«Io sono quello che chiamano un rifugiato, un migrante, un migrante economico, o qualsiasi altra categoria mi venga attribuita. Non mi importa l’etichetta, so solo che sono un essere umano costretto dalle circostanze, oltre i limiti della mia resistenza umana, a fuggire dal mio Paese d’origine».
David Yambio parla seduto al tavolo dei relatori di una delle aule del Parlamento europeo di Bruxelles. Alle sue spalle ha la bandiera dell’Unione europea. Indossa un completo scuro, camicia bianca e cravatta anch’essa scura, leggermente allentata. È elegante, si mostra sicuro di sé. Comincia il suo intervento con tono pacato, ma appena inizia a parlare sullo schermo sopra la sua testa compaiono i video delle violenze di cui i migranti sono vittime ai confini dell’Unione europea.
L’inchiesta in breve
- I migranti in Europa sono spesso stati raccontati e raramente hanno una voce nelle storie che li riguardano
- Da quando diversi gruppi di migranti hanno iniziato ad organizzarsi, il discorso si è arricchito del punto di vista di chi ha vissuto le esperienze migratorie sulla propria pelle
- Gruppi come Refugees in Libya e Refugees in Tunisia sono stati testimoni delle brutalità subite per mano dei governi nordafricani finanziati dall’Ue. Proprio per questo si sono posti come obiettivo, una volta arrivati in Ue, quello di denunciare le condizioni disumane vissute
- Grazie alla collaborazione con la società civile europea, adesso questi gruppi di migranti stanno creando una rete di solidarietà per cambiare il discorso europeo sulla migrazione e aprire casi giuridici contro chi ha creato un regime di violenza in Libia e Tunisia
«Non solo ho assistito a ciò che accade alle frontiere esterne ed interne dell’Europa, ma ne sono anche vittima, perché l’ho vissuto e continuo a viverlo», continua Yambio, raccontando la sua vita.
Prima, la fuga dalla guerra civile in Sud Sudan, Paese in cui è nato nel 1997, poi il Chad e quindi la Libia, dove si scontra con le politiche di esternalizzazione Ue: violenze, lavoro forzato, tentativi di attraversare il Mediterraneo che vengono bloccati dalla cosiddetta Guardia costiera libica, periodi nei centri di detenzione, altre violenze
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«La mia vita è stata sospesa, i miei sogni rubati. Dopo due anni dal mio arrivo in Europa, a soli 26 anni, dovrei concentrarmi sui miei studi, su cause nobili legate alla vita umana. Invece, oggi siamo costretti a fronteggiare il caos creato dall’Ue: le violazioni dei diritti umani, le morti, la demonizzazione che continua», conclude. La sala, piena per l’evento organizzato dal gruppo parlamentare The Left, applaude.
Refugees in Libya, le origini
Yambio è uno dei fondatori nonché il volto più noto dell’organizzazione Refugees in Libya, nata nel 2021 a Tripoli. È una realtà piccola, informale e che solo ora si sta strutturando, ma è un’esperienza che dice molto del crescente bisogno di documentare cosa accade ai migranti. I video mostrati al Parlamento europeo, infatti, sono stati girati dai protagonisti, a volte da Yambio stesso o, nella maggior parte dei casi, sono stati inviati all’organizzazione da altre persone che ancora sono in viaggio, spesso bloccate in Tunisia, Marocco e, soprattutto, Libia.
Refugees in Libya denuncia gli effetti delle politiche dei Paesi europei e dei Paesi di transito sui migranti e, al contempo, si fa anche promotrice di una narrazione diversa del fenomeno migratorio e degli stessi migranti: un’autonarrazione che non li vede né minacce né vittime, ma che sostituisce ai numeri le storie, le esperienze e il loro punto di vista.
Anche il lessico conta, e riflette una consapevolezza politica della migrazione molto più forte rispetto al passato.
