Companies House, il registro col buco: nessuno controlla i titolari delle aziende

L’ultimo caso riguarda un omonimo di un latitante di cosa nostra, comparso come socio di maggioranza in nove aziende. Tutti i sospetti dietro allo schema societario
17 Gennaio 2022 | di Matteo Civillini, Christian Eriksson

L’ultima traccia lasciata dal superlatitante Giovanni Motisi è una fotografia ritrovata dai carabinieri nel 1999. Lo scatto ritrae Motisi – soprannominato u’ pacchiuni – in una villa di Casteldaccia, alle porte di Palermo, mentre festeggia il compleanno della figlia. Da allora agli inquirenti sono arrivate solo voci, più nulla di concreto. Ricercato per omicidi multipli, associazione mafiosa e strage, Motisi rimane tutt’oggi nella ristretta cerchia dei latitanti di massima pericolosità.

A oltre vent’anni di distanza da quell’immagine, un omonimo del latitante di cosa nostra ha fatto una misteriosa ricomparsa in una serie di società inglesi, come scoperto da IrpiMedia. Durante dieci mesi del 2020 un omonimo, con identico mese e anno di nascita di u’ pacchiuni (il giorno è omissato sul registro inglese) è stato il titolare effettivo di nove aziende registrate a Londra, una delle quali è stata coinvolta in una disputa legale con la catena di fast food americana Subway.

Iper semplificato e senza controlli: perché Companies House continua a crescere

Se il superlatitante sia stato realmente a capo delle società, o se qualcuno abbia sfruttato la sua identità, non è dato sapersi. Al cuore del problema c’è l’impotenza di Companies House, il registro imprese britannico a cui non spetta alcun obbligo di verifica delle informazioni che riceve. Eppure diversi casi – come quelli scoperti da IrpiMedia – hanno evidenziato già in passato come questo laissez-faire abbia spalancato le porte ad abusi da parte di truffatori e riciclatori di denaro sporco. L’assenza di controlli si spiega con un’esigenza di semplificazione estrema che fa lievitare continuamente la presenza di aziende registrate nel Regno Unito e, di conseguenza, gli introiti di Companies House.

Nel giro di cinque anni – da marzo 2016 a marzo 2021 – il numero di società presenti sul registro è aumentato del 28% (da 3,7 milioni circa a oltre 4,7 milioni). Nello stesso periodo le entrate derivate dai servizi di registrazione sono passate da 57,9 milioni di sterline nel 2015-2016 a 68,7 milioni di sterline nell’ultimo anno.

Il registro imprese britannico

Le società registrate nel Regno Unito dal 1939 a oggi

«Questo tipo di abuso non deve sorprendere minimamente – sostiene David Clarke, ex capo del National Fraud Intelligence Bureau, unità di polizia britannica dedicata al crimine finanziario -. Il sistema di registrazione delle società in Regno Unito è un disastro».

Dalla Sicilia a Londra, passando per il Canada

Definito killer di fiducia di Totò Riina e per un lungo periodo reggente del mandamento di Pagliarelli, Giovanni Motisi è considerato un latitante di serie A, alla stregua di Matteo Messina Denaro. Per la giustizia italiana deve ancora scontare la condanna all’ergastolo quale uno dei mandanti degli omicidi di Beppe Montana e Ninni Cassarà, i commissari della Squadra Mobile di Palermo entrambi freddati nell’estate del 1985. Solo due episodi della lunga striscia di sangue che si è lasciato alle spalle u’ pacchiuni.

Dalla fine degli anni ‘90 Motisi è diventato un fantasma tanto che c’è chi lo reputa ormai defunto. Un pentito parlò qualche anno fa di un covo vicino ad Agrigento da dove sarebbe poi fuggito in Francia ma la pista non ha mai trovato riscontri effettivi. Come riportato da Repubblica, la procura di Palermo l’ha cercato anche in Inghilterra, Spagna e Sud America. Un giro del mondo da cui gli inquirenti sono sempre tornati con un pugno di mosche.

“Siciliani nel Mondo”, seguito da un indirizzo nel cuore di Fallsview Boulevard, complesso di casinò e hotel affacciati sulle cascate del Niagara, sponda Canada. È questo il recapito che compare sul registro imprese britannico di fianco al nome di Giovanni Motisi. Il 1 gennaio 2020 la primula rossa diventa contemporaneamente il beneficiario ultimo di nove società con sede a Londra. Si tratta di aziende dormienti – ovvero non operative – costituite una manciata di mesi prima. Tutte condividono la stessa lunga lista di amministratori provenienti da Panama, Filippine, Ucraina e Russia. Alcune prendono il nome da note compagnie di fast food come Subway e Little Ceasar’s, la terza catena di pizzerie più grande degli Stati Uniti.

