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Il pesce rubato del Gambia servito in Europa

Nelle acque del Gambia, flotte di pescherecci cinesi, russi ed europei continuano a depredare furtivamente i fondali marini del piccolo Paese africano e il pescato illegale trova facilmente la strada verso i distributori in Italia e Spagna

17.09.25

Davide Mancini

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Gambia
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Con il calare della notte i quattro pescatori riposano nella loro piroga di legno, lunga circa 10 metri, a diversi chilometri dalla costa. È il momento dell’attesa dopo aver gettato le reti davanti alla spiaggia di How Ba, nelle acque tropicali che bagnano la breve costa del Gambia. Nel giro di poche ore, come di consueto, issano le reti e sistemano il pescato in casse piene di ghiaccio.

Due luci di posizione, una verde e una rossa, si avvicinano in silenzio e sembrano essere di un’altra piroga simile alla loro. Ma pochi secondi dopo, un impatto violento squarcia l’imbarcazione di legno. Le luci erano quelle di un peschereccio a strascico, il Majilac 6, con uno scafo d’acciaio lungo 25 metri. Il peschereccio ignora l’incidente e continua la sua rotta nell’oscurità a luci spente, mentre della piroga fatta a pezzi rimane a galla solo la chiglia di legno.

L’inchiesta in breve

  • I mari dell’Africa Occidentale sono un campo di battaglia sempre più conteso fra i pescherecci stranieri, che spesso violano le leggi locali sulla pesca, e i pescatori locali che con piroghe di legno praticano una pesca artigianale di sussistenza
  • Praticando pesca a strascico vicinissimi alla costa, i pescherecci industriali provocano decine di incidenti, distruggendo le reti dei pescatori locali e, in alcuni casi, causando collisioni mortali, specie durante la notte
  • Le risorse ittiche dell’Africa occidentale sono sovrapescate, e si stima che dalle coste atlantiche dell’Africa, dal Marocco alla Sierra Leone, provenga circa il 40% del pesce catturato illegalmente nel mondo
  • Il Gambia, uno dei Paesi più piccoli dell’Africa Occidentale, è anche uno di quelli dove le acque sono più pescose. Qui arrivano sia pescatori artigianali dai Paesi interni alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, in cerca di tratti della costa atlantica non ancora sovrasfruttati, sia grandi multinazionali che esportano il pesce in Europa e nel resto del mondo
  • La spartizione delle risorse ittiche dell’Africa occidentale da parte di vari attori stranieri avviene attraverso meccanismi complessi che rendono la tracciabilità del pesce molto difficile da determinare. Mentre la riduzione dello spazio per i pescatori artigianali alimenta le rotte migratorie verso l’Europa, come la rotta delle Canarie

La collisione avviene a circa sei miglia nautiche dalla costa. Due dei quattro pescatori senegalesi a bordo scompaiono nelle acque buie poco dopo. Babakar M’Baye, 14 anni, e suo cugino Assan, 25 anni, si aggrappano per ore ai resti galleggianti dell’imbarcazione. Assan non vedrà l’alba: durante la notte, si lascia andare stremato. La mattina seguente, un’altra piroga di pescatori trova Babakar aggrappato alla chiglia distrutta, ancora a galla, e lo trae in salvo.

L’incidente del Majilac 6, avvenuto nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2024, è solo uno dei tanti provocati da pescherecci a strascico che si addentrano furtivamente nella zona costiera riservata alla pesca artigianale. La competizione per le risorse ittiche nelle acque dell’Africa occidentale sta generando conflitti sempre più frequenti tra la pesca industriale — praticata per lo più da imbarcazioni straniere — e i pescatori artigianali locali e regionali, che a loro volta esercitano una crescente pressione sugli stock di pesce.