I migranti che fanno parte di Refugees in Libya, dal momento che hanno affrontato le violenze delle frontiere europee, si definiscono dei «survivors (sopravvissuti)», in nome di questa esperienza comune si chiamano tra loro «comrades (compagni)» e, poiché denunciano queste pratiche e lottano per cambiarle, si considerano degli «human rights defenders (difensori dei diritti umani)», che hanno il diritto di lasciare Paesi insicuri, come appunto la Libia.
Lo stallo alla messicana tra Europa, Nord Africa e Africa subsahariana dopo il forum sulle migrazioni di Tripoli
di Lorenzo Bagnoli
Superata la vetrata d’ingresso del Centro internazionale dei congressi di Tripoli campeggia, gigantesco, l’arco luminoso del Trans-mediterranean migration forum (Tmmf), il primo organizzato dal Governo libico di unità nazionale (Gun) di Abdul Hamid Debaiba a cui hanno partecipato rappresentanti sia dell’Europa (Italia, Malta e Commissione europea) sia dell’Africa subsahariana (Chad).
Per la Libia il Tmmf è stato una messa in scena per cercare di raggiungere due scopi: primo, spaventare i partner in Africa ed Europa sventolando cifre sui migranti irregolari pronti a partire, (dal milione ai tre milioni); secondo, accreditarsi come Paese sicuro sotto ogni punto di vista, capace di mediare la triangolazione tra Nord Africa arabo, Africa subsahariana nera e Unione europea.
Sono quasi le 13 del 17 luglio 2024, il giorno del debutto, quando i capi di Stato e i presidenti del Consiglio iniziano a raggiungere il luogo del meeting.
Dall’angolo riservato ai giornalisti, a intralciare la vista del tappeto blu che conduce all’arco del Tmmf, c’è una strana installazione con giubbotti di salvataggio appesi al soffitto e delle colonne di schermi led che trasmettono video di migranti recuperati in mare dalle ong.
Non è una forma di protesta della società civile bensì un’opera che il governo libico ha allestito per apparire sensibile alla causa dei naufraghi e superare l’immagine dell’inferno fornita da migliaia e migliaia di testimonianze dei migranti. Una parte integrante del suo spettacolo.
A un certo punto, dall’androne si sentono delle urla. I giornalisti intravedono tra gli schermi dell’installazione un capannello di gente che sembra spintonarsi. Il dipartimento dei media del governo di Tripoli arriva in un baleno a cacciare ogni telecamera che possa testimoniare qualunque cosa, seppur a grande distanza. Il motivo si capisce con il passare del tempo: la guardia presidenziale del Chad ha fatto ingresso nel palazzo congressi armata, violando ogni protocollo di sicurezza.
Il ministro dell’Interno libico Imad Trabelsi prima dell’inizio ufficiale degli incontri compare davanti alle telecamere per liquidare la situazione come una semplice discussione tra amici. In realtà è una sfida ai libici, ribadita sul palco dal presidente del Chad, Mahamat Déby Itno. Dopo l’inizio quasi incomprensibile, nel momento in cui gli è stato chiesto di accorciare il suo intervento, lancia il guanto:
«Sono qui a rappresentare gli africani black – dice -. Ho sentito qualcuno (il riferimento era all’intervento del panel precedente del primo ministro tunisino Ahmed Hachani, rappresentante dell’altro “Paese di transito” del Nord Africa arabo, ndr) dire che non c’è razzismo qui… C’è razzismo. Gli immigrati, in questi Paesi di transito, sono maltrattati. I loro diritti non sono rispettati».
È un richiamo internazionale alle violazioni dei diritti umani, un colpo inferto dopo aver concesso la firma dell’accordo «per l’espulsione dei cittadini ciadiani irregolari presenti in Libia e la regolarizzazione del loro status», recita il comunicato ufficiale.
