Garanzie senza trasparenza, i rischi nascosti del Fondo di garanzia paneuropeo

Venticinque miliardi di garanzie pubbliche per salvare le pmi europee dalla crisi post-pandemia: l’opacità sui processi di selezione e tracciabilità dei fondi e quel meccanismo che ricorda i mutui della crisi del 2008

28 Gennaio 2022 | di Lorenzo Bagnoli

«Il danno all’economia provocato dalla pandemia diventa ogni giorno sempre più visibile: centinaia di migliaia piccole e medie imprese (pmi) europee combattono per rimanere in vita». Maggio 2020: Werner Hoyer, presidente della Banca europea per gli investimenti (Bei), faceva le prime considerazioni sugli effetti della crisi economica. I numeri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ricordano che le pmi nei 38 Paesi membri rappresentano il 99% delle aziende totali, contano il 70% dei posti di lavoro complessivi e circa il 50% del Prodotto interno lordo dell’area Ocse (dati 2017). È un settore di vitale importanza per l’economia europea.

Tra febbraio 2020 e aprile 2021 l’Ocse ha calcolato per una forbice tra il 70 e l’80% delle pmi di 32 Paesi una perdita fra il 30 e il 50% delle entrate annuali. Per l’Italia un intervento è ancor più necessario viste le condizioni strutturali dei conti pubblici: nel continente è fanalino di coda per la crescita del Pil, il quale non regge il passo del debito pubblico ed è indietro negli indici di competitività.

Glossario

Crediti non performanti (o crediti deteriorati): In inglese non-performing loans (NPL), sono prestiti di riscossione incerta nei confronti di quei debitori (borrowers) che hanno iniziato a sperimentare improvvisamente una situazione economica difficoltosa. All’interno di questa macro categoria, secondo i criteri fissati dalla Banca d’Italia, si distinguono:

  • Le esposizioni scadute e/o sconfinanti, che sperimentano cioè un’insolvenza nel saldo delle rate da parte del debitore (scadute) o eccedono i limiti di affidamento (sconfinanti) da più di 90 giorni e oltre una certa soglia di rilevanza.
  • Le inadempienze probabili (in inglese UTP, unlikely to pay), ovvero i crediti che la banca giudica di difficile riscossione per lo meno nella loro interezza se non tramite azioni legali o comunque previste dal contratto (l’escussione delle garanzie, ad esempio).
  • La sofferenze, vale a dire i crediti verso soggetti in stato di insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili.

Cartolarizzazione: in inglese securitization. È l’operazione che consente di trasformare un credito, performante o meno, in liquidità attraverso la cessione di quest’ultimo a una società veicolo (Special purpose vehicle o SPV) che si incarica di creare titoli derivati noti come Asset-backed securities (ABS) il cui sottostante (collateral) è costituito da una quota dei crediti stessi.

Asset-backed securities (ABS): Sono titoli derivati che offrono un rendimento fisso (fixed income) e sono creati dalla SPV nel processo di cartolarizzazione dei crediti. A differenza delle comuni obbligazioni, il pagamento delle cedole periodiche e il rimborso delle ABS è strettamente legato alla capacità dell’emittente di recuperare i crediti. Questa operazione è spesso affidata a una società terza specializzata (il servicer). A fronte dei rischi, il valore delle ABS (ovvero il prezzo fissato per il loro collocamento sul mercato) è molto inferiore rispetto al valore nominale dei crediti sottostanti. Tale divario aumenta ulteriormente se questi ultimi sono già non performanti e, come tali, difficili se non impossibili da riscuotere per intero. Nel 2018, ad esempio, la banca Monte dei Paschi di Siena ha ceduto alla SPV Siena NPL 2018 Srl crediti in sofferenza per un valore nominale di 24,1 miliardi di euro. Questi ultimi sono stati posti a garanzia di un ammontare di ABS di soli 4,3 miliardi.

Tranches senior, mezzanine, junior: sono le diverse classi di rischio associate alle ABS. Nel processo di cartolarizzazione vengono emesse tipicamente tre categorie (tranches) di titoli: le ABS senior (meno rischiose e meno redditizie), le mezzanine (rischio e rendimento intermedio) e le junior (più rischiose e più redditizie). Il saldo dei titoli, che è strettamente connesso alla capacità di recupero dei crediti sottostanti, avviene secondo questo ordine: prima vengono saldate le senior, poi le mezzanine (se le senior sono state pienamente rimborsate) e infine le junior (se anche le mezzanine sono state pagate per intero). In Italia la garanzia statale del Fondo GACS copre solo le eventuali perdite sulle tranches senior.