Ascolta il podcast di Newsroom

Secondo i dati raccolti da Global Fishing Watch, organizzazione che analizza i segnali satellitari trasmessi dalle grandi imbarcazioni per monitorarne i movimenti e contrastare la pesca illegale, quattro pescherecci della flotta Majilac sembrano continuare a pescare illegalmente entro il limite delle nove miglia nautiche dalla costa, stabilito dalla legge gambiana. Il pesce catturato grazie a queste operazioni viene poi sbarcato al porto della capitale, Banjul, dove alcune specie vengono vendute e distribuite sia in Gambia che nei Paesi vicini, come il Senegal.

Babakar (14 anni) è sopravvissuto alla collisione tra un peschereccio cinese e la piroga su cui pescava. La maggior parte di questi incidenti avviene di notte, quando i pescherecci industriali spengono le luci per avvicinarsi alla zona di pesca proibita dove solo le piroghe possono accedervi © Guy Peterson

Ma non tutto viene scaricato nel porto principale della capitale.

Risalendo il fiume Gambia e lasciandosi alle spalle il porto di Banjul, dei canali stretti attraversano una foresta di mangrovie. Risalendoli, le imbarcazioni raggiungono il molo di Denton Bridge, dove ha sede l’azienda Hansen Seafood. Al momento di questo reportage un peschereccio dismesso è ormeggiato proprio di fronte allo stabilimento. Il nome dipinto sullo scafo arrugginito è Majilac 2. Poco distante, altri due pescherecci sono in fase di riparazione. Il nome Majilac si intravede a malapena sui salvagenti, poiché le imbarcazioni sono state riverniciate di recente.

Quando ci presentiamo all’edificio, ormai a distanza di un anno dall’incidente fatale della Majilac 6, una bandiera italiana, una spagnola e una gambiana sventolano in cima all’azienda. Un dipendente che troviamo fuori dall’ingresso ci dice che i responsabili non sono presenti in quel momento e sottolinea che i pescherecci Majilac non sono di proprietà di Hansen Seafood, ma di un’azienda cinese.

Uno dei pescherecci a strascico, il Majilac, recentemente riverniciato vicino a Banjul, a un centinaio di metri dall’azienda esportatrice Hansen Seafood, appartenente ad una società mista cinese-gambiana
Uno dei pescherecci a strascico, il Majilac, recentemente riverniciato vicino a Banjul, a un centinaio di metri dall’azienda esportatrice Hansen Seafood, appartenente ad una società mista cinese-gambiana © Guy Peterson

In effetti i pescherecci non appartengono allo stabilimento. La compagnia Hansen Seafood è una sussidiaria del gruppo spagnolo Congelados Maravilla, con sede a Vigo, la città portuale considerata uno degli snodi di commercializzazione più importanti al mondo per i prodotti della pesca, il primo in Europa. Congelados Maravilla è un’importante azienda importatrice di pesce della città, con distribuzione all’ingrosso in tutta Europa.

Il fondatore, Giuseppe (o José) Mellino, argentino di origini italiane, annunciò l’acquisizione della società gambiana nel 2022. Uno dei più grandi stabilimenti di lavorazione di prodotti ittici dell’Africa occidentale, e il più grande di tutto il Gambia, a detta dell’azienda spagnola. Nello stabilimento di Denton Bridge, all’ingresso della capitale Banjul, vengono confezionate tonnellate di polpo, seppia, sogliole e varie specie di pesce.

Contattata per questa inchiesta, l’azienda spagnola nega di essere proprietaria delle navi Majilac e afferma che dall’anno scorso non acquista più pesce da questa flotta, ma soltanto prodotti ittici provenienti da piroghe e pescatori artigianali locali. Tuttavia, non nega di aver comprato ed esportato il pescato dalla flotta Majilac in passato, fino all’anno scorso, sostenendo che si trattava di accordi già in vigore al momento dell’accordo di cessione dell’azienda.

Almeno fino all’anno scorso, perciò, la compagnia impacchettava ed esportava pesce pescato illegalmente nelle acque del Gambia sottraendolo alla pesca artigianale locale.