La relazione tra Europa, Nord Africa e Africa subsahariana è uno “stallo alla messicana” sulla pelle dei migranti. È una situazione in cui i tre gruppi di potere si tengono reciprocamente sotto tiro, utilizzando i migranti come arma. L’Europa ha da offrire denaro in cambio del fermo delle partenze, gli altri due blocchi usano la presenza dei migranti per conquistare posizioni di maggior rilevanza a livello regionale grazie al supporto della comunità internazionale.
Il fuoco incrociato rende manifestazioni come il Tmmf degli spettacoli del potere, dove poco cambia sul piano della concreta gestione dei flussi.
«Cercare protezione nei Paesi sicuri» è stata fin dall’inizio una delle prime richieste di Refugees in Libya, contenuta nel manifesto che l’organizzazione ha scritto nel 2021 e che comincia così: «Siamo Rifugiati e viviamo in Libia». Il documento è stato scritto da persone provenienti da 11 diversi Paesi africani che vivevano nella zona di Gargaresh, alle porte di Tripoli. Il primo ottobre, la polizia e le forze armate libiche hanno svolto una serie di raid violenti nella zona, arrestando arbitrariamente migliaia di persone che, nelle testimonianze raccolte da Refugees in Libya, sono state portate in «campi di concentramento disumani».
Già prima di quell’episodio, hanno scritto i rifugiati nel loro manifesto, la Libia era «un incubo fatto di torture, stupri, estorsioni, detenzioni arbitrarie», ma quell’ennesimo abuso ha innescato qualcosa. I migranti che non sono stati arrestati, infatti, hanno lasciato Gargaresh per iniziare un lungo e partecipato sit-in di protesta davanti alla sede dell’Unhcr di Tripoli. «Qui – si legge ancora nel manifesto – abbiamo capito che non avevamo altra scelta che iniziare ad organizzarci. Abbiamo alzato la nostra voce. […] Non possiamo continuare a tacere mentre nessuno difende noi e i nostri diritti».
Dalla rabbia alla protesta
Non si trattava della prima protesta di migranti in Libia. Solo negli ultimi anni, sono diversi gli episodi. Nell’ottobre 2018, un migrante somalo si è dato fuoco nel centro di detenzione di Tarik-al-Sikka, a Tripoli, gestito allora da Mohamed al-Khoja, l’uomo che oggi è capo di tutto il sistema di gestione dei centri di detenzione.
Poche settimane dopo, è andata in scena la vicenda dei migranti recuperati in mare dal cargo Nivin, e che, una volta arrivati a Misurata, si sono rifiutati di scendere di nuovo in Libia per giorni, fino all’intervento violento delle forze di sicurezza libiche.
«Furono chiamati terroristi: nessuno si è fermato a pensare che si trattava di una protesta. Era tutto ciò che avevano: una protesta fisica», commenta Marwa Mohamed, responsabile advocacy dell’organizzazione non governativa libica Lawyers for Justice in Libya. A suo parere, nel Paese, i migranti sono costretti a «protestare con i loro corpi perché non hanno altro modo».
Un caso simile a quello del cargo Nivin è avvenuto pochi mesi dopo, nel marzo 2019, con la petroliera El Hiblu 1, che ha salvato alcuni migranti, promettendo di non riportarli in Libia ma poi facendo rotta verso il paese africano. I migranti salvati se ne accorsero, protestarono con forza contro l’equipaggio dell’imbarcazione che, alla fine, cedette, facendo rotta verso le coste maltesi.
Allo sbarco, però, tre dei migranti (all’epoca, di 15,16 e 19 anni) sono stati arrestati e sono tutt’ora sotto processo a La Valletta con le accuse di terrorismo per aver dirottato la nave, con l’equipaggio a bordo. Per difenderli, è nata la campagna Free El Hiblu 3 che ha ricostruito la vicenda nel dettaglio e che, sul suo sito scrive che «lo Stato maltese sta cercando di fare un esempio dei tre accusati per scoraggiare altri dal resistere in modo simile ai respingimenti verso la Libia».
