La giustizia degli umani prevalga sulla tecnologia

Software, algoritmi e intelligenza artificiale sono il futuro delle indagini, ma il diritto non è la sua tecnologia

19 Novembre 2020 | di Luca Rinaldi

C’è qualcosa di molto rilevante nell’inchiesta di Riccardo Coluccini che abbiamo pubblicato ieri su IrpiMedia. Non c’è solo il racconto di come l’utilizzo della prova raccolta con la tecnologia, in particolare quella ottenuta tramite la copia dei contenuti di uno smartphone, possa contribuire a mandare in galera un innocente per più di tre anni ed essere utilizzata anche nel caso di reati minori. Ma c’è un intero sistema di giustizia e garanzie che scricchiola, e vale la pena farci caso ora, davanti al grande mercato dei software di estrazione forense pronti per le forze dell’ordine.

Dice qualcuno che la giustizia è umana e come tale sbaglia. Verissimo, ma in un’epoca in cui le indagini utilizzano sempre più frequentemente la tecnologia e andiamo spediti verso una giustizia dove algoritmi e, perché no, intelligenze artificiali, entreranno sempre più nel quotidiano dell’amministrazione giudiziaria, è bene rifletterci subito.

Il ricorso all’estrazione di duplicati fedeli di un cellulare nel corso di una indagine per un piccolo furto, per il possesso di marijuana o per un deturpamento pubblico è qualcosa che va ben oltre il consentito. Come racconta l’inchiesta di ieri, negli Stati Uniti la pratica sta diventando sempre più frequente. In Europa non ancora, tuttavia sia le linee guida per le forze dell’ordine che operano sul campo, sia decisioni più o meno oscillanti della magistratura, mettono il sistema giustizia davanti a un tema che non si può più rinviare.

Il caso di Medhanie Tesfamariam Berhe, cittadino eritreo scambiato invece per Medhanie Yehdego Mered, uno dei trafficanti di migranti più ricercati al mondo, conosciuto come “il Generale”, è un esempio lampante.

Il traffico di essere umani non è certo un reato minore ed è sicuramente tra quelli che giuridicamente potrebbero implicare l’utilizzo di tecnologie per l’estrazione forense ai fini dell’indagine. Il problema, come sempre, non è tanto la tecnologia in quanto tale, ma l’utilizzo che se ne fa del risultato a cui quella stessa tecnologia è giunta. Aldilà del caso specifico è infatti inutile negare come partendo da una tesi precostituita si possa piegare il contenuto di uno smartphone, compresi file eliminati e chiavi di autenticazione, per quanto dati “freddi”, a dimostrazione del proprio teorema.

Da questo momento infatti non sono più la tecnologia o la prova in sé a determinare il percorso della giustizia, ma sono gli uomini e le norme scritte. E agendo senza un quadro chiaro, ben definito e figlio di un confronto preparato tra i protagonisti del sistema della giustizia e delle forze dell’ordine c’è il rischio che buone indagini finiscano nel cestino, mentre pessime indagini facciano la storia del Paese. E siccome spesso nel Belpaese la storia la scrivono i tribunali, forse vale la pena pensare al futuro.

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