Tra aprile 2023 e novembre 2024, almeno 360 tonnellate di pesce sono arrivate in Italia attraverso i porti di Napoli, Gioia Tauro, Livorno e Bari. Circa il 30% delle importazioni europee sono quindi arrivate nel nostro Paese, mentre la gran parte sbarca a Vigo, anche se spesso i container passano attraverso il porto portoghese di Leixoes, a 150 km dal porto galiziano. Nel solo 2023, almeno 520 tonnellate di pesce congelato sono arrivate a Vigo dagli stabilimenti di Denton Bridge, quando già Hansen Seafood apparteneva a Congelados Maravilla e riceveva regolarmente pesce dai Majilac.

Fotografia satellitare, di aprile 2020, della Hansen Seafood e di quattro pescherecci ormeggiati
Fotografia satellitare, di aprile 2020, della Hansen Seafood e di quattro pescherecci ormeggiati

Nello stabilimento di lavorazione e stoccaggio del pesce di Hansen Seafood lavorano 80 persone. Il pesce proviene dalle acque della zona di pesca esclusiva del Paese più piccolo dell’Africa continentale. Secondo la stessa Congelados Maravilla, da quando l’impianto è stato rilevato dai precedenti proprietari nel 2022, la nuova direzione si è concentrata in una ristrutturazione completa delle strutture: ha «modernizzato e migliorato l’infrastruttura generale, acquistato macchinari più recenti e migliorato le condizioni di lavoro del personale, composto in gran parte da lavoratori gambiani».

Nell’anno dell’acquisizione spagnola Congelados Maravilla dichiarava una capacità massima di 5.000 tonnellate annue di pesce e frutti di mare, ma contattata via email, l’azienda dichiara di lavorare entro le 800 e 1.000 tonnellate reali. 

Grazie all’abbondanza di nutrienti che il fiume Gambia riversa nell’Oceano Atlantico, arricchendo il mare e rendendolo molto pescoso, l’ex colonia britannica è diventata anche uno dei Paesi africani in cui la pesca illegale rappresenta un problema cronico, come hanno denunciato numerose Ong e organismi internazionali. In questa regione, gli interessi in gioco sono considerevoli e le autorità statali non sempre riescono a proteggere le proprie risorse marine dalle pressioni straniere, che in molti casi costituiscono società miste con agenti locali che hanno legami o influenze negli apparati dirigenti e negli organismi responsabili dei controlli sulla pesca. 

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«Questi pescherecci a strascico sono un problema. Le loro infrazioni sono all’ordine del giorno, ma queste imbarcazioni straniere non vengono mai chiamate a rispondere delle loro azioni», denuncia Omar Gaye, dell’Associazione dei pescatori artigianali del Gambia. Da pescatore, vive il problema sulla propria pelle e ha denunciato una nave della stessa flotta Majilac per aver distrutto le sue reti da pesca durante la notte. Il danno subito ammonta a circa 2.000 euro, ma Gaye non ha ancora ricevuto nessun rimborso nonostante la denuncia e la presenza di testimoni.

Consultando i registri navali nazionali, si evince che l’azienda dietro questa flotta di pescherecci, la Majilac Fishing Company, è controllata da azionisti cinesi per il 49% e da due cittadini gambiani per il 51%.

I pescherecci Majilac sono vecchie conoscenze delle autorità gambiane. Nel 2019, quando la flotta operava ancora sotto il nome di Hansen, due di queste imbarcazioni furono fermate per aver pescato illegalmente a soli 4,5 miglia nautiche dalla costa — circa 8,3 chilometri. La multa ammontò a circa 11.700 euro per barca. Nel 2024, pochi giorni dopo il tragico incidente con i pescatori senegalesi, la Marina del Gambia ha lanciato un’operazione speciale in collaborazione con la nave Age of Union dell’organizzazione non governativa Sea Shepherd. Durante l’operazione, sono stati fermati sette pescherecci industriali che pescavano illegalmente vicino alla costa, in un’area frequentata giorno e notte da decine di piroghe.

Tra le imbarcazioni fermate da Sea Shepherd, quattro appartenevano ancora alla flotta Majilac. Tutte utilizzavano reti illegali con maglie troppo piccole, che permettono di catturare gamberi tigre, gamberetti, seppie e altre specie al di sotto della misura consentita, strascicando i fondali sabbiosi della zona costiera, proibita a questi tipi di pescherecci.