Nel dicembre 2019 – il mese precedente alla comparsa di Motisi – la “vera” Subway aveva mosso un’azione legale nei confronti di Subway IP Ltd presso il Company Names Tribunal, un tribunale britannico che ha il compito di dirimere controversie legate alle registrazioni societarie. Con il proprio esposto la catena americana esigeva che l’omonima azienda inglese modificasse il proprio nome. Subway sosteneva che la registrazione fosse «parte di una serie di abusi sistematici che consistono nel registrare società il cui nome è identico a quello di aziende di franchising statunitensi». La difesa non ha fornito alcuna risposta al tribunale e così Subway si è aggiudicata il caso, costringendo al cambio di nome.

Un rappresentante di uno dei marchi americani coinvolti ha detto che, dopo aver visto il nome di Motisi, pensava di essere finito in una sofisticata trovata pubblicitaria. «È difficile immaginarsi una farsa più ambigua di questa, a meno di mettere la Regina Elisabetta, o Enrico VIII, come amministratore di una di queste aziende», ha detto.

Il rappresentante ha inoltrato i dettagli del caso a Companies House, sperando in un provvedimento da parte dell’ente regolatore. In una dichiarazione Companies House ha detto: «Non possiamo fornire commenti su società specifiche ma lavoriamo a stretto contatto con le forze dell’ordine nei casi in cui ci sia il sospetto di comportamenti criminali».

Quanto costa aprire un’azienda a Londra

Per creare un’azienda in Regno Unito bastano solo 12 sterline. Si fa tutto online nel giro di una decina di minuti, senza nemmeno il bisogno di mostrare un documento d’identità. Companies House, il registro imprese, funziona oggi come un semplice archivio di informazioni. Non ha nessun potere di verificare le informazioni che riceve né menchemeno di condurre indagini su aziende sospette.

Il governo britannico riconosce che i casi di uso improprio del registro sono strumentali all’esecuzione di reati finanziari. Nella serie #Mafia in UK, IrpiMedia aveva raccontato come Antonio Righi, condannato per maxi-riciclaggio a favore della camorra, fosse comparso in società inglesi in compagnia di prestanome in carne e ossa e soggetti di fantasia. Come Ottavio «Detto Il Ladro di Galline», che nel registro imprese indica la professione di «truffatore». O ancora, la «Banda Bassotti Company Ltd», registrata in «Via Dei 40 Ladroni, Ali Babbà, Italy». In #29Leaks, IrpiMedia ha raccontato come nemmeno gli agenti, ossia i professionisti che aprono aziende in Gran Bretagna per conto terzi, svolgano alcun controllo sui nuovi clienti, come nel caso di Formations House.

Per provare a tappare questa enorme falla nel settembre 2020 il governo guidato da Boris Johnson ha annunciato un’ampia riforma di Companies House. Tra le misure proposte c’è la verifica obbligatoria dell’identità di tutti gli amministratori e beneficiari ultimi delle aziende registrate in Regno Unito. Un anno e mezzo più tardi, però, la riforma deve essere ancora discussa e approvata in Parlamento.

OneCoin, la moneta della cryptoregina latitante

Prima di Giovanni Motisi il proprietario di maggioranza delle aziende londinesi è stato Guido Savio, agente immobiliare e turistico di Padova. Motisi è stato poi sostituito da Alda Sileni LC, un’azienda con sede in Wyoming, Stati Uniti, di cui Savio stesso risulta essere firmatario dei bilanci.

Savio sostiene di non aver scelto i nomi delle aziende inglesi, ma di averle comprate a scatola chiusa da uno studio legale. L’acquisto – continua Savio – è avvenuto nell’estate del 2019 attraverso Dealshaker, un canale di e-commerce collegato a Onecoin, una presunta criptovaluta rivelatasi essere un colossale schema Ponzi. Fondato nel 2014 dall’imprenditrice bulgara Ruja Ignatova, il brand Onecoin ha raccolto oltre 4 miliardi di dollari dagli investitori, per poi truffarli: la cryptovaluta non esisteva davvero. Ignatova è svanita nel nulla nel 2017, quando il castello di carte cominciava a perdere pezzi. Nel 2019 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formulato accuse di frode e riciclaggio nei confronti di Ignatova e del fratello, protagonisti di quella che gli investigatori americani hanno definito un’attività «fondata solamente su falsità e inganno».

