Sono ormai passati quasi due anni dall’inizio dell’offensiva russa in Ucraina che, a fronte della disparità di mezzi in campo, ha visto Kiyv ricorrere a una strenua e ingegnosa difesa del proprio territorio. Tra le altre, il Paese invaso ha anche imparato a riadattare droni commerciali per funzioni di monitoraggio e per il trasporto di esplosivi. Come già raccontato da IrpiMedia, questa strategia è risultata inattesa alla Russia, che proprio sul fronte delle tecnologie teleguidate in principio si è mostrata meno attrezzata.
Tuttavia nell’ultimo anno Mosca si è riorganizzata, in primis incrementando l’uso di droni militari (non quadricotteri commerciali ma veri e propri mini-aerei guidati a distanza) forniti dall’Iran e infine creando una propria industria per la produzione di questo tipo di armamenti, grazie all’esperienza degli alleati di Teheran. E a componenti importate in modo illecito dall’Occidente.
L’inchiesta in breve
- I droni kamikaze Shahed-136, prodotti dall’Iran, sono una presenza costante negli attacchi russi contro l’Ucraina, usati come veri e propri missili per impegnare le difese di Kiyv
- Secondo l’intelligence Usa e documenti riservati, Mosca ha deciso di avviarne la produzione internamente con l’aiuto dell’Iran. La fucina di droni russa poggia però su componenti prodotti all’estero, malgrado la presenza di sanzioni internazionali che ne dovrebbero vietare l’export
- Inoltre, la Russia vuole sfruttare le capacità tecniche di aziende già attive nel settore, come Albatros che produce droni destinati all’uso agricolo e alla ricerca di persone scomparse
- A gennaio 2023, Albatros ha iniziato a sviluppare una parte di droni destinati al settore militare-industriale nello stesso stabilimento dove verrebbero copiati i droni kamikaze iraniani
- Albatros sviluppa anche algoritmi avanzati per l’analisi dei dati raccolti dalle telecamere di bordo, utili a individuare veicoli o attrezzature sul campo di battaglia
- Le sanzioni per Albatros sono arrivate solo dopo quasi un anno: gli Stati Uniti, a partire dal 2024, hanno reso obbligatoria una licenza speciale per vendere ad Albatros e a dicembre 2023 l’Unione europea ha inserito la società nella lista di quelle sanzionate
A luglio 2023 l’organizzazione britannica Conflict Armament Research (Car), che si occupa di monitorare le armi impiegate in zone di guerra, ha analizzato i resti di due droni kamikaze russi individuati in territorio ucraino. Si tratta degli Shahed-136, munizioni circuitanti progettate per volare eludendo le difese antiaeree e per abbattersi su truppe ed edifici. Secondo quanto scoperto dal Car, gran parte dei componenti usati per costruirli provengono da aziende presenti in Cina, Svizzera e Stati Uniti. Considerando le sanzioni imposte contro la Russia, i componenti prodotti in Occidente non dovrebbero trovarsi lì. Ma c’è di più: l’analisi conferma che la Russia ha iniziato a produrre internamente la propria versione nazionale dello Shahed-136.
Game of Drones
Questa inchiesta fa parte di uno speciale sull’impiego dei droni in luoghi di conflitto che fa parte di #Sorveglianze, il progetto di IrpiMedia, in collaborazione con Privacy International, sull’industria della sorveglianza e le sue implicazioni, in tempo di pace e in tempo di guerra. Qui la prima inchiesta sulla filiera produttiva dei droni ucraini.
La presenza di componenti occidentali non è un caso isolato ed è per questo che i Paesi occidentali stanno provando a stringere le maglie delle leggi sull’esportazione di componenti elettronici e meccanici. Queste parti sono spesso reperibili e riadattabili anche da elettrodomestici o dispositivi di uso comune, che più facilmente riescono a eludere i controlli rispetto ad altri tipi di merci.
Secondo esperti e analisti, l’impiego degli Shahed ha assunto un ruolo strategico. Grazie alla loro praticità e costo ridotto sono utili per tenere sotto pressione le difese ucraine, costringendo Kyiv a sprecare le proprie munizioni per abbatterli: un risultato sufficiente a convincere Mosca che si potessero convertire allo sforzo bellico industrie prima dedite alla produzione di droni e macchinari agricoli. Tra queste la Albatros Llc, recentemente inclusa in un nuovo pacchetto di sanzioni.