Per la professoressa di geografia politica all’Università di Bologna Martina Tazzioli, questo episodio è l’ennesima conferma di una tendenza: «non appena gli stessi migranti che invitiamo ad essere attivi e partecipi, lottano fuori dai canoni previsti dalla nostra rappresentazione mediatica e politica, vengono criminalizzati», spiega ad IrpiMedia.
Del resto, anche i partecipanti alla protesta di Refugees in Libya fuori dalla Unhcr sono stati prima criminalizzati e poi repressi. Nel gennaio 2022, infatti, dopo circa 100 giorni, il sit-in di Tripoli è stato smantellato con la forza e molti dei suoi partecipanti arbitrariamente detenuti.
Alcuni, come Yambio sono poi riusciti ad arrivare in Italia via mare, ma molti sono ancora oggi in Libia. Questo, però, non ha impedito che quella mobilitazione continuasse, in modi e forme diverse.
Proprio Tazzioli, in una ricerca del 2023 scritta insieme al collega Nicholas De Genova, ha riflettuto sull’importanza di quei momenti:
«Nonostante la violenta repressione della loro protesta e il fatto che le richieste dei migranti di essere ricollocati in Europa non siano state soddisfatte, questa lotta collettiva è stata notevole per la sua auto-organizzazione e per la sua straordinaria auto-rappresentazione attraverso la produzione e la diffusione autonoma di conoscenza».
In pratica, per i due accademici, non conta tanto che non siano stati raggiunti gli obiettivi della protesta, ma le modalità con cui essa è avvenuta. Che, infatti, hanno caratterizzato il prosieguo delle attività di Refugees in Libya.
Dall’azione spontanea alla creazione di un network
A oltre due anni e mezzo dallo sgombero del sit-in di Tripoli, oggi, Refugees in Libya si definisce «un’organizzazione che include rifugiati, richiedenti asilo e migranti, indipendentemente dal loro status “ufficiale”», una precisazione importante, quest’ultima, che ribadisce la valenza politica dell’operato di Refugees in Libya e la sua opposizione alle categorie con cui la migrazione viene interpretata in Europa dalle istituzioni comunitarie e nazionali.
Testimoni attivi
L’inchiesta #Desert Dumps portata avanti da IrpiMedia insieme ad una serie di partner internazionali aveva come obiettivo dimostrare il coinvolgimento attivo da parte dell’Unione europea nelle espulsioni di migranti nel deserto portate avanti dalle forze di sicurezza dei paesi nordafricani, Tunisia Mauritania e Marocco su tutti.
Parte fondamentale delle ricerche è stata la scansione di foto e video delle espulsioni alla ricerca di qualsiasi dettaglio, un logo su un’auto, un edificio particolare o le linee delle colline in lontananza, che potesse identificare gli autori delle espulsioni assieme al luogo di partenza e di arrivo del convoglio delle forze di sicurezza.
Questo lavoro è stato reso possibile proprio grazie alla partecipazione attiva dei migranti che, nei momenti più drammatici del loro viaggio, hanno continuato a riprendere con i loro cellulari quello che stava succedendo nelle città e nei confini desertici e a postarlo sui social. Refugees in Libya, con cui IrpiMedia ha collaborato, è stato il gruppo che più è riuscito a convogliare tutte le testimonianze che arrivavano quotidianamente dal Nord Africa e che ha permesso di reperire informazioni dal campo altrimenti inaccessibili.
In questo modo l’inchiesta #Desert Dumps ha dimostrato, oltre al supporto economico e operativo dell’Ue nelle pratiche disumane, l’efficacia della collaborazione attiva tra migranti e giornalisti. Chi prima era un soggetto passivo nei racconti di altri è diventato soggetto attivo che ha trasmesso immagini e voci all’altra parte del Mediterraneo, con i giornalisti che hanno avuto il compito di ricomporre le loro storie quanto più fedelmente possibile.
