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L’equilibrismo dell’Unione Europea sul deep sea mining
Tra sussidi, pressioni delle aziende del settore e lo scetticismo della comunità scientifica: le trattative nei palazzi europei
26 Maggio 2021
Matteo Civillini

Come reperire le materie prime critiche per spingere la transizione ecologica senza distruggere ulteriormente il Pianeta? É di fronte a questo dilemma che si scontra una parte consistente del Green Deal europeo. Le batterie – componenti base della rivoluzione verde – necessitano, ad oggi, numerosi metalli, come rame, nichel, cobalto, manganese. La prevista impennata della domanda ha portato i prezzi alle stelle, ponendo ulteriori seri interrogativi sulla disponibilità di futuri canali di approvvigionamento. In particolare per i Paesi dell’Unione europea che, in larga misura, fanno affidamento sull’importazione.

Mentre si studiano tecnologie per il riciclo dei metalli, molti guardano con interesse al deep sea mining, ovvero l’estrazione di minerali dai fondali oceanici a migliaia di chilometri di profondità. Un settore economico, ancora in via di sviluppo, e che suscita tante speranze quante preoccupazioni. Da una parte il sogno di trovare nei noduli polimetallici riserve mai viste prima di cobalto, nichel, rame – i metalli necessari per la produzione di batterie. Dall’altra il rischio – che per la comunità scientifica diventa quasi una certezza – di distruggere gli ecosistemi marini per raccogliere i minerali.

Tra questi due poli opposti anche Bruxelles sembra oscillare come un pendolo. Fino all’anno scorso il deep sea mining era visto come un’area strategica per garantire al Vecchio continente il futuro approvvigionamento di materie prime. Oggi, invece, la Commissione esorta – almeno sulla carta – un approccio più cauto: prima di dare il via allo sfruttamento dei fondali – dicono – gli effetti sull’ambiente devono essere compresi appieno. Al contempo, però, l’Unione finanzia lo sviluppo di tecnologie per l’estrazione dei minerali marini a suon di decine di milioni di euro. Molti dei quali finiscono nelle tasche delle aziende private che esercitano sulla Commissione la loro azione di lobbying

«L’Ue è ora a un bivio», afferma Ann Dom, senior policy advisor di Seas At Risk, Ong che si occupa della protezione dei mari. «Come uno degli attori principali in questa corsa al ribasso, può scegliere di difendere la protezione degli ecosistemi nei mari profondi invece della loro distruzione».

2012: Deep Sea Mining come settore strategico

«Entro il 2020 il 5% dei minerali utilizzati nel mondo – tra cui rame, cobalto e zinco – potrebbero essere estratti dai fondali». La previsione veniva fatta nel 2012 dalla Commissione Europea in uno studio sulla cosiddetta “Crescita Blu”, ovvero le opportunità individuate per lo sviluppo economico dei mari. La profezia non si è avverata: oggi l’industria del deep sea mining è ancora in fase esplorativa. I noduli polimetallici ricchi di minerali rimangono ancorati a migliaia di chilometri di profondità, nonostante le aziende private e gli Stati in prima linea spingano con forza per il loro sfruttamento. 

Seppur rivelatasi errata, però, intorno a quella premessa si è costruita la politica europea di settore degli anni a venire. Spinta dalla paura di essere tagliati fuori in questa nuova corsa all’oro –  in cui la Cina, su tutti, partiva in testa – da allora la Commissione ha sollecitato il sovvenzionamento diretto dell’industria nascente. 

“Il sostegno dell’Ue potrebbe includere misure volte a garantire che le imprese europee non vengano escluse dalla catena di valore per i minerali marini da concorrenti che ricevono sussidi statali”, scriveva Bruxelles in quella comunicazione agli altri organi comunitari del 2012, in riferimento anche alla forte presenza dello Stato in tutte le fasi decisionali e operative dell’economia cinese.

I sussidi europei all’industria del deep sea mining

Da quando il deep sea mining fu designato come area strategica l’Ue ha investito oltre 100 milioni di euro in progetti collegati al settore. La fetta più corposa dei sussidi ha finanziato la ricerca e lo sviluppo di tecnologie per lo sfruttamento dei minerali marini, mentre una quota minore è andata allo studio degli impatti ambientali. A mettere in fila i dati è stata l’organizzazione ambientalista Seas At Risk in un recente report sul ruolo dell’Europa nel deep sea mining

Tra i beneficiari dei fondi spiccano alcune tra le aziende che premono con forza per l’estrazione commerciale dei minerali. Per esempio, la Global Sea Mineral Resources (GSR), filiale del gigante belga dei dragaggi DEME. GSR possiede due licenze di esplorazione concesse dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini, l’ente intergovernativo responsabile per la salvaguardia dei fondali in acque internazionali. Lo scorso aprile l’azienda belga ha effettuato un test sperimentale, raccogliendo noduli polimetallici nella Clarion Clipperton Zone, un’area dell’Oceano Pacifico ricca di minerali. Un’operazione non priva di incidenti: il prototipo utilizzato – un robot da 25 tonnellate – si è temporaneamente arenato sul fondale dopo essersi staccato dal tubo idraulico che lo collegava alla nave di supporto.