Tuttavia, le operazioni congiunte tra la Marina gambiana e Sea Shepherd non hanno impedito alle navi Majilac di riprendere la pesca illegale una volta rilasciate. Le leggi locali, infatti, prevedono sanzioni tutto sommato irrisorie, o non dissuasorie, rispetto agli alti profitti derivanti dalle attività economiche che infrangono la legge del Paese sovrano, come nel caso della pesca illegale in Africa Occidentale.

L’accusa principale mossa dai pescatori artigianali nei confronti della pesca illegale fatta dai pescherecci industriali stranieri è la distruzione delle reti, che vengono tagliate e spesso sono perdute in mare, causando gravi danni economici nonché ambientali © Guy Peterson

L’accordo di partenariato per la pesca sostenibile (Sustainable Fisheries Partnership Agreement, SFPA) fra l’Unione europea e la Repubblica del Gambia è ancora in vigore e prevede il pagamento di 550.000 euro l’anno al Gambia per consentire ai pescherecci europei di pescare, fino a una determinata quota, specie di alto valore commerciale come il tonno e il nasello. La metà di questa cifra dovrebbe essere impiegata dalle autorità del Gambia per lo sviluppo del settore pesca, con politiche settoriali e attività specifiche di monitoraggio e contrasto alla pesca illegale.

Diversi pescherecci, come il Majilac 3 e il Majilac 7, insieme ad altre imbarcazioni con bandiera cinese, continuano ancora oggi a pescare illegalmente ben al di sotto del limite delle nove miglia nautiche, in una zona in cui sono autorizzate solo le piroghe dei pescatori artigianali. A volte si spingono fino a tre miglia dalla costa.

I dati satellitari mostrano che questi pescherecci continuano ad attraccare al molo di Hansen Seafood, ma il segnale Ais (il sistema automatico obbligatorio di localizzazione delle navi) sembra essere spesso spento durante i tragitti dei pescherecci. Diverse fonti locali, tra cui persone residenti a Denton Bridge e un marinaio impiegato a bordo dei Majilac in passato, dicono che i Majilac rimangono in mare circa cinque o sei giorni, e rientrano a scaricare settimanalmente il pescato a Denton Bridge, dove viene in parte venduto a rivenditori locali e in parte ad Hansen Seafood.

Interpellata nell’ambito di questa inchiesta, Congelados Maravilla ha insistito sul fatto che l’azienda ha smesso di acquistare prodotti ittici da queste imbarcazioni un anno fa. Tuttavia, il pesce continua a essere sbarcato presso il loro molo a causa di accordi precedenti. Secondo l’azienda, tutto il pescato sbarcato viene acquistato da altri grossisti e assicurano che non viene attualmente acquistato neppure un polpo o una seppia dall’azienda europea.

Un pescatore scarica il pesce da una piroga appena rientrata dal mare aperto nella spiaggia di Tanjeh © Guy Peterson

«In Gambia ci sono circa 5.000 piroghe dedicate alla pesca artigianale, che escono in mare ogni giorno», afferma Omar Gaye, per evidenziare l’importanza sociale della pesca per la popolazione locale. «Qui i pescherecci fanno quello che vogliono. Le prove sono davanti agli occhi di tutti, ma non so per quale ragione non vengano fermati».

Mamadou (nome di fantasia per evitare ripercussioni), un marinaio gambiano che ha lavorato su diversi pescherecci stranieri di grandi dimensioni, racconta l’esperienza nel 2023 con il peschereccio Karama, gestito dall’azienda italiana Asaro Matteo Cosimo Vincenzo, ma che batte bandiera mauritana ed è registrato a nome di un’azienda di Nouadhibou (Mauritania).

«Le condizioni di lavoro con gli italiani non erano buone. Era molto duro. Ogni due ore ci chiamavano per tirare su le reti, poi in sottocoperta a smistare il pesce, e di nuovo scaricavano pesce dalle reti. Non ci lasciavano il tempo nemmeno per dormire».