Le attività dell’organizzazione comprendono la documentazione e la denuncia delle condizioni in cui vivono i migranti, che avviene in larga parte sui social media; azioni di sensibilizzazione e advocacy, con Yambio che, come raccontato, è stato al Parlamento europeo, ma anche alla Corte penale internazionale de L’Aia o alla Pontificia università gregoriana di Roma; la gestione di una linea di supporto per i rifugiati tramite WhatsApp, gratuita e multilingue, per offrire supporto e assistenza alle persone in difficoltà o per indirizzarle verso un’organizzazione che possa fornire aiuto immediato.
Sono tutte azioni intrecciate fra loro, con la linea di supporto che, per esempio, raccoglie spesso materiale utile sia per la denuncia sia per l’advocacy. E soprattutto sono tutte azioni che Refugees in Libya compie in collaborazione con diverse altre realtà della società civile europea. Sempre più, mano a mano che l’organizzazione si va strutturando, cresce anche la rete di organizzazioni partner.
Ma tutto è cominciato, sempre nell’ottobre 2021, grazie a una telefonata.
Today isthe 5th day in row as refugees continue to demand for protection and evacuation out of the country in fear for their lives and the lives of their children. But @UNHCRLibya keeps being silent and closing their office in the face of this chaos , where refugees have nosafety pic.twitter.com/EHoBAGwz9Z
— Refugees In Libya (@RefugeesinLibya) October 7, 2021
Primi giorni della protesta migrante davanti gli uffici dell’Unhcr di Tripoli. I migranti, stanchi delle violenze da parte delle autorità libiche, chiedono di essere evacuati e di ricevere protezione dall’Europa.
Ottobre 2021
A look back to Dec 6 2021.
— Refugees In Libya (@RefugeesinLibya) January 20, 2022
A sad reality, as everyone sitting in the background is now held in #Ain_zara prison. Being abused, used as a workforce for the militias, forced to work day & night. We are but only abandoned by the @UNHCRLibya and the international community. pic.twitter.com/WMttUJaXFo
David Yambio denuncia le torture subite dalla popolazione migrante in Libia e l’abbandono da parte delle istituzioni europee.
Dicembre 2021, Tripoli
"Life is tough for us expatriates. Recently at sea , I had a harrowing encounter with the Tunisian coast guards who left us stranded at sea, a thin line between life and death. Many dangers lurk back home, and returning means facing conflict, governmental persecution, and… pic.twitter.com/wifxE45IS0
— Refugees In Libya (@RefugeesinLibya) February 16, 2024
Ibrahim Abdelgader Ibrahim Suleiman registra un video in cui condivide ciò che è successo durante in suo secondo tentativo di attraversare il Mediterraneo dalla Tunisia. Il terzo tentativo che farà, il 6 febbraio 2024, sarà fatale per lui e per altri compagni di navigazione. Nel post di Refugees in Libya, la scritta “May we continue to humanise them (che si possa continuare a umanizzarli)”.
Dicembre 2023
Today in Rome 23-07-2023 the African Summit organised by Italian Foreign minister Mr. Tajani and Italy’s prime minister @GiorgiaMeloni who have no respect for human rights, we organised our own counter summit which tells the truth and realities that are being omitted and… pic.twitter.com/JWVABlPWi5
— Refugees In Libya (@RefugeesinLibya) July 23, 2023
(A destra) il governo Meloni organizza un summit con i rappresentanti dei paesi africani per discutere, tra le altre cose, di migrazione. (A sinistra) Refugees in Libya organizza lo stesso giorno un contro summit a Roma presso il centro sociale Spin Time Labs.
23 luglio 2023
to make you feel my voice, my pain and my presence because all we ask for is a more sincere, inclusive and human approach towards immigration.
— David Yambio (@DavidYambio) April 18, 2024
Enough is what we have lived through, and another Europe is possible, in fact another world is possible.