Tra un drone e un missile
A partire da novembre 2023 sono costanti gli attacchi di droni russi contro le principali città ucraine. Il 29 dicembre 2023 Mosca ha sferrato una delle sue più grandi offensive, uccidendo 39 persone. Secondo le stime del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, nei successivi tre giorni sono stati impiegati circa 300 missili e più di 200 droni. L’1 gennaio 2024 gli attacchi hanno colpito le città di Kyiv e Kharkiv. Missili e droni hanno colpito la capitale ucraina anche in occasione della recente visita del nuovo ministro degli Affari esteri francese, che ha promesso nuovo sostegno all’Ucraina.

Al fianco dei missili che possono arrivare a costare decine di milioni, per gli attacchi aerei la Russia utilizza anche i droni kamikaze. Il loro costo si aggira intorno ai 50 mila dollari e sono quindi un’arma economica ma in grado di infliggere considerevoli danni.
Da settembre 2022 ad agosto 2023 l’ong inglese Airwars, specializzata nel tracciamento dei bombardamenti, ha registrato 1.956 attacchi con droni Shahed sia contro infrastrutture che edifici strategicamente importanti, causando anche morti tra i civili.
Nei primi utilizzi i droni venivano lanciati in numero ridotto ma ora sono aumentati: secondo le stime del Comandante in capo delle forze armate ucraine, in uno degli attacchi di inizio anno sono stati abbattuti 35 Shahed.
A giugno 2023 l’intelligence degli Stati Uniti ha reso noto un piano della Russia per iniziare a produrre internamente i droni kamikaze iraniani all’interno della Zona Economica Speciale (Zes) Alabuga, gestita da una omonima società statale che beneficia di agevolazioni fiscali e doganali previste per le Zes. Si trova a Yelabuga, in Tatarstan, la regione della città di Kazan.
Successivamente, documenti riservati ottenuti e analizzati dal Washington Post hanno aggiunto ulteriori dettagli: l’obiettivo della Russia è di produrre seimila droni kamikaze entro l’estate del 2025 sulla base di un accordo di cooperazione tra la Russia e l’Iran. Per farlo, gli ingegneri al lavoro nelle fabbriche di Alabuga starebbero studiando i modelli iraniani, grazie anche al supporto degli ingegneri di Teheran, e cercando di capire come copiarli e migliorarne alcune parti.
Nel piano di produzione ci potrebbe però essere un intoppo: dove procurarsi i componenti.
Le sanzioni arrancano
Secondo un inventario presente nei documenti ottenuti dal Washington Post, oltre il 90% dei componenti elettrici del sistema di droni, tra cui i microchip, sarebbero prodotti in Occidente, in particolare negli Stati Uniti. Solo quattro dei 130 componenti elettronici necessari per costruire il drone sono prodotti in Russia.
La dipendenza da componenti occidentali è stata confermata anche nel caso di altri droni da ricognizione russi, come l’Orlan-10. Un’inchiesta di Der Spiegel insieme a Airwars ha mostrato come semiconduttori e microchip prodotti da aziende tedesche siano finiti in mano a produttori di droni russi grazie a rivenditori presenti in paesi fuori dall’Unione europea, malgrado le sanzioni vigenti. E lo stesso vale per un microchip prodotto dall’azienda svizzera U-Blox, generalmente usato per la navigazione satellitare, che è stato rinvenuto in un drone russo da ricognizione. Un manager dell’azienda ha spiegato a CBS News che quel tipo di componente non è solitamente soggetto a embargo ed è impiegato per usi civili, acquistabile anche tramite distributori terzi.
Secondo Airwars, molti componenti degli Shahed impiegati contro l’Ucraina non sono originariamente destinati all’uso militare e sono facilmente reperibili online. Si tratta ad esempio di microchip per gestire la posizione GPS del drone e di piccoli motori. L’ampia accessibilità di questi componenti rende più difficile l’applicazione dei controlli. L’ong inglese evidenzia come alcuni di questi componenti possano essere acquistati anche su negozi online come Alibaba.
Il lancio di un drone Shahed-136 da parte dell’esercito russo registrato a fine 2023 © truexanewsua/Telegram
Secondo un altro report pubblicato da NAKO, un’organizzazione ucraina contro la corruzione, l’afflusso di componenti stranieri era già sotto gli occhi di tutti nei primi Shahed rinvenuti in Ucraina: quasi tutti i componenti sono stati prodotti al di fuori dell’Iran, ad eccezione del motore.