La soluzione per arginare gli effetti della crisi costruita dalle istituzioni bancarie pubbliche europee si chiama Fondo di garanzia paneuropeo (Feg o Efg in sigla). Sono i due bracci del gruppo della Banca europea per gli investimenti, ossia la stessa Bei e il Fondo di investimenti europeo (Fei), a provvedere alle dotazioni economiche del fondo attraverso linee di credito, partecipazioni di capitale pubblico, garanzie e altri complessi strumenti finanziari (e ben più rischiosi). I primi beneficiari sono gli istituti di credito nazionali che dovranno poi a loro volta aiutare le imprese, bersaglio finale dello strumento. «Il Fondo di garanzia paneuropeo è una risposta tempestiva e su misura alle necessità urgenti (delle pmi, ndr) a completamento degli sforzi a livello nazionale degli Stati membri», concludeva Hoyer quel 26 maggio 2020.

La Timeline del Fondo di garanzia paneuropeo

Aprile 2020: Il Consiglio europeo, l’organismo a cui siedono i capi dei governi dei 27 Paesi dell’Unione europea, approva il pacchetto di aiuti per la ripresa economica.

Maggio 2020: Il consiglio di amministrazione della Bei crea il fondo.

Dicembre 2020: La Commissione europea approva la creazione del fondo, ritenendolo in linea con le direttive europee contro il Covid.

Settembre 2021: Annuncio del pacchetto di garanzie pubbliche per l’Italia a cui partecipano Feg, Cassa depositi e prestiti e Microcredito centrale.

Ottobre 2021: Il Feg diventa pienamente operativo insieme al suo Comitato di contributori, organismo che decide quali progetti approvare.

La sponsorship italiana al Feg

Lo «scudo protettivo delle aziende europee», come lo definisce la Bei, è costituito da un fondo di 25 miliardi di euro con l’obiettivo di «aiutare le imprese a riprendersi dalla pandemia, assumere dipendenti e crescere. Dalla mobilitazione di fondi aggiuntivi dal settore privato, vogliamo generare un ritorno fino a 200 miliardi di euro per l’economia». È uno strumento all’interno di un kit di soccorso economico più ampio, di cui fa parte anche il NextGeneration EU. La quota nominale della garanzia per l’Italia è pari alla sua quota capitale nella Banca, che ammonta al 18,78% cioè 4.695 miliardi di euro. Vi partecipano 22 Paesi dell’Unione europea: se ne sono chiamati fuori Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Romania.

Eppure dall’introduzione dello strumento nell’aprile 2020, il Feg non ha ricevuto molte attenzioni. Counter Balance, Ong europea che si occupa di finanza pubblica, ha scandagliato, anche con l’aiuto di IrpiMedia, l’Efg in un report che si intitola Il fondo di garanzia paneuropeo – lo strumento sconosciuto del pacchetto per la ripresa europea. Il risultato dello studio mostra che il fondo di garanzia ha un enorme problema di trasparenza: dal processo decisionale su quali progetti finanziare, fino agli effetti per i beneficiari ultimi, le risposte che si ottengono dalle istituzioni europee sono frammentarie o inesistenti. Quello che è chiaro, al contrario, è invece l’effetto immediato dello strumento: finanziare le banche e le grandi istituzioni finanziarie. Da ultimo, c’è l’incognita sulla natura dei finanziamenti del fondo: nei documenti del Feg si trovano accenni a strumenti finanziari altamente speculativi.

Come funziona il Fondo di garanzia paneuropeo

I pochi istituti di credito che hanno risposto tra Italia, Francia e Spagna alle richieste di commento di Counter Balance sono tuttavia entusiasti dello strumento: «È senz’altro una buona opportunità per le imprese per uscire da questa fase e ricominciare a investire», è stato il commento di una delle banche di microcredito tra le destinatarie di fondi. In pratica, il fondo permette agli istituti di aprire linee di credito sapendo che in caso di inadempienza del creditore alla fine a pagare il debito saranno le banche pubbliche europee. «L’impatto economico della pandemia si è rivelato molto più pronunciato e a più lungo termine di quanto previsto un anno fa; pertanto, la ripresa richiederà tempo e il sostegno del Feg può svolgere un ruolo decisivo», è stato il commento del nostro Ministero delle Finanze.