La definizione, lo schema Ponzi

Lo schema è un meccanismo di truffa che si basa sulla promessa di ottenere guadagni in tempi rapidissimi e a fronte di un investimento basso. Il promotore dell’attività, però, invece che investire, incassa. Di solito, maggiore è il numero di clienti, maggiore sarà anche il guadagno del truffatore. Nel tempo gli schemi Ponzi sono diventati più evoluti, ma il principio alla base della truffa resta sempre quello di avere un’ampia base di piccoli investitori da imbrogliare.

Dealshaker è nato nel 2017, mentre Ignatova faceva già perdere le proprie tracce e, in Italia, l’Antitrust disponeva la sospensione cautelare della promozione di Onecoin. Dealshaker era la prima piattaforma di e-commerce ad accettare Onecoin come forma di pagamento. Inserzionisti da tutto il mondo potevano pubblicizzare la vendita di beni e servizi alla comunità dei possessori della criptovaluta. Dealshaker esiste ancora, ma la sua vita è stata particolarmente travagliata: il marketplace è scomparso e risorto dalle proprie ceneri diverse volte. Nella vetrina di Dealshaker fanno oggi bella mostra le offerte di cibo per cani, bevande all’aloe vera o tè dimagranti. Tutte comodamente pagabili in Onecoin.

È qui che Guido Savio avrebbe acquistato i servizi di uno studio legale, che si sarebbe occupato di fondare le aziende londinesi e curare la loro gestione burocratica. Documenti visionati da IrpiMedia indicano che le aziende sarebbero state «capitalizzate mediante conferimento di beni immateriali acquistati in Onecoin», la cryptomoneta inesistente.

Perché lo schema societario è sospetto

Guido Savio ha detto che diverse persone sono state coinvolte nell’amministrazione delle aziende britanniche, compresa sua moglie. Non è però stato chiaro rispetto alla figura di Motisi, se sia un omonimo o il latitante: «Io non conosco questo Giovanni Motisi – ha aggiunto parlando al telefono con IrpiMedia -. Effettivamente sì, c’è questa persona, ma io non conosco il latitante o altro». In un secondo momento Savio ha ipotizzato che qualcuno abbia ottenuto i suoi codici di accesso a Companies House e inserito il nome di Motisi nelle aziende a sua insaputa.

In passato, Savio è stato accusato di cybersquatting, ovvero la registrazione illecita di domini web che ricordano marchi noti. Nel 2007 l’agenzia immobiliare ReteCasa sporse un reclamo nei confronti di Savio per una violazione del proprio copyright, dopo aver scoperto che l’agente immobiliare padovano aveva creato una serie di domini web con nomi affini. L’OMPI, tribunale che tutela la proprietà intellettuale, stabilì che Savio aveva agito «in mala fede» e ordinò il trasferimento dei domini a ReteCasa.

Graham Barrow, un esperto di crimine finanziario, sostiene che le aziende collegate a Motisi e Savio sono «piene di campanelli d’allarme». «Il susseguirsi frenetico di nomine, e successive eliminazioni, di amministratori è rivelatore di un’azienda fasulla, che non ha reale operatività», dice Barrow. «L’utilizzo di persone in diverse giurisdizioni è endemico nelle società utilizzate per scopi di riciclaggio o altre attività criminali, dato che complica terribilmente il lavoro degli investigatori».

Non è possibile sapere con certezza per quali attività siano state utilizzate le aziende. Barrow ipotizza che lo scopo potrebbe essere quello di aprire dei conti correnti intestati alle società stesse: stabilirsi in un Paese dalla buona reputazione finanziaria come il Regno Unito e adottare nomi di compagnie affermate, quindi, sarebbero due strategie per aumentare la propria credibilità come clienti tanto da riuscire a passare i controlli degli istituti di credito. «Aziende di questo tipo potrebbero ottenere servizi bancari in Paesi relativamente piccoli ai margini dell’Unione europea o da nuove realtà del fintech, per esempio,» conclude Barrow.

Ipotesi plausibili che però non possono fare completamente luce sulle numerose ombre del caso: la proprietà delle aziende è passata tra le mani del vero Giovanni Motisi oppure il suo nome è stato inserito dolosamente? Perché utilizzare l’identità di un superlatitante con l’inevitabile conseguenza di attirare attenzione sulle aziende? Quale ruolo hanno queste società nella truffa Onecoin?

Sentito da IrpiMedia, Guido Savio ha fornito risposte parziali. Spetterebbe alle autorità, ed in primis a Companies House, verificare i dettagli di casi come questo e fornire una risposta alle domande. Ma, ad oggi, per volontà politica, non è possibile.

Foto: Uno scorcio del distretto finanziario di Londra – John Keeble/Getty
Infografiche: Lorenzo Bodrero
Editing: Lorenzo Bagnoli

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