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«L’Ue è ora a un bivio: come uno degli attori principali in questa corsa al ribasso, può scegliere di difendere la protezione degli ecosistemi nei mari profondi invece della loro distruzione»
Ann Dom, Senior policy advisor, Seas at Risk

L’azienda belga ha partecipato – insieme ad altre aziende e istituti di ricerca –  in due progetti di riferimento finanziati dall’Ue attraverso il programma di ricerca Horizon 2020: Blue Mining e Blue Nodules. Terminati rispettivamente nel 2018 e nel 2020, gli studi si sono posti come obiettivo la ricerca di soluzioni tecnologiche per la raccolta e la lavorazione sostenibile del noduli polimetallici marini. Dei circa 18 milioni di euro stanziati complessivamente per Blue Mining e Blue Nodules, DEME ha incassati poco meno di due milioni. 

A ricevere la fetta più grande della torta (4,5 milioni di euro circa) è stata Royal IHC, società olandese di cantieristica navale e coordinatrice dei due progetti. A differenza di GSR, quest’ultima non si occupa della raccolta diretta dei minerali, ma punta a fornire macchinari e strumentazioni per l’attività estrattiva.

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Il lobbying degli industriali

Attraverso una richiesta di accesso agli atti (FOIA) IrpiMedia può documentare le attività di lobbying che entrambe le aziende hanno messo in campo negli ultimi anni nei confronti della Commissione Europea.

Nel gennaio 2019 Royal IHC ha incontrato alcuni funzionari della Direzione generale per l’Industria, che si occupano di risorse energetiche ed economia circolare. Il resoconto dell’incontro consultato da IrpiMedia mostra come Royal IHC abbia esortato la Commissione a veicolare nuovi fondi pubblici in progetti di deep sea mining. «Sarebbe particolarmente importante aumentare i finanziamenti per supportare un’azione pilota nei fondali marini», chiedeva l’azienda durante l’incontro.

Secondo l’azienda olandese, l’Ue avrebbe dovuto tenere i rubinetti dei fondi di ricerca aperti sia perché il potenziale dei minerali marini può soddisfare la domanda di materie prime, ma anche per motivi di opportunismo geopolitico. «Questo sostegno contribuirebbe – argomentava Roytal IHC – a mantenere la competitività dell’Ue nei confronti dei nostri concorrenti, ed in particolare la Cina», riprendendo quanto la Commissione stessa scriveva nel 2012.

Un estratto del resoconto dell’incontro tra la Direzione generale per l’Industria della Commissione europea e Royal IHC – IrpiMedia

In risposta alle richieste dell’azienda, in quell’occasione la Commissione diceva di considerare i mari profondi come «una fonte potenziale per alcune materie prime», aggiungendo però che le priorità di Horizon 2020 non erano ancora state definite.

Nell’aprile 2019, poco più di tre mesi dopo l’incontro con la Commissione, un consorzio guidato da Royal IHC ha dato il via a un nuovo progetto per lo sviluppo di tecnologie nel deep sea mining finanziato dall’Ue, proprio nell’ambito di Horizon 2020. Successore di Blue Mining e Blue Nodules, “Blue Harvesting” si pone l’obiettivo di perfezionare un macchinario per la raccolta dei noduli, prevedendo dei test pratici nei fondali europei. Uno scenario che rispecchia quanto auspicava l’azienda olandese nell’incontro con la Commissione. I ricercatori coinvolti nel progetto sostengono che l’apparecchio – in grado di risucchiare i minerali come un enorme aspirapolvere – rilasci minori sedimenti, limitando i danni ambientali.

Nell’aprile 2019, poco più di tre mesi dopo l’incontro con la Commissione, un consorzio guidato da Royal IHC ha dato il via a un nuovo progetto per lo sviluppo di tecnologie nel deep sea mining finanziato dall’Ue, proprio nell’ambito di Horizon 2020

Più recente, invece, è l’incontro tra GSR-DEME e la Commissione. Il 25 novembre 2020 i rappresentanti dell’azienda belga hanno tenuto una call con il team della Direzione generale Industria dell’Unione europea che si occupa di materie prime. Come già raccontato, DEME ha attinto negli anni dai fondi europei per ricercare e sviluppare nuove tecnologie. Tuttavia, a differenza di Royal IHC, oggi i belgi dicono di non essere a caccia di finanziamenti pubblici. Quello che vogliono ottenere dalla Commissione è un impegno di principio, a considerare il deep sea mining tra i canali strategici per il futuro approvvigionamento di materie prime.