L’Italia è stata tra i maggiori sponsor della creazione del Feg, al contrario dei Paesi “frugali” (Olanda, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia) inizialmente contrari a uno strumento di sostegno alla spesa pubblica.

Dario Scannapieco, dalla Bei a Cdp

Tra i motivi per cui l’Italia è stata tanto coinvolta nella promozione del fondo di garanzia c’è il fatto che all’epoca della sua introduzione a ricoprire il ruolo di vicepresidente della Bei e presidente della Fei c’era Dario Scannapieco. Romano, classe ‘67, Scannapieco è cresciuto professionalmente alla corte di Mario Draghi, nell’epoca in cui l’attuale primo ministro era direttore generale del ministero del Tesoro. Poi, nel 2002, è stato nominato dall’allora ministro Giulio Tremonti direttore generale del Dipartimento Finanza e Privatizzazioni del ministero del Tesoro. Nel 2007 ha iniziato la sua lunga carriera nel gruppo della Bei fino a quando proprio Mario Draghi lo ha richiamato in Italia come amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti a maggio 2021. Fino a quando è stato nel gruppo Bei ha presieduto anche il Comitato al quale spetta decidere quali progetti sostenere attraverso il Fondo di garanzia paneuropeo.

Quali sono i Paesi beneficiari degli interventi del Feg

Il rischio di una nuova bolla finanziaria?

Come ha spiegato Francesca Galizia (Movimento Cinque Stelle) nella seduta del 4 giugno 2020 della Commissione Politiche dell’Unione europea, attraverso il Feg le linee di credito concesse dagli istituti di credito hanno una classe di rating – in pratica la valutazione che ne dà il mercato attraverso lo scrutinio delle agenzie – molto elevata. Tuttavia «dato l’elevato livello di rischio atteso, la probabilità che il Fondo registri perdite finanziarie è elevata». In uno scenario pessimistico, questo potrebbe significare che le linee di credito garantite con soldi pubblici stiano alimentando una bolla finanziaria. Cioè che le banche concedono crediti anche a chi non è in grado di restituire quanto preso in prestito e alla fine a farne le spese dovranno essere le casse pubbliche.

Al momento – precisa Counter Balance – si tratta solo di una mera ipotesi, dato che non ci sono dati disponibili in merito al numero di garanzie attivate finora. A questo si aggiunge il fatto che il fondo, nonostante l’approvazione ad aprile 2020, è attivo davvero da marzo 2021: è un lasso di tempo troppo breve per fare qualunque valutazione e incappare in qualunque fallimento di soggetti a cui sono stati erogati dei prestiti.

Al di là del fallimento dei soggetti beneficiari ultimi degli aiuti, ci sono anche alcuni prodotti finanziari inclusi nel pacchetto del Feg che presentano alti profili di rischio. Prodotti speculativi finanziari che ricordano quelli che hanno innescato la crisi finanziaria del 2006-2007. Si tratta ad esempio di cartolarizzazioni sintetiche o Abs, asset-backed securities, senza il minimo dibattito pubblico in merito a una scelta così importante (vedi box seguente). Nell’ottica della Bei il vantaggio della copertura pubblica permetterà alle banche di esporsi con piccole medie imprese che altrimenti sarebbero considerate troppo rischiose. Però anche i mutui subprime concessi a chi non aveva le possibilità di restituirli pur di alimentare il mercato immobiliare americano nei primi anni del Duemila erano Abs.

Secondo quanto è possibile ricostruire da documenti pubblici, al momento sono stati stanziati 1,4 miliardi di euro, con l’obiettivo di mobilizzare in tutto 13 miliardi, per strumenti finanziari di questo genere.

