Giornalisti intercettati: la polvere sotto il tappeto di quell’accordo indicibile

Il caso delle conversazioni intercettate dei giornalisti nell’ambito dell’inchiesta di Trapani sulle Ong del mare è gravissimo. Ma chi guardava tra le pieghe degli accordi con la Libia ha sempre faticato a trovare spazio sui giornali

7 Aprile 2021 | di Luca Rinaldi

La vicenda delle intercettazioni telefoniche nei confronti dei giornalisti operata dalla procura di Trapani è grave. Ancora più grave dal momento in cui nessuno dei soggetti interessati risulta destinatario di un’indagine a proprio carico. Per quanto i garantisti a targhe alterne d’Italia siano pronti in certi casi a gioire per cui «ecco, quelli che hanno sbattuto intercettazioni irrilevanti in prima pagina per anni, adesso apriti cielo fanno le vittime», in realtà questo fatto ha ben poca attinenza con la pubblicazione di “intercettazioni non pertinenti”.

Qui siamo oltre: si è scelto deliberatamente di intercettare persone non indagate che parlano tra loro di un lavoro tra le altre cose tutelato dalla Costituzione e che prevede almeno un livello di segretezza e tutela delle fonti, senza che nessuno di questi parlasse a sua volta con altri indagati. Caso ben diverso pure da quelle “intercettazioni a strascico” (sulla cui rilevanza nell’ambito di certe pubblicazioni si può anche discutere, ma quella è ancora un’altra storia) in cui una persona non indagata si ritrova al telefono con l’utenza di un iscritto nel registro degli indagati. Chi non lo capisce è in malafede. Alternative non ce ne sono.

Non è difesa corporativa: la confidenzialità dei giornalisti con le fonti è tutelata dalla legge e sorvegliare persone non indagate che parlano tra loro è un’eccezione, per altro molto “border-line” e spesso riservata a operazioni di intelligence dei servizi segreti.

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La matassa va dipanata per capire il contesto e comprendere la posta in gioco: senza mezzi termini dico silenziare e intimidire, perché di questo stiamo parlando, chi in questi anni ha cercato di approcciare le vicende del Mediterraneo centrale, della Libia e dell’immigrazione col desiderio di andare oltre la dicotomia ONG buone vs. ONG cattive. Avvertire cioè chi ha cercato semplicemente di capire per informare al meglio i propri lettori sulla partita libica e sul business dei trafficanti.

“L’inchiesta”, che in questa parte pare più una schedatura della Stasi nella Germania Est, partita dalla procura di Trapani nel 2016 riguarda le attività di alcune Organizzazioni non governative all’opera in mare per il soccorso e il salvataggio dei migranti provenienti dal Nordafrica. Poche settimane fa le indagini si sono chiuse e si prospetta il rinvio a giudizio per 21 persone accusate del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e facenti parte del personale di ONG come Medici Senza Frontiere, Save the Children e Jugend Rettet.

Agli atti di questa inchiesta si trovano circa 300 pagine con le trascrizioni dei dialoghi tra giornalisti. Nessuno di loro risulta indagato, eppure i loro nomi e le loro conversazioni stanno lì (in alcuni casi con fonti che dovrebbe restare confidenziali come previsto dalla legge, lo ripetiamo), a tratti riassunte dalla polizia giudiziaria. Il caso più eclatante è quello di Nancy Porsia, esperta di Libia e tra le giornaliste più preparata sui fatti del Paese, lo ribadisco, non indagata: circa la metà dei dialoghi intercettati la coinvolgono, alcuni pure con la sua avvocatessa Alessandra Ballerini. Secondo il quotidiano Domani, che ha lanciato la notizia, Porsia sarebbe stata sotto sorveglianza per circa 6 mesi con tanto di produzione di un dossier contente «fotografie, contatti social, rapporti personali e nomi di fonti». Informazioni tra l’altro non risultate utili ai fini dell’indagine della procura.

Nella rete sono finiti anche Laura Silvia Battaglia, il giornalista di Avvenire Nello Scavo, Francesca Mannocchi, Sergio Scandura, Antonio Massari, Fausto Biloslavo e Claudia di Pasquale. Lo ribadiamo, nessuno di loro indagato nella vicenda e nessuno di loro per altro nel corso del “monitoraggio” si rende protagonista di fatti perseguibili. Siamo dunque davanti a un abuso evidente senza tema di smentita e a un precedente assai pericoloso.

Del resto quando parte l’inchiesta, a cavallo tra il 2016 e il 2017, siamo nel pieno delle trattative sull’accordo di collaborazione tra Roma e il Governo di accordo nazionale libico di Fayez al-Serraj. Obiettivo: stabilizzare la Libia e gestire i flussi migratori. L’Italia avrebbe fornito mezzi, addestramento e armamenti e in cambio i libici si impegnarono a intercettare i migranti. Al ministero dell’Interno c’era Marco Minniti, storico re di denari nei rapporti tra la politica italiana, non solo a sinistra, e i servizi segreti. Gli accordi sono stretti di fatto con la mafia locale dei trafficanti, che gli accordi battezzano come guardia costiera: non importa come fermare i migranti, basta fermarli. Minniti e la sua strategia spopolano sui media. In quel periodo chi guarda dentro le pieghe dell’accordo, come ha fatto Nancy Porsia, trova anche poco spazio sui giornali a differenza invece di chi decide di scagliarsi lancia in resta contro le ONG.

È per cui “comprensibile” come il lavoro di alcuni giornalisti che si sono messi in testa di andare più in profondità proprio sui temi di quegli accordi fosse seguito e monitorato. Oggi scopriamo che questo monitoraggio, legittimo, sul lavoro dei cronisti, però non è stato fatto da parte di un addetto stampa del ministero leggendo ogni mattina articoli e inchieste sui giornali nazionali e internazionali, ma con mezzi non proprio ortodossi da parte di una procura della Repubblica e della sua polizia giudiziaria. In questa cornice va letta soprattutto la vicenda di Nancy Porsia, bersaglio principale delle intercettazioni, attenta ad andare a leggere tra le pieghe di quegli accordi.

Tanto che arrivano anche le minacce del guardacoste libico Abd al-Rahman Milad detto al-Bija, già sospettato di essere un trafficanti di esseri umani e poi finito sotto sanzione delle Nazioni Unite, a cui di fatto l’Italia mette in mano il pattugliamento delle coste libiche con mezzi e armamenti. Da quel momento Porsia viene messa sotto tutela, controllata, come emerge dalle carte, e di fatto impossibilitata a proseguire il suo lavoro su Libia e trafficanti.

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana si pone alcune domande più che legittime, le quali dovranno trovare una risposta chirurgica e credibile: «Chi e perché ha disposto tali misure? Si volevano scoprire le fonti, violando il segreto professionale? A che titolo sono state trascritte le intercettazioni relative ai colloqui tra la cronista Nancy Porsia e la sua legale Alessandra Ballerini? Perché, particolare ancora più inquietante, sono stati trascritti brani relativi alle indagini su Giulio Regeni?».

Quello che possiamo osservare, anche in virtù di ciò che abbiamo pubblicato sul nostro giornale in questi mesi, è la volontà e la pervicacia di mettere sotto il tappeto un accordo dai contorni indicibili con la Libia e l’utilizzo del reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, come una clava per spingere oltre gli strumenti della legge e lanciare messaggi fin troppo chiari ai cronisti.

Foto: Gonin/Shutterstock

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