La tempistica dell’ “offensiva” lobbistica di DEME non è totalmente casuale: una manciata di giorni prima dell’incontro avveniva infatti il lancio ufficiale dell’Alleanza Europea per le Materie Prime (ERMA, in breve). Si tratta di un network composto da oltre 300 soggetti provenienti dal mondo dell’industria, della ricerca e della società civile che giocano un ruolo nella catena di valore delle materie prime, dall’estrazione alla trasformazione e al riutilizzo. L’obiettivo dichiarato è di facilitare il dialogo su come rafforzare l’approvvigionamento di materie prime da parte dell’Unione europea nell’ambito della transizione ecologica.

Estratto del resoconto dell’incontro tra la Commissione europea e Deme-GSR di novembre 2020 – IrpiMedia

La posizione di “cautela” della Commissione: un cambio di passo decisivo?

Per gli osservatori interessati quella scelta sarà una cartina di tornasole importante della posizione comunitaria riguardo l’estrazione dei minerali marini. Segnali recenti indicano il passaggio di Bruxelles a un approccio più cauto, che dia maggior peso ai potenziali rischi derivanti dall’attività estrattiva – molti dei quali ancora in fase di studio.

Il primo passo in questa direzione è avvenuto con la pubblicazione a maggio 2020 della Strategia sulla Biodiversità per il 2030, il piano europeo atto ad arginare la degradazione degli ecosistemi. Al suo interno la Commissione suggerisce che l’Unione dovrebbe «non acconsentire allo sfruttamento dei minerali marini finché gli effetti dell’estrazione mineraria in alto mare sull’ambiente marino, sulla biodiversità e sulle attività umane in mare non saranno stati oggetto di sufficienti ricerche, i rischi non saranno stati compresi e sia stato dimostrato che le tecnologie e le pratiche operative non comportano danni gravi per l’ambiente».

«L’Unione dovrebbe non acconsentire allo sfruttamento dei minerali marini finché gli effetti dell’estrazione mineraria in alto mare sull’ambiente marino, sulla biodiversità e sulle attività umane in mare non saranno stati oggetto di sufficienti ricerche, i rischi non saranno stati compresi e sia stato dimostrato che le tecnologie e le pratiche operative non comportano danni gravi per l’ambiente»

Strategia Ue per la Biodiversità per il 2030

Il riferimento è soprattutto alla posizione che l’Ue – e, soprattutto, i suoi stati membri – tengono sui tavoli internazionali dove si sta definendo l’impianto normativo del deep sea mining. Una partita chiave che si sta giocando nelle stanze dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (ISA), dove viene scritto il Codice per l’Estrazione dei Minerali: l’approvazione delle norme darà ai concessionari il via libera per ottenere una licenza estrattiva e iniziare la raccolta dei metalli.

Nei negoziati i Paesi europei hanno finora perseguito strategie individuali. Perché diversa è anche la posta in palio per ciascuno. Sette stati membri (Belgio, Francia, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria e Slovacchia) sponsorizzano o detengono licenze esplorative per la raccolta di minerali in acque internazionali. Altri, compresa l’Italia, non hanno un coinvolgimento diretto nel settore, ma guardano con crescente interesse alla possibilità di creare nuove opportunità per i propri comparti industriali. Come IrpiMedia ha raccontato, Saipem e Fincantieri hanno siglato un accordo di collaborazione volto ad analizzare le potenzialità del mercato e progettare nuove tecnologie estrattive.

Oggi, però, la Commissione Europea sembra volere un cambio di passo: mettere da parte gli interessi particolari e fare fronte comune sui tavoli dell’ISA. Nel gennaio 2021 l’esecutivo ha inviato al Consiglio europeo – l’organo che riunisce i leader dei Paesi membri – una proposta per una posizione unitaria da tenere nei negoziati. Fondandosi sul principio di precauzione, la lettera chiede il rispetto dell’impegno alla sostenibilità ambientale.

La proposta dovrebbe essere valutata entro luglio, in tempo per il prossimo incontro annuale dell’Assemblea dell’ISA. Dopo gli inevitabili ritardi causati dalla pandemia, dovrebbe essere quella l’occasione in cui il destino del deep sea mining verrà tracciato.

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CREDITI

Autori

Matteo Civillini

Editing

Luca Rinaldi

Con il sostegno di

Foto

Alexandros Michailidis/Shutterstock
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