I broker – Il sistema degli intermediari e gli immortali delle rotte

Un ulteriore passo in avanti sulla conoscenza del fenomeno mafioso legato al narcotraffico i giudici di Palermo lo fanno riflettendo sul fatto che «Gaspare Mutolo e la sua famiglia erano in grado di gestire lo smercio di limitate quantità di eroina […] ma un carico di 233 chilogrammi di droga presuppone tali collegamenti internazionali e disponibilità finanziarie, che è impensabile potesse essere gestito in esclusiva dalla “famiglia” di Partanna Mondello».

Si fa strada dunque la figura del moderno “broker” della droga: nelle operazioni tracciate dalla procura di Palermo e nell’ambito dell’inchiesta Pizza Connection non a caso si sono messi in luce contrabbandieri internazionali all’epoca già noti alle autorità, che sono stati in grado di utilizzare le rotte del traffico illecito del tabacco a beneficio del traffico di droga. Emergono così le figure di Paul Waridel e di Luigi Dapueto, il “re delle bionde”. Personaggi che dieci anni dopo saranno ancora sulla cresta dell’onda perché inseriti nella rete di Pasquale Marando, nome di primo piano e grande innovatore del narcotraffico della ‘ndrangheta calabrese nei primi anni ‘90.

«Gaspare Mutolo e la sua famiglia erano in grado di gestire lo smercio di limitate quantità di eroina […] ma un carico di 233 chilogrammi di droga presuppone tali collegamenti internazionali e disponibilità finanziarie, che è impensabile potesse essere gestito in esclusiva dalla “famiglia” di Partanna Mondello»

Si fa strada dunque la figura del moderno “broker” della droga: nelle operazioni tracciate dalla procura di Palermo e nell’ambito dell’inchiesta Pizza Connection non a caso si sono messi in luce contrabbandieri internazionali all’epoca già noti alle autorità, che sono stati in grado di utilizzare le rotte del traffico illecito del tabacco a beneficio del traffico di droga. Emergono così le figure di Paul Waridel e di Luigi Dapueto, il “re delle bionde”. Personaggi che dieci anni dopo saranno ancora sulla cresta dell’onda perché inseriti nella rete di Pasquale Marando, nome di primo piano e grande innovatore del narcotraffico della ‘ndrangheta calabrese nei primi anni ‘90.

Gli agganci di Waridel e Dapueto conducono ancora in Thailandia, Turchia e Libano, per finire poi a livello finanziario in Svizzera, spesso negli uffici di Palazzolo e di qualche cassetta di sicurezza al riparo da occhi indiscreti. Un ecosistema in cui, concludeva il pool antimafia di Palermo, «all’interno di cosa nostra si sono create strutture autonome ma funzionalmente collegate, addette alle varie fasi in cui si articola il complesso traffico di stupefacenti, mentre gli “uomini d’onore” che non hanno responsabilità operative nel traffico possono contribuirvi finanziariamente, condividendone in varia misura, gli utili e i rischi. Si è riprodotta, in sostanza, la stessa situazione del contrabbando di tabacchi, ma in misura molto maggiore e con profitti enormemente più alti». La medesima storia si ripeterà nel decennio successivo con il traffico di cocaina.

«All’interno di cosa nostra si sono create strutture autonome ma funzionalmente collegate, addette alle varie fasi in cui si articola il complesso traffico di stupefacenti, mentre gli “uomini d’onore” che non hanno responsabilità operative nel traffico possono contribuirvi finanziariamente, condividendone in varia misura, gli utili e i rischi»

Nel 1979 un rapporto di Boris Giuliano tracciava già questo tipo di scenario: «la mafia siciliana – si legge nel rapporto agli atti del maxiprocesso – è rientrata nel traffico internazionale di stupefacenti con larga disponibilità di uomini e mezzi, sfruttando, soprattutto, i canali delle grandi reti di contrabbandieri di tabacchi lavorati esteri che operano nel sud-Italia e nelle isole sotto la ferrea guida di grossi nomi della mafia».

*L’ordinanza-sentenza del maxiprocesso è interamente consultabile in formato digitale sul sito del Consiglio Superiore della Magistratura

CREDITI

Autori

Luca Rinaldi

Editing

Lorenzo Bagnoli

Illustrazioni

Claudio Capellini

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