Ed è qui che entrano in gioco le sanzioni di Stati Uniti, Unione europea e altri Paesi alleati. Per colpire i settori sensibili della produzione militare russa e limitare l’accesso a tecnologie avanzate di importanza cruciale, hanno introdotto ampie misure di controllo e le hanno aggiornate progressivamente, nel tentativo di tenere il passo con le evoluzioni sul campo di battaglia. L’Ue ha esteso il controllo sull’export anche a software e motori per droni, semiconduttori ed elettronica avanzata.
«Le liste di componenti devono comunque essere aggiornate costantemente – ha spiegato a IrpiMedia Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne nella Rete Italiana Pace e Disarmo ed esperto di industria bellica – c’è il rischio appunto che un sensore o una fotocamera che di solito è esportato per altre finalità, ipotizziamo ad esempio per cancelli elettrici, di colpo possano essere integrati su un drone».
Questi componenti non potevano essere classificati come materiali a duplice uso (ovvero componenti impiegabili sia in ambito civile sia offensivo) inizialmente perché non si immaginava proprio quel tipo di applicazione.
Come farsi beffa delle sanzioni
Per il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione di beni a duplice uso le aziende devono spiegare chi è l’acquirente finale e qual è l’impiego previsto: se si tratta di uso militare chiaramente non si può vendere. Una delle strategie usate per eludere le sanzioni è quella di mentire sull’impiego finale dei componenti. È il caso dell’arresto annunciato dagli Stati Uniti ad agosto 2023 di un uomo con cittadinanza russa e tedesca accusato di aver usato società di comodo presenti a Cipro e in altri Paesi per procurarsi componenti elettronici prodotti da aziende statunitensi. Nelle dichiarazioni di acquisto era indicato l’impiego per sistemi di sicurezza antincendio ma in realtà i componenti finivano in Russia a supporto dell’esercito.
Un’altra strategia prevede l’apertura di un’azienda direttamente in Occidente per esportare così le componenti necessarie. A novembre 2023 il Procuratore degli Stati Uniti per il distretto orientale di New York ha accusato tre persone, una residente a Brooklyn e due di nazionalità russa, per aver eluso le sanzioni tramite un’azienda registrata a Brooklyn che ha ricevuto oltre 250 mila dollari da SMT-iLogic, società russa nota per essere coinvolta nella produzione di droni militari. Secondo la Procura, gli imputati parlavano via email e chat di come aggirare le sanzioni statunitensi, utilizzandone ordini “fittizi” per testare nuove linee di fornitura alla Russia e discutere di società di facciata in Paesi terzi.
La terza strategia è quella di far transitare i prodotti in paesi non sanzionati per poi esportarli nuovamente. Come rivelato da un’inchiesta di Occrp pubblicata a maggio 2023, componenti elettronici e droni vengono fatti arrivare in Russia grazie a corridoi economici messi in piedi con il Kazakhstan, che sfruttano aziende create ad hoc da imprenditori russi nel Paese.
Le sanzioni non si occupano solamente dei componenti, ma anche delle aziende coinvolte. A settembre 2023, Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito hanno pubblicato un documento con linee guida che invita gli esportatori di componenti sensibili a prestare particolare attenzione e svolgere controlli aggiuntivi su aziende che si trovano al di fuori della Global Export Control Coalition, una coalizione di Paesi che si impegnano ad applicare un regime di sanzioni simile e omogeneo nei confronti di Russia e Bielorussia. La coalizione include oltre ai cinque già citati, anche i 27 stati membri dell’Unione europea, Giappone, Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Repubblica di Corea, Svizzera, e Taiwan.
Le linee guida puntano il dito verso aziende che sono state fondate dopo l’inizio della guerra di invasione russa contro l’Ucraina; quelle che, pur non avendo mai acquistato prodotti sottoposti al controllo dell’export, dopo il 24 febbraio 2022 hanno iniziato a farne richiesta; e aziende che pur avendo fatto simili acquisti in passato hanno recentemente iniziato ad aumentare il numero di ordini.
Per approfondire
Sul lato tecnico, però, si nasconde un altro intoppo. La Commissione europea ha pubblicato una lista di risposte alle domande più frequenti riguardo le sanzioni imposte contro Russia e Bielorussia, cercando di fornire una guida e un supporto interpretativo a quanto previsto dalle leggi.