2/3 pic.twitter.com/4xnPT3kARQ
David Yambio al parlamento europeo mentre tiene in mano un cartello con scritto “Stop international terrorism on refugees in Libya: EU kills (basta terrorismo internazionale sui rifugiati in Libia: l’Europa uccide)”
«La prima volta che sono entrato in contatto con loro era quando erano accampati davanti agli uffici dell’Unhcr a Tripoli. Probabilmente hanno preso il mio numero su internet e mi hanno chiamato. Appena ho risposto mi sono visto questo mare di persone tutte accalcate che mi raccontavano la loro situazione. È stato impressionante», ricorda don Mattia Ferrari dell’ong Mediterranea, che compie salvataggi in mare e che ora collabora stabilmente con Refugees in Libya.
In quei giorni, ricorda Ferrari, c’erano «stupore e meraviglia» perché «non era mai successa una mobilitazione del genere a Tripoli: sono stati coraggiosissimi». «Prima – continua – il discorso italiano era sempre diviso in due: chi vuole aiutarli e chi vuole respingerli, ma non c’era una soggettività politica dei migranti. Da quel momento, invece, i migranti si sono trasformati in soggetto», dice il sacerdote, riferendosi ai migranti bloccati nei paesi di transito come Libia e Tunisia.
«Il nostro compito – prosegue Ferrari – è stato metterci a servizio del loro protagonismo». Mediterranea non lo ha fatto da sola. Anche Asgi, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, per esempio, ha sostenuto Refugees in Libya nel chiedere visti di ingresso per motivi umanitari all’ambasciata italiana in Libia (rifiutati) e poi nel presentare un ricorso d’urgenza al Tribunale di Roma per far arrivare nel nostro Paese almeno Yambio, che nel frattempo era ricercato dalle milizie libiche per il suo attivismo.
«Abbiamo lavorato in squadra provando ad aiutarli a farsi sentire in Europa», sintetizza Ferrari, che riflette anche sulle complessità culturali di questo processo inedito. «Solitamente, i poveri non vengono visti come soggetti protagonisti ma come soggetti passivi, che hanno sempre bisogno di qualcun altro che li rappresenti», dice.
Con Refugees in Libya, invece, non è stato così e «assumere la centralità dei migranti, il fatto che si rappresentino da soli e abbiano una loro voce» è stato «difficile», ammette.
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Il lavoro di cui parla Ferrari è ancora in corso. Nel 2023, è nata durante un incontro a Bologna la rete translocale Alleanza con i rifugiati in Libia. Alcune delle realtà che ne fanno parte sono From the sea to the city, Alarm phone, Baobab experience, Asgi, Liminal, Ecchr, Mediterranea saving humans.
La città emiliana non è stata una scelta casuale per l’iniziativa: è qui che Refugees in Libya si sta strutturando formalmente come organizzazione e vuole aprire una sede.
Mentre, alla definizione di rete translocale, i promotori danno una duplice valenza «da un lato, si è formato un gruppo di attivisti e sostenitori locali, mentre dall’altro lato le relazioni transnazionali rimangono essenziali per la rete: con attivisti in altre città europee, ma prima di tutto con rifugiati e migranti attivi che vivono ancora in Libia».
Strategic litigation
Uno dei propositi principali di Refugees in Libya e dell’alleanza nata intorno ad essa rimane portare al sicuro le centinaia di migranti che hanno partecipato alla protesta del 2021, ma che sono ancora in Libia.
Per approfondire
«Nel luglio 2023, dopo 18 mesi di torture e lavoro forzato, 221 compagnǝ sono statǝ rilasciatǝ dal carcere e la maggior parte di loro si trova ancora a Tripoli, affrontando la miseria, la mancanza di cure mediche e il rischio costante di detenzione arbitraria e violenza fisica», denuncia l’organizzazione. Altri obiettivi sono: consolidare la linea di supporto ai migranti, creare un archivio con tutte le testimonianze dei migranti e garantire ai rifugiati protezione «attraverso lo sviluppo di contenziosi strategici».
Quest’ultimo punto non è una novità per l’organizzazione perché, fin dalla sua nascita, ha sempre prestato molta attenzione alle questioni giuridiche e legali, a cominciare dal nome.