Con un salario mensile di 300 dollari statunitensi, Modou racconta che il Karama rimaneva al largo più di due mesi consecutivi, con una ciurma di 20 persone a bordo. Polpi, seppie, gamberoni, erano i principali prodotti impacchettati per l’azienda mazarese Asaro Matteo Cosimo Vincenzo tra luglio 2023 e gennaio 2024.

L’equipaggio del peschereccio Karama e il suo capitano italiano documentano uno zifide, una balena che è morta accidentalmente nelle reti del peschereccio, prima di essere rigettata in mare. La nave, che pescava nelle acque del Gambia, selezionava e impacchettava crostacei e polpi a bordo per l’azienda mazarese Asaro Matteo Cosimo Vincenzo
L’equipaggio del peschereccio Karama e il suo capitano italiano documentano uno zifide, una balena che è morta accidentalmente nelle reti del peschereccio, prima di essere rigettata in mare. La nave, che pescava nelle acque del Gambia, selezionava e impacchettava crostacei e polpi a bordo per l’azienda mazarese Asaro Matteo Cosimo Vincenzo

Al momento della scrittura di quest’articolo, l’azienda mazarese non ha risposto alle domande inviate riguardo le condizioni di lavoro del peschereccio Karama e dei legami con l’azienda mauritana che ufficialmente gestisce l’imbarcazione e l’equipaggio.

Mamadou dice che il peschereccio Karama, con i suoi 40 metri di lunghezza, si avvicinava spesso alla costa, con alta probabilità di entrare nella zona proibita per i pescherecci industriali, ma non è in grado di provarlo.

«So solo che lavorando a bordo del Karama, spesso avevo segnale Gsm sul mio telefono, e questo significa che eravamo molto vicini alla costa». Ma l’ispettore di bordo, inviato dal ministero della Pesca del Gambia per riportare eventuali infrazioni, non diceva nulla. «La colpa non è del capitano italiano, ma dell’ispettore gambiano che si lascia corrompere», sostiene Mamadou. 

Secondo le stime della Financial Transparency Coalition, la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (nota come IUU, dall’inglese Illegal, Unreported and Unregulated), rappresenta un quinto delle catture mondiali di pesce, con un valore di mercato compreso tra i 10 e i 23,5 miliardi di dollari all’anno. L’Africa occidentale concentra circa il 40% di questa pesca illegale a livello globale, traducendosi in perdite superiori ai nove miliardi di dollari per i Paesi della regione, oltre a una diminuzione della biodiversità e un grave impatto su una fonte chiave di cibo per la popolazione locale.

Un dettaglio del pesce fresco acquistato sulla spiaggia di Tanjeh e offerto ai passanti © Guy Peterson

Tutto il pesce importato nell’Unione europea deve essere accompagnato da un certificato di cattura che specifichi dove è stato pescato il prodotto, su quale imbarcazione, e che garantisca che non sia stato pescato illegalmente. La responsabilità di emettere tale certificato cartaceo ricade sulle autorità locali — in questo caso, le autorità gambiane. Congelados Maravilla afferma che tutta la merce che esporta è accompagnata dai certificati di cattura necessari per entrare nell’Unione europea.

I pescatori coinvolti nell’incidente del Majilac 6 provenivano tutti da Saint Louis, nel nord del Senegal, compreso Bubakar M’baye e suo padre Mussa. «Torniamo una volta all’anno, durante la festa di Tabaski, per stare con le nostre famiglie», spiega Mussa. Si tratta di una festività molto sentita in Senegal e che riunisce le famiglie nel rituale del sacrificio di Abramo. Molti ritornano al villaggio di origine in questo periodo.