Microprocessori e piccoli motori elettrici si trovano già installati in oggetti quotidiani che chiaramente non rientrano nelle categorie di beni a duplice uso. Però potrebbero essere facilmente estratti e utilizzati per altri scopi, incluso usarli nella produzione di droni. Se un’azienda esporta uno di questi prodotti che include in parte componenti che rientrano sotto le sanzioni, si aprono due possibili strade: possono non essere soggetti a restrizioni «a condizione che la transazione non sia intesa ad eludere» le norme sul controllo delle esportazioni, oppure tenere in considerazione se il componente in questione è l’elemento principale del prodotto esportato e se può essere rimosso o utilizzato per altri scopi. Spetta quindi alle singole aziende dichiarare o meno la presenza di tali componenti. E non è chiaro fino a che punto le autorità nazionali monitorino questa particolare fattispecie.
Le sanzioni e il graduale aggiornamento delle liste di componenti sono usate nel tentativo di rallentare e rendere più complicato l’approvvigionamento di materiali utili. Non è possibile immaginare un divieto totale di esportazione per qualsiasi oggetto.
Come se non bastasse, è difficile anche tenere traccia di nuove aziende. Nei più recenti pacchetti di sanzioni è stata inclusa infatti anche una società russa che si è insediata a gennaio 2023 nello stesso complesso di fabbriche di Alabuga dove verrebbero assemblati i droni kamikaze russi. Si tratta di Albatros, azienda che dalla produzione di droni agricoli è passata a quella di droni militari. Dopo un anno, anche Albatros è finita nel mirino delle sanzioni.
Albatros, agricoltura militare
A prima vista l’Albatros M5 sembra un grosso aereoplanino giocattolo. Non ha pale che girano e non si alza in volo in verticale. Per decollare ha bisogno di essere lanciato da una grande fionda piantata sul terreno.
In un video condiviso su Telegram a giugno 2023, il ministero della Difesa russo ha spiegato che il velivolo senza pilota è di supporto alla Divisione aviotrasportata delle Guardie, una forza speciale di paracadutisti il cui quartier generale si trova nella città di Ivanovo, in Russia. A dicembre 2023 i paracadutisti sono stati impegnati nei combattimenti intorno a Bakhmut; a giugno 2023 i droni sono stati utilizzati sempre nell’Oblast di Donetsk, nel distretto di Marinka, prima dell’assalto.
Un video dimostrativo del lancio di un drone Albatros M5 prodotto in Russia © Albatros/Youtube
Albatros ha avviato a gennaio 2023 la produzione di droni nella Zona Economica Speciale di Alabuga, ottenendo un edificio di circa 2.200 metri quadrati. L’azienda dichiara che circa il 25% della produzione totale sarà destinato al settore militare-industriale. Non è chiaro se l’azienda partecipi anche allo sviluppo dei droni kamikaze di design iraniano.
Solo quasi un anno dopo, a partire dal 2024, le autorità statunitensi hanno reso obbligatoria una licenza speciale per vendere componenti ad Albatros, mentre a dicembre 2023 quelle dell’Unione europea avevano inserito la società nel dodicesimo pacchetto di sanzioni in quanto coinvolta in un programma statale «per assemblare droni militari da utilizzare nella guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina». L’Institute for Science and International Security (Isis), un centro studi specializzato nell’analisi di armamenti con sede a Washington, aveva segnalato per primo a febbraio 2023 la presenza di Albatros ad Alabuga, dopo che il Wall Street Journal aveva parlato di una visita di una delegazione iraniana nella zona.
Secondo le specifiche tecniche il drone M5 ha un’apertura alare di 3,3 metri ed è in grado di rimanere in volo per più di quattro ore coprendo una distanza di 300 chilometri. «Non può trasportare carichi elevati ma solo telecamere», ha spiegato a IrpiMedia Vincenzo Lippiello, professore ordinario di automatica e robotica presso l’Università degli studi di Napoli Federico II dove cura l’attività di ricerca nel campo dei droni per il gruppo di robotica napoletano.
Albatros Llc è stata fondata nel 2017 dall’azienda Geomir, che realizza tecnologie applicate all’agricoltura e controlla un conglomerato di varie società che, oltre alla robotica per l’agricoltura, si occupano anche di analisi chimiche dei terreni e previsioni meteo. I droni Albatros sono usati per fotografare ettari di terreno coltivabile, fornendo ai clienti indicazioni sullo stato di salute delle colture e nuove mappe per ottimizzare i movimenti delle macchine agricole.
L’espansione nel settore militare di Albatros non si è fermata però alla sola Alabuga. A ottobre è stata annunciata l’apertura di una fabbrica nella regione di Mosca, a Korolev, destinata «[al]la produzione di veicoli aerei senza pilota destinati alla ricognizione e al monitoraggio del movimento dell’equipaggiamento nemico nella zona di un’operazione militare speciale» in Ucraina, recita il comunicato stampa di lancio.