La definizione: cartolarizzazione sintetica

Una cartolarizzazione tradizionale è un processo che tramuta un portafoglio di attività finanziarie come un mutuo o un prestito (quindi un’attività immateriale o illiquida) in liquidità. Per farlo l’ente che vuole cartolarizzare si appoggia su una società veicolo che trasforma l’attività illiquida, per esempio il mutuo, in carta. La cartolarizzazione sintetica è una tecnica utilizzata tipicamente dalle banche. Prevede che alcune attività – per esempio dei prestiti – invece che essere trasformate all’esterno, vengano suddivise in tranches di rischio (vedi glossario) per essere successivamente trasferite. Invece che alle società veicolo, si appoggia a “venditori della protezione”, ossia gli enti a cui viene trasferito il rischio in cambio di un premio assicurativo. Come nel caso della cartolarizzazione tradizionale, quello che si vuole ottenere alla fine è liquidità, questa volta derivante dalla cessione del rischio. Nel caso delle cartolarizzazioni sintetiche del Feg è la Bei a svolgere il ruolo di venditore della protezione.

Come si spartisce il Feg

Valori in €/mln

Il profilo dei beneficiari

L’Italia è il principale Paese destinatario delle garanzie del Feg. Su 150 operazioni analizzate al 31 ottobre 2021, sono 31 quelle finanziate in Italia. Tra i beneficiari italiani del Feg ci sono anche Cassa depositi e prestiti (Cdp) e Microcredito centrale, i due bracci finanziari di Ministero delle finanze e Ministero dello sviluppo economico. In tutto l’obiettivo è quello di mobilitare attraverso le garanzie pubbliche un totale di 5 miliardi di euro, di cui 600 milioni attraverso il Feg. E non solo per le piccole e medie imprese.

Oltre agli istituti pubblici, il Feg ha elargito garanzie anche per i privati. Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno ottenuto rispettivamente 18 e 2,5 miliardi di garanzie. Insieme a loro compaiono i nomi degli altri principali attori del settore bancario, Crédit Agricole, Nordea, BBVA, Caixa Bank, ING, Banco Santander, Raiffeisen e BNP Paribas.

Tra i beneficiari si leggono anche i nomi di fondi di investimento, come la franco-americana Partech Partners, specializzata nel finanziamento di società del comparto digitale e tecnologico. Ha ricevuto 50 milioni di euro dal Fondo europeo di investimento, ma non è chiaro invece quanto abbia ricevuto attraverso il Feg.

Nessuna discussione pubblica sul modo in cui vengono spesi i soldi

Nonostante i dubbi sulle possibili conseguenze del fondo di garanzia, la discussioni pubbliche che hanno preceduto la sua introduzione sono state pressoché inesistenti. Solo pochi parlamenti, tra i quali quello italiano e quello olandese, sono stati informati dell’esistenza del Feg e solo gli olandesi hanno reso pubblica la motivazione per la quale il governo ha deciso di prendere parte al fondo europeo. Eppure in caso di garanzie da liquidare, i fondi a cui attingere saranno pubblici, di tutti i cittadini europei. Il rischio per le casse nazionali è proporzionale rispetto a quanto riceveranno dal fondo di garanzia europeo.

All’assenza di discussione preliminare corrisponde l’attuale mancanza di tracciabilità dei progetti finanziati. La Bei mette a disposizione sul proprio sito solo alcuni nomi degli istituti di credito beneficiari delle garanzie. Impossibile arrivare in fondo alla catena delle linee di credito, né conoscere il settore commerciale delle aziende destinatarie degli aiuti.

Anche i criteri di selezione dei progetti destinatari di finanziamenti sono opachi. Il Comitato che decide a chi destinare i soldi rende pubblici solo delle stringate relazioni, omettendo i dati finanziari. Eppure sul sito della Bei è scritto che «in questa pagina saranno rese disponibili le decisioni del Comitato dei contributori che approvano l’utilizzo delle risorse del Feg per le operazioni del Gruppo Bei, nonché una sintetica giustificazione dell’utilizzo della garanzia per singole operazioni o categorie di prodotti».

Alla fine dei conti, conclude Counter Balance, il rischio è che questo denaro pubblico destinato alle piccole medie imprese diventi al contrario «un assegno in bianco alle grandi banche e ai fondi di investimento», grazie alla mancanza di trasparenza sul suo utilizzo. A questo si aggiunge una seconda considerazione: quanto sarà l’effetto reale di questo strumento? Sarà fondamentale per la ripresa oppure no? Senza la possibilità di pubblico dibattito questa valutazione è impossibile.

In collaborazione con: Counter Balance
Foto: La sede della Bei in Lussemburgo – eib.org
Infografiche: Lorenzo Bodrero
Editing: Luca Rinaldi

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