Da qualche anno molti pescatori di Saint Louis hanno lasciato i loro villaggi e le loro famiglie perché il mare è sovrasfruttato, con poco pesce ed è difficile competere con altre piroghe e con i pescherecci industriali che pescano lungo la costa. In Gambia, invece, le comunità di pescatori senegalesi affrontano una minore concorrenza, anche se la situazione sta cambiando. Mussa M’baye e suo figlio Bubakar vivono nel villaggio di pescatori di Sanyang, come molti altri pescatori provenienti da paesi vicini — in particolare Guinea Conakry e Senegal — che fanno parte della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, regioni con una forte tradizione di pesca.

Mussa M’baye si sente responsabile nei confronti delle famiglie delle tre persone morte mentre pescavano sulla sua barca in seguito all’incidente con il Majilac 6. Mussa è il proprietario della piroga coinvolta e Hassan, uno dei pescatori scomparsi, era suo nipote. «Ora quelle famiglie dipendono da me», ci dice Mussa a voce bassa, mentre attende che una delle sue piroghe rientri.

Il saccheggio delle riserve ittiche in Africa Occidentale sta spingendo un numero sempre maggiore di pescatori delle comunità costiere a cercare fortuna altrove e, secondo un report dell’Environmental Justice Foundation, sta alimentando le rotte migratorie verso l’Unione europea, come quella che conduce alle Isole Canarie.

Lungo le spiagge nei pressi di Tanji, numerose piroghe si preparano a partire per battute di pesca di più giorni, i giovani pescatori corrono avanti e indietro dai furgoncini porta ghiaccio per riempire i compartimenti refrigerati installati sulle piroghe, prima che si sciolgano. Altri pescatori locali scaricano il pescato, che viene venduto direttamente in spiaggia a venditori ambulanti ed intermediari.

Mussa M'baye, proprietario della piroga distrutta nella collisione con il Majilac 6, padre del giovane Bubakar. M’baye ora si sente responsabile nei confronti delle famiglie dei pescatori scomparsi, originarie di Saint Louis, nel nord del Senegal
Mussa M’baye, proprietario della piroga distrutta nella collisione con il Majilac 6, padre del giovane Bubakar. M’baye ora si sente responsabile nei confronti delle famiglie dei pescatori scomparsi, originarie di Saint Louis, nel nord del Senegal © Guy Peterson

Il pescato giornaliero delle piroghe viene commercializzato sul mercato locale per il consumo interno in Gambia, mentre alcuni camion frigoriferi trasportano il pesce verso i mercati di Saint Louis e Dakar. Molti qui accusano i grandi pescherecci a strascico di entrare illegalmente durante la notte e di distruggere le loro reti.

La distruzione delle reti da parte dei pescherecci più grandi è il danno più comune per i pescatori locali, che può voler dire perdere migliaia di euro in attrezzatura, denaro risparmiato o ottenuto attraverso debiti familiari. In alcuni casi, come riportato recentemente da Associated Press, i pescatori artigianali hanno risposto attaccando a loro volta i pescherecci stranieri, nonostante parte dell’equipaggio sia spesso per buona parte di nazionalità gambiana, escludendo il capitano ed i macchinisti. 

Alla data di stesura di questo reportage, né i proprietari del Majilac 6 né il suo capitano hanno dovuto affrontare alcuna conseguenza per l’incidente mortale.

Nel frattempo la piroga coinvolta è stata ricostruita a partire dalla chiglia a cui si è aggrappato Bubakar per sopravvivere, ed è tornata a solcare il mare. Anche Bubakar, ancora segnato dal ricordo di quella notte, è tornato a pescare, affrontando nuovamente le notti incerte di un mare sempre più affollato e conteso per il suo pesce.

Pescatori provenienti dal Senegal e dalla Guinea Conakry caricano frettolosamente del ghiaccio su una piroga per conservare il pesce. In Gambia molti pescatori artigianali vengono dai Paesi limitrofi, in cerca di zone di costa non sovraffollate da pescherecci industriali e altre piroghe per pesca artigianale © Guy Peterson

Crediti

Autori

Davide Mancini

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero
Davide Mancini

In partnership con

Ocean Reporting Network (Pulitzer Center)

Foto di copertina

© Guy Peterson

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