Quello che rende appetibile al settore militare i droni agricoli di Albatros, però, è anche un altro fattore: le capacità software che montano a bordo.
L’occhio intelligente di Albatros
Insieme ai droni, Albatros sviluppa algoritmi avanzati per l’analisi dei dati raccolti dalle telecamere di bordo. Nell’ambito di questi progetti di ricerca nel 2021 ha collaborato con Kaspersky Lab ma la società di cybersecurity, contattata da IrpiMedia, chiarisce che al momento non c’è alcuna collaborazione o partnership commerciale in corso. Le due società stavano sviluppando capacità di riconoscimento delle persone per un test pilota, in modo da impiegare i droni nella ricerca di persone scomparse.
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Albatros ha anche sviluppato autonomamente un altro tipo di algoritmi per il tracciamento di oggetti grazie a un finanziamento per start-up del Fondo di assistenza per l’innovazione, un’entità statale costituita in Russia nel 1994 per sostenere progetti di sviluppo per tecnologie e infrastrutture. Nel 2022 Albatros ha investito 35 milioni di rubli (circa 350 mila euro), parzialmente finanziati dalla Corporazione per lo sviluppo della regione di Mosca (KRMO), per sviluppare la propria tecnologia finalizzata alla ricerca delle persone scomparse.
Grazie alla ricerca di Albatros, i suoi prodotti sono in grado di individuare un oggetto indicato dall’operatore e mantenere la ripresa puntata su di esso. Una funzione tanto utile sia per scopi umanitari sia al fronte. In un video dimostrativo il drone deve seguire una macchina che si sposta lungo una strada. Quando un rettangolo verde compare a schermo, delimitando l’auto bersaglio, è il segnale che l’obiettivo è agganciato. Se l’auto si nasconde tra degli alberi, si evince dal video, il drone la perde di vista, pur riuscendo a individuarla nuovamente una volta che la visuale è libera.
Questa capacità corrisponde a quanto dichiarato da un portavoce dell’azienda in un’intervista a Tass, l’agenzia di stampa russa di proprietà pubblica, riguardo l’impiego di droni da parte dell’esercito: «Il sistema aiuta a tracciare il movimento di un veicolo a motore o di qualsiasi altra attrezzatura nell’area delle operazioni militari speciali». Le informazioni in tempo reale, tra cui coordinate e posizione estratta «vengono trasmesse alle forze russe», ha dichiarato il rappresentante dell’azienda.
Lo scopo degli algoritmi di computer vision dipende da chi li addestra fornendo i dati, e può variare molto. In agricoltura di precisione si creano algoritmi per valutare il livello di maturazione di frutta e ortaggi o per riconoscere la presenza di parassiti infestanti, spiega ancora Vincenzo Lippiello, il professore esperto di robotica dell’Università Federico II di Napoli, mentre invece «gli algoritmi per il riconoscimento di oggetti come autovetture o persone si usano per droni di sorveglianza, parliamo già di tecnologie leggermente più sofisticate».
Con gli attuali algoritmi di intelligenza artificiale, chiarisce il professore Lippiello, si può facilmente riconoscere qualsiasi tipologia di oggetto si voglia a qualunque scopo: «Anche in questo caso, l’uso militare è possibile se si hanno delle conoscenze un po’ più avanzate». Inoltre, il costo dei droni agricoli è chiaramente molto più basso rispetto a quello di droni militari: «Il contesto militare è un contesto che richiede conoscenze molto specifiche, mentre invece la conoscenza per realizzare un drone più semplice sono abbastanza diffuse, si trovano anche su YouTube».
La guerra in Ucraina ha mostrato, su entrambi i lati, la duttilità di impiego dei droni. Se in un primo momento l’Ucraina è riuscita a fare leva sulle donazioni dall’estero per fare rifornimento di ogni tipo di modello di droni da usare a supporto delle operazioni e come mezzo di propaganda, ora la Russia sembra aver messo in piedi una solida catena di approvvigionamento.
Non solo le sanzioni si trovano in difficoltà di fronte a un ambiente commerciale fluido dove piccoli componenti di consumo possono essere rivenduti senza che il produttore ne tenga traccia, ma è evidente come anche le conoscenze alla base dello sviluppo di un oggetto in grado di volare per ore e monitorare le condizioni del proprio raccolto possano essere adattate al caso in cui quel drone dovesse monitorare veicoli e soldati nemici.