Richiedenti asilo e rifugiati in Tunisia e Libia
Con la firma della convenzione di Ginevra del 1951 la Tunisia ha ufficialmente riconosciuto lo status di “rifugiato” come ricettore di una serie di diritti a livello internazionale. Tuttavia il Paese ancora non ha integrato i principi della convenzione nel quadro normativo nazionale.
Per questo la Tunisia delega la gestione all’Unhcr che rilascia un tesserino a rifugiati e richiedenti asilo. Ma proprio perché manca una legge a livello nazionale, i documenti dati dall’organizzazione internazionale non sono considerati validi sul suolo tunisino. Da qui i migranti assistiti dall’Unhcr si ritrovano comunque in una condizione precaria, senza documenti validi per trovare una casa o un lavoro e, in alcuni casi, nonostante il loro status, vittime di espulsioni nel deserto da parte delle forze di sicurezza tunisine.
La situazione peggiore però è in Libia, dove non si è ancora ratificata la convenzione di Ginevra e di fatto, secondo la legge nazionale, rifugiati e richiedenti asilo sono considerati migranti irregolari, soggetti a detenzione ed espulsione.
Tecnicamente, infatti, molti di loro non sono rifugiati, nel senso che non hanno ottenuto la protezione internazionale, anche perché in Paesi come la Libia o la Tunisia è praticamente impossibile farlo. Però, riprende Tazzioli, «si sono appropriati in maniera strategica di questa condizione negata». E, in nome di questa condizione, rivendicano protezione e quindi la necessità di essere trasferiti in un paese sicuro. «All’apparenza – continua a riflettere la professoressa dell’Università di Bologna – può sembrare un processo di vittimizzazione, ma invece è una scelta tattica intelligente».
Questa idea sta alla base anche delle azioni legali cui Refugees in Libya partecipa, e in particolare dei contenziosi strategici, che sono una tecnica di matrice anglosassone per promuovere la salvaguardia dei diritti attraverso azioni legali individuali. «Questi contenziosi non riguardano solo il singolo individuo, ma sono a beneficio di tutti noi. Vogliamo costruire qualcosa per il futuro», spiega un’altra componente di Refugees in Libya, Naeima Hussein Yaqoub, oggi rifugiata in Svezia.
Al momento Asgi ha portato insieme a Refugees in Libya un caso davanti al Comitato delle Nazioni unite per i diritti umani che vede coinvolte cinque famiglie sudanesi, catturate il 3 maggio a Tunisi e deportate verso i confini desertici nonostante avessero ottenuto lo status di richiedenti asilo presso l’Unhcr. Nel processo, i legali si sono avvalsi di foto, video e audio testimonianze inviate dalle vittime stesse contattate tramite i canali di Refugees in Libya.
IrpiMedia consiglia
Dal punto di vista dei prodotti giornalistici, in generale, il 2011 – con le rivolte arabe – viene considerato l’anno di svolta per il mondo dei media. L’irruzione di comunità intere politiche che, sfruttando i cambiamenti tecnologici, decidevano di raccontarsi da soli senza aspettare che fossero i media mainstream a farlo diventa un processo sempre più denso e di qualità, fino ad arrivare all’ultimo conflitto a Gaza, dove la stampa cosiddetta occidentale è completamente assente sul campo.
In realtà un’apertura inizia anche prima, con l’urgenza narrativa e giornalistica di condividere con “l’oggetto” del racconto uno sguardo. Rispetto a questa puntata di #DesertDumps, dedicata all’autoracconto dei soggetti migranti, nella grande produzione di questi anni, la redazione suggerisce la visione di tre documentari che in qualche modo hanno segnato un’epoca.
Come un uomo sulla Terra
Il primo, uscito nel 2008, è Come un uomo sulla Terra, di Andrea Segre e Dagmawi Yimer, dove il regista italiano lavora fianco a fianco a un autore etiope, che l’esperienza della migrazione l’aveva vissuta sulla sua pelle.
Anija
Nel 2013, invece, veniva pubblicato ANIJA (la nave), di Roland Sejko, che per la prima volta racconta l’esodo albanese degli anni Novanta verso le coste italiane con il punto di vista di quegli albanesi che per anni erano solo numeri nel racconto italiano ed europeo.
Midnight traveler
E per finire il documentario Midnight Traveller, del 2019, dei registi e coniugi afgani Hassan Fazili e Fatima Hussaini, che con i loro due figli lasciano l’Afghanistan per affrontare la Rotta Balcanica in fuga dai talebani.
Come un uomo sulla Terra
Il primo, uscito nel 2008, è Come un uomo sulla Terra, di Andrea Segre e Dagmawi Yimer, dove il regista italiano lavora fianco a fianco a un autore etiope, che l’esperienza della migrazione l’aveva vissuta sulla sua pelle.
Anija
Nel 2013, invece, veniva pubblicato ANIJA (la nave), di Roland Sejko, che per la prima volta racconta l’esodo albanese degli anni Novanta verso le coste italiane con il punto di vista di quegli albanesi che per anni erano solo numeri nel racconto italiano ed europeo.
Midnight traveler
E per finire il documentario Midnight Traveller, del 2019, dei registi e coniugi afgani Hassan Fazili e Fatima Hussaini, che con i loro due figli lasciano l’Afghanistan per affrontare la Rotta Balcanica in fuga dai talebani.
«La linea di supporto di Refugees in Libya è uno strumento molto utile per sapere ciò che avviene sul campo in Paesi come la Libia. Grazie ad essa, si può avere contezza anche a distanza di avvenimenti e dinamiche che sarebbero impossibili da conoscere», commenta Adelaide Massimi di Asgi. Anche front-LEX, un’altra ong che si occupa di contenziosi strategici in materia di migrazione, ha di recente iniziato a collaborare con Refugees in Libya, per il primo caso riguardante il Paese africano.
«Solitamente lavoriamo con persone singole, ma questa volta volevamo collaborare con un’organizzazione che rappresentasse nel modo più autentico gli interessi di tutti i rifugiati intrappolati in Libia», spiega Iftach Cohen, avvocato dell’organizzazione.
Dalla denuncia, passando dal riconoscimento, per arrivare all’impatto
A fine maggio 2024, l’ong front-LEX ha inviato a Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, una diffida legale formale per fermare l’assistenza ai libici nelle intercettazioni delle imbarcazioni di migranti, e ha citato il caso di Karim, un rifugiato sudanese di 29 anni conosciuto grazie a Refugees in Libya.
Se l’agenzia non farà quanto chiesto, front-LEX è pronta a portare il caso alla Corte di giustizia dell’Unione europea a Lussemburgo, dove si capirà se il contributo dato dall’organizzazione al contenzioso sarà stato decisivo.
«Le azioni di Refugees in Lybia hanno un alto spessore morale e, per quanto ci riguarda, le loro voci devono essere le prime ad essere ascoltate. Se questo avrà un impatto anche dal punto di vista giuridico, però, è ancora presto per dirlo. Vedremo», spiega ancora Cohen.
Quale che sarà l’esito dell’azione legale, Hussein Yaqoub di Refugees in Libya pensa che questo impegno abbia comunque un valore. «Il ruolo di questi contenziosi è denunciare, portare alla luce e rendere visibili questi casi, e anche cercare di vincere le cause per costringere le istituzioni dell’Ue ad agire», spiega, annunciando che l’organizzazione vuole «intensificare l’azione legale per difendere i nostri diritti, anche per coloro che non possono fare questi passi».
«Non possiamo arrenderci. È qualcosa che facciamo per le persone che verranno», dice riferendosi ai migranti che in futuro potrebbero vivere le stesse sofferenze che sono toccate a lei, a Yambio e a tanti altri. «Ci siamo già passati, lo sappiamo bene. E non vogliamo che nessun altro si senta solo in questa situazione», conclude.
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